Può l’Islam considerarsi un pericolo per l’Occidente?

 

E’ di recente apparso sul quotidiano “Il Tempo” un articolo sui Fratelli Musulmani che ho letto non senza preoccupazione. Parla di un libro la cui tesi sostiene che un’alleanza islamista tra Fratelli Musulmani, Turchia e Qatar “ha fornito il supporto finanziario, politico e mediatico indispensabile a far scoppiare le presunte rivoluzioni della Primavera Araba, erroneamente interpretate come democratiche”.

 

L’obbiettivo dei Fratelli Musulmani sarebbe quello di stabilire “regimi fondamentalisti, innescando un effetto domino per travolgere l’intera regione come presupposto per l’espansione in Occidente e a livello globale”.

 

La crescita delle loro attività sono alla base di un crescente pericolo di “minaccia terroristica in Italia”. Questa alleanza islamista costituirebbe “attualmente la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza della comunità internazionale”.

 

Questa tesi, oltre ad essere del tutto falsa, è anche pericolosa in quanto serve a infondere timore tra la gente e incoraggiare le forze politiche più retrive e reazionarie ad agire in modo sbagliato.

 

Iran 1979, la Rivoluzione islamica: Per capire di cosa si sta parlando è necessario tornare a quel grande evento, inaspettato e in qualche modo anche inconcepibile, che è stata la Rivoluzione iraniana. L’ultima grande rivoluzione del XX secolo, la cui ondata ancora oggi tocca le vicende di tanti Paesi vicini.

 

Per la prima volta si è visto nascere un governo islamico che, sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini, ha cancellato quel sistema di potere assoluto attraverso il quale lo Shah Mohammed Reza Pahlavi aveva regnato per quasi 40 anni. L’elemento identitario è stato quel sentimento religioso, a lungo frustrato dall’azione politica dello Shah, che involontariamente aveva fatto delle moschee il punto di riferimento della crescente protesta. Nel giro di poco tempo l’Iran si era proclamato alfiere di una causa islamica globale.

 

L’intenzione di Tehran era quella di esportare la sua forma di Islam ed ergersi ad esempio per ulteriori rivolte.

 

Questa rivoluzione accese i numerosi paesi musulmani la speranza di una possibile vittoria del fondamentalismo. Mettendo da parte ogni prudenza, molti gruppi islamici si affrettarono ad abbracciare il modello iraniano e quindi si verificarono in paesi limitrofi numerosi episodi tali da far temere un contagio.

 

Il risveglio dell’estremismo: Nel Novembre del 1979 il mondo potè seguire un attacco alla Mecca da parte di una banda di estremisti che riuscirono ad assediare la Grande Moschea. Erano convinti dell’imminente arrivo sulla terra del Mahdi, il Messia islamico. Riuscirono a resistere per due settimane e furono infine schiacciati da un’azione di forze speciali francesi.

 

Il Pakistan si proclamò uno Stato islamico; l’Unione Sovietica scatenò una jihad invadendo l’Afghanistan; in Egitto, nel 1981, un gruppo di giovani fanatici assassinarono Sadat nella speranza di instaurare una repubblica islamica; nel 1982 si ribellarono in Siria i Fratelli Musulmani, costringendo il presidente Assad ad un intervento immediato che si concluse in un massacro con l’uccisione di circa 30.000 fedeli nella città di Hama.

 

In Algeria il Fronte Islamico di Salvezza, con la sua vittoria elettorale, allarmò le forze armate a tal punto che ne seguì un colpo di Stato. Fu l’inizio di un conflitto civile che farà oltre 150.000 morti.

 

Se l’intenzione era quella di fare una rivoluzione, possiamo affermare che i fondamentalisti islamici si sono mostrati ben più efficaci di coloro che in passato si erano ispirati al pensiero di Marx e di Lenin.

 

Non a caso è in tutto questo calderone che riesce a svilupparsi quel fondamentalismo che darà origine ad al-Qaida e al suo culto della violenza.

 

In risposta, temendo ulteriori disordini, vari governi iniziarono erigere moschee, finanziare cause religiose ed incoraggiare il pellegrinaggio. Malgrado tutto ciò, nessun altro Stato nella regione è caduto nelle mani dei fondamentalisti.

 

Il tramonto del fondamentalismo religioso: Oggi, a distanza di qualche anno, è possibile dire che questi episodi segnarono piuttosto la fine del fondamentalismo religioso come ideologia rivoluzionaria.

 

Concentrandosi unicamente sull’aspetto religioso della realtà si sono perduti di vista altri fattori che nel futuro avrebbero contato di più: in tutto questo tempo le economie della regione sono andate crescendo, portando alla ribalta classi nuove ed élite d’affari che, nell’espandersi, saranno inevitabilmente destinate a cambiare le strutture di potere insieme alla vita sociale e religiosa di molti paesi.

 

Queste crescenti classi medie, il più delle volte pie, non sono favorevoli ad uno stato islamico essendo loro desiderio quello di vivere ed operare in uno spazio sociale nel quale sia possibile esercitare un miscuglio di liberalismo e di credo capitalista.

 

E’ pericoloso e fuorviante confondere l’espressione di un Islam devoto e conservatore con l’estremismo radicale dei fondamentalisti. Questo sentimento è alieno e distante dall’appello alla violenza predicato da bin Laden o dai radicali dello Stato Islamico.

 

Non è dunque saggio concepire il domani dei rapporti col mondo islamico solo in termine delle attuali paure.

 

In quanto all’Iran, la sua marcia verso un più ampio potere regionale non ha una base economica sufficientemente solida. Anche se oggi continua ad agitarsi nell’area, non vi sono state altre rivoluzioni e non si vede la possibilità che spuntino nuovi stati islamici.

 

Quale futuro per l’Islam?: In quei paesi dove il sistema politico è più solido, l’Islam ha preso la strada delle elezioni e del confronto politico. A ben ragionare, l’Islam non sarebbe diventato quella religione abbracciata dal 20% dell’umanità se fosse stato spinto e predicato solo da bande di estremisti.

 

Ad attirare sono state soprattutto la sua capacità di abbracciare le diversità insieme a quella grande curiosità intellettuale che si è manifestata in molte sfere.

 

Anche se vissuto nel XIII secolo, il poeta Rumi ha oggi nel mondo islamico un seguito ben maggiore di quello di bin Laden o di al-Baghdadi.

 

Per il buon fedele quel che conta è vivere una vita di santità, sottomettendosi alla volontà di Dio e seguendone i cinque princìpi (fede, preghiera, carità, digiuno e pellegrinaggio). Importante è anche raggiungere una giustizia temperata dalla compassione e dall’uguaglianza.

 

Nel Corano la proibizione della guerra appare il doppio delle volte del termine jihad, il cui significato è spesso diverso da come lo si intende comunemente. Tradotta, questa parola significa “sforzo”, per il quale si intende uno sforzo interiore, quel conflitto intimo che vede l’uomo lottare con sé stesso per seguire la retta via.

 

Quando indica la parola “combattimento”, intende più che altro descrivere una difesa dall’aggressione, tenendo presente che è comunque vietato colpire chi non è in grado di combattere come i vecchi, le donne e i bambini.

 

Spero essere riuscito a farvi capire che il credente non aspira alla rivoluzione o alla guerra, piuttosto ad una modernità senza secolarismo.

 

Ai suoi occhi, per gestire la società un governo religioso è meglio di uno laico e seguendo il Corano, gli sarà dunque possibile aspirare ad una modernità migliore. Prendendo spunto dai fallimenti del kemalismo, pensa di poter realizzare più efficacemente i suoi obiettivi con la fede.

 

L’Islam e la politica: E’ nel colonialismo imposto dall’Occidente e nel kemalismo, che si era opposto all’Islam e ai costumi tradizionali, che trova le sue radici quel volgersi del sentimento religioso verso l’attività politica.

 

Questo conflitto tra modernità e tradizione islamica che continua a protrarsi fino ai nostri giorni, ha fatto nascere tensioni che condussero inevitabilmente a ribellioni islamiche.

 

Nelle comunità islamiche, religione e politica erano all’inizio una sola cosa e non vi era distinzione tra vita secolare e vita spirituale. Se si voleva tornare ai tempi d’oro, è all’epoca dei primi quattro califfi che bisognava guardare.

 

Negli anni ‘70 del secolo scorso, il fondamentalismo islamico non era dunque una novità. E’ tra gli anni Venti e nel corso degli anni Trenta che si vedono delinearsi le origini di questo fenomeno. Questo è dovuto soprattutto al pensiero di tre uomini: il pakistano Abdul Ala Mawdudi; l’egiziano Hasan al-Banna e, poco più tardi, l’altro suo compatriota, Sayyid Qutb.

 

Pensavano che agli inizi della Fede, religione e politica formavano una sola cosa, e questo spiega perché in passato i musulmani abbiano potuto ottenere gloria e potere. Questa gloria e questo stesso potere si sarebbero potuti resuscitare se religione e politica fossero tornate nuovamente ad essere un tutt’uno.

 

Per questi pensatori, il declino ebbe inizio quando a governare non furono più i compagni del Profeta (Bakr, Omar, Othman e Alì) ma quando, con la dinastia degli Ommayadi, nel 661 d.C. il Califfato si trasformò in monarchia.

 

Abdul Ala Mawdudi: Nasce nel Settembre del 1903 in quello che oggi è il Pakistan. Terminati i suoi studi, fondò nel 1941 il partito Jamaat e-Islam (assemblea islamica), al fine di promuovere i valori e le pratiche della religione.

 

Egli non predicava la violenza, credeva nell’istruzione e nel potere della persuasione. Essenziale per lui era fare del proselitismo, processo certo lento e faticoso, ma che avrebbe però finito con l’alimentare nel cuore delle genti la luce dell’Islam.

 

Proponeva la teoria di una democrazia islamica nella quale però la sovranità divina e quella popolare si escludevano a vicenda. La supremazia apparteneva alla legge coranica: l’uomo è imperfetto e solo riconoscendo Dio avrà la possibilità di elevarsi.

 

Stato ideale era per lui un Califfato democratico, nel quale il cittadino doveva seguire nel quotidiano della sua esistenza i precetti dell’Islam.

 

Hasan al-Banna: Professore di liceo, fondò al Cairo nel 1928 l’organizzazione dei Fratelli Musulmani, che sarebbe diventata la più nota nel mondo islamico.

 

Anche per lui ogni faccenda politica e sociale doveva accordarsi con i precetti della religione. Purtroppo la gente se ne era discostata ed era ora di farvi ritorno. A quest’idea egli infuse una nuova militanza e finì con sostenere la necessità di un’azione rivoluzionaria.

 

Era nato nel 1906 in un villaggio a nord-ovest del Cairo. Suo padre era un rispettato imam che aveva compiuto i suoi studi nel grande centro religioso di al-Azhar. Trasferitosi al Cairo con la famiglia, conobbe una serie di difficoltà economiche.

 

Presto colpito in modo negativo dal processo di modernizzazione e secolarizzazione che stava attraversando la società egiziana, entrò in contatto col riformismo islamico e venne iniziato al sufismo nel 1922.

 

A seguito dell’omicidio del primo ministro al-Nokrashi Pascià venne prima catturato e poi ucciso al Cairo nel 1949 da un giovane ufficiale dei servizi segreti dal nome di Anwar al-Sadat.

 

Nel 1938 la Fratellanza contava 500.000 iscritti. Nel 1954 il colonnello Nasser, a seguito di un attentato alla sua vita, cercò di estirpare quest’organizzazione. Venne quindi bandita e alcune migliaia di Fratelli furono gettati in galera. Altri si dispersero tra Siria, Giordania e Arabia Saudita. Successivamente il presidente egiziano si accorse che non era prudente distanziarsi troppo dal sentimento religioso della gente comune.

 

Sayyid Qutb: Tra gli arrestati da Nasser vi era quest’uomo. Egli diede alla sua visione di fondamentalismo una nota di anti-americanismo e di ostilità all’Occidente, che considerava moralmente corrotti.

 

Nato nel 1906 in un villaggio dell’Egitto centrale da una famiglia di proprietari terrieri noti per la loro fede, all’epoca della scuola imparò privatamente il Corano a memoria. Dopo i suoi studi universitari si dedicherà alla letteratura.

 

Trascorsi alcuni anni come insegnante e ispettore scolastico, si recherà negli Stati Uniti nel 1948 per tornare in Egitto due anni più tardi.

 

Aderì ai Fratelli Musulmani e dopo breve tempo si distinse come ideologo e tra i massimi esponenti del movimento stesso. Partecipò al colpo di Stato contro re Faruq e, dopo l’attentato a Nasser del 1954, venne tradotto in carcere. Rilasciato, verrà nuovamente arrestato per essere poi impiccato il 29 Agosto del 1966.

 

Al contrario di Mawdudi, egli non credeva nella forza delle prediche e nell’utilità della persuasione. L’azione sovversiva era necessaria per portare allo sradicamento violento dello Stato: per lui la jihad non aveva valore spirituale, ma assumeva significato in quanto azione fisica.

 

Al-Zawahiri e bin Laden: Tra i suoi seguaci, i più radicali si convertirono presto all’azione terroristica.

 

Il più celebre di questi fu Ayman al-Zawahiri. Di ottima famiglia cairota, fluente in inglese e in francese, medico di professione, si dilettava nella scrittura e nella poesia. Si avvicinò ai Fratelli Musulmani, cosa che gli costò il carcere. Lì subì maltrattamenti e torture che ne indurirono l’animo. Ruppe così con la Fratellanza, giudicata troppo moderata e dichiarò guerra al governo egiziano.

Fondò la Jihad Islamica. Dopo una serie di attacchi terroristici, trovò rifugio in Afghanistan dove si unì alle schiere di bin Laden per diventare poi il vice-comandante di al-Qaida.

 

Di padre yemenita e madre siriana, Osama Bin Laden ha sempre mostrato un’inclinazione per gli studi religiosi. Aveva fatto gli studi secondari nella scuola più esclusiva di Jeddah. Si era poi laureato in ingegneria civile e in seguito in pubblica amministrazione. Era particolarmente impressionato dagli scritti di De Gaulle e del maresciallo Montgomery.

 

Cresciuto nell’insegnamento della cultura e della religione musulmana, aveva anche letto gli scritti di Mawdudi, al-Banna e Qutb. Era stato inoltre influenzato dall’ideologia wahabita, dominante nel suo paese d’origine, l’Arabia Saudita. Questo credo contemplava il mondo come luogo di incessante conflitto tra i credenti nella Vera Fede e gli infedeli.

 

E’ stato ucciso il 2 Maggio del 2011 nella sua residenza di Abbottabad in Pakistan a seguito di un incursione notturna delle forze speciali americane. Il suo corpo fu poi gettato in mare.

 

La guerra del Kippur: Nell’autunno del 1973, a seguito dell’ennesimo conflitto arabo-israeliano, l’OPEC (associazione dei Paesi produttori di petrolio), decise un aumento dei prezzi per punire l’Occidente. Il mondo entrò presto in crisi, mentre i forzieri della monarchia saudita andarono riempiendosi di dollari.

 

L’Arabia Saudita, come si è visto, era di credo wahabita e terra di rifugio di numerosi fondamentalisti. Ostile alle politiche del kemalismo, la monarchia dei Saud iniziò ad aprire il portafoglio per finanziare la causa dell’Islam e spingerlo in una direzione più conservatrice e fondamentalista.

 

I regimi arabi laici nel frattempo non erano più riusciti a rimettersi dalla sconfitta subìta da Israele a seguito della guerra dei Sei Giorni.

 

L’espansione dell’Islam saudita: Per via della nutrita presenza di imprenditori esteri e manodopera straniera, la versione saudita dell’Islam finì gradualmente per espandersi in tutta la regione e penetrare nello Yemen, in Egitto, Giordania, Pakistan e Bangladesh.

 

Il clero saudita decise di agire contro il re che, a modo suo, mostrava di voler modernizzare il paese. Nel 1975 ordì l’assassinio di Faysal per avere osato introdurvi il televisore. Nel 1979, come visto in precedenza, vi fu l’assedio alla Grande Moschea e la casa reale si trovò ad un passo dalla fine. Il clero venne in soccorso alla casa reale chiedendo in cambio più potere nel controllare la vita quotidiana dei sudditi sauditi.

 

Ammaestrata da questi episodi, la monarchia inaugurò un vasto programma di finanziamenti alla causa wahabita per esportarne il credo e dirottare oltre confine le energie di questi fanatici.

 

Ingenti somme vennero destinate per la diffusione della fede e la costruzione di scuole, moschee ed istituti in Africa, Asia, Europa ed America. Da lì, il passo a foraggiare la causa dei combattenti islamici in Cecenia, Afghanistan e Kashmir fu breve e non fece che contribuire al rafforzamento dei gruppi più radicali.

 

L’invasione sovietica dell’Afghanistan potenziò questo ruolo in quanto, quale alleato degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita intervenne con ampi finanziamenti alla causa dei guerriglieri islamici. Al loro ingresso nel Paese i russi non percepirono il potere dell’integralismo islamico e non capirono la dimensione religiosa della rivolta.

 

A seguito della ritirata russa nel 1989, molti pensarono che l’Islam fosse sufficientemente forte da poter combattere e piegare una super-potenza. La rivoluzione iraniana di dieci anni prima aveva anche convinto che l’Islam fosse in grado di abbattere un governo laico.

 

Le conseguenze dell’invasione sovietica in Afghanistan: I volontari che si erano uniti per combattere i russi in Afghanistan tornarono poi nei loro paesi di origine esportandovi l’uso della violenza e l’abitudine al maneggio di armi ed esplosivi. Da tutto ciò fece presto a diffondersi l’idea di una visione globale della jihad.

 

Un certo numero di questi combattenti venne anche usato da regimi quali quello del Pakistan nella sua contesa contro l’India e della Turchia nella sua lotta contro i curdi e persino dai generali indonesiani.

 

Nata tra le aspre montagne dell’Afghanistan, questa visione globale della jihad spostò lo sguardo dai regimi della regione verso gli Stati Uniti, considerati il nemico distante grazie al quale si sorreggevano le dittature arabe.

 

Se fosse stato possibile sconfiggere gli Stati Uniti, sarebbero caduti come birilli tutti i regimi dell’area. Le forze del radicalismo fecero appello a tutta quella volontà di cambiamento che covava nel mondo islamico. Se in passato ad esprimere questo desiderio erano il nazionalismo e le ideologie di sinistra, ora il tempo era maturo per un’azione del radicalismo fondamentalista.

 

L’11 Settembre 2001 e le sue conseguenze: Questa azione si manifestò in modo sensazionale nella giornata dell’11 Settembre 2001. Quattro aerei di linea vennero dirottati sui cieli americani per essere scagliati contro le Torri Gemelle di New York, il Pentagono e il Campidoglio a Washington. L’aereo diretto contro quest’ultimo obiettivo finì con lo schiantarsi in un campo della Pennsylvania.

 

Questi obiettivi erano stati scelti con cura dato il loro forte valore simbolico. Le Torri Gemelle rappresentavano il settore finanziario americano, il Pentagono quello militare ed il Campidoglio quello politico. Dei 19 attentatori, 15 erano di origine saudita, 2 venivano dagli Emirati Arabi Uniti e uno rispettivamente dall’Egitto e dal Libano. Le vittime furono 2.977 ed i feriti 6.400.

 

L’amministrazione Bush rispose al colpo ordinando all’inizio di Ottobre l’invasione dell’Afghanistan, al fine di dare la caccia ad al-Qaida e al suo leader Osama bin Laden. Era infatti da questa rete che provenivano gli attentatori dell’11 Settembre.

 

Nel 2003 attaccò l’Iraq per abbattere il regime di Saddam Hussein, portarvi la democrazia ed eliminare un elemento di disturbo nella regione. Dalle ceneri del regime iracheno gradualmente emerse quella forza che oggi conosciamo come Isis. A farla esplodere e tramutarla in entità statuale è stato poi il conflitto civile in Siria. Di pochi giorni fa l’annuncio della caduta di Baghouz, ultima roccaforte superstite del Califfato.

 

E così siamo arrivati ad oggi.

 

Verso un diverso fondamentalismo: Giunti a questo punto, cosa dire dell’ideologia fondamentalista islamica? Intanto che al suo interno stiamo assistendo a dei cambiamenti: in quel mondo, infatti, ci si rendeva conto dei limiti della violenza rivoluzionaria e prendeva corpo l’idea di partecipare alle elezioni e sostenere la causa della giustizia sociale.

 

Il compito della Fratellanza e di gruppi tipo Hamas a Gaza ed Hezbollah in Libano stava diventando sempre più quello di dedicarsi alla causa dell’attivismo sociale e dell’offerta di servizi quali istruzione, assistenza medica ed aiuti alimentari. In questo modo finivano col rappresentare gli interessi della parte più indigente della popolazione e venire in suo soccorso.

 

Tra gli stessi rivoluzionari iraniani e nel mondo sciita, la voce più sentita non è tanto quella del clero di Tehran quanto quella dell’anziano religioso quietista Ayatollah Sayyid Alì al-Sistani che segue le vicende del suo gregge dalla città santa di Najaf nell’Iraq meridionale.

 

Vi è anche da aggiungere che una volta uscita di scena quella generazione che ha fatto la rivoluzione, vedremo inevitabilmente un Iran meno islamico anche in termini di scelta della classe dirigente.

 

Anche in Egitto i Fratelli Musulmani hanno scelto la via elettorale ed indirizzano il loro messaggio sia alle classi medie che a quelle meno abbienti. Dove i partiti religiosi hanno avuto successo è in quei paesi dove hanno rinunciato all’estremismo e alla violenza: Marocco, Tunisia, Giordania, Turchia e oggi Algeria.

 

I partiti islamici derivanti dai Fratelli Musulmani hanno uno sguardo conservatore e tengono a rafforzare i valori dell’Islam sostenendone i princìpi. Sono però contrari alla ribellione violenta. Questo è vero soprattutto per le classi medie che non scorgono nessun vantaggio nel ribellarsi e nel caos. Sperano semplicemente che un governo religioso possa mostrarsi migliore e dare loro ciò che i regimi laici non sono stati capaci di offrire.

 

A chi vuole ancora combattere non resta che dirigersi verso al-Qaida e l’Isis. L’estremismo fondamentalista appartiene oggi soprattutto alla gioventù alienata e ai poveri più radicalizzati.

 

Le idee del pragmatismo religioso sono oggi le forze più potenti in Medio Oriente e anche la miglior diga contro la violenza dell’estremismo. L’Islam di chi si unisce ad un partito si rivolge soprattutto agli strati della piccola borghesia: artigiani, bottegai e funzionari pubblici di rango minore. Chiedono lavoro, sicurezza, giustizia sociale, servizi pubblici e buon governo. Sono pronti a seguire i valori di un Islam tradizionale ma non vanno certo alla ricerca di un’azione rivoluzionaria.

 

Il conflitto che si esprime oggi è quello tra le varietà di fondamentalismo. Bisogna infatti capire che non ve n’è di un solo tipo.

 

Sarebbe utile ricordare che ad aprire le porte al radicalismo è stato il fallimento di tutti quei regimi autoritari, spesso appoggiato dall’Occidente, che hanno tradito i loro popoli lasciando spazio all’azione dei gruppi più radicali.

 

Nel mondo musulmano, infatti, malgrado l’apparire iniziale di movimenti costituzionalisti e di tentativi dell’Islam di assumere un volto politico, si preferì alla fine la via dello Stato forte.

 

Le Primavere Arabe del 2011 hanno mostrato che nel mondo islamico esistono anche forze democratiche pronte a battersi per la libertà e la dignità dell’individuo. Le loro radici sono ancora giovani, ma questa pianta non potrà che crescere così come continueranno a crescere quelle classi medie che, col tempo, sono destinate ad influenzare per il meglio i destini dei loro paesi. Si tratta di imprenditori, professionisti, investitori e consumatori. Tutti insieme contribuiranno un domani a cambiare il volto di quelle comunità.

 

Ciò che spiega lo sviluppo dell’ideologia dell’estremismo e le tendenze ostili all’Occidente è che in molti di questi paesi non ha mai potuto svilupparsi una vera e propria classe media. Nel XIX e nel XX secolo, prima per il gli effetti del colonialismo e poi per via di regimi dispotici il più delle volte appoggiati dall’Occidente, una autentica borghesia non ha mai potuto svilupparsi pienamente.

 

Oggi finalmente questa classe media sta emergendo ed inizia a costruire nuove economie. Questa commistione di fede e capitalismo porterà inevitabilmente ad elaborare quelle riforme che sole possono fare arretrare la forza e il richiamo del fondamentalismo.

 

Se si vuole capire gran parte di ciò che è avvenuto in Medio Oriente è necessario rendersi conto che è figlio di quello che è stato fatto in Turchia ed in Iran tra le due guerre mondiali.

 

Il modello era l’Occidente e per acquistare la sua forza e la sua ricchezza si era deciso di imitarlo, senza tener conto dell’importanza dello sviluppo democratico che era alla base di questi progressi. E’ stato scelto il pugno di ferro. L’impatto economico e culturale del mondo occidentale è stato così travolgente e la sua eredità così rilevante che il mondo musulmano ha trovato difficoltà ad emergere dalla sua ombra.

 

Il vero problema oggi in Medio Oriente non è più tanto quello dei rapporti tra israeliani e palestinesi o quello dell’estremismo radicale quanto quello della rivalità tra l’Iran e l’Arabia Saudita. E’ anche in questo contesto che si può capire la nascita dell’Isis, in quanto risposta estrema a quel dissidio tra sunniti e sciiti esploso con particolare violenza in Iraq a seguito della caduta di Saddam Hussein.

 

Ora che ho sommariamente cercato di spiegare perché non ritengo l’Islam politico un pericolo per il mondo, concluderò spendendo alcune parole su quei due Paesi descritti come registi di un sinistro complotto che costituirebbe la più grave minaccia alla pace e alla sicurezza della comunità internazionale e che sarebbero all’origine di un progetto di conquista del mondo da parte dei Fratelli Musulmani.

 

Chiave di volta di questa sinistra alleanza sarebbero Qatar e Turchia, i quali credo francamente siano impegnati in ben altri progetti.

 

Inizierò con il Qatar.

 

Il Qatar: Si tratta di un piccolissimo emirato che si affaccia sulle acque del Golfo. La sua capitale è Doha ed è oggi impegnato con il suo sviluppo interno, finanziando vasti progetti di infrastrutture sociali ed allestendo anche quella grande kermesse internazionale che sarebbe l’inaugurazione dei prossimi mondiali di calcio attesi per il 2022.

 

Il suo territorio, in gran parte desertico, si estende su una superficie di 12.000 kmq e la sua popolazione sfiora i due milioni e mezzo. Il tasso di alfabetizzazione raggiunge il 98% e il 68% della popolazione è di religione musulmana. L’età media supera di poco i 31 anni e ha il più alto reddito pro capite della regione. Se ben ricordo, è il terzo al mondo.

 

E’ parte di quel Consiglio di Cooperazione del Golfo istituito nel 1981 al fine di creare un fronte unito di monarchie sunnite da contrapporre alla minaccia rivoluzionaria dell’Iran sciita.

 

Ospita in più quella che è la più grande base militare americana in Medio Oriente e gli uffici di quel comando strategico che segue tutte le operazioni militari che gli Stati Uniti svolgono nella regione.

 

La sua fortuna nasce in seguito alla scoperta di importanti riserve di gas localizzate sotto le acque del Golfo e condivise in parte con l’Iran. Per non dipendere troppo dall’ingombrante vicino saudita, che senza successo ne auspicava la sottomissione per fargli seguire la propria linea politica, l’emiro del Qatar decise di costruire degli impianti di liquefazione del gas diventando in breve tempo il primo esportatore mondiale di gas liquido.

 

Dotato a questo punto di ampi mezzi finanziari, il Qatar si impegnò ad elaborare una sua politica estera, originale ed indipendente da quella dei vicini.

 

Si trattava fondamentalmente di ricavarsi un ruolo di mediatore nei conflitti che insanguinavano il Medio Oriente.

 

Aprì un dialogo con Hamas, Hezbollah e Talebani per giungere ad aprire ad Israele e sviluppare una politica di buon vicinato con l’Iran. Tutto ciò consentì in breve tempo all’emirato di crearsi una propria nicchia nella regione.

 

Questo indispettì i sauditi che, insieme ad Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto decisero bruscamente di interrompere i rapporti ed isolare il piccolo paese decretando un blocco aereo, marittimo e terrestre. Questo embargo ha coinvolto anche il destino di 15.000 cammelli, che si sono trovati a non poter più passare la frontiera.

 

Le accuse dell’Arabia Saudita: L’accusa di Riyadh era quella di sostenere il terrorismo e le forze dell’estremismo islamico.

 

Anche se non vuol dire che il Qatar non abbia ospitato ed aiutato un certo numero di combattenti della jihad, viene da domandarsi da quale pulpito nasce la predica.

 

Si è visto in precedenza come 15 dei 19 attentatori dell’11 Settembre fossero sauditi. Due provenivano dagli Emirati Arabi Uniti ed uno dall’Egitto: esattamente quei paesi che hanno fatto fronte comune contro il Qatar. L’ultimo era libanese.

 

Nessun paese ha contribuito più dell’Arabia Saudita nel sostenere l’estremismo islamico. L’ideologia salafita e la sua derivazione wahabita, sulla quale dal XVIII secolo si regge quel patto di sopravvivenza della monarchia saudita, è un compendio di radicalismo e intolleranza.

 

Incita alla violenza, combatte la libertà ed è apertamente ostile all’Occidente e alla democrazia. I manuali e i libri di testo che l’Arabia Saudita andava distribuendo per il mondo islamico erano spesso talmente radicali da essere adottati dalle scuole dell’Isis.

 

Non parliamo poi dei finanziamenti a gruppi o persone quali Sheik Abdullah el-Feysal, che chiedeva lo sterminio degli infedeli o Muhammad al-Arif, il quale sosteneva che “senza jihad i musulmani non hanno vita”. Che dire inoltre delle vaste somme versate a scuole, fondazioni, reti televisive, centri di addestramento per imam, non solo nella regione ma in tutto il mondo islamico, che tanto hanno contribuito ad alimentare le fiamme del radicalismo più acceso.

 

E’ vero che il Qatar aveva offerto il proprio sostegno ai Fratelli Musulmani e a Hamas. Ha però poi sottoscritto un accordo con Washington impegnandosi ad espellere o arrestare quelli che gli Stati Uniti consideravano sostenitori del terrorismo e di cessare gli aiuti a quei gruppi da loro visti come un pericolo per la stabilità della regione. Oggi è a Doha che si svolgono le trattative tra Stati Uniti e Talebani per risolvere la questione afghana.

 

L’ intento dell’Arabia Saudita: Il vero intento dei sauditi e dei loro alleati nel decretare il blocco è di fatto motivato dalla volontà di piegare il Qatar alle loro intenzioni e di ridurlo ad uno stato di vassallaggio.

 

Tra le loro richieste, quella di chiudere il canale televisivo di al-Jazeera, di limitare la loro cooperazione con Tehran, chiudere la base militare turca che ospita sul suo territorio e troncare i legami con i Fratelli Musulmani. In poche parole, per risentimento all’indipendenza del suo agire sulla scena internazionale, gli si chiede di rinunciare alla sua sovranità.

 

Vorrei ricordare come al-Jazeera divenne la più importante fonte di notizie sulla Primavera Araba per quei milioni di persone che vivevano nella regione. Il Qatar vedeva questo fenomeno con favore e ciò fece infuriare quelle monarchie conservatrici che la volevano silenziare per soffocare una voce che avrebbe potuto influenzare i cittadini a dubitare dei loro sovrani.

 

La settimana scorsa è stato organizzato a Doha un premio per la moda e tra i vari ospiti provenienti da tutto il mondo si sono visti la principessa Diane Von Furstenberg, la modella Naomi Campbell, Pierpaolo Piccioli e Carla Bruni con il marito Nicolas Sarkozy.

 

Il giorno prima era stato indetto un ricevimento nel nuovissimo Museo Nazionale del Qatar. Tra i presenti, volati appositamente per l’evento, Johnny Depp, Jeff Koons e José Mourinho. Per arricchirne le collezioni, la casa reale ha stanziato per acquisti di opere d’arte un miliardo di dollari l’anno.

 

Sarebbe utile sapere che il Paese investe all’estero in molti campi, tra i quali lo sport, la finanza, il lusso, le auto e l’arte. Possiede tra l’altro la casa di moda Valentino e quella di Balmain. I suoi possedimenti immobiliari a Londra sono superiori a quelli della corona inglese.

 

Tutti questi eventi mostrano un paese alla ricerca di una sua propria identità e di una posizione che lo distingua dai vicini. Per riuscirvi, i suoi strumenti non sono certo quelli dell’Islam radicale e del complotto, ma piuttosto la cultura, la moda, il settore alberghiero, gli aeroporti, lo sport, la salute, l’architettura, la tecnologia ed il progresso sociale.

 

Dal punto di vista dei rapporti internazionali, il Qatar si è ultimamente avvicinato molto a Washington sperando così di sfuggire alla morsa di vicini spesso ingombranti.

 

Con questo, spero essere riuscito a farvi capire la parzialità di quell’articolo e chi potrebbe esservi dietro. Si tratta di un perfetto esempio dell’attuale tendenza a falsificare le notizie e va inserito nel contesto di un più vasto conflitto regionale che vede protagonisti l’Iran e l’Arabia Saudita, alimentato in parte dalle ambizioni del giovane principe ereditario Mohammed bin Salman. Forse si tratta anche di distrarre lo sguardo dal brutale omicidio in Turchia del giornalista Jamal Khashoggi.

 

La Turchia: Per liberarvi, concluderò adesso parlandovi della Turchia e ricordando come per posizione geografica e per storia costituisca un ponte tra Oriente ed Occidente.

 

Si tratta di un paese importante, dal notevole passato. La sua superficie è di 785.000 kmq, conta ottanta milioni di abitanti, il suo Pil corrisponde ad 863 miliardi di dollari e l’età media è di 31 anni. Il tasso di alfabetizzazione degli adulti sfiora il 96% ed il 98% della popolazione è di religione islamica. L’Islam turco è di tradizione Sufi, in origine movimento filosofico e letterario che sottolinea la comunione personale con Dio. E’dunque più ecumenico e non conosce l’intransigenza di quello salafita e wahabita. Questa fede e le tradizioni di un tempo si sono conservate soprattutto nella Turchia interna.

 

La popolazione è composta dal 20% di Curdi e per un altro 15% dagli Alevi, setta islamica di stampo sciita vista nel Paese come sorta di quinta colonna dell’Iran. Queste due comunità sono tutt’ora viste con ostilità e spesso perseguitate.

 

A seguito della caduta dell’Impero Ottomano, Mustafa Kemal, oggi noto come Ataturk, decise fosse impellente per la Turchia modernizzarsi e trasformarsi in nazione. Girate le spalle al passato imperiale, volse lo sguardo verso l’Europa e la sua civiltà. Al conte Sforza, che all’epoca si trovava a Istanbul, mandò a dire che non voleva più sentir parlare di Arabi e che la dominazione turca su di essi fu una delle cause della rovina dell’Impero.

 

Abolì il Califfato ed i Tribunali islamici e dichiarò la religione appartenere alla sfera personale e non a quella politica e giuridica. Scartò l’alfabeto arabo ed ordinò di abbandonare il modo tradizionale di vestirsi. Tutto questo riformare non andò giù ai credenti, che sentivano minacciata l’identità turca del paese, ne alterava la visione del futuro e faceva loro pensare di non essere quasi più a casa propria.

 

Questi cambiamenti imposti dall’alto non riuscirono a cancellare le radici islamiche del Paese e neppure il suo passato imperiale.

 

All’epoca della guerra fredda Ankara si era decisamente schierata con la Nato, alla quale forniva, dopo quella americana, la seconda forza militare oltre ad un certo numero di basi. Paese di frontiera, svolse un ruolo importante nella difesa della regione e dell’Occidente e contribuì in modo efficace a contenere l’Unione Sovietica.

 

Vorrei ricordare che in passato la Russia è stata il nemico storico dei turchi che minacciava sia ad oriente che nell’area del Mar Nero. Tra questi due paesi sono state combattute ben tredici guerre che alla fine sono risultate disastrose per l’Impero Ottomano.

 

I rapporti che i sovietici intrattenevano con i Curdi preoccupavano non poco Ankara. Ad allarmarla ulteriormente si aggiungeva l’amicizia di Mosca con i suoi vicini siriani ed iracheni: da qui, lo sviluppo di eccellenti rapporti con Israele.

 

A seguito della dissoluzione dell’impero sovietico, si ebbe un graduale sviluppo economico e sociale senza precedenti che rafforzò il desiderio di entrare a far parte dell’Unione Europea. Questi cambiamenti avrebbero aperto nel tempo un dibattito sulla direzione della politica estera.

 

Le riforme kemaliste erano state protette dalle forze armate che si consideravano custodi di quell’eredità ed erano perciò sempre pronte ad intervenire per difenderla.

 

Con l’avvento del partito AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), nel quale era preponderante la componente islamica e conservatrice, e la successiva vittoria di Erdogan per tre mandati consecutivi dal 2003 al 2014 i militari persero il loro ruolo preponderante e furono costretti all’opposizione, cosa che gradualmente ne indebolì il potere sulla scena interna.

 

Di conseguenza, il paese iniziò a guardare con maggior interesse ai rapporti con il vicino mondo arabo e a volgere lo sguardo verso l’area balcanica e l’Asia centrale, zone che in passato facevano parte dell’Impero Ottomano.

 

I paesi vicini non accettarono di buon grado questo cambiamento del corso politico, non solo per via della differenza etnica tra arabi e turchi, ma anche per l’appoggio che questi ultimi offrivano ai Fratelli Musulmani.

 

Vi è da aggiungere che la Turchia non vedeva di buon occhio i gruppi salafiti e soprattutto quei wahabiti vicini alla monarchia saudita che ambiva alla leadership del mondo islamico, anche per via del suo ruolo di custode dei luoghi sacri. Ostile all’estendersi dell’influenza saudita nella regione, la Turchia ha offerto il suo appoggio al Qatar e vi mantiene un piccolo contingente militare. Ha inoltre rifiutato di partecipare al conflitto nello Yemen.

 

Questa contrapposizione ha avuto come effetto quello di indebolire il blocco sunnita in lotta contro gli sciiti dell’Iran.

 

Gli eventi che seguirono l’11 Settembre e le conseguenze della Primavera Araba presto sconvolsero questo progetto. Nel 2003 il presidente Bush ordinò l’invasione dell’Iraq, che portò alla cattura e successivamente alla condanna a morte di Saddam Hussein, grande avversario dell’Iran. A seguito poi della Primavera Araba del 2011, la Siria cadde preda di un feroce conflitto civile ed il presidente Assad fece ricorso all’aiuto della Repubblica Islamica.

 

Di conseguenza, la Siria e l’Iraq iniziarono a guardare più a Tehran che alla Turchia. Questo accese una competizione con l’Iran e contribuì ad avvicinare Ankara ad Israele e all’Arabia Saudita.

 

A seguito delle rivolte arabe, l’assenza dell’Europa e le incertezze di Washington incoraggiarono l’invio di contingenti russi in Siria e Mosca si trovò così anch’essa coinvolta in questa partita. Costretta a barcamenarsi tra un Iran alleato del regime di Assad ed una Turchia che gli era ostile, inaugurò quello che prese il nome di processo di Astana, nel quale si doveva discutere del futuro della Siria. Con questo riuscì a tenere a bada i due rivali.

 

Inutile dire che Putin iniziò a sfruttare questa situazione per affermare la sua presenza in Medio Oriente e mostrare al mondo che la Russia era ancora una grande potenza.

 

Ulteriore problema è quello dell’ostilità di Israele alla presenza iraniana in Siria. Per evitare complicazioni ed un eventuale scontro tra questi due paesi, Mosca si trovò a dover tener conto di quelli che sono gli interessi di Gerusalemme. Questo le rese più difficili i rapporti con Tehran, cosa che non dispiacque certo ad Ankara.

 

I suoi attuali rapporti con Israele, oggi meno buoni, sono dettati dal fatto che Erdogan cerca di spostare l’opinione pubblica araba a suo favore, minando l’influenza dell’Arabia Saudita. Quest’ultima, per timore dell’espansionismo di Tehran e per ostilità verso Hamas, costola locale della Fratellanza e sostenuta dall’Iran, si è da poco riavvicinata a Gerusalemme.

 

L’Iran in tutto questo non voleva perdere l’occasione di crearsi un ponte attraverso l’Iraq e la Siria che portasse via il Libano al Mediterraneo orientale. E’ anche bene ricordare che la Siria è stato il solo paese della regione a schierarsi con Tehran all’epoca del conflitto con l’Iraq. Questa alleanza è dunque un’alleanza organica.

 

Come già detto, oggi la vera contrapposizione è quella tra Iran e Arabia Saudita.

 

Anche se questi eventi, ai quali va ad aggiungersi il colpo di Stato nel Luglio del 2016 e le conseguenti critiche per violazione dei diritti umani, hanno allontanato la Turchia dall’Europa e dagli Stati Uniti, sia per motivi interni che di politica economica ad Ankara non conviene rompere con loro. I turchi, anche per via della questione dei migranti, restano un partner indispensabile per gli europei, cosa che dà loro anche una maggiore libertà di manovra con Mosca.

 

Così facendo, Erdogan evita allo stesso tempo una frattura tra il suo partito ed i kemalisti che dominano ad Istanbul e Smirne e che continuano a guardare all’Europa. Seguendo questa strada il Presidente eviterà una frattura interna tra europeisti ed islamisti.

 

Memore del trauma subìto a seguito del trattato di Sèvres, che ha amputato l’Impero Ottomano di molti dei suoi territori, l’attuale preoccupazione di Ankara è quella del costituirsi di un’area autonoma curda alle frontiere meridionali.

 

In questo momento la Turchia sta vivendo un’epoca di risveglio dinamico ed è sempre più consapevole della propria identità e dei propri interessi. Anni di sviluppo economico hanno profondamente trasformato la sua società. Si è anche assistito ad un ridimensionamento del potere politico dei militari.

 

Il paese è in un periodo di transizione dagli sviluppi in gran parte imprevedibili. Cerca di affermare nella regione una sua sfera di influenza etnica, politica, religiosa e culturale ma manca purtroppo di sufficienti risorse economiche per sviluppare un progetto di questa portata. Pone perciò l’accento sul commercio ed i suoi legami culturali e religiosi.

 

La Turchia resterà un ponte tra Oriente ed Occidente e non romperà né con l’uno né con l’altro. Si dimostrerà però più indipendente dagli Stati Uniti e dall’Europa e cercherà di rafforzare i suoi legami con Russia e Cina.

 

I risultati delle recenti elezioni municipali, che hanno visto i grandi centri di Ankara, Istanbul, Smirne, Antalya e Adana sfuggire al controllo del partito di Erdogan, non sono che una tappa in questo lungo percorso di ridefinizione.

 

Spero con quest’ultima parte di essere riuscito a dare un’ulteriore prova della assoluta implausibilità dell’articolo apparso su Il Tempo dal quale siamo partiti. Si tratta con tutta evidenza di uno di quei molti tentativi di alterare la verità e condizionare le notizie così attualmente in voga, ma non perciò meno dannosi.

 

Dato che si è iniziato con l’Iran, offrirò in conclusione un paio di righe. Nel primo governo Rohani vi erano più ministri laureati in università americane di quel che ve ne fossero nell’amministrazione Obama. In quanto a quella generazione di religiosi che ha partecipato alla rivoluzione, una volta uscita di scena non vi saranno più i numeri per sostituirla. Il futuro di questo Paese resta incerto, ma indietro non tornerà più ed il nazionalismo vi è più forte della religione.

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