Le singolari dichiarazioni dell'On. Tajani riguardo il Fascismo

Circa un paio di anni fa mi era capitato di incrociare Tajani nel corso di una conferenza di Politica Estera svolatasi al Centro Studi Americani. Di tutti gli oratori presenti in sala, l'avevo trovato il più scialbo e meno interessante.

 

Non a caso, finita la conferenza, mi sono presentato agli altri e ho discusso con loro in forma privata alcuni dei temi che avevano sviluppato. All'Onorevole Tajani non avevo nulla da chiedere, tanto mi erano sembrate banali le sue affermazioni.

 

Ora che da esponente di spicco di Forza Italia è salito ai vertici del Parlamento Europeo, ha deciso di improvvisarsi storico competente. In una recente disamina, ecco come si è prodigato sul ventennio fascista.

 

Queste le sue parole, rilasciate nel corso di un'intervista radiofonica.

 

«Mussolini? Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, poi le bonifiche. Da un punto di vista di fatti concreti realizzati, non si può dire che non abbia realizzato nulla»

 

«Poi si può non condividere il suo metodo. Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale».

 

«Quando uno dà un giudizio storico deve essere obiettivo. Poi, non condivido le leggi razziali che sono folli. La dichiarazione di guerra è stata un suicidio».

 

«Certamente sì, certamente non era un campione della democrazia. Alcune cose sono state fatte, bisogna sempre dire la verità. Non bisogna essere faziosi nel giudizio. Complessivamente non giudico positiva la sua azione di governo, però alcune cose sono state fatte. Le cose sbagliate sono gravissime: Matteotti, leggi razziali, guerra. Sono tutte cose inaccettabili».

 

Alle critiche del capogruppo dei Socialisti e Democratici dell'Europarlamento ha così risposto.

 

«Si vergogni chi strumentalizza le mie parole sul fascismo! Sono da sempre un antifascista convinto. Non permetto a nessuno di insinuare il contrario. La dittatura fascista, le sue leggi razziali, i morti che ha causato sono la pagina più buia della storia italiana ed europea».

 

A parte il fatto che nessuno sta strumentalizzando le sue parole, ho memoria di tempi passati, quando il nostro gravitava negli ambienti di estrema destra ed era membro dell'Unione Monarchica Italiana, fondata nel 1944 all'epoca del neo-fascismo di Brindisi.

 

Esponenti dell'Unione confluirono più tardi nel Movimento Sociale Italiano, partito di indubbia matrice fascista. Tajani lavorò per il periodico “il Settimanale”, noto per le sue spiccate tendenze di destra. Passò poi nella redazione romana de “Il Giornale”, ambiente permeato da radicate simpatie missine. A quell'epoca avvenne lo scontro fisico con il sen. Pazzaglia, accusato dal nostro di essere passato alla “destra di palazzo”.

 

In tempi più recenti, il nostro si è dato anima e corpo a Berlusconi, riducendosi al rango di servitore del Cavaliere. Quest'ultimo, in una stagione per lui migliore, si era a sua volta distinto esprimendo il seguente pensiero: “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino”: cos'altro aspettarsi se questo è il maestro?

 

A questo punto riterrei doveroso fare alcune considerazioni sul fascismo, che potrebbe descriversi non tanto come ideologia, quanto come trasposizione del principio della violenza nel campo della politica.

 

Prima di iniziare, è per tagliare una volta per tutte le affermazioni sui grandi meriti di Mussolini riguardo strade e infrastrutture, vorrei ricordare la celebre frase di Salvator de Madriaga: “ asfaltar non es gobernar”.

 

In quanto al resto, per il Duce il Fascismo si imponeva “su tutto l’insieme delle ideologie democratiche e le respinge”. Negava che “il numero fosse in grado di governare” e affermava “l’ineguaglianza degli uomini”. Lo Stato era l’assoluto di fronte al quale l’individuo poco contava: “Lo Stato fascista è una volontà di potenza e di dominio”. “Se ogni secolo ha la sua dottrina, mille indizi mostrano che quella del secolo attuale è il Fascismo”.

 

Comandare era per lui lo scopo dell’esistenza e alle idee preferiva di gran lunga il potere: tutto era azione e questa veniva prima della teoria. Vi era nell’uomo molto del guitto. Governò con la corruzione e fece precipitare l’Italia in un’orgia di sanguinose brutalità che trasformarono il Paese in una prigione e poi in una rovina a seguito della guerra.

 

Questa è la risposta che vorrei dare a chi la pensa come l’attuale presidente del Parlamento Europeo e l’odierno capo di Forza Italia, che ha presentato in tutta Italia la sua candidatura alle elezioni europee del 26 Maggio. Non è certo mia intenzione scrivere un’opera sul Fascismo, ma mettere alcune cose in chiaro.

 

Origini del Fascismo: Il Fascismo nasce a Milano il 23 Marzo 1919. All’inizio si tratta di un movimento demagogico e rivoluzionario che passerà presto al servizio degli industriali. Questi intendevano opporsi all’azione di governi intenzionati ad instaurare inchieste sugli illeciti guadagni di guerra.

 

In Europa, a seguito del crollo dell’Impero Tedesco e della scomparsa di quello asburgico, i primi anni che seguirono la guerra furono attraversati da una serie di conflitti sociali, politici, economici e rivoluzionari di grande violenza e ispirati in parte dagli avvenimenti che sconvolsero la Russia.

 

In Italia la crisi fu grave e resa ancora più aspra da problemi quali la smobilitazione, la fine degli aiuti alleati e le difficoltà di riconversione dell’industria. Tra molti, la parola d’ordine divenne: fare come in Russia. Non a caso si parlò di “biennio rosso”. Questo si svolse tra il Settembre del 1918 e la fine del 1920.

 

Nacquero così e si moltiplicarono i consigli operai, che nel Nord industrializzato portarono a scioperi massicci e alle occupazioni delle fabbriche. Particolarmente cruenti furono quelle di Torino e di Milano, ove gli operai si muovevano al grido di “Viva i Soviet!” e “Viva la rivoluzione!”. A ciò si aggiunsero anche moti contro il carovita.

 

Nelle campagne del Meridione i contadini iniziarono ad agitarsi per richiedere l’occupazione delle terre non coltivate. Nel Nord invece, soprattutto tra Bologna e Ferrara, i braccianti agricoli presero a scioperare, reclamando a gran voce salari migliori e rinnovo dei contratti. Queste agitazioni nelle campagne padane, che si svolsero in un quadro di rivoluzione socialista, apriranno poi la via al fascismo agrario.

 

L’azione di Giolitti: Subentrato a Nitti, Giolitti era riuscito a riportare nell’alveo quei tumulti che avevano agitato il Paese e suscitato molta paura, soprattutto tra le classi medie. Mentre gli industriali affermavano di voler combattere un pericolo comunista che di fatto non esisteva più, l’anziano statista piemontese decise saggiamente di non fare ricorso all’uso della forza: da parte di molti l’errore era stato pensare che la rivoluzione russa fosse un esempio che tutti potevano seguire. Non era così.

 

Scaltro e realista qual’era, Giolitti si era reso conto che né gli operai, né i sindacati e ancor meno i socialisti avevano i mezzi e la strategia per far la rivoluzione. Gradualmente le agitazioni rientrarono e gli fu così possibile condurre le parti al dialogo. Verso la fine di Settembre del 1920 iniziò lo sgombero delle fabbriche occupate e lentamente si andò esaurendo anche l’ondata rossa. Sulla paura di questi eventi ne sarebbe presto nata una nuova: quella nera.

 

Chi vide chiaro fu Enrico Malatesta, uomo dagli accesi istinti rivoluzionari. Rientrato in Italia nel Dicembre del 1919, egli fu il solo a prevedere l’avvento del fascismo.

 

Queste le sue parole: “Se lasciamo passare questo momento favorevole, dovremo pagare un giorno con lacrime e sangue la paura che incutiamo oggi alla borghesia”. Paradossalmente è proprio quando stava cessando il pericolo rivoluzionario che si fa rapidissimo lo sviluppo del movimento fascista.

 

Giolitti, che nel suo intimo trovava il Fascismo e tutto il suo contorno di retorica a dir poco ridicolo, se ne volle servire come contrappeso ai socialisti e al nuovo Partito Popolare. Egli pensava che una volta entrato in Parlamento il Fascismo si sarebbe trasformato in qualcosa di più presentabile: le candidature fasciste sarebbero state simili a dei fuochi d’artificio, avrebbero fatto molto rumore ma non ne sarebbe restato che del fumo.

 

Nel Maggio del 1921 egli aiutò i fascisti ad entrare alla Camera. Così facendo sperava di spezzarne lo slancio con la fiducia che le cose avrebbero presto ripreso il loro ritmo normale. Aveva in mente il modo col quale aveva affrontato le agitazioni operaie del 1904 e pensava di poter superare le difficoltà come in passato. Pensava inoltre di poter incanalare ed assorbire il fascismo per servirsene contro i socialisti e, se ne necessario, anche contro i popolari.

 

Giolitti non immaginava che avrebbe fatto nascere un pericolo nuovo e dei più insidiosi. Da vecchio liberale piemontese, pensava che una volta salito al potere il Fascismo si sarebbe potuto ricondurre alla legalità. In Parlamento tutti gli interessi avrebbero finito col comporsi per via degli indispensabili compromessi necessari a far funzionare il sistema. Fu il suo grande errore.

 

Egli giudicò il fascismo secondo criteri del passato. Non capì cosa aveva di fronte: non si trattava di una forza politica vecchio stile ma di pura brama e volontà di potere. Suo fine era occupare un posto di primo piano nella vita della nazione. A Mussolini della legalità, del Parlamento e di tutti i bei ideali liberali importava ben poco, così come altrettanto poco si curava della normale tattica parlamentare. Il fascismo era una novità che non poteva essere assorbita dal sistema politico liberale.

 

Alle elezioni del Maggio 1921 i deputati fascisti erano 35 su di un totale di 535.

 

L’ascesa di Mussolini: I quattro milioni di soldati tornati a casa dopo lunghi anni di guerra sentivano vivo il desiderio di diventare un elemento attivo della vita nazionale. Di loro, alcuni si diressero verso il Partito Popolare, altri optarono per quello socialista. Altri, che ancora avevano in mente i sacrifici e le sofferenze delle lunghe giornate passate in trincea, volsero lo sguardo verso una nuova forza che dava loro l’impressione di poter svolgere una vera azione di rinnovamento: quella fascista.

 

Ad emergere alla fine fu Benito Mussolini, demagogo di scarsa intelligenza e del tutto privo di coscienza morale. Non passò molto tempo che ai migliori del gruppo non restò che esprimere disgusto a seguito della fusione con le forze del nazionalismo, movimento politico imbevuto delle idee di Maurras.

 

Autodidatta, un po’ timido e pretenzioso, Mussolini era incantato dalle profezie e dai paradossi. I princìpi non lo preoccupavano e, come scrisse più tardi, in lui tutto era “bisogno di azione e fu azione”. Ciò che più lo spaventava era che qualcuno potesse scoprire la profondità della sua ignoranza. Malato di protagonismo, egli odiava D’Annunzio, che vedeva come una primadonna in grado di adombrarlo.

 

A finanziare questo movimento, all’inizio fenomeno essenzialmente cittadino, furono alcuni grandi industriali del tutto contrari a Giolitti e alla politica estera del suo gabinetto. Ancora più reazionari si mostrarono in seguito i possidenti agrari, che nelle campagne svolgeranno presto deprecabili azioni di violenza: si trattò di una vera e propria reazione agraria da parte di proprietari che volevano spezzare la resistenza dei braccianti. Così come gli industriali erano contrari all’idea del controllo operaio sulle fabbriche, essi non intendevano sentir parlare di terra ai contadini.

 

Per comprendere il fenomeno fascista è anche indispensabile guardare alla mentalità e al ruolo della piccola e media borghesia. Questa parte della società prediligeva l’ordine e la tranquillità e covava in seno un forte malcontento. Voleva vedere la patria rispettata e degna di un certo prestigio nel mondo e non un Paese scosso da avvenimenti che temeva destinati a concludersi nel disordine di una rivoluzione.

 

Quello che invece si presentava ai suoi occhi erano un Giolitti e uno Stato che non intervenivano per porre fine ai disordini. Questo atteggiamento venne scambiato per debolezza e fu così che il Fascismo trovò i suoi seguaci anche nella borghesia.

 

Il Fascismo fu un fenomeno complesso e non pochi vi aderirono anche per semplice desiderio di azione, di avventura e voglia di farsi strada. Mussolini riuscì ad intuire che di fatto una minaccia rivoluzionaria non esisteva più.

 

Nel 1921 scrisse sul Popolo d’Italia che pensare che ancora vi fosse un pericolo rosso era l’equivalente di prendere le proprie paure per realtà. Giunse poco dopo persino a protestare contro il Fascismo, che descriveva come “tirannico e troppo asservito a interessi privati”.

 

Così esprimendosi, egli rese chiaro il fatto di appartenere alla schiera dei capi che seguono e non precedono. Il partito gli venne imposto dagli squadristi, ma non come partito di matrice parlamentare, bensì come partito armato. Egli si rivelò dunque un’opportunista, pronto a cogliere l’occasione migliore a seconda degli uomini e delle circostanze. Fu la marcia su Roma a mettere l’Italia nelle sue mani inette. Anche questa gli fu imposta.

 

Nel Novembre del 1921 al Congresso di Roma il Fascismo da movimento divenne partito. Non solo, si dette anche un’organizzazione militare istituita poi il 13 Gennaio del 1923. Questa milizia sarà la vera base del potere di Mussolini, oltre che una novità. Fino a quel momento infatti le dittature si servivano dell’esercito regolare: ora invece avevano una propria organizzazione militare che esisteva accanto a quella delle forze armate.

 

L’episodio di Sarzana: Di che pasta fosse fatto il Fascismo ce lo dice un episodio avvenuto nel Luglio del 1921. Una spedizione di 500 fascisti in armi fece rumoroso ingresso nel centro di Sarzana. Lo scopo della spedizione era imporre la liberazione di dieci dei loro arrestati a seguito di sanguinose violenze in Lunigiana.

 

A capo della banda era quell’Amerigo Dumini che tre anni dopo si sarebbe reso colpevole dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. A fronteggiare la masnada era un capitano dei Carabinieri di nome Guido Jurgens. Aveva con sé tre fanti e otto dei suoi.

 

Di fronte alle grida e alle minacce delle Camicie Nere egli rispose ordinando di fissare le baionette ai fucili. Da parte degli squadristi partì un colpo di rivoltella. Il capitano, per nulla intimorito, ordinò di sparare. Caddero un paio di fascisti e ne seguì immediatamente un fuggi fuggi generale: di fronte alla volontà di resistere di undici uomini, cinquecento fascisti armati se la diedero a gambe levate.

 

Appena si sparse la voce dell’accaduto, gruppi di contadini armati uscirono dalle loro case per dar la caccia ai fascisti in fuga. Ne ferirono molte decine ed una dozzina di questi finì affogata nei fossi o impiccata ai pioppi.

 

Il capitano Jurgens fu costretto ad intervenire nuovamente, questa volta però per venire in soccorso ai fascisti.

 

Spaventatissimo, Mussolini si rivolse a Ivanoe Bonomi e al Presidente della Camera De Nicola. Chiese un patto di conciliazione, che fu sottoscritto il secondo giorno del mese di Agosto. Informati della cosa, Dino Grandi ed altri ras del Fascismo al soldo dei grandi proprietari padani, lo contestarono violentemente. Mussolini fece un voltafaccia, si unì ai violenti e lanciò la sua sfida al governo. Per mancanza di consensi sufficienti questo cadde il 16 Febbraio del 1922.

 

La Marcia su Roma: Ne seguì una crisi lunghissima, che servì a mostrare che il Parlamento ormai aveva smesso di funzionare. In questo clima nacque il governo Facta, che per debolezza e codardia mostrò verso i fascisti la massima indulgenza.

 

In molte città tutti i violenti e i facinorosi del Fascismo vennero assolti e portati in trionfo, persino se accusati di omicidio. Seguirono dieci mesi difficili e non privi di complicazioni.

 

Va ricordato che Facta era stato scelto apposta per aprire la strada alla formazione di un nuovo ministero Giolitti. La notte del 27 Ottobre 1922, quando fu organizzata la Marcia su Roma, il governo, benché dimissionario, si era riunito per proclamare lo stato di assedio. Facta si recò dal Re per la firma del decreto: fu l’incontro tra due paure e non ne seguì firma alcuna.

 

Da quella volpe che era, Giolitti capì che Facta stava mandando in malora il Paese. Egli riteneva occorresse un esecutivo di grande autorità e voleva con sé quasi tutti i primi ministri di un tempo: De Nicola, Orlando, Luzzatti, Bonomi, Tittoni e Nitti. Ma chi per un motivo, chi per un altro, tutti declinarono l’invito e l’idea fu abbandonata. Forse il suo desiderio più intimo era quello di trascorrere in tranquillità la vecchiaia nella casa di Grinzane.

 

Il 28 ottobre, circa 25.000 camicie nere mossero verso la capitale rivendicando dal sovrano la guida politica del Regno e minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza.

 

Appena appresa la notizia, i deputati fascisti, che la notte precedente avevano trovato rifugio e nascosto le loro camicie nere all’interno di palazzo Montecitorio, ne uscirono urlanti con queste addosso e si riversarono per strada.

 

Mussolini, che nel corso della crisi era rimasto prudentemente a Milano perché non distante dal confine svizzero, giunse a Roma in vagone letto. Fu così che salì al potere e presto esplose quella gran menzogna dalla quale il Paese uscì in rovina.

 

Verso la dittatura: Dato che si era in Italia, non vi fu molto da aspettare ed ecco che ai fascisti si unirono poi ogni sorta di vili e di profittatori. Molti piuttosto che agire preferirono chiudere gli occhi. Mussolini aveva vinto ma non certo per merito suo: furono i dissensi e le divisioni che impedirono ai partiti più forti di unirsi per formare un nuovo governo.

 

Egli potè anche vantare forti simpatie presso la Casa reale. La Regina Madre Margherita di Savoia si era apertamente schierata in suo favore. Dalla sua parte anche il Duca d’Aosta.

 

Nel primo periodo, Mussolini accettò la collaborazione dei liberali e dei popolari, mentre in tutto il paese proseguivano le violenze contro chiunque non si fosse mostrato simpatizzante del Fascismo. Dalla Camera egli ottenne la fiducia per il suo governo e i pieni poteri. Si trattava del primo passo verso l’asservimento della stessa.

 

Il 18 Novembre del 1923 fu varata una nuova legge elettorale che soffocò ogni pretesa di libertà. Con questo strumento, che attribuì alla lista vincente i due terzi dei seggi alla Camera, Mussolini si era assicurato la permanenza al potere e la fine delle elezioni libere.

 

Con la successiva legge del 1928 non vi sarà che una lista unica che doveva passare al vaglio del Gran Consiglio del Fascismo prima di essere sottoposta all’elettorato per l’approvazione. In questo modo il Paese uscì dal sistema costituzionale per entrare in piena dittatura.

 

Il delitto Matteotti: Inebriati da questo trionfo, non certo figlio delle loro abilità o della loro forza, ma soprattutto del tradimento del Re, i nuovi padroni non persero tempo per andare all’incasso. Nei comuni si impadronirono di tutto e nelle provincie i prefetti divennero presto loro servi. Per restare alla testa di un partito di violenti, Mussolini scelse la violenza. Passò in seguito all’oppressione sanguinosa dei suoi avversari.

 

Le elezioni del 6 Aprile 1924 furono una farsa e non mancarono testimonianze di intimidazioni, pressioni e bastonate. In molti luoghi si dileguarono persino i Carabinieri e le Forze dell’ordine. Così si chiusero le illusioni di poter scendere a patti con il Fascismo e si aprirà una crisi che investì persino molti fascisti: questo governo doveva servire a mantenere l’ordine come aveva promesso oppure aveva come scopo creare il disordine?

 

Questo periodo si concluse con l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. La sera del 30 Maggio 1924 aveva pronunciato alla Camera un coraggioso discorso. “Adesso potete preparare la mia orazione funebre”, confidò poco dopo ad alcuni amici.

 

Trascorsi dieci giorni, egli fu rapito e poi assassinato da una banda di cinque fascisti. Il suo corpo fu scoperto dopo qualche tempo sulla via Flaminia, in una boscaglia a poca distanza da Roma.

 

L’emozione fu grande e così l’indignazione. In un’Europa civile, per un governo sbarazzarsi dei propri critici con un omicidio non era cosa alla quale si era abituati. In quel momento sarebbe stato possibile abbattere Mussolini ma, chi fidandosi del Re, chi della magistratura, nulla fu tentato. Quando al sovrano vennero presentate le agghiaccianti prove della responsabilità del Duce, pallido in volto egli balbettò: “Non sono giudice, io. Non sono competente”. Fu in questo modo che il Re si rese complice di questo delitto.

 

Con frasi untuose, il Senato espresse biasimo per l’accaduto; Federzoni ottenne la nomina agli Interni e alla milizia fascista fu chiesto di giurare fedeltà alla corona. Chi volle denunciare le responsabilità di Mussolini subì intimidazioni e quest’ultimo venne messo di fronte al fatto di essere colpevole come mai nessuno, o incompetente come mai si era visto prima.

 

Nello stesso mese di Giugno, Mussolini aveva deciso di punire Piero Gobetti. In un telegramma al prefetto di Torino scrisse che doveva “rendere nuovamente difficile la vita di questo insulso oppositore di governo e fascismo”. Gobetti fu aggredito, percosso, la sua abitazione perquisita e le sue carte sequestrate. Egli era un fiero oppositore del fascismo e subito dopo la morte di Matteotti ne redasse un profilo. Subì poi un ulteriore pestaggio che contribuì a minarne la salute. Partito per Parigi, vi muore in ospedale il 15 Febbraio del 1926.

 

Il 27 Giugno i deputati dell’opposizione decisero di non sedersi più in Parlamento fino a che non si fosse restaurata l’autorità della legge e abolita la milizia di partito. La grande stampa, dal canto suo, iniziò una campagna contro il Fascismo.

 

Il 28 Dicembre il quotidiano Il Mondo pubblicò un memorandum di Cesare Rossi, all’epoca il più intimo collaboratore di Mussolini: conteneva le prove che l’istigatore di tutti i delitti compiuti dai fascisti era il Duce in persona. I capi provinciali del Fascismo risposero con estrema violenza e passarono al contrattacco.

 

Preso tra la paura della stampa ed il timore dei suoi che gli facevano sapere che se voleva andare a picco, loro certamente non intendevano farlo, egli dichiarò che entro 48 ore avrebbe pienamente chiarito la situazione. Incerto della sua forza intellettuale come ministro, Mussolini capì che solo con la violenza avrebbe potuto cavarsela e che per farla franca doveva essere spietata e sanguinaria. Sarà il trionfo della forza sull’opinione pubblica.

 

Il 3 Gennaio dell’anno successivo Mussolini pronunciò alla Camera il discorso che segnerà l’inizio della dittatura. Eccone un brano: “Ebbene, io dichiaro qui al cospetto di quest’assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano che assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto”. Fu così che tutto il potere passò in mano ai fascisti.

 

Ulteriori delitti e l’attentato a Mussolini: Il Duce ordinò subito la chiusura del Parlamento e diede inizio in tutto il Paese ad una nuova ondata di crimini e di violenze. Tra i tanti, vanno ricordati l’agguato a Giovanni Amendola, preso a bastonate a Montecatini nel Luglio del 1925 e morto in seguito alle percosse ricevute.

 

Poco dopo furono assassinati a Firenze vari oppositori, tra i quali il mutilato di guerra Gaetano Pilati, ucciso nel suo letto ove giaceva malato. Ebbe il tempo di dire: “Gli Austriaci mi avevano lasciato la vita. Sono degli italiani che mi ammazzano”.

 

Il 31 Ottobre del 1926 vi fu un attentato a Bologna contro Mussolini ad opera di un poveretto di sedici anni che non lo aveva mai visto. Gli eventi che seguirono indussero molti a pensare che questa azione fosse stata organizzata dallo stesso Duce. Come per miracolo, già pronti e confezionati apparvero infatti una serie di decreti che tolsero al Paese quel poco di libertà che vi rimaneva.

 

Quella stessa notte venne appiccato il fuoco alla villa al mare del senatore Sforza. Alla stessa ora la casa napoletana di Benedetto Croce fu invasa e devastata. Anche in questo caso, con ordini precisi, Mussolini si era occupato di coprire gli aggressori.

 

Da lì alle leggi “fascistissime”, il passo fu breve. Il capo del governo cessò di essere responsabile di fronte al Parlamento e soltanto al Re veniva affidato il potere di destituirlo. Inutile dire a questo punto che il Parlamento era morto e che il partito si era fatto Stato.

 

Con la legge sulla stampa gli organi più importanti vennero trasformati: Il Corriere della Sera e La Stampa di Torino passarono direttamente in mano ai fascisti. Leggi di repressione contro la stampa dunque e leggi contro i vecchi partiti, insieme all’istituzione di un Tribunale per la difesa dello Stato per giudicare i reati politici. Quest’ultimo sarà durissimo nel reprimere il dissenso e nello schiacciare l’opinione pubblica.

 

Non era trascorso molto tempo che uomini come Rossi, Bauer, Lauro, Rendi, Vinciguerra, Fancello e molti altri furono condannati a lunghi anni di carcere. All’esilio furono costretti personaggi quali Treves, Modigliani, Salvemini, Turati, Nitti, Sturzo e Sforza. Seguì poi l’arresto di altre migliaia di cittadini, tutti con l’accusa di essere comunisti. E’ bene ricordare che all’epoca se si voleva mettere qualche disgraziato fuori legge, bastava affibbiargli l’etichetta di comunista.

 

Al confino furono spedite oltre 15.000 persone. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato emise 5.619 sentenze; le condanne furono 4.596 per un totale di 27.735 anni di carcere. Le condanne a morte 42, delle quali ne furono eseguite 31.

 

Con condanne a morte, delitti, carcere e confino, il Fascismo stava mostrando il suo vero volto. Dopo le elezioni del 1929 non vi fu più posto per un’opposizione.

 

La rassegnazione: Gli italiani andarono rassegnandosi e in molti preferirono non vedere e dimenticare. Come il fascismo andava diminuendo i funzionari dello Stato, lo stesso andava facendo coi governati, alcuni dei quali furono all’inizio frenetici antifascisti. Fu in questo modo che Mussolini andò gradualmente corrompendo il Paese.

 

L’Italia per vent’anni si trasformò in prigione per poi diventare rovine a seguito di una guerra ardentemente voluta dal Duce con tanto di complicità della corona. Mussolini non conosceva gli ostacoli che può imporre la cultura: ignorante, provinciale, aveva la presunzione di poter risolvere tutto con facilità, inclusi i problemi più spinosi e le più ardue sfide. Egli andava cadendo prigioniero di quel mito che lui stesso aveva creato attorno al suo nome e alle sue capacità.

 

Sorretto da una forza falsa e usurpata, era l’uomo che non sbagliava mai. Però mentiva sempre. Recitava e impersonatosi nella sua stessa commedia si inebriava di una finta sovranità. Alla fine della sua parabola di commediante, trascinò il Paese con sé in un naufragio morale e materiale come mai si era visto prima. Per reggersi non gli restava che abbarbicarsi al potere utilizzando le armi della frode, della violenza e della menzogna.

 

Distrusse le autonomie locali e al posto del vecchio sindaco mise un podestà, che veniva nominato dai prefetti. Soffocò l’indipendenza dei giudici, piegò ai suoi fini l’insegnamento e la stampa ed infine inebriò il Paese a forza di esposizioni, spettacoli e commemorazioni grandiose.

 

Racconterò ora la fine di un nobile e giovanissimo oppositore del regime.

 

Il volo di Lauro De Bosis: Questo giovane letterato fu tra i fondatori di un’Alleanza Nazionale, il cui scopo era quello di ricondurre il Re a rispettare il suo giuramento.

 

Nel corso di un suo viaggio all’estero ebbe la notizia dell’arresto dei suoi amici denunciati alla polizia fascista da una giovane donna che si fingeva loro amica. Furono condannati a 15 anni di reclusione.

 

A Parigi si fece assumere come guardiano notturno in un elegante albergo del centro per potersi pagare delle lezioni di volo e permettersi l’acquisto di un piccolo apparecchio con il quale volare su Roma. In un alberghetto francese il 2 Ottobre del 1931 compose “La storia della mia morte”. Si trattava degli ultimi pensieri di un giovane poeta che cercava di destare il suo paese dal lungo buio del Fascismo.

 

Arrivò sui cieli di Roma intorno alle venti del 31 Ottobre e la sorvolò per circa mezz’ora. Un suo amico che lo vide volare raccontò che per un breve momento ebbe l’impressione di vederlo salire con il suo piccolo velivolo la scalinata di Trinità dei Monti. Dopo aver lanciato i suoi volantini sulla città, si diresse verso il mare. Scomparve mitragliato da aeroplani fascisti al largo della Corsica.

 

I fratelli Rosselli assassinati in Francia: Il 9 di Giugno del 1937, nei pressi di Bagnoles, celebre stazione termale in Normandia, Carlo e Nello Rosselli furono assassinati sul ciglio della strada da alcuni estremisti di destra appartenenti alla Cagoule. Erano stati pagati dagli italiani con armi e denaro per le loro azioni in Francia. Quasi tutti loro riuscirono a farla franca perché aiutati da gente di elevata posizione sociale e da potenti organizzazioni militari italiane. Uno di loro venne persino insignito della Legion d’Onore dal maresciallo Petain, complice e protettore di tutti i fascisti in terra francese.

 

Uno dei fratelli, Carlo, era impegnato in Italia nella pubblicazione di un foglio clandestino dal titolo “Non mollare”. Nel 1926 organizzò la fuga di Turati dall’Italia. Ritornatovi, finì deportato a Lipari e riuscì ad evadervi grazie all’impegno di Tarchiani. Insieme a lui evasero anche Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti.

 

Giunto a Parigi fondò “Giustizia e Libertà”, gruppo al quale aderirono non pochi avversari del fascismo. Tra questi, meritano di essere ricordati gli stessi Lussu e Tarchiani insieme a Nitti, Cianca, Salvemini e poi Bauer, Rossi, Fancello e Vincenzo Calace.

 

Ad imbestialire il Duce fu soprattutto il suo operato in Spagna, ove era accorso in difesa della Repubblica, attaccata dalle forze del nazifascismo. Celebre fu la sua frase: “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Per Mussolini questo era il colmo. Quando fu ucciso aveva 38 anni. Il funerale dei due fratelli a Parigi fu imponente.

 

Il caso di Antonio Gramsci: Ben noto è anche l’episodio di Antonio Gramsci, celebre intellettuale comunista e tra i fondatori del Partito nel 1921. Ne fu il segretario tra il 1924 e il 1927 e servì come deputato dal 1924 al 1926. E’ particolarmente noto per il suo concetto di egemonia, che teorizzava il modo attraverso il quale le classi dominanti estendevano la loro influenza a tutta la società al fine di gestire il potere.

 

A seguito dell’attentato di Zamboni a Bologna, il 5 Novembre del 1926 Mussolini sfruttò il pretesto per eliminare quel poco che restava di democrazia. Furono sciolti i partiti politici e soppressa la libertà di stampa. Tre giorni dopo, violando l’immunità parlamentare, Gramsci venne tradotto nel carcere di Regina Coeli a Roma. Successivamente confinato ad Ustica, fu infine trasferito al San Vittore di Milano.

 

A seguito del processo ricevette nel Giugno del 1927 una condanna a 20 anni e 4 mesi di galera. Il 19 Luglio venne rinchiuso nel carcere di Turi, nei pressi di Bari. Per motivi di salute venne finalmente trasferito nell’infermeria del carcere di Civitavecchia nel Novembre del 1933. Il mese successivo fu ricoverato in una clinica di Formia. Poco meno di due anni dopo finì nella clinica Quisisana di Roma, dove morì il 27 Aprile del 1937 all’età di 43 anni. Non pochi all’epoca pensarono fosse stato ucciso, ricordando che di fronte al tribunale speciale di Roma il pubblico accusatore fascista aveva detto “Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni”.

 

Il Concordato: Il Papa Pio XI prese la rischiosa decisione di trattare con Mussolini per ottenere un Concordato. Il Pontefice lo stimava necessario per imbrigliare il Fascismo, che sin dagli inizi gli era apparso come forza criminosa oltre che pagana e panteista. E’ anche bene ricordare che nell’Aprile del 1923 Mussolini estromise i popolari dal suo governo.

 

L’ 11 Febbraio del 1929 furono firmati i Patti Lateranensi. Per il governo furono importanti, in quanto riuscirono anche a rispondere al desiderio della borghesia di una riappacificazione tra Stato e Chiesa.

 

Il clero non aveva favorito la Marcia su Roma, ma va detto che vi si adattò presto. Il 14 Maggio del 1929, in un discorso alla Camera Mussolini aveva detto che “nello Stato la Chiesa non è sovrana e non è neppure libera”. Aveva continuato affermando che se il Cristianesimo aveva una sua risonanza universale, questo lo doveva perché aveva la sua base a Roma.

 

Già anni prima il Parlamento aveva accolto l’idea di una conciliazione con la Santa Sede e dell’indipendenza di uno stato ecclesiastico attorno al Vaticano. Alcuni giorni prima della firma dei Patti Lateranensi, il Segretario Generale del Partito Nazionale Fascista aveva pronunciato in un suo discorso le seguenti parole: “Si sappia bene che lo Stato, che tutti noi dobbiamo adorare in ginocchio, non soffrire mai né limiti né diminuzioni che resta il padrone assoluto di tutti, ovunque…..”. Malgrado ciò, non si può dire che fino al 1938 vi fosse avversione tra Chiesa e Fascismo.

 

Le leggi razziali: Non minore tra i delitti del Fascismo fu la promulgazione delle leggi razziali. Annunciate per la prima volta da Mussolini il 18 Settembre del 1938 a Trieste, furono poco dopo seguite da una “Dichiarazione sulla razza” emessa dal Gran Consiglio del Fascismo e da un Regio Decreto legge sulla “difesa della razza italiana”, al quale faranno seguito delle norme integrative.

 

Queste leggi, firmate da Mussolini in qualità di capo del governo e poi promulgate dal Re, vennero precedute da un “Manifesto della razza” pubblicato prima in forma anonima e poi con la firma di dieci scienziati il 5 Agosto del 1938. Si trattò di una legalizzazione e burocratizzazione del male, seguita dal silenzio colpevole ed imbarazzato delle istituzioni.

 

Queste leggi furono una vera e propria azione persecutoria dietro alla quale si era svolto un gran lavoro ed un notevole sforzo organizzativo. Rappresentarono inoltre una palese violazione dei diritti fondamentali della persona. Per il Fascismo tutta la faccenda doveva chiudersi entro il 4 Marzo del 1939.

 

Ne risultarono vessazioni su vessazioni, alle quali nessuno ha mai eccepito o trovato da ridire, anche da parte dei giuristi. Coadiuvata dalla partecipazione complessiva di migliaia di persone in posizione di responsabilità, nell’applicare queste leggi la macchina dello Stato risultò efficientissima. Queste, come la successiva entrata in guerra, furono coerenti con il Fascismo e non certo deviazioni.

 

Con l’avvento di questa legislazione svanì ogni dubbio sulla sudditanza del Fascismo ad Hitler. La Santa Sede vi si oppose e con l’avvicinarsi del decimo anniversario dei Patti Lateranensi, i romani attesero con ansia il discorso che il Papa avrebbe dovuto pronunciare nella giornata dell’11 Febbraio.

 

Correva la voce che il Pontefice avrebbe espresso la sua condanna ai regimi totalitari. La morte lo colse subitamente nella mattina del 10 Febbraio e nessuno ebbe l’occasione di ascoltare le parole che avrebbe pronunciato.

 

La politica estera: Nè Mussolini né Re Vittorio Emanuele riuscirono mai a capire quelli che erano i veri e permanenti interessi dell’Italia. L’occupazione dell’Albania e la gioia del Re a indossarne la corona ne sono un eloquente esempio, così come lo fu quello della precedente annessione di Fiume. Il Duce si mostrò sempre propenso più che ai successi reali e silenziosi a quelli roboanti e di apparenza.

 

Appena divenuto Presidente del Consiglio, il 16 Novembre del 1922 Mussolini dichiarò che la sua politica estera doveva fondarsi sul principio del “Niente per niente”. Dove si sarebbe arrivati con questa trovata lo si capì presto. Nel corso della Conferenza Interalleata per i debiti di guerra, che si svolse a Parigi nel Gennaio dell’anno successivo, Mussolini rifiutò di seguire le proposte di Londra che sarebbero state molto vantaggiose. Si trattava infatti di liquidarli insieme alle riparazioni.

 

Cosa pensò di fare il Duce? Ebbe la brillante idea di offrire al francese Poincaré un blocco continentale a danno degli inglesi. Da improvvisatore qual’era, sperava che Parigi gli avrebbe dato un appoggio che comunque già in tanti erano desiderosi di offrirgli. Questa scelta contribuì ad affossare la già debole Repubblica di Weimar ed anche all’occupazione della Ruhr.

 

Mentre Mussolini dava l’impressione di voler aiutare Poincaré, in segreto offriva armi ai tedeschi per difendersi dai francesi. Inutile dire che si era circondato di opportunisti e di avventurieri, che foraggiava con fondi segreti per fornirgli piani grandiosi.

 

La morte del generale Tellini: A questi si deve forse l’idea di fare ammazzare il generale Tellini con un interprete e quattro collaboratori italiani impegnati a tracciare i confini meridionali dell’Albania. Si trattava di dare al Duce l’occasione di un piccolo trionfo.

 

Prontamente Mussolini inviò un ultimatum alla Grecia, considerandola responsabile dell’episodio perché avvenuto sul suo territorio. Stranamente questo documento era già pronto e redatto. Conteneva la richiesta di un’indagine da svolgere in brevissimo tempo insieme alle autorità italiane. Vi era poi l’ordine di giustiziare i colpevoli entro cinque giorni, accompagnato dall’ulteriore domanda di una cerimonia nel porto del Pireo culminante con l’abbassamento della bandiera greca di fronte a quella italiana. Il tutto doveva essere coronato dal pagamento di un’indennità di cinquanta milioni di lire.

 

Guarda caso una squadra navale italiana era già pronta a partire prima di quel fatidico 27 Agosto. Le navi da guerra apparvero di fronte all’isola di Corfù. Ne seguì il cannoneggiamento dell’antico castello, nel quale avevano trovato rifugio dei disgraziati espulsi poco prima dall’Asia Minore. A questa prodezza seguì uno sbarco di truppe che avrebbero tenuto l’isola fino alla completa soddisfazione delle richieste del Duce.

 

Nella mente di Mussolini si trattava anche di una risposta, ma più in grande, all’impresa fiumana del poeta D’Annunzio.

 

Londra, che delle sceneggiate di Mussolini poco se ne faceva, lanciò un ultimatum. Il 12 Settembre Roma ordinò l’evacuazione dell’isola e le navi salparono portandosi dietro un certo numero di casse arrivate pochi giorni prima. Contenevano migliaia di fogli con francobolli sovrastampati con la scritta: “Corfù occupazione italiana”.

 

Al Pireo si fece una cerimonia, ma tra la flotta interalleata e quella greca. I colpevoli dell’uccisione di Tellini non furono mai identificati, cosa che non destò certo sorpresa. Mussolini ebbe la gloria di intascare i suoi cinquanta milioni. L’impresa purtroppo gli era costata il doppio.

 

La guerra di Etiopia: A Roma, Mussolini continuava con i suoi giochi. Un giorno si schierava con la Francia e poco dopo contro. Un altro giorno si mostrava vicino alla Germania, per poi opporsi a questa. Lo stesso gioco condusse con la Società delle Nazioni e con i progetti di disarmo.

 

Il mondo purtroppo ingoiò tutto e la cosa non fece che imbaldanzire il nostro Napoleone in camicia nera. In un cinico ed illusorio gioco delle parti, quando Hitler si scagliava contro Londra, lui tuonava contro Parigi. Eccolo decidersi poi ad aggredire l’Etiopia, paese che pochi anni prima aveva aiutato a trovar posto nella Società delle Nazioni.

 

Il motivo della guerra era essenzialmente politico: si trattava di esaltare il prestigio e la potenza della nazione, che poteva tradursi nella potenza e nel prestigio dello stesso Duce. Questo è spesso il destino fatale delle dittature: lanciarsi alla ricerca di successi all’estero per compensare la perdita di libertà all’interno.

 

Decise in questo modo di praticare la più retrograda delle politiche: quella delle guerre coloniali. Il problema è che si decise a farlo quando le colonie si stavano avvicinando al tramonto. Iniziata il 3 Ottobre del 1935 e conclusasi nel Marzo dell’anno successivo, con la richiesta di pace del Negus, questa guerra disonorò l’Italia, con le sue distruzioni dall’aria e senza rischio minimo di pacifici villaggi etiopi. Altri ne assassinò con i gas asfissianti per ottenere una gloria di cartone.

 

Fra gli Abissini si contarono oltre 700.000 vittime. Quelli sterminati nel campo di concentramento di Donane furono circa 17.000.

 

Grazie alla complicità delle grandi nazioni, le conseguenti sanzioni furono più che altro una presa in giro. Ebbero come risultato solo quello di infastidire gli italiani, cosa che permise a Mussolini di vantarsi di aver vinto la guerra in barba al resto del mondo. Le ripercussioni internazionali furono però profonde. Il 9 Maggio del 1936 il Duce proclamò: “…levate in alto o Legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”.

 

Quest’impresa gettò Mussolini nelle braccia della Germania e contribuì ad allontanare Roma dagli accordi con la Francia del 1935 e, cosa ancora più grave, da quelli di Stresa con Francia e Gran Bretagna, sottoscritti nell’Aprile dello stesso anno ed essenziali nel garantire l’indipendenza dell’Austria.

 

Il 25 Ottobre del 1936 Mussolini firmò un patto di amicizia con la Germania hitleriana: il cosiddetto “asse Roma-Berlino”.

 

Le successive conseguenze: Il risultato di tutto ciò contribuì a rendere possibile l’intervento in Spagna a favore di Franco, fatto che confermò il decadimento morale dell’Europa e condusse direttamente alla crisi cecoslovacca del 1938 ed infine, l’anno successivo, all’attacco contro la Polonia da parte di Hitler. Contro la Repubblica Spagnola si schierò anche la Germania, cosa che contribuì a rendere questa guerra un affare internazionale e rinsaldare l’amicizia tra Roma e Berlino.

 

A molti tornarono in mente le parole di Carlo Rosselli: “Attenzione! Si sta preparando il conflitto europeo. Siamo arrivati al momento in cui i due mondi in lotta, il mondo della libertà e il mondo dell’autorità, stanno per trovarsi faccia a faccia, con le armi in pugno...”.

 

Nell’Aprile del 1939 Mussolini annette l’Albania. Il mese successivo viene firmato a Berlino il Patto d’Acciaio. Appena Ciano lascia la capitale tedesca, Hitler convoca una riunione segreta nel corso della quale dichiara che “La nostra decisione è di attaccare la Polonia alla prima occasione”. Il 1 Settembre dello stesso anno Hitler invia oltre un milione di truppe oltre la frontiera polacca. Due giorni dopo, Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania.

 

Il 9 Aprile del 1940 i tedeschi invadono la Norvegia. Fu poi il turno della Danimarca. Il 10 Maggio Hitler ordinò di attaccare Olanda, Belgio e Lussemburgo. Subito dopo le divisioni tedesche penetrarono in Francia. Nulla sembrava resistere alle divisioni corazzate della Wehrmacht e ai devastanti attacchi dei bombardieri in picchiata. Il 13 Giugno i soldati tedeschi entrarono a Parigi.

 

Mussolini, che in cuor suo disprezzava le democrazie ed era convinto che il suo allievo e alleato tedesco fosse ad un passo dalla vittoria, saltò alla gola della Francia e dichiarò guerra all’Inghilterra. Di fronte a Balbo e a Badoglio, che gli esprimevano forti perplessità, egli avrebbe detto “...ho bisogno solo di alcune migliaia di morti per sedermi alla tavola della pace come belligerante”. Ordinò poi l’invasione della Grecia e lanciò un attacco contro gli inglesi in Africa, unendo così in modo definitivo i suoi destini con quelli della Germania di Hitler.

 

Quando il Fuhrer iniziò il suo attacco contro l’Inghilterra, Mussolini commise un ulteriore crimine chiedendogli che gli venisse concesso “l’alto onore di contribuire con bombe italiane alla distruzione di Londra”. In politica estera gli errori e i delitti impongono sempre nuovi errori e nuovi delitti.

 

Inutile dire che mai come in quel momento l’Italia si trovava disarmata ed incapace di battersi. L’esercito era senza comandi, disorganizzato e male armato. Tutti gli armamenti erano stati consumati in Etiopia e sui campi di battaglia della Spagna. Fu così che il Fascismo condusse il Paese all’incontro di un disastro senza pari e di una cocente perdita di onore nazionale.

 

Il Re era stato avvertito del disastro che ne sarebbe seguito e che avrebbe finito col travolgere non solo le forze armate, ma anche tutto il Paese. Fu anche messo in guardia che, al contrario della Francia, l’Inghilterra non si sarebbe piegata, avrebbe organizzato una resistenza forse senza eguali e che alla lunga sarebbero intervenuti gli Stati Uniti con la loro prodigiosa forza industriale e produttiva.

 

Il 25 Luglio del 1943, a seguito dell’andamento disastroso del conflitto, Mussolini venne esautorato dal voto del Gran Consiglio. L’armistizio giunse l’8 Settembre e poco dopo il Re con il suo seguito abbandonò Roma per rifugiarsi a Brindisi. La lunga commedia era finita. Dov’erano finiti gli otto milioni di baionette? La grande preparazione militare si rivelò quello che era: un bluff. La verità fu che il Paese venne gettato in guerra male armato e poco equipaggiato.

 

Sotto le sue belle parole e i suoi altisonanti proclami di potenza, tradizione romana, virilità, bisogno di autorità, ordine e direzione, il Fascismo si rivelò il più gigantesco episodio di saccheggio di denaro pubblico mai visto in Europa. I gerarchi ed i ministri del Duce furono soprattutto dei ladri e presto se ne accorsero le nostre forze armate, spedite a combattere senza i mezzi adeguati. In quanto ai vecchi ras del Nord, non possono che essere descritti come avventurieri proni al saccheggio e vogliosi di godersi la vita.

 

Dopo il 1943, a parte pochi illusi, chi finse ancora di credere nel fascismo era perché o aveva troppo rubato e bramava di conservare il bottino, oppure aveva commesso tali delitti da non illudersi sull’eventualità di un perdono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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