Un’autonomia negata: il caso India – Kashmir

 

Inebriato dalla sua clamorosa vittoria nelle elezioni di Maggio, il premier Modi ha deciso di trarne profitto. Nazionalista per istinto e di pensiero, si sta mostrando disposto a tutto pur di alterare quella tradizione di pluralismo che caratterizzava la società indiana. Non è una novità che il premier ed il suo partito di governo siano profondamente ancorati alla più accesa ideologia nazionalista. Hanno così deciso di porre rimedio a quella che consideravano una vera e propria aberrazione costituzionale.

 

Con un colpo di spugna, senza neppure consultare i maggiorenti del posto, il premier ha annullato le promesse fatte oltre 70 anni fa alla gente del Jammu e Kashmir. Per una sua promessa elettorale ha unilateralmente cancellato l’autonomia di questo stato, il solo a maggioranza musulmana in India. E’dal 1947 che questo territorio vantava uno statuto particolare. Le Nazioni Unite avevano raccomandato un referendum che consentisse agli abitanti di quella regione di decidere il proprio futuro. Purtroppo ciò non è mai avvenuto.

 

Che l’azione estera di un governo sia spesso determinata da considerazioni interne, è visibile anche dal bisogno che il premier Modi ha di distrarre lo sguardo della popolazione dalle gravi difficoltà nelle quali versa l’economia nazionale. I giovani hanno poche opportunità di trovare lavoro, vi è una crisi immobiliare nei centri urbani e una caduta del reddito nelle campagne. Tutto ciò costringe sia le aziende che i consumatori a stringere la cinghia. Aleggia un sentimento negativo dovuto al fatto che, malgrado il successo elettorale, il governo non è riuscito a dare la speranza di un miglioramento entro i prossimi cinque anni.

 

Comunque la si voglia vedere, facendo leva sul sentimento nazionalista degli indiani e manipolandone le paure più profonde, da quando è salito al potere nel 2014, il premier Modi ha incoraggiato una riscrittura dei testi di storia ripulendoli dei capitoli sulle dinastie indiane e facendo cambiare anche la toponomastica da nomi musulmani a indiani. In numerose occasioni, folle scalmanate hanno linciato dozzine di musulmani senza quasi mai subirne le conseguenze.

 

Con questo passo, compiuto senza tener conto delle opinioni della popolazione locale e rifiutandosi di consultarla, il premier indiano ha preso una decisione storica.

 

Storia di un’autonomia: Inizialmente destinato al Pakistan, le circostanze fecero sì che in poco tempo fu firmato dal principe locale un diritto di accessione all’India. Questa autonomia è stata poi codificata e regolata dall’art. 370 della Costituzione indiana. Nel 1927 vennero scritti i diritti di residenza degli abitanti della regione. Nel 1954 questi furono incorporati nell’art. 35A della stessa Costituzione. Questo dava alla gente del Kashmir il diritto esclusivo di proprietà all’interno dello stato. Ai cittadini indiani senza diritto di residenza era vietato acquistarvi proprietà. Questo stato possedeva la sua bandiera, la sua Costituzione, il suo presidente ed il suo premier. Riunita nel 1951, la sua assemblea costituente è stata sciolta nel 1954.

 

Il Jammu-Kashmir con i suoi 13 milioni di abitanti, il 95% dei quali di religione musulmana, è stato così ridotto allo stesso livello di uno dei molti territori federali che compongono la nazione indiana. Pochi giorni prima Nuova Delhi vi aveva inviato 45.000 dei suoi soldati per assicurarsi che tutto avvenisse senza troppi disordini. Per Narendra Modi si è trattato di una decisione storica.

 

Questo stesso concetto di affermazione della nazionalità indiana a scapito della parte musulmana della popolazione è particolarmente visibile nella provincia dell’Assam. Con la scusa di combattere l’immigrazione illegale, Nuova Delhi ha rimosso qualcosa come due milioni di persone dal registro di cittadinanza.

 

Dato che l’assoluta maggioranza di questi sono di religione musulmana, quest’azione più che ad un censimento fa pensare ad una vera e propria purga etnica. Vi è stata una convergenza tra il nativismo della gente dell’Assam contro l’elemento bengalese e l’agenda anti-musulmana del partito nazionalista Bharatiya Janata del premier Modi.

 

Si tratta per il Kashmir della fase finale di un processo di diluizione dell’originale posizione di autonomia che però non ne aveva mai lambito la struttura. Affidando all’Assemblea legislativa il potere di cambiare lo statuto permetterà adesso al premier Modi di abrogare l’art. 360. Solo un intervento della Corte Costituzionale potrebbe cancellare questa disposizione.

 

E’ già da un anno che il Jammu-Kashmir è stato privato del suo governo. Al posto di un governatore democraticamente eletto ve ne è stato messo uno su decisione diretta dell’amministrazione centrale di Nuova Delhi.

 

L’autonomia negata: Appena annunciata l’abolizione dell’autonomia, una cappa di silenzio è piombata sulla regione. Nessun giornalista poteva avervi accesso, tutti i turisti sono stati evacuati, ovunque pattuglie di soldati impegnati a perlustrare le strade, stendere barriere di filo spinato, erigere posti di blocco ed effettuare controlli a tappeto. Subito dopo è stato imposto un rigidissimo coprifuoco.

 

Gli esponenti di spicco del luogo ed i membri dell’opposizione sono stati immediatamente prelevati dalle loro dimore e tradotti in carcere. Girano voci che gli arresti siano stati oltre 5.000. Alcune migliaia di cittadini del Kashmir sono stati arrestati anche all’interno del territorio indiano.

 

Nella capitale Srinagar, normalmente un centro dalla vita attiva e colorata, le strade sono deserte, le attività sospese ed i negozi sprangati. Le rare persone che hanno potuto esprimersi hanno manifestato tutta la loro preoccupazione di trovarsi ingabbiati. Si sentono intimorite, rinchiuse e lamentano di non aver mai visto prima un così ingente spiegamento di forze ed un livello così opprimente di sicurezza e di controllo: uscire di casa è arduo, se non addirittura pericoloso e molti preferiscono evitare di farlo. Altri, malgrado le restrizioni, rinunciano a far la spesa o recarsi in farmacia.

 

Si sa di casi nei quali membri delle forze armate indiane hanno fatto irruzione nelle case nel mezzo della notte, così come si sa di persone che non sono uscite per giorni, hanno rinunciato a recarsi al lavoro o ricevere lo stipendio. Nella mente di tutti aleggia la paura che a trovarsi per strada si possa venir colpiti. Si vive nel timore di rappresaglie.

 

Nel giro di pochissimo la città ha assunto l’aspetto di un cimitero, tanto che per le celebrazione dell’Aid è stato vietato persino l’ingresso nelle Moschee del Venerdì. Era permesso recarsi solo in quelle di quartiere. Molti per timore restavano in casa per pregare.

 

A rendere la situazione ancora più dura è stato l’ordine di interrompere le linee telefoniche, sospendere i servizi internet e vietare la vendita dei giornali. Tagliate anche le trasmissioni televisive. In questo modo è diventato impossibile parlare con gli amici, comunicare con i parenti o semplicemente avere notizie. Il territorio è precipitato nel più completo isolamento e chi sfida il coprifuoco viene ucciso. Gli abitanti del Kashmir rimproverano al governo indiano di tenerli in gabbia, di impedirgli di comunicare e di tagliarli fuori dal mondo.

 

Nuova Delhi risponde che queste sono condizioni temporanee dettate dall’emergenza e dal timore di reazioni da parte della popolazione. Si tratta per il Kashmir di avere pazienza perché presto si aprirà un’era di prosperità e di emancipazione. Con questa annessione Modi sostiene di aver rimosso un ostacolo allo sviluppo e che, riportato in seno all’unione, questo territorio sarà affrancato dall’azione dei separatisti e dalla violenza del terrorismo. E’ stato annunciato un congresso per Ottobre, il cui scopo è aprire un dibattito per lo studio e lo sviluppo dell’economia locale.

 

Per il governo indiano, se in passato vi sono state violenze e terrorismo, questo si doveva al fatto che il Kashmir era afflitto dai malanni dei ritardi di sviluppo e della povertà. Gli abitanti della regione non sembrano d’accordo: secondo loro il Kashmir è prospero ed il grado di alimentazione buono.

 

Quei pochi che osano parlare lamentano che l’India ha calpestato una promessa scritta nella Costituzione. La revoca dello statuto speciale è stato un atto di tradimento ed il governo di Nuova Delhi non si è comportato umanamente. Alcuni hanno deciso di reagire e scendere per strada al grido di “Dov’è la democrazia?”, “Perché siamo stati rinchiusi?”, “E’ una vera ingiustizia!”, “Vogliamo essere liberi!”, “Modi, vattene dal Kashmir!”.

 

Il premier Modi aveva impostato la sua campagna elettorale sul tema della sicurezza proclamandosi inoltre guardiano della nazione indiana. Così facendo, Nuova Delhi dà legittimità ai discorsi ostili ai musulmani che sono oggi in India a tutti gli effetti cittadini di seconda classe. Per molti di questi indiani, i 180 milioni di musulmani che vivono nel Paese sono visti alla stregua di insetti, di vermi, di virus e di parassiti. E’ bene non dimenticare che ancora oggi in India vige un rigido sistema di caste.

 

Adesso il premier Modi si impegnerà ad ottenere una maggioranza nell’Assemblea legislativa del Kashmir ormai ridotto a territorio federale. Questo non potrà che rinforzare sentimenti ostili all’India tra la gente i cui diritti sono stati calpestati. Ad accendersi nuovamente potrebbero essere anche separatismo e radicalismo islamico. L’ascesa di questo nazionalismo rampante è anche pericoloso per l’India stessa, in quanto rischia di farne non più una democrazia ma uno stato maggioritario.

 

Un salto nel passato: Per meglio comprendere gli eventi di questi giorni è utile volgere lo sguardo al passato e guardare alla Storia. Se questo è vero in generale, lo è soprattutto per accendere una luce sul perché della decisione del premier indiano di togliere l’autonomia al Kashmir, ampia vallata incastrata tra l’India, il Pakistan e la Cina.

 

Iniziamo dal fatto più recente. Il 14 Febbraio un giovane militante islamico si faceva saltare in aria nel mezzo di un convoglio che trasportava dei paramilitari indiani. L’episodio, avvenuto a Pulwama nel Kashmir meridionale, ha immediatamente scatenato la reazione del governo indiano che ha ordinato un attacco aereo a sorpresa nelle vicinanze del centro di Balakot in Pakistan. L’obbiettivo era un campo di addestramento che faceva riferimento al gruppo islamico Jaish e-Mohammed, che nel frattempo aveva rivendicato la responsabilità dell’atto.

 

Il giorno successivo ne è seguito un duello aereo nel quale è stato abbattuto un Mig-21 dell’aviazione indiana. Per non innalzare la tensione, Imran Khan, l’attuale primo ministro del Pakistan, ha ordinato la restituzione del pilota all’India. Come spiegare questa situazione? Facciamo un salto indietro nel tempo, poco prima della partizione dell’India.

 

Due caratteri difficili: Verso la fine degli anni 40, il subcontinente indiano era in ebollizione e due uomini si trovavano a fronteggiarsi. Il primo, Jawaharlal Nehru, che sarebbe poi diventato primo ministro dello Stato indiano ed il secondo, Mohammad Alì Jinnah, futuro fondatore del Pakistan e successivamente il suo primo Governatore generale.

 

Ambedue erano avvocati, avevano studiato all’estero, erano vedovi e, cosa piuttosto rara in un paese così intensamente religioso, due spiriti laici. A tavola Jinnah non disdegnava bocconcini di maiale, beveva tranquillamente alcolici e quando si recava in moschea non era per pregarvi quanto per tenervi comizi. Nehru invece non trovava posto per un dio nel suo universo spirituale e non di rado condannava lo zelo religioso per i guai che provocava al Paese. Ad accomunarli ulteriormente, il fatto che fossero tutti e due rigidi, orgogliosi e fortemente permalosi. Erano anche maestri nello sfruttare i pregiudizi e le paure del popolo.

 

All’avvicinarsi del giorno dell’indipendenza dall’Inghilterra, tutti e due i nostri personaggi cercarono di posizionarsi in modo tale da poter meglio dominare gli eventi. Il primo vedeva l’India come un paese dalle culture diverse e pluralista dal punto di vista della religione. Ai suoi abitanti spettava il compito di controllare le politiche locali.

 

Il secondo, che dirigeva la Lega Musulmana, voleva cogliere l’occasione dell’indipendenza indiana per dar vita ad un nuovo Stato, il Pakistan, che ai suoi occhi doveva essere islamico, autonomo e democratico.

 

Nell’Agosto del 1946 Jinnah fece un appello all’azione diretta. Ne seguirono violenti tumulti a Calcutta che trasformarono la città in un cumulo di macerie in mezzo alle quali emergevano mucchi di cadaveri in decomposizione che spesso raggiungevano l’altezza dei secondi piani degli edifici. Da quel momento il conflitto politico tra indù e musulmani si era spostato dai tavoli del negoziato e dalle sale di dibattito allo scontro fisico e alla violenza.

 

A quale comunità dare l’intera colpa non è possibile stabilirlo. Quello che accadde in quell’estate rovente è stato il risultato di terrori repressi e sotterranei che pervadevano le due comunità, ognuna delle quali era convinta che sarebbe stata schiacciata dall’altra. Jinnah e Nehru fecero più volte appello alla calma e denunciarono con forza la violenza ma nulla di ciò servì ad impedire che la situazione sfociasse nell’aggressione, nel sangue e nelle rappresaglie più spietate.

 

Ad infiammare il conflitto si è poi aggiunto un terzo attore: Mahatma Gandhi. Questo era il consigliere di Nehru e lo spingeva ad opporsi al compromesso per timore che si sarebbe prolungata la presenza inglese. La sua opinione era che se l’India aspirava al suo bagno di sangue, ebbene che lo avesse.

 

La febbre della violenza e delle uccisioni non faceva che aumentare al punto che nell’Agosto del 1947 Londra diede l’ordine di lasciare l’India con dieci mesi di anticipo sulla data convenuta. Per via di questa decisione rimase irrisolta la disputa sulla frontiera tra l’India e il Pakistan.

 

Quest’improvvisa separazione spinse milioni di persone a spostarsi tra una nazione e l’altra scatenando violenze religiose che si tradussero in centinaia di migliaia di vittime. Nel Punjab intere comunità furono annientate e si hanno testimonianze di treni stipati di profughi che arrivavano a destinazione nel silenzio più totale. Chi vi si avvicinava scopriva con sgomento vagoni le cui assi sgocciolavano di sangue, tutti i passeggeri essendo stati aggrediti ed uccisi nel corso del viaggio.

 

Nel 1949 Nehru finì col concedere un accordo che pose fine al conflitto e alla lotta tra lui e Jinnah. Immediatamente però esplose quella rivalità che entrambi avevano trasmesso alle loro rispettive nazioni. Quel muro di sfiducia, di ostilità e di risentimento che da quel momento ha diviso i due paesi spiega l’odierno conflitto nel Kashmir, il rapporto del Pakistan con i Talebani e i suoi accordi con gruppi terroristici in Afghanistan. Vi è nella psiche dei pakistani la paura di un’aggressione da parte dell’India che spiega la conseguente ricerca della cosiddetta “profondità strategica”.

 

Questa rivalità è tutt’ora ben visibile e sempre pronta ad esplodere. Se i nostri due leader fossero stati capaci a mettere da parte le proprie differenze e trovare un accordo per il bene delle loro nazioni, la storia sarebbe stata un’altra.

 

A restare irrisolto, lo statuto dell’ampia vallata del Jammu-Kashmir. Si tratta di una regione panoramica tra le montagne nella catena dell’Himalaya. A reggerne le sorti era un principe. Le ostilità tra indiani e pakistani misero poco ad accendersi ed un terzo di questa regione venne occupato dalle forze armate di Islamabad. Il restante territorio passò all’India per via di un accordo sottoscritto col principe del luogo. A persuaderlo fu proprio quella proposta di autonomia regionale, messa oggi in discussione, e successivamente codificata nell’art. 370 della Costituzione indiana.

 

L’articolo stipulava l’autonomia del principato in attesa che venisse trovato un accordo sulla sua forma di governo. La cosa ovviamente limitava l’autorità di Nuova Delhi su quella regione. Un articolo connesso concedeva anche alle autorità locali di decidere chi poteva acquistare terreni od ottenere la residenza. L’abolizione di questo articolo riguardante il diritto di residenza si teme possa preludere ad un graduale cambiamento della componente demografica dello stato a scapito della maggioranza musulmana.

 

Fino al 1954 chi aveva la residenza nel Jammu-Kashmir non possedeva la cittadinanza indiana. Chi invece aveva un passaporto indiano, fino al 1959 doveva richiedere un permesso di viaggio per recarvisi.

 

La sorte di quest’articolo sarebbe dovuta essere stabilita successivamente da quella stessa entità legislativa che aveva redatto la Costituzione. Quest’istituzione si è liquidata da sola nel 1957, sicché la Corte Suprema dell’India lo ha decretato permanente lo scorso anno.

 

Il premier Modi non si è trovato d’accordo con questa decisione e sostiene che sia il presidente indiano a decidere del futuro della regione e revocare l’articolo contestato. Quello che certamente farà è cercare di ottenere una maggioranza nell’Assemblea legislativa dello stato, ora ridotto a territorio federale. La cosa non è priva di rischio se si considera che vi agiscono gruppi separatisti islamici in contatto con il Pakistan.

 

Mentre per l’India si trattava di un’espressione di laicismo in quel processo di edificazione nazionale che ha fatto seguito all’indipendenza, per il Pakistan il territorio del Jammu-Kashmir era proprio quel tassello che mancava per affermarsi come patria per i musulmani d’Asia. E’dai giorni dell’indipendenza che Islamabad rivendica il Kashmir, regione che considera parte integrante della sua stessa identità.

 

La reazione pakistana: Il governo pakistano è su tutte le furie, dato che il Kashmir si trova oggi sotto il controllo diretto dell’India. In risposta ha affermato che avrebbe esercitato tutte le opzioni possibili per bloccare quest’azione palesemente illegale. Islamabad sa bene che questo passo verso l’integrazione del Kashmir all’India non farà che aumentare la popolarità del premier Modi che, da politico navigato qual’è, sa sfruttare cinicamente le emozioni suscitate da gesti provocatori, indignazione e conflitti. In Kashmir non si è tranquilli per niente e all’azione di Nuova Delhi sono seguiti decine di atti di protesta contro il giogo indiano. Alla linea di demarcazione vengono intanto uccisi tre soldati pakistani in uno scontro a fuoco con le truppe indiane.

 

E’ dal 1947 che il Pakistan rivendica quest’area e ciò spiega tutte quelle manifestazioni di protesta che hanno accolto la notizia della revoca dell’autonomia del Kashmir. Nella capitale Islamabad e nelle grandi città come Karachi e Lahore si è potuto assistere a folle urlanti, il pugno chiuso agitato in aria, che vociferavano contro l’India accusandola di un’intollerabile provocazione. Si sono viste calpestare e bruciare delle bandiere tra richieste di appiccare il fuoco al parlamento di Nuova Delhi.

 

In quella parte del Kashmir che oggi appartiene al Pakistan si grida alla rappresaglia e si vogliono regolare vecchi conti. Alcuni gridano che è tempo di fare del Kashmir un cimitero per le truppe indiane, altri temono un risorgere dei gruppi islamici più violenti e radicali che già cominciano a reclamarne ad alta voce l’annessione. Mentre vengono date alle fiamme effigi del premier Modi, non sono in pochi a parlare di provocazione e di benzina gettata sul fuoco. Il timore inoltre è che da oggi si possa gradualmente attentare alla componente demografica e religiosa del territorio.

 

Il governo pachistano si è dichiarato a fianco del Kashmir, ha immediatamente espulso l’ambasciatore indiano e sospeso i rapporti commerciali con il suo vicino. Sono stati interrotti anche i servizi ferroviari. Oltre a mobilitare le folle, il premier Imran Khan ha fatto anche appello alla comunità internazionale e dichiarato che denuncerà la faccenda presso le Nazioni Unite.

 

A rendere la situazione più tesa è il fatto che l’India e il Pakistan hanno già combattuto quattro guerre tra loro a partire dal 1947 e questo è uno degli angoli più militarizzati del mondo. Avendo ambedue rifiutato di sottoscrivere il Trattato di Non Proliferazione, si hanno perciò due potenze nucleari confinanti che si stanno direttamente confrontando. Il Pakistan in passato aveva fornito aiuti materiali e finanziari agli insorti musulmani del Kashmir, all’origine di un’insorgenza separatista che ha causato almeno 45.000 vittime e ha colpito più di una volta le truppe indiane.

 

Islamabad potrebbe quindi cogliere l’occasione per creare nuovi problemi. Il leader dell’opposizione ha dichiarato che “il Kashmir è la giugulare del Pakistan e che chiunque vi metta le mani andrà incontro a una fine spaventosa”.

 

Già da adesso arrivano notizie che queste milizie separatiste stanno imponendo restrizioni alla popolazione civile. Lo scopo è quello di rendere ingovernabile il Kashmir e paralizzarne la vita pubblica, per poi staccarlo dall’India e farne uno stato musulmano indipendente. Benché in passato siano riuscite a colpire anche nel territorio indiano, sono però militarmente insignificanti e già le forze di sicurezza stanno dando loro la caccia.

 

Le quattro guerre di cui si è appena parlato sono esplose nel 1947, nel 1965, nel 1971 con la perdita del Bangladesh da parte pakistana e nel 1994. A rendere il problema più complicato vi è il fatto che le vie d’acqua alimentate dai ghiacciai dell’Himalaya passano tutte per il Kashmir. Che sia l’India ad averne d’ora in poi il controllo è visto non senza timore dai governanti di Islamabad.

 

La dimensione internazionale: Data l’ubicazione di questo conflitto e l’importanza geopolitica dell’area, non vi è da stupirsi se la cosa non finisca con l’avere anche un eco internazionale. Con la presidenza Trump gli Stati Uniti si sono allontanati dal Pakistan, considerato infido per via dei suoi rapporti con la componente talebana che agisce in Afghanistan. In risposta hanno rinsaldato i rapporti con l’India, considerata come un possibile ostacolo alla crescente influenza di Pechino nel continente asiatico.

 

Dal canto suo la Cina è alleata con il Pakistan che aiuta anche dal punto di vista economico e lo considera parte integrante del suo progetto sulla nuova Via della Seta. Inoltre Pechino divide una zona di confine con lo Jammu-Kashmir sulla quale intrattiene una rivalità con l’India e che più di una volta ha portato a scontri a fuoco. Inutile dire che col Pakistan confina l’Afghanistan, paese tra i più instabili e all’interno del quale gli Stati Uniti sono in guerra da quasi 19 anni.

 

Washington ha di recente chiesto al premier Khan di dare una mano nelle trattative con i Talebani per consentire il ritiro delle truppe americane e fare pressioni affinché questi ultimi aprano un dialogo col governo di Kabul. Lo scopo sarebbe quello di trovare un accordo per disegnare un futuro per il Paese. A breve vi si svolgeranno le elezioni per la scelta del nuovo presidente. La prospettiva che i Talebani possano ottenere qualche forma di legittimità preoccupa molto l’India: molti di quei combattenti che il Pakistan aveva armato e foraggiato all’epoca della guerra contro i russi sono poi stati schierati nel Kashmir.

 

In Afghanistan operano ancora elementi di al-Qaida. Da qualche tempo vi si è insediato anche l’Esercito Islamico, che sta guadagnando terreno dalle sue basi nella parte orientale del paese. Giungono voci di incontri tra affiliati dell’Isis ed elementi di al-Qaida per aprire un fronte comune contro i Talebani. Vi sarebbero stati alcuni attacchi a loro danno nella provincia pakistana del Baluchistan. Sappiamo che Mosca dialoga con i Talebani ed è inutile dire che anche l’Iran, altro paese confinante, vi conduce una sua partita. Sempre in Afghanistan sono presenti truppe della Nato.

 

Lo statuto particolare del Jammu-Kashmir è diventato per l’India il simbolo dell’ascesa di un nuovo e più aggressivo nazionalismo. Alla comunità internazionale non resta che adoperarsi per evitare che tra India e Pakistan quest’episodio per nulla casuale non sfoci in una grave crisi nella regione.

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