Hong Kong, Algeria e Sudan: un nuovo vento di libertà

 

 

Nel Dicembre del 2010 mi ero recato a casa di una mia amica. Quale avvocato di affari, le capita spesso di trovarsi in Tunisia. Di fronte agli eventi che vi si stavano svolgendo, ha chiesto cosa ne pensassi.

 

Le ho detto essere piuttosto preoccupato: ci trovavamo di fronte ad una febbre rivoluzionaria e simili accadimenti tendono ad essere contagiosi. Non mi avrebbe stupito – aggiunsi – se di lì a poco il regime di Ben Alì ne sarebbe stato travolto e neanche se l’incendio avesse finito col propagarsi nei paesi vicini. La mia amica mi ha guardato con aria perplessa e allo stesso tempo preoccupata. Ha subito preso il telefono per chiamare un suo amico a Tunisi chiedendogli cosa stesse accadendo.

 

Le ha risposto che non vedeva nulla di allarmante e che nel giro di pochi giorni tutto sarebbe tornato alla normalità.

 

Per saperne di più, ha voluto chiamare anche un suo grosso cliente, vicino al clan Bouteflika. Questi, alla domanda se vi fosse qualche pericolo, si è fatto una bella risata. L'ha invitata a Tunisi dicendole che per l'occasione avrebbe stappato una bottiglia di champagne.

 

Per nulla imbarazzato, ho spiegato mia amica di aver passato non poco tempo all’università a studiare i processi rivoluzionari. Ho potuto notare quali ne fossero i fattori scatenanti e quanto siano facili a diffondersi. In Tunisia c’era il rischio che da lì a poco ci si sarebbe trovati di fronte ad un incendio che sarebbe potuto andare ben oltre il paese: la regione era instabile e bastava un nulla per infiammarla.

 

Sappiamo tutti come è andata a finire. A mo' di domino sono caduti numerosi regimi: Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto, Gheddafi in Libia e Saleh nello Yemen. La Siria stessa sarebbe precipitata in un conflitto civile che dura ancora oggi e manifestazioni sono state represse anche nel Bahrain.

 

Questi episodi, noti come Primavere Arabe, hanno evidenziato l’esistenza di popoli desiderosi di democrazia e pronti a battersi per affermare principi e ideali di libertà e di dignità: le radici saranno pur giovani, ma la pianta non potrà che crescere ed affermarsi. Come un corso d’acqua sotterraneo, che ogni tanto riemerge, continueremo a vedere popoli non più disposti a chinare il capo e farsi calpestare dall'autocrate di turno.

 

Nel corso degli eventi storici spesso si trovano dei fili conduttori e, anche se celate, delle connessioni. Sebbene non si può mai parlare di schemi precisi, la Storia ha le sue leggi e vi sono dei periodi nei quali determinati eventi, una volta messi in moto, trovano inevitabilmente il loro sbocco. Figlie di questi sono le giornate che in tempi più recenti hanno visto centinaia di migliaia di persone riversarsi nelle piazze e nelle vie di Algeri, Khartoum e di Hong Kong. Echi si sono visti anche a Mosca. Sono tutte dimostrazioni che i regimi autocratici non sono impossibili da scalfire e i risultati delle recenti elezioni municipali in Turchia ne sono una prova.

 

Gli autocrati di questo mondo, convinti assertori del tramonto delle democrazie e del pensiero liberale, tanto ricordano l’ideogramma cinese di colui che cavalca la tigre: chi lo vede prova spavento, ma è chi vi sta sopra a morir di paura.

 

 

Parte I: Hong Kong

(Finita di scrivere il 20 Settembre 2019)

 

 

Hong Kong: Inizierò col parlare di questo territorio di 1.105 kmq e poco più di 7 milioni di abitanti: il motivo è che in questo piccolo angolo del mondo si sta giocando il futuro dell’umanità.

 

Situata sulla costa meridionale della Cina, fino al 1997 Hong Kong è stata una della numerose colonie della Corona Britannica. La sua parte terrestre includeva l’area di Kowloon, acquistata nel 1860, e i nuovi territori dati in concessione per 99 anni dalla Cina al Regno Unito.

 

Dopo una cerimonia di addio, la bandiera inglese fu ammainata nel Luglio del 1997, quando in base ad accordi bilaterali l'intero territorio divenne parte della Repubblica Popolare Cinese. Amministrato secondo il concetto di “una Cina, due sistemi”, il suo status politico è diverso da quello della Cina continentale.

 

Ad eccezione della politica estera e di difesa, Hong Kong gode di un alto grado di autonomia. La sua magistratura è indipendente e retta secondo il modello giuridico anglosassone. La vita vi è più cara che a New York e per ogni 100 abitanti vi sono 241 abbonamenti al cellulare. L’88% della popolazione usa internet. Vi si trovano inoltre più di 60 consolati e oltre 8.500 quartier generali di imprese multinazionali.

 

Politicamente vige un sistema multipartitico, con metà del controllo del Parlamento affidato ad un ristretto numero di elettori. Il capo del governo è nominato da un comitato elettorale. Il sistema resterà in vigore per venti anni a partire dalla data degli accordi sottoscritti dagli Inglesi con Pechino.

 

Esplode la protesta: E’ di pochi giorni fa la notizia che gruppi di manifestanti si erano diretti verso l’edificio del consolato inglese agitando bandiere del Regno Unito e americane. Tra lacrimogeni e idranti si trovarono a fronteggiare le forze di sicurezza prontamente intervenute. Volevano venisse garantita l'autonomia del Territorio e chiedevano a Londra e agli Stati Uniti di difenderli e di proteggere la loro libertà. Sfilavano gridando che il governo aveva torto e non ascoltava la loro protesta.

Uno di loro ha urlato: “Vogliamo esercitare i nostri diritti di cittadini! E’ il governo che è tirannico!”. Questi non sono che gli ultimi episodi della più grave crisi che Hong Kong ha mai conosciuto nella sua storia recente. Tutto nasce da un intreccio di rivendicazioni politiche ed economiche scatenate da una proposta di legge che imponeva l’estradizione in Cina di persone sospettate di reato. Considerando la natura del governo di Pechino, è stata subito considerata un oltraggio ai diritti della persona. Sotto la pressione della piazza, il disegno di legge è stata prima sospeso e poi abrogato dal governatore Carrie Lam.

 

La sua decisione è stata presa malgrado funzionari cinesi e di Hong Kong avevano dichiarato che mai avrebbero fatto marcia indietro di fronte alle pressioni di un movimento di protesta che definivano terrorista. Un consulente dell’amministrazione territoriale aveva dichiarato che “né Hong Kong, né il governo nazionale cinese possono o intendono indietreggiare”. Pechino aveva fatto chiaramente sapere che “nessun amministrazione può offrire concessioni di fronte alla pressione di violente manifestazioni di strada”.

 

E’ per questo motivo che da oltre tre mesi la cittadinanza è insorta in massa, paralizzando in vari modi il regolare andamento della vita e delle attività lavorative. Gli assembramenti si sono organizzati in maniera spontanea attraverso Internet e i social media e non hanno una leadership riconosciuta.

 

Manifestazioni, a volte imponenti, hanno paralizzato il centro della città. Dai suoi uffici, il governatore avvisava la piazza di fare attenzione a come si muoveva mentre da Pechino giungeva l’avviso di non prendere la sua moderazione per debolezza. Di fronte all'irrigidimento, la protesta ha rincarato la dose reclamando per i Territori anche un sistema di governo più democratico.

 

Milioni di persone si sono radunate in immense sfilate: erano composte da impiegati di banca, statali e pubblicitari, delle aviolinee, dell’edilizia e del commercio al dettaglio. Tra di loro, numerosi anche alunni delle scuole e studenti universitari. Alla fine, convogliati tutti assieme, hanno dato vita al primo sciopero generale degli ultimi cinquant’anni.

 

Si è trattato di una lampante dimostrazione di come tra le classi professionali si stava diffondendo l’ostilità al Governo di Lam e la diffidenza verso Pechino. Per tutta risposta, le autorità di Hong Kong hanno annunciato non escludere la proclamazione dello stato di emergenza. Ne è seguito un fine settimana marcato da alcuni dei più violenti scontri tra polizia e manifestanti.

 

L’intensità della risposta popolare alla proposta di legge ha colto tutti di sorpresa, non solo in seno all’amministrazione territoriale, ma anche in Cina dove il presidente Xi Jinping si trova alle prese con una complessa quanto pericolosa guerra commerciale con gli Stati Uniti.

 

All’inizio di Agosto, fiumane di contestatori avevano bloccato l’intero sistema dei trasporti pubblici e costretto alla cancellazione centinaia di voli. Per essersi uniti alla protesta, una ventina di impiegati del settore aeroportuale sono stati immediatamente licenziati. Tutto il resto dell’estate è stato caratterizzato da crescenti disordini e per molti si è trattato dei giorni più memorabili della loro esistenza. “Perché andare a scuola – ha gridato uno studente – se poi non vi è futuro?”.

 

In questo clima, lo spazio di manovra del Governatore Lam diventa molto limitato: si trova costretta in un angolo in quanto nulla di rilievo può essere deciso senza l'assenso di Pechino. Intanto Xinhua, l’agenzia ufficiale del Governo Cinese, avverte che “la fine si sta avvicinando per coloro che cercano di disgregare Hong Kong e inimicarsi la Cina”.

 

L’ordine di ammassare truppe in prossimità della frontiera è un chiaro segnale che l’uso della forza resta sempre un’opzione e di quanto il potere politico cinese dipenda oggi dalle sue forze armate. Da una registrazione uscita di nascosto dagli uffici del governatore sappiamo che “Pechino non intende inviare le truppe. Sanno bene che il prezzo da pagare sarebbe troppo elevato”.

 

Questa situazione sta spianando il terreno per un grande confronto tra le masse di Hong Kong e l’autorità del Partito Comunista Cinese. I manifestanti hanno mostrato che la proposta di estradizione non era l’unica delle loro rivendicazioni: si è trattato della molla che ha fatto scattare ben più ampi malumori verso l’amministrazione di Hong Kong e il governo di Pechino. Appena abrogata, infatti, hanno mostrato le loro altre intenzioni chiedendo:

 

- Un’inchiesta indipendente sul comportamento delle Forze dell’Ordine nel corso delle proteste.

 

- Rinuncia ad ogni accusa contro chi è sceso in piazza.

 

- Che le proteste non vengano qualificate come tumulti.

 

- Il suffragio universale.

 

Si stanno esprimendo anche altri malumori. Questi riguardano il futuro di buona parte della gioventù, allargandosi a temi quali l'accesso al lavoro e alloggi ad un prezzo accessibile. Queste difficoltà del carovita colpiscono in modo particolare gli strati più bassi della società.

 

Pechino si trova ora in una situazione delle più difficili. Se da una parte invocare misure d’emergenza potrebbe far precipitare i Territori in una crisi ancor più profonda e preoccupare gli investitori internazionali, dall’altra non far nulla rischierebbe di indebolire il sistema di potere creato dal presidente Xi Jinping.

 

Il solo modo per uscirne sarebbe abbracciare un programma di riforme atte a rendere il governo più trasparente e responsabile. Si tratterebbe di offrire al cittadino una misura maggiore di democrazia che gli conceda di scegliere chi lo deve governare attraverso un processo elettorale chiaro e trasparente. Ad Hong Kong è stato fatto ciò che nessun cinese si è mai sognato di fare e si sono ottenuti risultati che nessuno avrebbe osato sperare.

 

Gli abitanti del città di fronte al limitrofo gigante cinese avranno bisogno di tutto l’appoggio della comunità internazionale. Quale organizzazione sovranazionale retta da principi liberali, l’Europa potrebbe esser loro di particolare aiuto. In questa lotta per la libertà e l’emancipazione, il mondo non può abbandonare questo piccolo territorio autonomo che a modo suo cerca di sottrarsi al soffocante abbraccio del regime di Pechino.

 

Il dilemma cinese: In mancanza di un governo rappresentativo, il Partito Comunista Cinese fa derivare la sua legittimità dalla pretesa di agire nei migliori interessi della nazione e con il consenso del popolo. Nulla preoccupa di più questo sistema che non l’improvviso esplodere di una protesta di massa in grado di abbracciare le classi sociali e i vari schieramenti politici.

 

Il presidente Xi Jinping ha paura di mostrarsi debole di fronte alle pressioni dei nemici del partito. Teme però che prendere decisioni drastiche possa avere conseguenze altrettanto gravi. Per il Governo Centrale, Hong Kong è stata la porta di accesso al sistema finanziario internazionale e prova della capacità del Partito Comunista Cinese di operare con successo nel libero mercato.

 

Una risposta brutale contro questi moti di protesta potrebbe avere gravi conseguenze per l’economia del territorio e spaventare le società di affari e i fondi di investimento che vi operano. È anche difficile pensare che al giorno d’oggi Pechino voglia addossarsi la responsabilità di una seconda Tienanmen.

 

Il Presidente cinese si trova dunque in una situazione scomoda in quanto non concepisce l’idea di scendere a patti con la protesta, ma neppure può permettersi una repressione brutale: il regime si troverebbe investito da un’ondata di discredito internazionale e questo causerebbe anche la rovina di Hong Kong, di cui la Cina ha bisogno.

 

Anche per Xi Jinping, di recente promosso Presidente a vita, l'attuale situazione presenta delle difficoltà e delle incognite: in seno al partito non tutto per lui è rose e fiori. Data l’opacità dei meccanismi del sistema interno non ne sappiamo molto, ma vi è un’opposizione pronta a sfruttare ogni minimo passo falso. Il pericolo maggiore è rappresentato dall’ala nazionalista ed è soprattutto per questo motivo che per spiegare l’esplosione della protesta, il Presidente cinese ha scelto di motivare la protesta con l' azione di “entità straniere”.

 

Alcune pasticcerie del territorio, non senza ironia, hanno messo in vendita biscotti con stampigliati gli slogan dei manifestanti. Per chi sa di storia cinese, è chiara l’allusione alla rivolta contro il potere della dinastia mongola: in modo simile, infatti, si lanciò allora il segnale della ribellione. Xi Jinping è oggi l’uomo che cavalca la tigre.

 

Che la politica non debba perdere di vista l’agire con umanità lo testimonia il perdurare di queste manifestazioni. Lo spirito ed i principi evocati dai fatti di Tienanmen non sono stati dimenticati e ora riemergono a seguito di questi tre mesi di protesta. Abbiamo a che fare con una società in gran parte giovane che chiede non un proseguimento del regime sotto altra forma, ma un cambiamento radicale che rispetti le libertà concesse ad Hong Kong.

 

E’ certo che questa protesta continuerà almeno fino al primo di Ottobre, quando cadrà il settantesimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese: sarebbe di notevole imbarazzo per Pechino se dopo quel giorno la protesta ancora andasse avanti.

 

Le manifestazioni intanto si diffondono ovunque. La polizia appare sempre più nervosa e decisa a far rispettare la legge. I manifestanti si radicalizzano. Si tratta di un sistema che ancora non ha trovato un equilibrio: è evidente l’esistenza di un problema politico che non è stato risolto e che le élite locali non sembrano capaci di affrontare.

 

Nel 2047 i Territori dovrebbero essere annessi alla Cina continentale. Pechino spera sia il governo di Hong Kong a risolvere la situazione. Per il Partito Comunista Cinese i manifestanti sono tutti dei guastafeste e Xi Jinping è cosciente che per via del potere personale che si è assunto la responsabilità di come andranno a finire le cose sarà sua. Le decisioni da prendere sono grandi e tutti gli attori hanno paura: un ritorno ai principi del totalitarismo significherebbe che, alla fine, a prevalere sarà solo il potere.

 

Conclusione: Sono giornate da seguire con particolare attenzione.

 

La posta in gioco è altissima, al punto di poter affermare che per le vie e le piazze di Hong Kong si stia giocando il futuro dell’umanità e di quella che Xi Jinping ritiene essere la “missione storica della Cina”.

 

La portata di questi eventi è epocale: determinerà il domani del sistema di governo cinese, orienterà gli assetti geopolitici dell’intero continente asiatico e sarà di particolare importanza per i destini di Taiwan, che la Cina rivendica come proprio territorio e che minaccia di appropriarsene militarmente in caso dovesse resistere in maniera indefinita. Per molti la situazione di quest'isola è vista come il più probabile motivo di confronto militare tra Stati Uniti e Cina. Per Xi Jinping l'obbedienza politica e l'integrità territoriale sono tra gli “interessi eterni” del suo partito e poco ha più importanza delle situazioni sulle quali non riesce ad esercitare il controllo.

 

Cosa succederebbe nel caso che, insieme alla sovranità della Cina, vedesse messo a rischio anche il proprio potere? L’evoluzione di queste vicende sarà fondamentale anche per gli Stati Uniti e l’Europa, soprattutto in un momento come questo caratterizzato da un dibattito sul futuro della democrazia e del pensiero liberale.

 

Dubito che questa ondata di protesta si calmerà tanto presto. Continueremo a sentirne parlare certamente per tutto l'autunno e anche nei primi mesi dell'anno prossimo. È probabile che il proseguirsi delle manifestazioni porti ad una polarizzazione tra la protesta e le autorità locali: non mi stupirei di vedersi alzare il grado di violenza e repressione. È certo che a soffrirne saranno turismo, commerci, finanza e immobiliare.

 

In un modo o nell'altro, il futuro di Hong Kong finirà col trovare una risposta quando si capirà che sorta di paese vuole essere domani la Cina. In attesa, è nostro dovere sostenere tutte quelle persone che scendono in piazza a protestare e a battersi per la libertà.

 

Parte II: Algeria

(Finita di scrivere il 26 Settembre 2019)

 

 

Algeria: Si tratta di un paese che si affaccia sul Mediterraneo ed alle proprie spalle ha il Sahara. Un tempo parte dello stesso territorio metropolitano francese, venne governato da Parigi fino allo scoppiare di una rivolta nazionalista che, nel 1962, costrinse la Francia a concedergli l’indipendenza. Buona parte della sua popolazione vive lungo la fascia costiera e risiede nelle città, soprattutto nella capitale, Algeri.

 

Il suo territorio, 2.382.000 kmq, è quattro volte quello francese. I musulmani sono il 98% della popolazione e vivono in gran parte nelle regioni settentrionali. Dei suoi 41 milioni di abitanti, circa il 36,5% sono sotto i 19 anni. Chi supera i 65 anni ne rappresenta il 6%. L’80% degli adulti è alfabetizzato ed il Pil pro-capite supera di poco i 3.900 dollari. Ad ogni 100 abitanti corrispondono 116 abbonati al cellulare. Il 43% di loro usa internet. Insieme alla Tunisia ed al Marocco forma quell’area del Nord Africa nota come Maghreb, nome che gli arabi danno all’estremità occidentale del Nord dell’Africa.

 

Popolato per la maggior parte da arabi e popolazioni berbere, queste ultime hanno una propria cultura e risiedono soprattutto nelle zone di montagna come la Cabilia e l’Aures. Nel Paese permangono alcuni piccoli gruppi di cristiani europei e vi è ancora una certa emigrazione verso la Francia.

 

Ottenuta l’indipendenza, l’economia è stata posta sotto il controllo dello Stato, principalmente per quanto che riguarda l’industria e la quasi totalità dell’agricoltura moderna. Gli idrocarburi, con il loro 28%, rappresentano la parte più rilevante delle esportazioni. Principali clienti sono Italia, Spagna e Francia mentre i maggiori fornitori sono soprattutto Cina, Francia e Italia.

 

La sua storia recente: Divenuta una Repubblica, il suo primo governo venne formato da Ben Bella, che l’anno successivo ottenne la Presidenza. Nel 1965 egli venne deposto da Boumedienne, che muore nel 1978. Un anno dopo, il colonnello Chadli viene eletto al suo posto. Nel 1989, con la nuova costituzione, si accelerò il processo di democratizzazione e divenne possibile anche la formazione di nuovi partiti politici, visto che in precedenza il Fronte di Liberazione Nazionale (FNL) era il solo partito legale.

 

Nel 1990 si impose alle elezioni amministrative il Fronte Islamico di Salvezza. Due anni dopo ebbe luogo un colpo di Stato da parte delle Forze Armate ed il controllo del paese passò nelle mani di una giunta militare. In seguito a quest’evento, nacque un movimento islamico armato e l’Algeria precipitò in un sanguinoso periodo di guerra civile. Nel Gennaio del 1995 le varie parti in conflitto trovarono un accordo. Ne seguirono le prime elezioni presidenziali caratterizzate dalla presenza di numerosi partiti.

 

A vincerle fu Zeroual. Fino al 1998 il paese venne scosso da una serie di attentati terroristici perpetrati dagli uomini del Gruppo Islamico Armato. Le elezioni parlamentari del 1997 assicurarono la vittoria dell’Raggruppamento Nazionale Democratico (RND) partito fondato nello stesso anno e vicino ai militari. Le successive presidenziali del 1999 consegnarono la presidenza ad Abdelaziz Bouteflika, erede politico di Boumedienne.

 

Già nel corso della primavera del 2001 si erano verificate imponenti manifestazioni che chiedevano maggiore libertà, democrazia e impunità per i colpevoli della dura repressione che fece oltre 100 vittime. Nel contesto delle Primavere Arabe, scoppiate tra la fine del 2010 e il 2011, si verificarono proteste e scontri anche in Algeria. I manifestanti chiedevano ad alta voce le dimissioni del presidente Bouteflika, da quasi 12 anni al potere. Di fronte alle pressioni della piazza, questi si trovò costretto ad annunciare una serie di misure economiche e sociali per combattere la disoccupazione, in particolare quella giovanile.

 

Scoppiano di nuovo le proteste: Nel Marzo di quest’anno scoppiano nuove manifestazioni. Benché ricco di abbondanti risorse energetiche, l’Algeria ha conosciuto uno sviluppo insufficiente al punto che oggi la sua economia è vicina al collasso. Era da oltre vent’anni che non si vedevano manifestazioni di una tale ampiezza. Ad iniziarle furono soprattutto i giovani, che a decine di migliaia si sono riversati per le vie e le piazze di Algeri, Orano ed altri centri importanti.

 

Si trattava di un grido di protesta che esprimeva la volontà di un cambiamento radicale del sistema e la detrerminazione di allontanare Bouteflika dal potere. Si trattava di impedire all’ormai anziano e debole presidente di ottenere il suo quinto mandato. Considerato di salute troppo fragile per poter continuare a tenere le redini del Paese, era a molti evidente che la sua ricandidatura sarebbe solo servita come paravento agli interessi dei gruppi di potere conservatori.

 

Questa opposizione è emersa inizialmente negli stadi di calcio, quei pochi luoghi nei quali la gioventù del paese può godere di libertà di espressione. Andata espandendosi, l’ondata di protesta ha deciso infine di mobilitarsi per esprimere la sua collera e dir di no al quinto mandato di Bouteflika. Si è trasformata in una marea di persone che hanno espresso una speranza collettiva e chiesto a voce alta un cambiamento del sistema.

 

Benché non intendessero trasformare l’Algeria in una seconda Siria, si domandavano cosa era possibile fare: condividevano il sentimento che il Paese non gli apparteneva e che se qualcuno deve andarsene questa è la casta al potere e non certo loro.

 

Le manifestazioni che andavano ingrossandosi e scoppiavano settimanalmente stavano ponendo l’uno di fronte all’altro due schieramenti prossimi ad entrare in collisione: la gioventù - grande maggioranza della popolazione - con la sua voglia di cambiare e la cerchia conservatrice al palazzo con la sua volontà di prendere tempo. In mezzo, vi era l’esercito, vera realtà del potere in Algeria.

 

Settimana dopo settimana le piazze e le strade andavano riempiendosi di fiumi di persone che insieme gridavano slogan quali “Ora basta!” o “Più democrazia!”. A quest’universo di giovani desiderosi di cambiamento si andava aggiungendo anche la generazione dei padri e dei nonni, scesi tutti insieme in piazza per appoggiarli. Nell’entusiasmo generale sfileranno poi anche altri settori della società e molte donne.

 

Malgrado l’ampiezza della protesta ed il suo regolare ripetersi, ammaestrate da lunghi anni di guerra civile le forze di opposizione politica e i loro partiti non sembravano aver molto da dire. Nessuno comunque era intenzionato a scatenare un nuovo conflitto interno: si aspirava soprattutto al dialogo, al dibattito ed al cambiamento pacifico. A far da vera opposizione, alla fine, più che quei partiti sono stati i giovani sulla rete.

 

Alle elezioni si sarebbero dovuti presentare sei candidati, ma a nessuno era sfuggito che, malgrado le sue condizioni di salute, chi intendeva veramente riproporsi era lo stesso Presidente Bouteflika. Negli ultimi tempi era finito sotto osservazione in una clinica svizzera e il dibattito si è allora spostato sul verdetto dei medici ed il giudizio che la Corte Costituzionale avrebbe dato riguardo l'art. 102, sul caso di una vacanza del potere. Mentre la piazza andava gonfiandosi e montavano stanchezza e insofferenza, da migliaia di voci veniva ribadita una volontà di rinnovamento e chiesta una maggiore libertà individuale.

 

Aumentava la crescente insofferenza verso una situazione piuttosto confusa, sottolineata anche dalle dimissioni del direttore della campagna elettorale del Presidente. Senza interruzione, settimana dopo settimana, ad una manifestazione ne andava seguendo un’altra. Lo spirito restava sempre pacifico e soprattutto i giovani, che affrontavano una condizione molto difficile, avevano deciso di contestare il potere esprimendo il desiderio una migliore qualità di vita.

 

Al chiudersi della prima settimana di Marzo, il presidente Bouteflika annuncia la sua volontà ufficiale di ricandidarsi. Se rieletto, promette di anticipare le elezioni successive sottolineando così che questo sarà il suo ultimo mandato. Rivedrà anche la Costituzione, apportandovi i necessari cambiamenti. Con lo scopo di aprire un tavolo sui temi cari alle folle quali l’economia, lo sviluppo e l’organizzazione sociale, ha infine espresso l'intenzione di convocare una Conferenza Nazionale inclusiva e aperta a tutti.

 

A seguito dell’ufficializzazione di questa candidatura, sentendosi prese in giro, migliaia di persone subito si riversano per le vie di Algeri. Gridano il loro disappunto, sottolineano come la situazione stia andando oltre il ragionevole e che il Paese è ormai in mano ad una mafia di Stato. Venerdì 8 Marzo, festa dell’emancipazione della donna, sfileranno a migliaia anche donne di ogni età.

 

Costretto all’angolo dalla tenacia della protesta, Bouteflika ritratta annunciando ora di voler conservare la presidenza fino a metà Aprile e poi ritirarsi a testa alta per presidiare un periodo di transizione. Con quest'episodio i manifestanti, oltre alla capacità di tener testa al governo, hanno mostrato anche tutta la loro determinazione. In tutto questo tempo l’esercito ha contiuato a rimanere neutrale.

 

La rinuncia di Bouteflika: Poco dopo Bouteflika rinuncerà definitivamente al suo quinto mandato. Si parla adesso di elezioni, ma queste riguarderanno il futuro. Alla notizia seguono esplosioni di gioia, le strade si intasano di auto, i conducenti suonano il clacson all’impazzata e al grido di “è un gran giorno!” molti saltano e ballano. Altri invece urlano: “L’Algeria non è l’Egitto, né la Siria! Niente Assad e niente Sisi!”.

 

La marea democratica non si arresta: i giovani continuano a reclamare una società più libera e di ciò una nuova Costituzione dovrà tenere conto. Noureddine Bedoui viene scelto da Bouteflika come Primo Ministro ma è considerato vulnerabile dato che in precedenza ha messo in piedi delle elezioni truccate. Il periodo di transizione è visto comunuque come necessario, dato che la società ha ora bisogno di riprendere fiato.

 

Si è all’alba di qualcosa di nuovo e si iniziano a scegliere gli uomini. Sono tutti vicini alla cerchia del Presidente e la protesta si chiede: quale sarà il loro ruolo? Tra la folla vi è già chi pensa che si tratti dell’ennesima truffa per prolungare la vita di un sistema al tramonto.

 

Una battaglia è stata vinta, ma non la guerra. L’Algeria scivola verso una crisi politica senza precedenti. La società resiste, vuole un paese libero, capace di guardare verso l’esterno: chiede elezioni democratiche ed un nuovo governo.

Storia di un Presidente: Bouteflika è al potere dal 1979, ma il suo stato di salute lo ha reso sempre meno visibile. Con lui si pensava di aver trovato l’uomo capace di superare la crisi del paese. Il suo governo ha finito però col esprimere un’oligarchia ed un regime autocratico.

 

Nel 2003 fa cambiare la Costituzione per ottenere il suo quarto mandato. Nel 2013 subisce un attacco cardiaco. Dopo il decennio nero che ha visto il Paese precipitare in una sanguinosa guerra civile nella quale l’esercito si opponeva agli islamici, Bouteflika ha avuto il merito di garantire all’Algeria un periodo di stabilità e distensione. Restava però un populista, un maestro della menzogna e del rinvio e un demagogo.

 

Il bilancio dei suoi anni al potere è discutibile, ma non gli si può negare di aver portato la pace e la concordia civile, riuscendo anche a limitare il potere delle Forze Armate. Come quasi tutti i politici ha dovuto promettere ben più di ciò che poteva mantenere, con il risultato che per un ventennio ben poco è stato fatto per il paese. Reputava però di essere ancora in grado di contribuire a qualcosa.

 

Per questo si è candidato nuovamente e, pur se lento nel parlare, appariva ancora lucido. Dietro le quinte però, da persone a lui vicine trapelava la notizia che era nella più completa incapacità di gestire il potere. E’ triste – aggiungono – vederlo in queste condizioni. L’opposizione, dal canto suo, sostiene che il suo certificato medico è un falso e la sua candidatura una frode.

 

Chi lo circonda non vuole un salto nel buio, ma fuori dalle stanze del potere vi è una popolazione giovane, stufa della corruzione e desiderosa di vivere in un paese libero e democratico: non è alla ricerca di autocrati, generali o imam, ma vuole sentirsi rispettata e rifiuta un regime autocratico. Pur non intendendo tagliare i fili col passato, la protesta chiede un domani che non sia uguale a ieri e che permetta di guardare avanti con ottimismo.

 

Le Forze Armate: Sono un elemento molto importante nella vita del Paese e, come il sindaco di Algeri, stanno oggi prendendo le distanze dal Governo.

 

Si presenta adesso la domanda sul loro ruolo dato che hanno sempre tenuto l’Algeria sotto controllo. Loro compito è sia sorvegliare le frontiere che assicurare la stabilità interna e si può dire che, in un modo o nell'altro, dai giorni dell’indipendenza siano state il vero potere dietro una facciata di successivi governi. Dispongono di ingenti risorse finanziarie e non sono pochi quei generali che hanno fatto fortuna controllando parte delle entrate del paese: ovvio che di questi tempi si stiano preoccupando del loro futuro.

 

Rispettate della nazione, hanno dichiarato che non è compito loro occuparsi di questioni politiche: seguiranno le decisioni della Costituente ed assumeranno il ruolo di arbitro. Non vi sarebbe da stupirsi se avessero avuto un ruolo sulle dimissioni dello stesso Bouteflika. E’ comunque certo che seguiranno da vicino questa transizione e continueranno ad avere la massima importanza: dovranno gestire il vuoto politico e istituzionale e garantire la sicurezza dello Stato.

 

Da loro è partita da loro la decisione di licenziare il capo dei servizi segreti. Molti dei giovani in divisa sanno bene che tra la protesta vi si trovano amici e parenti. Vedono che i manifestanti agitano la bandiera nazionale e pure loro devono avere la sensazione che, finalmente, si stia chiudendo la stagione della guerra di indipendenza.

 

Timorose di un approccio troppo violento e incerte sulle decisioni da prendere, le autorità militari stanno gradualmente stringendo la vite cercando di circoscrivere il campo della protesta. E’ in questo senso che va inteso l’arresto di Lakhdar Bourega, personaggio conosciutissimo che riporta ai giorni della guerra contro la Francia e accusato di aver fatto dichiarazioni ostili all'esercito.

 

Per calmare la piazza, il generale Gaid Saleh ha fatto imprigionare la parte più importante di quell’élite politica e di affari che dirigeva il Paese ai tempi del deposto Bouteflika. La protesta ha accolto la notizia con favore, ma non ha reputato quest’azione sufficiente. Queste le parole di uno studente universitario: “Vogliamo essere ascoltati. Ci siamo sbarazzati di un Presidente, ma ancora si arrestano persone solo perché parlano. Penso comunque che abbiamo già ottenuto molto”.

 

La protesta non demorde: La piazza, senza la minima violenza e senza far precipitare il Paese nel caos, si rende conto che sta ottenendo una risposta. I manifestanti si sentono fieri dei risultati e di essersi mostrati capaci di imporre alla classe dirigente una lezione di maturità, disciplina e senso civico: “Qui c’è un popolo!” recita un loro slogan.

 

A Parigi la diaspora algerina si raduna per manifestare in favore del movimento di protesta e per il progresso del popolo. Esprime tutta la sua solidarietà con i manifestanti e preme sull’Eliseo affinché sostenga l’ondata riformista.

 

Il 9 Aprile Abdelkader Bensaleh, Presidente del Senato dal 2002, viene nominato Presidente ad interim. La protesta gli si oppone e continua a reclamere la fine di tutto il sistema. Le manifestazioni del 18 dello stesso mese sono imponenti. La piazza è determinata. Chiede di essere ascoltata e reclama l'allontanamento di tutti coloro che erano vicini a Bouteflika: si tratta di mettere fine ad un epoca. L’atmosfera resta sempre positiva e la polizia si muove con la massima attenzione.

 

Mentre gli oligarchi del regime cadono l’uno dopo l’altro, la settimana dopo i manifestanti fanno appello alle Forze armate. Al popolo tutto questo non basta e la protesta non perde fiato: gli algerini non si accontentano di una rivoluzione a metà. In questa giornata le rivendicazioni principali sono di farla finita con il regime e avere una giustizia degna di questo nome. I militari, in difficoltà, sono incerti sul da farsi.

 

Passa un’altra settimana e la marea dei manifestanti sottolinea che è tutto il sistema a doversene andare. Il mese di Luglio, previsto per le elezioni, è troppo vicino e questo non offre sufficienti garanzie di democrazia. Continuano intanto ad essere indagati o arrestati gli uomini vicini al clan di Bouteflika. I militari annunciano di avere in mano molti dossier. Il 5 Maggio viene arrestato il fratello dello stesso Presidente, considerato la mente del regime.

 

Seguono a ruota il generale Tartag, capo dei servizi di sicurezza e Mohammed Medienne, che era stato alla direzione degli stessi servizi. Tradotti di fronte alla giustizia anche alcuni grandi industriali e uomini d’affari, insieme ad altre persone vicine al Presidente.

 

Si arriva così alla ventesima settimana di protesta. Gli islamici restano un’incognita, ma preoccupano poco in quanto divisi. L’opposizione si riunisce per definire un percorso elettorale e un’agenda per le prossime presidenziali. Risulta necessario tracciare un percorso per uscire da una crisi che è allo stesso tempo politica, economica, sociale e costituzionale. Per il potere tutto ciò è una sorpresa: aveva fatto affidamento su di una perdita di fiato e coesione da parte della protesta. Così non è stato: questa ha finora resistito a tutto e sa bene che la strada è ancora lunga.

 

La crisi ha investito tutta la classe dirigente e l’insieme dei partiti politici. Evidente è la volontà della piazza di prendersi quella sovranità che dal 1962 si trova in mano allo Stato, all’Esercito e alle cricche di potere: l’opacità ha regnato per decenni e per uscire dallo stallo serviranno nuove trattative.

 

In assenza di una soluzione, Bensaleh conserva la presidenza ad interim. Ancora non si è trovato un accordo per la transizione, né il modo idoneo di negoziare con il potere che da parte sua ha già rinunciato a due elezioni: una in Aprile e l’altra a Luglio. Ormai tutti sono concordi nel rifiutare il sistema, il problema è come sostituirlo.

 

Come si possono avere nuove presidenziali se il popolo non le vuole? Come tratteggiare una soluzione politica in un vuoto costituzionale? Viene lanciato un nuovo appello verso un dialogo nazionale, nel qual le forze armate non potranno avere un ruolo egemone. “Dovete partire!”, “Sarete giudicati!” “Dove sono i soldi del popolo?”. Questi gli slogan che si sentono ora in piazza.

 

Verso un autunno caldo? Malgrado le alte temperature, nel Venerdì della ventiseiesima settimana di protesta la piazza è gremita. La mobilitazione prosegue. Si reclama ora la liberazione dei manifestanti arrestati e la sovranità del popolo nell’eleggere il nuovo presidente.

 

I primi avevano fatto sventolare la bandiera Amazigh, distintiva delle popolazioni berbere che abitano la parte orientale e centrale del paese. L’arresto rappresentava il tentativo di creare una frattura in seno alla piazza, facendo leva sul sentimento nazionale. L’esercito stava mostrando l'intenzione di indurire il suo comportamento: verso metà Luglio aveva avvisato i manifestanti di aver già offerto molte concessioni e anche la stampa si trovava ora sotto il mirino.

 

In risposta, la piazza chiedeva ad alta voce il rilascio di quella sessantina di manifestanti. Reclamava anche la cessazione dei controlli sui media, di non interferire con la volontà di denuncia degli abusi del passato e l’instaurazione di un governo democratico.

 

Il generale Saleh, Capo di Stato Maggiore e di fatto controllore del Paese, iniziava a chiamare traditori quei manifestanti che chiedevano l’uscita delle Forze Armate dalla politica. Le loro idee – sosteneva – erano state avvelenate da cerchie ostili alla nazione algerina e nemiche dell’esercito e del popolo.

 

L’estate stava volgendo al termine ed era impellente trovare una soluzione. Da affrontare c’è un deficit di bilancio e al Paese serve un Presidente legittimo per attuare quelle riforme necessarie, anche se certamente impopolari. Benché scaduto il suo mandato, Bensaleh si dice pronto a prendere in considerazione le istanze della protesta.

 

Mentre si continua a gridare “tutto il regime deve far fagotto!” comincia a serpeggiare il timore che le richieste si stiano allontanando dalla realtà. Cosa farà l’esercito è difficile saperlo: riuscirà a mantenere la sua coesione facendo sì che la truppa possa appoggiare le decisioni di chi conduce la partita? Sarà in grado di salvaguardare i propri interessi quali, ad esempio, un bilancio vicino ai 10 miliardi di dollari?

 

Dopo sette mesi di ininterrotte manifestazioni, l’irrigidimento delle Forze armate non sfugge più a nessuno. Aumentano repressione e arresti. Per limitare la portata dei cortei ed evitare di turbare l’ordine pubblico è stato dato l’ordine di bloccare l’accesso alla capitale a chi proviene da fuori: toccherà alla Gendarmeria Nazionale fermare le auto, multarne i proprietari e confiscarle.

 

Le elezioni sono state infine fissate per la giornata del 12 Dicembre. Questa proposta, per la terza volta, è respinta dalla protesta che insiste sullo smantellamento dell’intero sistema e l’elezione di persone degne e candidati scelti dal popolo: aueste elezioni non possono essere organizzate da chi è al potere.

 

E’ un fermo no allo stato attuale delle cose. Il potere sembra perdere la pazienza e ordina l’arresto di tre attivisti. Il movimento popolare non cede e continua con le sue pressioni per una transizione di più lunga durata. I militari non la vedono allo stesso modo, ma sanno bene che la protesta popolare è ampiamente sostenuta dalle diverse classi sociali e dalle regioni amministrative del paese.

 

Condanne eccellenti: Giunti all’ultima settimana di Settembre, Said Bouteflika, fratello dell’ex-presidente e pilastro dell'apparato Bouteflika viene condannato da un tribunale militare. Insieme a lui sono condannati a 15 anni anche altri tre personaggi di spicco del regime. L’accusa era complotto contro l’Autorità dello Stato ed essersi immischiati nel processo di transizione all'insaputa del sistema di potere.

 

E’ probabile che l’intenzione del Capo di Stato Maggiore sia trovare dei nemici così da apparire come salvatore agli occhi della nazione e rinforzare allo stesso tempo il suo potere. Si è trattato di un regolamento di conti tra fazioni interne al regime: nel tentativo di legittimare un sistema che di legittimo non ha ormai più nulla, ogni persona da rimuovere va tolta di mezzo per vie giurdiche. Saleh vuole fare piazza pulita intorno a sé: il rischio, però, è che con azioni di questo tipo si veda poi nascere un sistema illegittimo ed autoritario. Ormai il divorzio tra regime e nazione è totale, soprattutto riguardo la gioventù che sospetta delle Forze Armate, temendo possano anche truccare il voto.

 

Conclusioni: In questa rivoluzione - probabilmente unica nel mondo arabo - l’Algeria è ancora distante da quell'idea di democrazia che da mesi la piazza reclama a gran voce.

 

Queste le parole del leader di uno dei gruppi che sono emersi sin dagli inizi della protesta: “Ciò che si è vissuto in questi mesi, il mondo arabo non lo ha conosciuto in 40 anni. Abbiamo rimosso un Presidente senza mandarlo in esilio, senza imprigionarlo e senza ucciderlo”. Alludeva ovviamente alla Tunisia, all’Egitto e alla Libia. L’esercito finora non ha fatto uso della forza, sapendo bene quanto ciò possa essere rischioso: l’autorità militare dispone di tutti i poteri, ma si rende conto che resta più saggio non esercitarli.

 

Oltre a membri dell’opposizione, numerosi gruppi civici continuano nella ricerca di idee che possano aprire la strada ad un percorso democratico ed essere la base di trattative con il regime: fino a questo momento, sia a livello di personalità che di gruppo non è ancora emerso nessuno capace di incarnare le richieste dei manifestanti. Il potere appartiene sempre a loro, scesi in piazza in difesa dei loro ideali e per reclamare un cambiamento della Costituzione.

 

Con tutta probabilità continueranno a radunarsi, lottare per il loro paese e insistere per un rinvio delle elezioni: certo non hanno intenzione di mollare e vedere come candidati elementi del vecchio regime tornare al potere.

 

Parte III: Sudan

(Finita di scrivere il 20 Ottobre 2019)

 

 

Il Sudan: Si tratta di un paese africano confinante a Nord con l’Egitto, a Sud con la Repubblica Centrafricana e il Sudan del Sud. Ad oriente si trovano Etiopia ed Eritrea, a Ovest il Ciad e la Libia ed oltre il Mar Rosso, l’Arabia Saudita. Ha una superficie di 1.879.000 kmq, un prodotto interno lordo di 57,6 miliardi di dollari e un Pil pro-capite di 4.500 dollari. Conta quasi 40 milioni di abitanti e l’età media è di 19 anni.

 

La capitale è Khartoum, le lingue parlate sono l’arabo e l’inglese. La religione musulmana è quella predominante, vi sono poi piccole percentuali di animisti e cristiani. Nelle aree del nord, il 75% della popolazione è composto da musulmani di lingua araba. Il tasso di analfabetismo nel paese è ancora alto, così come è numerosa la componente rurale. Nella parte meridionale vi sono popolazioni africane e nilotiche di credo essenzialmente animista.

 

Ottenuta l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1956, il paese ha visto alternarsi al potere governi civili e militari e l'arrivo di oltre 500.000 profughi da paesi vicini ne ha sconvolto la già fragile economia.

 

Già diviso in due aree nel 1924, il Sudan conobbe un referendum per la secessione agli inizi del 2011. Nel Luglio dello stesso anno divenne ufficiale e nacque la Repubblica Federale del Sudan del Sud. Appresso si portava i tre quarti delle riserve petrolifere nazionali.

 

Un presidente contestato: Proveniente dalla carriera militare, Omar Hasan Ahmad al-Bashir prese il potere nel 1989 a seguito di un colpo di Stato. Di umili origini, amava raccontare che lavorando da piccolo in un cantiere era caduto rompendosi un dente. Subito dopo si era semplicemente sciacquato la bocca con acqua salata senza farsi curare da nessuno. Entrato a far parte dell’esercito, gli venne offerto di farsi mettere una protesi d’argento. Non lo fece mai per ricordare quell'episodio del suo passato e, spesso, ridendo mostrava lo spazio rimasto vuoto.

 

Da allora è alla testa del Sudan paese che, dopo aver cacciato il primo ministro Sadiq al-Mahdi, dirige con il pugno di ferro. L’operazione fu incruenta e corrispose al quarto colpo di Stato militare dai giorni dell’indipendenza. Il suo regime era di stampo militare e islamista e, non a caso, tra i vari jihadisti che ospitò vi era Osama bin Laden. Nel 1993 gli Stati Uniti dichiararono il governo di Bashir sponsor internazionale del terrorismo. Nel paese ha riseduto anche il terrorista venezuelano Carlos, noto come lo sciacallo.

 

Nel 1994 Al-Bashir si mostrò sufficientemente pragmatico da consegnare quest'ultimo ai francesi e di espellere l'altro due anni dopo. Washington non si mostrò comunque soddisfatta: nel 1998 fece bombardare una fabbrica di prodotti farmaceutici e impose una serie di sanzioni economiche che contribuirono ad indebolire l’economia sudanese. Nel 2004 il Presidente negoziò la fine di una sanguinosa guerra civile, offrendo alla parte meridionale un limitato grado di autonomia.

 

Il regime è riuscito a sopravvivere grazie ai proventi dei pozzi petroliferi situati nella parte meridionale del paese. Il trattato di pace, siglato nel 2005, ebbe come risultato la convocazione di un referendum che portò alla secessione di quest'ultima. Nel corso della sua presidenza non mancarono dunque i problemi, tanto che nel 2003 si trovò in casa anche un’insurrezione condotta dall’Esercito Sudanese di Liberazione e dal Movimento Giustizia ed Eguaglianza.

 

Le cause del conflitto potevano essere ricondotte a quel senso di discriminazione sentito dalla popolazione non araba del Darfur. La risposta del dittatore fu di tale violenza che già all'epoca si parlò di genocidio.

 

Al-Bashir, che un giorno ha affermato che il suo maggiore lascito è stato quello di aver diviso il Sudan in due nazioni, finì col subire forti critiche per il suo ruolo nella guerra del Darfur. Questa si concluse con un numero di vittime stimato tra le 300.000 e le 400.000. Nell’estate del 2008 gli è piovuta addosso l’accusa di crimini contro l’umanità e l’anno successivo la Corte Penale Internazionale gli ha fatto recapitare un mandato di arresto.

 

Trionfò nel 2010 a seguito delle prime elezioni multipartitiche conosciute dal paese. Con un’ampia maggioranza venne rieletto nel 2015 e, in quello stesso, anno l’Alta Corte Sudafricana ne ordinò l’arresto per genocidio e crimini di guerra. Dopo quattro mesi di proteste l’11 Aprile 2019, a una settimana di distanza dall’allontanamento di Bouteflika, il dittatore venne deposto dai militari. Come in Algeria le masse si sentivano fiere di chiamarsi algerine, così in Sudan lo erano di sentirsi sudanesi.

 

Storia di una protesta: Ora sono passati dieci mesi dall’inizio delle manifestazioni contro Omar Bashir. La protesta era iniziata a Atbara il 19 Dicembre per un motivo dei più semplici: l'incremento di tre volte del prezzo del pane che da una lira sudanese era passato a tre. Aumenti si erano visti anche per altre derrate alimentari. A scendere in piazza, anche le donne.

 

Questi aumenti erano stati particolarmente sentiti in un paese che per via della gestione politica e delle difficoltà economiche viveva in uno stato di crisi sociale endemica. L’inflazione era al 72%. Alle stazioni di servizio si formavano lunghe code e persino le banconote iniziavano a scarseggiare. Se nel 2011 la valuta nazionale era quotata ad un rapporto di 2 a 1 con il dollaro americano, in poco tempo si era passati a 47 a 1. Un cittadino su 5 era senza lavoro e circa metà della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà.

 

L'ondata di malcontento non si è fermata alle prime manifestazioni. In un successivo confronto con le Forze armate vennero uccise otto persone. La protesta si diffondeva e si allargava e le manifestazioni andavano moltiplicandosi. In campo stavano scendendo anche le classi medie, fortemente colpite dal collasso dell’economia.

 

Ovunque si volgeva lo sguardo, tra la folla si sentivano richieste di libertà e democrazia, conferma che le problematiche andavano bene al di là del costo dei generi alimentari: dalle grida che si udivano in piazza, emergeva evidente la volontà cambiare l'intero sistema politico. Il 22 Febbraio il regime decretava lo stato d’emergenza. Veniva anche ordinata la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo. Da quel momento le manifestazioni sono divenute pressoché quotidiane.

 

Il messaggio della piazza si stava facendo chiaro: di questo sistema la gente ne aveva le tasche piene e voleva liberarsene. Non si chiede più un semplice cambiamento, ma una vera e propria svolta.

 

Le proteste andavano viste anche come l’espressione di un Sudan che si vuole laico mentre il suo presidente aveva invece preso la strada di un’alleanza con gli islamici di Hasan al-Tourabi. Allontanato nel 1999, questi veniva poi imprigionato dal regime. Si trattava di un ideologo educato alla Sorbona, ispirato dalla Fratellanza Musulmana e leader del Fronte Islamico Nazionale. Il suo programma era impiantare la Sharia nella società e nelle varie istituzioni del paese.

 

In cerca di altro sostegno, Al-Bashir si appoggiò all’esercito, allacciando rapporti con tutti i settori delle Forze Armate e con gli apparati di sicurezza. Si avvicinò anche ai leader delle provincie e ai capi tribali sparsi nel Paese. Questo suo potere autocratico gli fu utile per combattere l’insurrezione del Sud, dove gruppi di cristiani animisti stavano lottando per l’indipendenza.

 

Ad averne abbastanza soprattutto i giovani e nel mentre, tra sparatorie di bande militari rivali e migliaia di manifestanti che si ammassavano ai cancelli della residenza presidenziale, diveniva evidente che l’intero edificio del potere stava precipitando. Il 12 Aprile 2019 il Ministro della Difesa annunciava che dopo trent’anni di regime Bashir era stato deposto. A gestire il Paese sarebbe stato un Consiglio delle Forze Armate che avrebbe guidato un periodo di transizione della durata di 2 anni. I soldati, inviati a controllare le manifestazioni, stavano iniziando a fraternizzare con la folla.

 

Preoccupati da un possibile aggravamento della crisi, i vertici militari avevano dunque organizzato quello che può definirsi un vero e proprio colpo di Stato. Restava da vedere come si sarebbe comportata la piazza e quali le sue richieste.

 

Dopo l'intervento dei militari: La protesta mostra di non apprezzare l'operazione. I manifestanti piantano le tende di fronte al quartier generale della Difesa esprimendo la ferma intenzione di non tollerare un altro regime militare: le manifestazioni sarebbero andate avanti fino a che non si fossero raggiunti gli obbiettivi reclamati dalla piazza.

 

Benché più di 80 persone fossero state uccise dall’inizio della rivolta, la relativa calma per le strade di Khartoum lasciava intendere che i servizi di sicurezza avrebbero potuto svolgere un ruolo di rilievo nel nuovo governo. Passato poco tempo, all’esercito viene chiesto di sciogliere il Consiglio di Transizione per far posto ad un’autorità civile. Le manifestazioni proseguivano senza sosta e in un clima di armonia si potevano vedere in piazza donne, anziani, giovani e addirittura bambini.

 

In prima fila emergevano i rappresentanti del principale gruppo di protesta, l’Associazione dei Professionisti Sudanesi. Dopo la dissoluzione del governo e la sospensione della Costituzione questi si aspettavano un breve periodo di transizione che avrebbe subito portato ad un governo retto da civili: che questa transizione venisse gestita dalle Forze Armate non era ciò che avevano in mente. Come espresso da uno di loro: “La nostra richiesta di un governo di transizione civile è stata ignorata”.

 

All’euforia iniziale stava seguendo il disappunto e tra i ranghi dei manifestanti già si sentiva parlare di disobbedienza civile. Tra le curiosità, l’apparizione di una biblioteca di strada piena di libri proibiti messa lì per incoraggiare lo sviluppo delle idee. I volumi più richiesti pare trattino soprattutto di politica e di potere. La sete di libertà non si era spenta.

 

Nelle piazze iniziavano a circolare voci che i vari avvicendamenti che si stavano facendo all’interno dell’esercito non fossero altro che manovre di facciata volte a dare l’impressione di un cambiamento che di fatto non ci sarebbe stato. Il Consiglio aveva dalla sua il fatto di trovarsi a negoziare con un’opposizione che di coeso aveva poco. Ribadì comunque la promessa per una transizione democratica che sarebbe durata due anni. Tra gli oppositori emergeva anche chi sosteneva che questo lasso di tempo andava raddoppiato: dopo decenni di autocrazia non era facile organizzare gruppi politici coerenti.

 

Indipendentemente da come si sarebbero svolte le cose, fondamentale era trovare il modo di stabilizzare l’economia il più rapidamente possibile per rimediare a quelle condizioni che avevano portato alla caduta del regime. Se non si agiva in fretta, il rischio era che il prossimo a cadere sarebbe stato lo stesso Consiglio: si andava dunque verso lo sradicamento di un tentativo di svolta democratica?

 

Il massacro: Dopo settimane di negoziati, tra capi della protesta e Consiglio le parti non avevano trovato modo per raggiungere un qualsiasi accordo. La piazza reclamava un immediato passaggio del potere ai civili mentre il Consiglio continuava a sostenere la tesi di un governo militare in attesa delle future elezioni.

 

Nella giornata del 3 Giugno a Khartoum e in altri luoghi i militari si scagliano contro i manifestanti uccidendo un centinaio di persone e ferendone oltre cinquecento. Benché internet fosse stato bloccato, una documentazione è giunta al mondo. I responsabili di questo bagno di sangue sono il generale Abdel Fattah al-Burhan e Mohammed Hamdan, numero due di quel Consiglio Militare di Transizione che si è sostituito al deposto al-Bashir.

 

Conosciuto anche come Hemeti, Hamdam era stato sostenitore della rivolta e al comando di quelle Forze di Pronto Supporto le cui origini risalgono alle milizie Janjaweed, principali responsabili del genocidio in Darfur.

 

Erano conosciute per le loro pratiche di saccheggio e crudeltà e sono tutt’ora presenti nello Yemen al servizio dell’Arabia Saudita. A seguito del conflitto in Darfur queste milizie si erano gradualmente istituzionalizzate, acquistando un peso sempre maggiore: oggi hanno assunto anche un ruolo nell’economia avendo preso il controllo di interessi minerari e finanziari. A perpetrare il massacro di Giugno sono state proprio loro.

 

La piega che stavano prendendo gli eventi era tale da suscitare il timore di una reazione della piazza. Immediatamente sono state interrotte quelle comunicazioni via social media che i militari vedevano come minaccia alla sicurezza nazionale. La protesta avrebbe trovato adesso più difficile passarsi o ricevere notizie. Il blocco di questi strumenti, indispensabili per coordinare eventi ed organizzare manifestazioni, sarebbe stato un problema per l’opposizione dato che lo strumento della rivolta era stato soprattutto il telefono cellulare.

 

Chiusi anche gli uffici di al-Jazeera. Essendo questa una rete satellitare, sarebbe comunque riuscita a trasmettere qualcosa. Le stesse difficoltà ha avuto la turca TRT, vicina ai Fratelli Musulmani. A contrapporsi a queste reti televisive è la saudita al-Arabiya, schierata con i militari.

 

La rete internazionale: Quando i capi delle Forze armate sudanesi si resero conto che era tempo di rimuovere Bashir, alcuni di loro andarono al Cairo in cerca di appoggi politici e aiuti finanziari.

 

Egitto, Arabia Saudita ed Emirati non avevano mai visto Omar Bashir di buon occhio: era legato ai Fratelli Musulmani e vicino sia alla Turchia che al Qatar, loro rivali nella regione. Il deposto Presidente aveva avuto la grande abilità di saper giocare su tutti i tavoli conservando la possibilità di stare allo stesso tempo con tutte le parti: intratteneva solidi rapporti anche con l’Iran.

 

Non deve stupire che gli eventi in corso in Sudan abbiano finito con l'evidenziare anche una divisione nel mondo musulmano, al punto da poter dire che i veri responsabili del massacro di Giugno non si trovano a Khartoum quanto a Riyadh e ad Abu Dhabi.

 

Appena instaurato il Consiglio Militare, giunsero aiuti per tre miliardi di dollari. Preoccupati dall'andamento delle cose anche Russia e Cina, da sempre ostili ai moti di piazza. I governi di tutti questi paesi seguivano con sgomento il costante svolgersi delle manifestazioni, settimana dopo settimana. Stava tirando un’aria di Nuova Primavera e vi era anche il timore che si andasse scrivendo una nuova pagina della storia sudanese. Per Mosca Khartoum è un importante cliente per l’acquisto di armi mentre Riyadh vi investe capitali da circa mezzo secolo.

 

Verso la fine di Maggio, il generale Hamdan ebbe un incontro col giovane principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Al Cairo al-Burhan veniva ricevuto dal presidente al-Sisi per poi recarsi ad Abu Dhabi per un incontro con Mohammed bin-Zayed. Al loro ritorno interruppero il dialogo con la protesta dichiarando le manifestazioni una minaccia per la sicurezza del Paese.

 

Come sappiamo, il 3 Giugno vi fu la repressione contro i manifestanti. A molti vennero in mente le immagini dell’attacco nel 2011 all’accampamento della protesta di Pearl Square nel Bahrain o l’uccisione, nel 2014, di un migliaio di manifestanti in piazza Rabaa al Cairo.

 

Dai video si è potuto vedere che i militari sudanesi avevano equipaggiamenti prodotti negli Emirati mentre da Riyadh giunge un messaggio d’appoggio ai capi militari di Khartoum insieme ad un monito contro la follia dei sollevamenti popolari. In maniera congiutna Russia e Cina si sono opposte ad una risoluzione di condanna da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

 

Gli Stati Uniti, tramite il Sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, hanno fatto arrivare ai loro alleati Sauditi e agli Emirati le loro preoccupazioni riguardo l’accaduto, sottolineando l’importanza di una transizione verso un governo civile come richiesto dal popolo sudanese. Gli viene risposto che erano intervenuti con l'intenzione di impedire il diffondersi dell’estremismo islamico e promuovere la stabilità del paese.

 

Si trattava della solita scusa in quanto i manifestanti non avevano nulla a che vedere con l’Islam politico. Come durante i giorni delle Primavere Arabe, la vera paura era che se si fosse trovata una via per la democrazia ciò si poteva riflettere anche sugli equilibri nella Penisola Araba, creando problemi e forse nuove insurrezioni. Evidente è la preoccupazione che questi movimenti di protesta possano mettere in discussione le fondamenta dell’ordine stabilito. I manifestanti sudanesi si stavano confrontando contro forze rilevanti sia all’interno che all’esterno del paese.

 

Ampliando lo scenario, vi è tra questi paesi anche una competizione per il Mar Rosso e il Corno d’Africa. E’ anche evidente che sia per i Sauditi che per gli Emirati è importante che i combattenti sudanesi restino nello Yemen per aiutarli contro i ribelli Houthi, estensione questi ultimi del potere di Tehran.

 

Successivi sviluppi: Cinque giorni dopo la giornata del 3 Giugno, i capi dell’opposizione di Alleanza per la Libertà e per il Cambiamento lanciano un appello per uno sciopero generale e una campagna di disobbedienza civile. Quest'episodio passa in secondo piano per via e a favore di una ripresa delle trattative. Le Forze Armate si sono dette addolorate per aver commesso degli errori, attribuendone la colpa alla protesta e affermando che altro non potevano fare visto come la maggioranza del Consiglio Militare di Transizione fosse composta da uomini in uniforme.

 

Per contribuire ad abbassare la tensione è stato chiamato il Primo Ministro Etiope, da poco Premio Nobel per la Pace, il quale ha espresso dubbi sull’efficacia della missione vista la distanza che separa le parti in lotta. Malgrado ciò, questa è stata vista con favore non solo dai regimi conservatori di Arabia Saudita ed Emirati, ma anche dalle parti in causa. Dal canto loro, verso la prima metà di Giugno anche gli Stati Uniti avevano deciso di intervenire inviando due diplomatici di grado elevato per condurre colloqui con i vertici del Consiglio Militare di Transizione e con quelli delle Forze per la Libertà e il Cambiamento.

 

La missione consisteva nel promuovere una ripresa del dialogo tra i dirigenti militari e l’opposizione. I due inviati hanno anche chiesto di far cessare le violenze contro i civili, ritirare i soldati da Khartoum, avviare un’indagine indipendente sul massacro del 3 Giugno, sospendere la censura online e garantire la libertà di parola e stampa.

 

La missione si spiega con i timori di Washington riguardo i pericoli di una guerra civile in Sudan - che rischierebbe di destabilizzare la regione - insieme all’impossibilità di prescindere dal ruolo del Consiglio Militare di Transizione. Questo Consiglio, il cui compito è sovraintendere alla formazione di un governo e di un parlamento di transizione, dovrà durare tre anni: per diciotto mesi sarà presieduto da un militare che poi trasferirà il potere ad un civile.

 

Mentre la piazza continuava a premere per libertà, pace e giustizia, giungeva la voce che sarebbe stato sventato un colpo di Stato ordito da elementi delle Forze Armate. Si parla dell'arresto di dodici ufficiali e quattro soldati.

 

La giornata del 16 Agosto: Questa è segnata da una grande manifestazione nella quale esplode tutta la gioia della folla che si è radunata a Khartoum. Per le strade si canta e si balla e tutti esprimono il loro ottimismo: dopo mesi di tensione e momenti di conflitto, civili e militari si sono finalmente incontrati per un accordo costituzionale che farà calare il sipario sull’era Bashir.

 

Tra la folla ci si rende conto dell’importanza storica del momento, primo passo verso un modello di democrazia ed un edificio di potere che entro poco dovrà appartenere al popolo. Il nuovo governo provvisorio avrà una durata di tre anni e verrà gestito da un Consiglio di Sovranità composto da 6 civili, tra cui due donne, e 5 militari. A dirigere il primo tratto di questo percorso sarà il generale al-Burhan a cui seguirà la nomina di un’Assemblea Costituente che dovrà essere composta per il 40% da donne. Le successive elezioni saranno indette nel 2022.

 

Anche se sotto la supervisione dell’elemento militare, si tratta di una tappa significativa verso un regime civile e democratico. Per il popolo non vi poteva essere notizia migliore: si tratta di una grande vittoria, soprattutto se si pensa che dopo mesi di testarda ed ininterrotta protesta nelle piazze si sono contati oltre 250 morti.

 

Il 20 Agosto verrà scelto il Primo Ministro. Seguirà poi la nascita di un governo nel quale Interni e Difesa saranno affidati ai militari. Urgente a questo punto è rimettere in piedi l’economia, la cui rovina è stata la causa della caduta di Bashir, pacificare il Paese, rinforzare le istituzioni e dedicarsi allo sviluppo di partiti politici. In quanto all’ex-presidente, accusato di corruzione, detenzione illegale di valuta straniera e incameramento di doni ricevuti dall’estero, si è in attesa del giudizio da parte del Tribunale di Khartoum.

 

Per il popolo queste sono imputazioni non facili da digerire: nel Paese si sa bene che Bashir è responsabile di ben altri e più gravi delitti, tra cui quello di crimini contro l’umanità. Molti vorrebbero vedere il suo caso al Tribunale Penale Internazionale. Le Forze Armate, dal canto loro, sono riluttanti a darlo in pasto alla giustizia internazionale in quanto temono possano emergere ben più estese responsabilità: i suoi membri si trovavano ovunque – soprattutto nelle Istituzioni del Paese – e devono le loro cariche e i loro privilegi allo stesso Bashir. Erano anche presenti in quelle giornate che hanno visto morire oltre 200 manifestanti.

 

Conclusioni: Malgrado questi sviluppi positivi e forse anche inaspettati, non tutti si sentono tranquilli. Alcuni elementi della protesta temono che attraverso le nuove istituzioni i militari stiano cercando di guadagnare tempo e distrarre le masse per imporsi nuovamente sul paese. Se è vero che dopo essere arrivato sin qui il popolo non si aspetta nulla di meno che risultati concreti, è altrettanto vero che con tutta probabilità il processo sarà ancora lungo e forse non privo di ostacoli.

 

Sino ad oggi la protesta nata nelle piazze è riuscita ad abbattere un regime autoritario e dittatoriale, conducendo il Sudan verso un sentiero di democrazia, progresso e riforma. Comunque la si voglia vedere, siamo agli inizi di una nuova stagione della storia del Paese. Le Rivoluzioni Colorate, la Primavera Araba del 2011 e gli eventi di cui abbiamo appena scritto – inclusi i recentissimi sviluppi che hanno visto protagoniste le piazze libanesi e irachene – evidenziano l’esistenza di popolazioni desiderose di democrazia e pronte a battersi per affermare quegli ideali di libertà e dignità figli delle Rivoluzioni del 1789 e del 1848.

 

In tutti questi paesi le radici saranno pure giovani, ma la pianta non potrà che crescere e affermarsi, grazie anche all’emergere di una classe media non più disposta a chinare il capo: nessuno vuole un’altra Siria o un altro Egitto, ma se qualcuno dovrà andarsene non sarà certo chi protesta e vuol cambiare le cose, ma chi è al potere. Di queste ultime rivolte, quella in Sudan per adesso è quella che sembra avere avuto i risultati migliori.

 

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