Iran: perché è necessario andare oltre il JCPOA

 

Non lascia dubbi che il Presidente Trump abbia preso di mira l'Iran e una delle ragioni è certamente da collegarsi alla sua dichiarata ostilità verso la Presidenza Obama. Sin dagli inizi della sua campagna elettorale Trump si è impegnato a contestarne le scelte e oggi sta mettendo in discussione molti dei punti che hanno caratterizzato la sua politica estera.

 

Sempre nel corso della campagna elettorale, riferendosi all'accordo nucleare lo aveva descritto come il “peggior accordo della storia”. Aveva invece descritto l’Iran come il “maggiore sponsor del terrorismo internazionale”.

 

Da tenere in considerazione anche motivi di politica interna. Questi riguardano i rapporti che il Presidente intrattiene con importanti finanziatori di religione ebraica e l'ampio supporto ricevuto degli evangelici bianchi che, per numero rappresentano il 25% della popolazione americana oltre ad essere lo zoccolo duro del suo elettorato.

 

Trump, l'Arabia Saudita e Israele: Il suo primo viaggio all'estero è stato in Arabia Saudita, novità assoluta per un Presidente Americano. Fra i coreografi dell'evento troviamo il genero, Jared Kushner, altro rampante immobiliarista di New York e marito di sua figlia Ivanka. Scopo annunciato della visita era combattere il terrorismo globale e confrontarsi con il nemico comune, l'Iran.

 

Molto abilmente i sauditi ne hanno accarezzato la vanità accogliendolo in modo regale. Lo hanno ricoperto di lodi ed infine ne hanno risvegliato l'istinto affaristico con un contratto di acquisti di forniture militari per 100 miliardi di dollari.

 

Tappa successiva, Israele. Come Riyadh anche Gerusalemme aveva accumulato non poco astio nei confronti del Presidente Obama. I suoi rapporti con Netanyhau non erano mai stati buoni e la questione dell'avvicinamento con l'Iran non aveva fatto che peggiorare le cose: l'apice dei contrasti si era raggiunto con la firma del Trattato sul Nucleare (JCPOA), sottoscritto a Vienna nel Luglio del 2015.

 

Per Israele, come per i sauditi, l'Iran rappresenta sia una sfida che un'incognita: è un regime islamico dalla marcata componente ideologica che appoggia, finanzia ed addestra milizie sciite in buona parte del Medio Oriente.

 

Visti gli sviluppi e i conflitti in corso nell'area, con queste due visite Trump ha voluto ribadire una svolta rispetto al passato, assicurare il completo appoggio degli Stati Uniti ai due alleati e rincuorarli indicando l'Iran come il maggiore pericolo per la stabilità in Medio Oriente.È partendo da questi elementi che si può comprendere la sua ostilità verso l'accordo fortemente voluto ed infine raggiunto dal suo predecessore.

 

L'uscita dall'accordo: Non sono stati solo gli americani a sottoscrivere questo trattato. Il Presidente Obama, dopo anni di sanzioni e accuse reciproche, oltre a Stati Uniti e Iran ha fatto sedere allo stesso tavolo Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania, il gruppo cosiddetto dei 5+1 ai quali si è aggiunta l'Unione Europea.

 

Anche se Trump ha sempre affermato si trattava del peggior accordo mai sottoscritto dagli Stati Uniti, l'uscita avvenuta l'8 Maggio dello scorso anno, secondo i canoni tradizionali della diplomazia, non può considerarsi un'azione corretta. Va detto che il Presidente non è il solo nel sostenere che l'accordo sia incompleto. Non garantirebbe che tra una decina d'anni Tehran non sia in grado di riprendere la fabbricazione di un ordigno nucleare, non include lo sviluppo della componente missilistica del Paese e non affronta il nodo delle sue ingerenze nella regione.

 

Dal mio punto di vista questo approccio è errato e comunque da qui a far saltare unilateralmente un accordo raggiunto dopo lunghe e laboriose trattative ce ne vuole. In politica estera è stato il risultato più importante dell'Amministrazione Obama e rappresenta una pietra miliare nei rapporti degli Stati Uniti con Tehran. Scopo dell'accordo non era tanto impedire per sempre a Tehran lo sviluppo dell'arma atomica, quanto guadagnare quel tempo necessario per consentire una crescita economica tale da portare l'Iran ad integrarsi nuovamente nella comunità internazionale. Si ponevano in questo modo le basi per creare quella prosperità necessaria a sostenere e rinforzare le classi medie, garantendo allo stesso tempo una graduale evoluzione del regime nei suoi rapporti con la propria gente e con il resto del mondo.

 

Date le basi di partenza, e considerando tutto quello che era avvenuto negli anni passati, l'accordo risultava essere la soluzione migliore. Le trattative – a momenti anche piuttosto tese – erano riuscite a trovare un equilibrio tra le esigenze delle varie parti.

 

Alcune parole sull'accordo nucleare: Era composto da due parti. Nella prima l'Iran si impegnava a rinunciare ad ogni programma nucleare che avesse implicazioni militari. Nella seconda, in cambio, otteneva la rimozione delle sanzioni e soprattutto l'apertura ai commerci con l'Occidente. Se Tehran aveva sempre affermato che le sue ricerche miravano alla realizzazione di impianti e tecnologie ad uso civile e non alla costruzione di ordigni bellici, le sanzioni ne avevano seriamente indebolito l'economia ed ostacolato lo sviluppo, impedendo al paese di crescere e modernizzarsi.

 

Le Presidenziali del 2013 e successivamente quelle del 2018, vinte con una buona maggioranza, avevano dato il segnale che gli iraniani intendevano uscire dall'isolamento, avvicinarsi all'Occidente, riprendere il loro posto nelle grandi vie commerciali e superare gli ultimi otto anni di governo Ahmadinejad: l'accordo era per loro importante in quanto significava un'apertura al mondo e un ritorno alla normalità.

 

Tehran aveva firmato il Trattato di non Proliferazione nel Luglio del 1968. Questo autorizzava la ricerca per lo sviluppo nucleare in ambito civile e non vietava la tecnologia ad uso duale. Addirittura erano consentite la propulsione nucleare navale e l’uso di esplosioni atomiche in ambito di ingegneria civile. Proibita era solo la fabbricazione di ordigni bellici.

 

L'accordo del Novembre 2015 apriva anche la via ad un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti. Pessime sin dalla Rivoluzione del 1979, erano successivamente peggiorate con la Crisi degli Ostaggi, prelevati con la forza dall'Ambasciata di Tehran e tenuti prigionieri per 444 giorni. L'evento provocò la definitiva rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi. Quella che fu la sede dell'Ambasciata Americana si chiama oggi “Covo dello spionaggio” e al suo interno ospita il “Museo Giardino dell'Antiarroganza”. All'esterno vi si può vedere un ampio cartello che associa idealmente all'Imam Hussein le gesta dei giovani che in quei giorni occuparono la Sede Diplomatica.

 

Intende Tehran dotarsi di un arma atomica?

 

A fermare l’Iran nel farsi l’atomica vi erano innanzitutto motivi religiosi. Questi, noti sin dai tempi di Khomeini e resi pubblici anche da una serie di “Fatwa” emesse dall'Ayatollah Alì Khamenei, condannano l'uso di ogni arma di distruzione di massa, inclusa quella nucleare.

 

A livello più pratico, l’Iran possiede le seconde riserve di gas al mondo ed è al quarto posto per quelle petrolifere. Per quanto vaste, queste risorse non dureranno in eterno. Il regime ha da tempo pianificato la diversificazione delle fonti di energia per evitare quel modello di economia basato principalmente sull’estrazione e la vendita di idrocarburi: se è vero che altre nazioni lo avevano adottato, si è anche visto che sul lungo periodo questo percorso non è privo di rischi, se non addirittura negativo.

 

Necessario per il paese è puntare ad un modello di crescita più avanzato e moderno articolato in diversi settori e di lunga durata. Per riuscirvi non è possibile prescindere dallo sviluppo di una industria nucleare, senza contare che le centrali atomiche possono anche ovviare all'inquinamento ambientale causato dagli idrocarburi ed aiutare nel combattere il riscaldamento globale.

 

Dal punto di vista militare, dotarsi dell’arma atomica presenterebbe solo svantaggi. Il regime è perfettamente conscio che l’ordigno nucleare serve solo come deterrente e ne è impossibile ogni impiego bellico. Dotarsene avrebbe poi l’effetto, inevitabile, di innescare una gara alla proliferazione in tutta l'area: se Tehran dovesse realizzare la bomba, Arabia Saudita, Egitto e Turchia non potrebbero che seguire a ruota.

 

Volendo anche ammettere la capacità di produrre un qualche tipo di ordigno, nessuno sarebbe così folle da impiegarlo contro Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita o qualche loro alleato. Cosa potrebbe una bomba iraniana contro un arsenale americano di circa 6800 testate e contro Gerusalemme, che di ordigni ne possiede un’ottantina? La risposta sarebbe immediata, devastante e l’Iran, attore politico dalla lunga esperienza diplomatica e paese perfettamente razionale, non è certo disposto a farsi annientare o mettere a repentaglio l’esistenza del regime.

 

C’è da aggiungere che il livello di ricerca in Iran non è avanzato come lo si sospetta: manca la capacità per arricchire l'uranio al 90%, soglia necessaria per produrre un'arma atomica. Non parliamo poi del plutonio e, da ultimo, del problema della miniaturizzazione della bomba.

 

Per chiarire meglio le cose, al fine di produrre un ordigno all’uranio sono necessari 20 kg di minerale arricchito al 90%. Riguardo il plutonio (che non si trova in natura e si ottiene dal riprocessamento dell’uranio usato nelle centrali nucleari) per una bomba ne servono 5 kg. Nei suoi termini l'accordo aveva risolto questo problema per i prossimi dieci/quindici anni.

 

Lo stato attuale delle cose: Dopo aver accusato il regime di mentire e non voler metter fine al suo programma, il Presidente Trump sta cercando di isolare nuovamente l'Iran e asfissiarlo economicamente nella speranza di vederlo cadere. Questo sta cancellando tutti i progressi fatti a seguito dell'elezione di Rohani il cui doppio mandato e l'ampio consenso ottenuto in una contesa a suffragio universale hanno indicato come il paese mostri una reale volontà di cambiamento e di apertura.

 

Se l'intenzione del Presidente Trump è di arrivare al “regime change” dubito riuscirà nello scopo. Quello di Tehran non è un regime debole e ha tutte le capacità per resistere. La sua economia non manca di forza ed è piuttosto diversificata. Ad osservarne l'industria, ci si accorge che il livello tecnologico è buono. Gli istituti universitari sono tra i migliori del Medio Oriente e ospitano più studentesse donne che uomini.

 

Tehran sta anche espandendo i suoi legami commerciali con gran parte dei paesi della regione e che in molti di questi Trump non sia visto di buon occhio gioca in suo favore. Durante il mio viaggio in Iran ho potuto constatare un ampio movimento di veicoli in direzione sia dell'Afghanistan che dell'Iraq. I Tir trasportavano derrate alimentari, prodotti agricoli, cemento e materiali da costruzione. Ho anche sentito parlare di un fiorente contrabbando. Non ho visto negozi con scaffali privi di merce e ho sempre trovato ciò che cercavo. Pechino ha resistito alle sanzioni di Washington e Nuova Delhi le ha parzialmente ignorate. Le due nazioni sono anche riuscite ad aggirare le imposizioni finanziarie americane. Vi sono poi altre complicità e non mancano i modi per attenuare l’embargo.

 

L'impressione mia è che per l'Iran il peggio sia alle spalle e che la situazione si stia stabilizzando. Malgrado il forte calo delle esportazioni petrolifere, sia l'economia che la società hanno saputo mostrare una buona dose di resilienza. Inoltre, non è affatto detto che un eventuale cambio di regime elimini il problema nucleare. Ovviamente resta sempre la possibilità di qualche fatto imprevisto.

 

Oramai a Washington si dovrebbe sapere bene che in Medio Oriente è più facile innescare una crisi che chiuderla o almeno tenerla sotto controllo. Benché imprevedibile, credo che in queste circostanze il presidente Trump più che combattere preferisca fare la voce grossa o minacciare: con l'avvicinarsi delle elezioni l'ultima cosa che vorrebbe vedere è il ritorno a casa dei corpi di soldati americani avvolti in una bandiera.

 

La sua speranza è che l'Iran si spaventi e, sotto pressione, finisca col chiedere l'apertura di nuovi negoziati. Se è vero che per per gli iraniani nulla è irreversibile e che una disponibilità alle trattative c'è sempre, hanno anche fatto capire che non sono disposti a chinare il capo o a lasciarsi intimorire.

 

Ho potuto constatare che nel Paese i negozi non mancano di prodotti, inclusi quelli di importazione. In Iran vige l'arte di arrangiarsi e riguardo le sanzioni si sono sviluppati circuiti paralleli. Il regime sta mostrando una buona capacità di assorbire le pressioni e la sua tolleranza al rischio è maggiore di quella dei suoi vicini del Golfo. Quando si vede in necessità di difendersi è sua abitudine passare all'attacco. Per il momento al regime non si vede un'alternativa e, se questa dovesse un giorno emergere, sarà dal cuore stesso del paese.

 

Nell'area il paesaggio politico è dei più complessi essendo in corso un’ampia partita geopolitica che coinvolge numerosi attori insieme all'intera regione: non è dunque possibile limitare il dibattito alla sola volontà degli Stati Uniti e dei suoi alleati locali. Piaccia o non piaccia, l'Iran è una potenza regionale perfettamente in grado di difendersi e poco può può farsi senza il suo accordo. È anche evidente come con pochi mezzi riesca a condurre un grande gioco. Il recente attacco contro Abqaiq (il più grande impianto di lavorazione di Aramco) e Khurais (uno dei principali giacimenti sauditi) ha sottratto al mercato internazionale circa 5 milioni e mezzo di barili al giorno lo conferma.

 

Questa azione ha mostrato come l'Arabia Saudita, malgrado le sue enormi spese militari, non sia capace di respingere un attacco condotto a dovere sul suo territorio. In precedenza vi erano stati incursioni contro alcune petroliere, come se il regime intendesse mostrare al mondo la capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz. Alla fine lo stesso Segretario di Stato Mike Pompeo ha sottolineato la necessità di calmare la situazione e privilegiare una soluzione pacifica.

 

L'Iran è stato sede di grandi Imperi e affonda la sua tradizione in un passato ricco e millenario. Questo gli dà un forte senso di patriottismo e di identità nazionale. A differenza dei suoi vicini arabi, ciò ne fa una nazione e non un paese tribale. Non vi è da stupirsi se appare meno docile e spesso, per sottolineare questa sua esclusività, il regime abbraccia la via della provocazione. Se si vuole riportare ordine nella regione, e definire un migliore equilibrio tra le componenti sciite e sunnite dell'Islam, è necessario calmare le acque e privilegiare la soluzione diplomatica.

 

Il reciproco interesse in una trattativa: Per meglio intendere le cose, occorre partire dall'assunto che in vista delle elezioni Trump ha bisogno di portare a casa qualche successo in politica estera e ritirare almeno una parte delle truppe impiegate nella regione. Non è sua intenzione farsi trascinare in un conflitto che possa rovinargli le prospettive elettorali e non è dunque nel suo interesse assecondare i desideri di Riyadh e Gerusalemme e rischiare una guerra.

 

Anche l'Iran ha tutto l’interesse di evitare un conflitto che sa bene di non poter vincere. Il regime si agita per far capire che non è disarmato di fronte alle sanzioni e per rinforzare la sua mano in attesa di un futuro negoziato. A farla breve, nessuna delle due parti ha interesse che si giunga ad una guerra aperta.

 

Sembrerà paradossale, ma tutto questo può significare che il regime, pur disposto all'apertura di un dialogo, per ottenere margini accettabili di trattative si stia mostrando più aggressivo. Aggiungerei che l'attacco agli impianti sauditi del 13 Settembre rappresenta il limite cui l'Iran può arrivare senza rischiare un conflitto. È probabile che con quest'ultima azione il regime abbia lanciato il suo messaggio: ora bene per tutti trattare.

 

Se è vero che l'ultima parola spetta sempre all'Ayatollah Khamenei, altrettanto vero è che mai il Ministro degli Esteri Zarif si sarebbe recato a Biarritz senza il suo consenso. La Guida Suprema è flessibile e disposta al compromesso purché gli sia consentito salvare la faccia. All'interno del paese persino tra i gruppi più conservatori inizia a fare capolino l'idea che prima o poi un negoziato con Washington sia inevitabile.

 

Interessante è stata l'intervista al New York Times rilasciata da Ahmadinejad, due volte presidente, attuale Membro del Consiglio di Espedienza e da sempre considerato un falco. Spinge ad un dialogo con il Presidente Trump, sottolineando come la pace nel mondo, l'economia e la cultura ne trarrebbero gran beneficio. È sua opinione che le questioni attuali siano più importanti e di portata maggiore di quelle discusse nell'accordo: ciò rende necessario affrontarle a fondo.

 

Disponibili ad un'apertura sarebbero anche l'ex-Comandante dei Guardiani della Rivoluzione e Brigadiere Generale Hossain Alaei, il religioso Mojtaba Zanzour, Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza Nazionale e Mohammed Reza Bahonar, leader di un importante gruppo conservatore.

 

Lo stesso Ayatollah Khamenei, che all'epoca aveva accettato l'apertura di Obama, sembra ora prossimo all'idea di un dialogo con Washington. Chiede in cambio un abbassamento dei toni e maggiore rispetto verso il suo Paese. Il regime sa inoltre di poter sfruttare quei vantaggi che gli sono concessi dalle prossime elezioni americane. Non esita intanto ad mantenere il passo della diplomazia, tenendo aperto il tavolo con Europei, Russi, Cinesi e Giapponesi.

 

Altre considerazioni: La Storia ci insegna che le nazioni possono essere soggette ad embarghi o a severe e dolorose sanzioni e non arrendersi mai. L'Iran è un Paese che non manca di risorse e non ha certo voglia di mostrare al mondo che lo si può piegare o intimorire. Ciò significa che non intende capitolare e, fin quando lo riterrà necessario, continuerà a far leva sulle sue capacità offensive e di condizionamento.

 

Se il Presidente Trump cerca davvero un accordo, dovrà investire nella diplomazia e non nel solo esercizio della massima pressione. In caso contrario, difficilmente gli iraniani rinunceranno a mantenere alta la tensione pur di rinforzare la loro posizione negoziale e non mostrarsi deboli.

 

Presto, sia l'Arabia Saudita che gli Emirati del Golfo si renderanno conto che non potranno combattere l'Iran fino “all'ultimo soldato americano”. Anche per loro, l'unica via ragionevole è quella della diplomazia e se Riyadh non riesce a prevalere contro un gruppo di ribelli nello Yemen, difficilmente potrà cavarsela contro un avversario come l'Iran. Essendo questi paesi dalle caratteristiche tribali, sono anche riluttanti a potenziare le loro forze armate nel timore che possano un giorno prendere il potere. A nessuno sfugge che in questa partita è in gioco anche la stabilità sociale e politica delle Monarchie stesse.

 

Tutte le parti hanno dunque interesse che non si giunga ad un conflitto. Non è un caso che dopo il recente attacco ai siti petroliferi sauditi, gli Emirati Arabi Uniti si siano affrettati a inviare una delegazione a Tehran. L'Arabia Saudita, dal canto suo, si sta sforzando ad accelerare la conclusione del conflitto nello Yemen. Israele, malgrado le minacce dell'ex-Premier Netanyahu, non è in grado di condurre una guerra prolungata e gli stessi Stati Uniti sono consci delle enormi difficoltà che comporterebbe un attacco terrestre: le dimensioni del paese, i monti Zagros, i deserti, il numero dei suoi abitanti, la consistenza delle forze armate e quella dei vari corpi che compongono i Guardiani della Rivoluzione, lo rendono di fatto impraticabile.

 

Con l'avvicinarsi delle elezioni, l'evidente volontà espressa dal Presidente Trump di ritirare le truppe americane dalla regione ed evitare ulteriori coinvolgimenti lo fa apparire meno affidabile agli occhi di tutti gli alleati regionali. E’ dunque meglio che i grandi protagonisti dell’area inizino a parlare tra di loro. Quello che l’Iran sta facendo oggi è condurre la più classica delle partite geopolitiche: cerca di estendere la propria influenza e rintuzzare le mosse dei vicini. Questa partita, alla quale non intende rinunciare, potrà tornargli utile anche in caso di futuri negoziati.

 

Non sfugge a nessuno come il vero problema da affrontare sia il ruolo dell'Iran nella regione, che non si potrà certo risolvere limitandosi ad un solo trattato sul nucleare e penalizzando i tentativi di emancipazione del popolo iraniano. Sarebbe necessario tornare a quella che è la vera funzione della diplomazia: cercare un accordo che possa risolvere le dispute regionali e le rivalità tra le parti coinvolte.

 

Verso un'altra soluzione: Parlando con gli americani, è da alcuni anni che cerco di persuaderli che se si vuol trovare una soluzione al problema iraniano è necessario collegarlo a ciò che accade nella regione e non fissarsi esclusivamente sulla questione nucleare. È mia opinione che questa sia per Tehran uno strumento negoziale che ha saputo sfruttare con grande abilità. Uscire dal Trattato e imporre sanzioni serve solo a complicare le cose. Si indeboliscono i gruppi moderati, si fa il gioco delle componenti più estremiste e conservatrici del regime accrescendone il potere e facendo sì che l’opinione pubblica si stringa intorno a loro.

 

Oggi viviamo in un mondo nucleare e come insegna la Corea del Nord, per essere presi sul serio non si può prescindere da tale argomento. L'Iran è più pericoloso senza la bomba: possiede un'industria bellica avanzata e, soprattutto, può armare e disporre di milizie sciite per farle operare in tutta la regione. Ha dimostrato di essere in grado di agire con efficacia e per procura, disporre di una leva che i rivali nel Golfo non sono in grado di eguagliare.

 

L'atomica è considerata un deterrente e non un'arma offensiva. Anche se il Paese l'avesse, non potrebbe usarla e gli iraniani se ne rendono perfettamente conto. Il problema va oltre: non coinvolge solo l'Iran e i Paesi limitrofi, ma gli equilibri di tutto il Medio Oriente. Necessario è mettere fine al ciclo di violenza, vendetta e aggressione per giungere ad una situazione sostenibile e di pace che non privi le prossime generazioni del loro futuro. Se si impedisce all'Iran di farsi l'atomica, cosa si è risolto? Le questioni vanno ben oltre e non derivano certo dal solo nucleare iraniano.

 

Le recenti dichiarazioni del Presidente Erdogan sulla volontà di dotare la Turchia di un deterrente nucleare se da un lato rendono più complicata ogni trattativa, dall'altro non fanno che evidenziare la necessità di affrontare i problemi in una cornice allargata. Come spingere Tehran a rinunciare all'arma atomica quando il suo più potente vicino minaccia di farsene una?

 

Si tratta a questo punto di curare un'infezione della storia, superare il peso dell'eredità del colonialismo e di tutte quelle divisioni etniche, nazionali e religiose che sembrano accentuarsi ad ogni crisi. È per questo motivo che la questione iraniana non può essere affrontata solo nell'ottica nucleare, quanto nel quadro di una sistemazione generale della regione. Occorre mettere fine a questa crisi infinita e fare sì che questi Stati imparino a convivere, se non da amici, almeno da buoni vicini.

 

Se i problemi non verranno affrontati e risolti nel loro insieme, questa parte del mondo continuerà ad essere fonte costante di tensioni e ostilità e finiremo col trovarci sempre di fronte allo stesso Medio Oriente e alle stesse questioni: potrà dirsi la regione sicura solo perché all'Iran viene imposto di non farsi l’atomica? La crisi è ben più vasta e non si può rinunciare a concederci quest'opportunità.

 

Una trattativa, come una pace, non può dirsi ben riuscita se non è accettabile per le parti. Si tratta di negoziare per ottenere la vittoria di quell'arma formidabile che è la moderazione. È necessario ridar voce alla diplomazia quale strumento cardine per navigare in un mondo più difficile, precario, affollato e competitivo. A chi contesta questo modo di vedere le cose, va ricordato che il fine della diplomazia – così come quello della Politica Estera – è la pace o, almeno, il mantenimento dell'equilibrio internazionale. A voler troppo si rischia di perdere tutto.

 

Un importante evento del passato, il Trattato di Westfalia, potrebbe servire da esempio. Pose fine alla Guerra dei Trent'anni, un insieme di conflitto civile, dispute territoriali, guerra tra nazioni, cambiamenti di alleanze e crociata religiosa. La spietatezza, la brutalità, il numero delle vittime e le devastazioni costrinsero i protagonisti a metter fine a questa guerra e affrontare i problemi che l’avevano causata. Dai trattati sorsero una nuova Europa e un mondo diverso.

 

Tagliato il nesso tra rapporti internazionali, politica e fede religiosa, furono sanciti il principio di non intervento negli affari interni di uno Stato e il divieto di sobillare governi facendo uso di movimenti radicali e di gruppi manovrati dall’esterno. Applicato al Medio Oriente di oggi, un accordo simile porterebbe ad uno stato legale permanente che restituirebbe stabilità e gioverebbe all’ordine internazionale.

 

Gli interessi della Comunità Internazionale devono definire i nostri impegni e, per chi è alla ricerca di un conflitto, sia di consolazione che la diplomazia non è che una guerra condotta con altri mezzi. Nelle circostanze odierne, il fine sarebbe l'apertura di un dialogo che consenta di superare le rivalità e trovare un equilibrio diverso.

 

Ad ogni Stato andranno assegnati ruoli specifici con lo scopo di superare le divisioni e abbracciare un ampio progetto di pace e di sviluppo che dovrà essere in grado di creare un comune senso di appartenenza, far crescere prosperità, progresso e quell'ordine condiviso che con il tempo renderà più vicini i paesi coinvolti.

 

Aprendo le economie, si renderanno interdipendenti e sarà indispensabile la cooperazione tra loro. Ne potrebbe nascere un’organizzazione politica e una comunità di nazioni che possa ricordare l'esperimento dell'Unione Europea. Ciò consentirà una risposta comune alle grandi sfide del futuro, quali lo sviluppo sostenibile, i cambiamenti del clima e l'utilizzo razionale delle risorse idriche ed energetiche.

 

Uscire dunque dal binario del nucleare, che se affrontato da solo non risolve molto, e una volta per tutte trattare a livello di conferenza regionale quei problemi e quelle rivalità che da tempo hanno creato incendi e squilibri in tutto il Medio Oriente. Se avessimo un'Europa degna di questo nome, questo è un progetto che potrebbe proporre organizzando e convocando poi una grande conferenza internazionale.

 

Così non è e, come sempre, spetterà probabilmente alle due grandi potenze nucleari gettarne le basi e guidare il cammino verso un Trattato che porti ad un'intesa finale tra i paesi dell'area indicandone i rispettivi ruoli e responsabilità. È una grande sfida diplomatica, ma vale la pena tentare.

Conclusioni: Anche se spesso pensa esserlo, l'Iran non è una grande potenza e lo stesso può dirsi dei suoi vicini e dei suoi rivali. La regione, lo si è visto, resta un ginepraio di dispute territoriali, ideologiche, strategiche e religiose: o si combatte, o si negozia o si continua con l'attuale disordine nell'attesa che cambi qualcosa. Un conflitto è sconsigliabile e buon senso insegna che se un nemico non può essere vinto la strada migliore è quella delle trattative e del compromesso.

 

È un errore pensare che il solo accordo nucleare possa rendere definitivi i rapporti con una nazione come l'Iran, paese essenziale per la stabilità e la sicurezza della regione. Diventa perciò indispensabile definire gli obiettivi tra le parti, tenendo anche conto che per estendere la sua influenza Tehran non ha altro che far leva sui fermenti regionali.

 

L'Iran è un paese importante per la sua posizione geografica, le sue dimensioni, le sue risorse e la sua gente. In ogni caso, è destinato a giocare un ruolo di primo piano nel domani della regione. Dovrebbe essere dunque nell'interesse di tutti cercare di svilupparvi buoni rapporti.

 

Diventa essenziale mettere in campo una buona diplomazia per andare alla ricerca di un accordo di largo respiro in grado di tracciare una “via per la pace” ed edificando un assetto regionale durevole che riesca a dar voce alle istanze dei vari protagonisti. Di fronte a sospetti, paure e sfiducia, occorre mostrare ambizione e andare oltre le minacce e la mera gestione delle divergenze.

 

Si tratta di riconoscere quelli che per ogni attore locale sono gli interessi e le preoccupazioni di sicurezza, così che ciascuno possa capire quelle dei suoi vicini. Bisogna andare alla ricerca di un terreno comune per evitare un futuro di guerre, disordini e sofferenze ricordando che la diplomazia perde efficacia quando si distacca dalle necessità e dagli interessi delle parti coinvolte.

 

Per molti inizia ad essere anche una questione di risorse e questo vale pure per la Comunità Internazionale: i costi e le conseguenze di questi conflitti ricadranno su tutti e da tutti andranno affrontati. Anche per questo motivo diventa impellente ristabilire un nuovo ordine politico, sociale ed istituzionale. Questa ampia iniziativa diplomatica offrirà l'opportunità per dar spazio e respiro alle nuove generazioni e operare con loro. A differenza di quelle precedenti, si sentono legate da problemi comuni e mostrano di volersi sbarazzare del peso del passato.

 

Giunti a questo punto è necessario fare un salto di qualità e dar prova di immaginazione e creatività, principali virtù in politica estera. Sarà opportuno, oltre a tener conto ed affrontare i rapporti tra le varie nazioni, che ci si occupi di quello che si svolge al loro interno: equilibri politici, sociali, religiosi, senza contare quegli impulsi al cambiamento che sempre più spesso vediamo emergere nel mondo arabo.

 

I recenti eventi in Libano e Iraq e i moti di protesta in Iran non sono che ulteriore conferma della necessità di affrontare con urgenza le incognite della regione guardando, oltre al lato iraniano dei problemi in Medio Oriente, anche il lato mediorientale dei problemi iraniani. Se l'Europa non fosse così fragile ed assente, potrebbe avere un ruolo trainante nello spingere questa grande iniziativa. Dobbiamo invece ascoltare ancora una volta le solite parole di Commissari come la Mogherini: “deploriamo... ci auguriamo... esortiamo... facciamo appello...”. Fumo, vuoto, assenza di coraggio ed incompetenza.

 

In quanto agli Stati Uniti, malgrado i desideri espressi da Trump e precedentemente da Obama, in un momento come questo e come sola grande potenza globale non possono permettersi il lusso di voltare le spalle al Medio Oriente.

 

Quella attuale è una situazione che così com'è è meglio non si prolunghi oltre. Dalle sue ceneri sarà necessario dar vita ad una nuova comunità di Stati, nella quale tutti siano legittimi e uguali, dove i governi si rispettino a vicenda e dove ognuno sia libero di praticare il credo che vuole. Bisognerà affrontare negoziati intensi e come diceva Carlo Sforza, per ragione se non per amore sarà necessario veder grande. Il vero realismo deve contenere in sé tutto, incluse le ragioni ideali.

 

 

Nota:

 

Benché retto da una teocrazia, l’Iran non è un paese medievale. Aspira ad essere, moderno, all’avanguardia e, soprattutto, rispettato. Agli occhi del suo popolo, ricerca e sviluppo nucleare sono da associarsi alla modernità: rinunciarvi sarebbe ammissione di arretratezza, quasi come non appartenere al XXI secolo.

 

Con tutta probabilità, scopo del regime non era tanto dotarsi di un ordigno nucleare quanto raggiungere lo stato di paese soglia (la cosiddetta “opzione zero”), ovvero arrivare a quel grado di conoscenze sufficiente per farsi la bomba in caso di necessità.

 

Il Paese è situato vicino a Russia, Cina, Pakistan e India, nazioni che l'atomica la possiedono. Alle sue frontiere si trovano anche gli Stati Uniti, presenti in Iraq, Afghanistan, nel Golfo Persico e con un piede ancora in Siria. Washington possiede anche la base di Incirlik, in Turchia, dove sono stivate alcune decine di testate nucleari. Il Presidente Turco Erdogan più di una volta ha accennato alla possibilità di dotarsi di un proprio ordigno nucleare.

 

La Turchia possiede depositi di uranio e reattori di ricerca e con l'aiuto di Mosca sta costruendo il suo primo impianto nucleare in grado di produrre energia elettrica. Vi sono progetti per costruire, sempre con l'aiuto russo, centrali simili in Egitto e Arabia Saudita. Quest'ultima è il principale rivale dell'Iran nell'area del Golfo. Alcune fonti indicano come Riyadh avrebbe finanziato il 60% del programma nucleare pakistano. Tra i due paesi vi sarebbe un'intesa in base alla quale Islamabad si impegna a fornire nel giro di pochi giorni testate atomiche in caso di minaccia alla sicurezza del Golfo Persico.

 

In cambio dei suoi finanziamenti, l'Arabia Saudita avrebbe ottenuto anche il diritto su 5 o 6 di questi ordigni che sarebbero a sua immediata disposizione. Oltre ad essere tra i primi acquirenti di armi al mondo, Riyadh si è anche dotata di piattaforme a tecnologia duale in grado di trasportare testate nucleari.

 

L’Iran si trova nel mezzo di una regione tra le più instabili e turbolente, resa ancora più pericolosa da forti tensioni religiose e nella quale ogni vicino sospetta dell'altro. Non dovrebbe stupire se in un contesto simile molti possano pensare di dotarsi di un adeguato sistema di difesa.

 

Nel 1974, quando in Iran regnava ancora lo Shah, nacque l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). L’iniziativa era stata appoggiata da Stati Uniti, Francia e Germania. L’Iran aveva investito capitali molto ingenti nello sviluppo di una sua propria industria atomica. Per la fornitura di materiale nucleare, Tehran aveva versato centinaia di milioni di dollari al consorzio europeo EURODIF, entrandovi in partecipazione per il 10%. Le quote non furono mai consegnate. Dopo aver speso tanto, l’Iran non intendeva rinunciare a questi investimenti.

 

A seguito della Rivoluzione, il blocco sugli acquisti del combustibile necessario alle centrali rese difficile procedere nella produzione di elettricità e progredire nella ricerca in campo medico. Non vedendo alternative, Tehran decise di arricchirsi l'uranio in casa e in ciò la Russia non ebbe un ruolo secondario.

 

Da prendere in considerazione vi è anche una una questione di giustizia.

 

Sperimentando un ordigno prima del 1 Gennaio 1967, solo i cinque Paesi Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e unici con diritto di veto) possono oggi detenere legalmente ordigni nucleari. Insieme possiedono almeno 15.000 testate. Con quale faccia possono prendersela con l’Iran, che di bombe non ne ha nemmeno una? Vale la pena ricordare che questi cinque paesi come clausola del Trattato si sono impegnati a smantellare i loro arsenali. Ad oggi non lo hanno ancora fatto ed il Trattato a volerlo potrebbe considerarsi scaduto. E come può Israele, che non lo ha mai firmato e che di testate ne avrebbe quasi 100, permettersi di minacciare l’Iran?

 

C'è di più. Nel Dicembre del 2003 la Francia smantellò l’impianto nucleare Besse I. A Tricastin è oggi attivo, con ben 500.000 centrifughe, il nuovo impianto nucleare EURODIF-Besse II, nato da un accordo tra Parigi, Londra e Berlino. Nel Consorzio si produce uranio arricchito con il sistema (di tecnologia tedesca) della centrifugazione per la separazione isotopica dell’uranio naturale. Questi tre Paesi possono condannare l’Iran per i suoi pochi impianti di arricchimento che oltretutto il T.N.P. non gli vieta di avere?

Sappiano di un Trattato segreto firmato nel 2010 tra Francia e Inghilterra allo scopo di unire i loro arsenali nucleari. A seguito del recente Trattato di Aquisgrana, la Germania è stata invitata a far parte di questo ristretto gruppo. In un domani si potrebbero avere in Europa tre potenze nucleari.

Da parte degli Stati Uniti e della Russia è recente la denuncia del Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Con tutta probabilità, verrà scartato anche quello sulle Armi Nucleari Strategiche. Questi due trattati fondamentali hanno condotto alla distruzione di migliaia di missili e di altrettanto numerose testate atomiche e hanno portato la pace atomica tra le due Potenze Nucleari. Questo rende ancora più imbarazzante prendersela con l'Iran, rendendo in questo modo più difficile ogni negoziato.

La breve dichiarazione finale che ha fatto seguito alla riunione dei G7 a Biarritz tenutasi il 25 e 26 Agosto conclude in questo modo sull'Iran:“Condividiamo pienamente due obiettivi: garantire che l'Iran non si doti mai di armi nucleari e promuovere la pace e la stabilità nella regione”. Questo segna di fatto il superamento dell'accordo dal quale il Presidente Trump ha voluto uscire più di un anno fa.

Quando il mondo passa attraverso un periodo di enormi cambiamenti, conoscere e comprendere la Storia diventa molto importante. Non si possono esaminare solo i fatti senza tener conto delle ragioni ideali, il che generalmente avviene quando non si ha una visione sufficientemente ampia: occorre abbracciare tutte le molteplicità del reale, essendo quasi sempre quelle ideali le più importanti.

Come membri della Comunità Internazionale è necessario unirsi per un ampio accordo che vada oltre la sola questione nucleare, risolva finalmente i problemi dell'intera regione e dia vita ad una comunità di nazioni capaci di vivere insieme.

 

 

 

 

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