Iran: perché è necessario andare oltre il JCPOA

 

Non lascia dubbi che il Presidente Trump abbia preso di mira l'Iran. Una delle ragioni va certamente collegata con la sua dichiarata ostilità verso la Presidenza Obama. Sin dagli inizi della sua campagna elettorale Trump si è impegnato a contestarne le scelte e oggi sta mettendo in discussione molti punti della sua politica estera.

 

Sempre nel corso della campagna elettorale, riferendosi all'accordo nucleare lo aveva descritto come il “peggior accordo della storia” e aveva parlato di Iran quale “maggiore sponsor del terrorismo internazionale”.

 

Vi sono poi da tenere in considerazione motivi di politica interna. Questi riguardano i rapporti che il Presidente intrattiene con importanti finanziatori di religione ebraica e l'ampio supporto ricevuto degli evangelici bianchi.

 

Trump, l'Arabia Saudita e Israele: Il suo primo viaggio all'estero è stato in Arabia Saudita: una novità assoluta per un Presidente Americano. Fra i coreografi dell'evento troviamo il genero, Jared Kushner, altro immobiliarista di New York e marito di sua figlia Ivanka. Scopo annunciato della visita era combattere il terrorismo globale e confrontarsi con il nemico comune, l'Iran.

 

Molto abilmente i sauditi ne hanno accarezzato la vanità accogliendolo in modo regale. Lo hanno ricoperto di lodi ed infine ne hanno risvegliato l'istinto affaristico con un contratto di acquisti di armi per 100 miliardi di dollari.

 

Tappa successiva, Israele. Come Riyadh anche Gerusalemme aveva accumulato non poco astio nei confronti del Presidente Obama. I suoi rapporti con Netanyhau non erano mai stati buoni e la questione dell'avvicinamento con l'Iran non aveva fatto che peggiorare le cose: l'apice dei contrasti si era raggiunto con la firma del Trattato sul Nucleare (JCPOA), sottoscritto a Vienna nel Luglio del 2015.

 

Per Israele come per i sauditi l'Iran rappresenta sia una sfida che un'incognita: è un regime islamico dalla marcata componente ideologica che appoggia, finanzia ed addestra milizie sciite in tutto il Medio Oriente.

 

Visti gli sviluppi e i conflitti in corso nell'area, con queste due visite Trump ha voluto ribadire una svolta rispetto al passato, assicurare il completo appoggio degli Stati Uniti ai due alleati e rincuorarli indicando l'Iran come il maggiore pericolo per la stabilità in Medio Oriente.È partendo da questi elementi che si può comprendere la sua ostilità verso l'accordo voluto ed infine raggiunto dal suo predecessore.

 

L'uscita dall'accordo: Non sono stati solo gli americani a sottoscrivere questo trattato. Il Presidente Obama, dopo anni di sanzioni e accuse reciproche, oltre a Stati Uniti e Iran ha fatto sedere allo stesso tavolo Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania: il gruppo cosiddetto dei 5+1 ai quali si è aggiunta anche l'Unione Europea.

 

Anche se Trump ha sempre affermato si trattava del peggior accordo mai sottoscritto dagli Stati Uniti, l'uscita avvenuta l'8 Maggio dello scorso anno, secondo i canoni della diplomazia, non può considerarsi un'azione corretta.

 

Va detto che il Presidente non è il solo nel sostenere che l'accordo sia incompleto. Non garantirebbe che tra una decina d'anni Tehran non sia in grado di riprendere la fabbricazione di un ordigno nucleare. Il Trattato, inoltre, non include lo sviluppo della componente missilistica del Paese e non affronta il nodo delle sue ingerenze nella regione.

 

Dal mio punto di vista questo approccio è errato e comunque da qui a far saltare unilateralmente un accordo raggiunto dopo lunghe e laboriose trattative ce ne vuole. In politica estera è stato il risultato più importante dell'Amministrazione Obama e rappresenta una pietra miliare nei rapporti degli Stati Uniti con Tehran.

 

Lo scopo dell'accordo non era tanto impedire per sempre a Tehran lo sviluppo dell'arma atomica, quanto guadagnare quel tempo necessario per consentire una crescita economica tale da portare l'Iran ad integrarsi nuovamente nella comunità internazionale. Si ponevano in questo modo le basi per creare quella prosperità necessaria a garantire una graduale evoluzione del regime nei suoi rapporti con la propria gente e con il resto del mondo.

 

Date le basi di partenza, e considerando tutto quello che era avvenuto negli anni passati, l'accordo risultava essere la soluzione migliore. Le trattative – a momenti anche piuttosto tese – erano riuscite a trovare un equilibrio tra le esigenze delle varie parti.

 

Alcune parole sull'accordo nucleare: Era composto da due parti. Nella prima l'Iran si impegnava a rinunciare ad ogni programma nucleare che avesse implicazioni militari. Nella seconda, in cambio, otteneva la rimozione delle sanzioni e soprattutto l'apertura ai commerci con l'Occidente. Se Tehran aveva sempre affermato che le sue ricerche miravano alla realizzazione di impianti e tecnologie ad uso civile e non alla costruzione di ordigni bellici, le sanzioni ne avevano seriamente indebolito l'economia ed ostacolato lo sviluppo, impedendo la modernizzazione del paese.

 

Le Presidenziali del 2013 e poi quelle del 2018, vinte con una buona maggioranza, avevano dato il segnale che gli iraniani intendevano uscire dall'isolamento, avvicinarsi all'Occidente, riprendere il loro posto nelle grandi vie commerciali e superare gli ultimi otto anni di governo Ahmadinejad: l'accordo era importante in quanto significava un'apertura al mondo e un ritorno alla normalità.

 

Tehran aveva firmato il Trattato di non Proliferazione nel Luglio del 1968. Questo autorizzava la ricerca per lo sviluppo nucleare in ambito civile e non vietava la tecnologia ad uso duale. Addirittura erano consentite la propulsione nucleare navale e l’uso di esplosioni atomiche in ambito di ingegneria civile: proibita era solo la fabbricazione di ordigni bellici.

 

L'accordo del Novembre 2015 apriva anche la via ad un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti. Pessime sin dalla Rivoluzione del 1979, erano successivamente peggiorate con la Crisi degli Ostaggi, prelevati con la forza dall'Ambasciata di Tehran e tenuti prigionieri per 444 giorni. L'evento provocò la definitiva rottura dei rapporti diplomatici tra i due paesi. Quella che fu la sede dell'Ambasciata Americana si chiama oggi “Covo dello spionaggio” e al suo interno ospita il “Museo Giardino dell'Antiarroganza”. All'esterno vi si può vedere un ampio cartello che associa idealmente all'Imam Hussein le gesta dei giovani che in quei giorni occuparono la Sede Diplomatica.

 

Intende Tehran dotarsi di un arma atomica?

 

A fermare l’Iran nel farsi l’atomica vi erano innanzitutto motivi religiosi. Questi, noti sin dai tempi di Khomein e resi pubblici anche da una serie di “Fatwa” emesse dall'Ayatollah Alì Khamenei, condannano l'uso di ogni arma di distruzione di massa, inclusa quella nucleare.

 

A livello più pratico, l’Iran possiede le seconde riserve di gas al mondo ed è al quarto posto per quelle petrolifere. Per quanto vaste, queste risorse non dureranno in eterno. Il regime ha da tempo pianificato la diversificazione delle fonti di energia per evitare quel modello di economia basato solo sull’estrazione e la vendita di idrocarburi: se è vero che altre nazioni lo avevano adottato, si è visto che sul lungo periodo il percorso non è privo di rischi, se non addirittura negativo.

 

Necessario per il paese è puntare ad un modello di crescita più avanzato, articolato in diversi settori e di lunga durata. Per riuscirvi non è possibile prescindere dallo sviluppo di una moderna industria nucleare, senza contare che le centrali atomiche possono anche ovviare all'inquinamento ambientale causato dagli idrocarburi.

 

Dal punto di vista militare, dotarsi dell’arma atomica presenta per il Paese solo svantaggi. Il regime è perfettamente conscio che l’ordigno nucleare serve solo come deterrente e ne è impossibile ogni impiego bellico. Dotarsene avrebbe poi l’effetto, inevitabile, di innescare una gara alla proliferazione in tutta l'area: se Tehran si fa la bomba, Arabia Saudita, Egitto e Turchia non potranno che seguire a ruota.

 

Volendo anche ammettere la capacità di produrre un qualche tipo di ordigno, nessuno sarebbe così folle da impiegarlo contro Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita o qualche loro alleato. Cosa potrebbe una bomba iraniana contro un arsenale americano di circa 6800 testate e contro Gerusalemme, che di ordigni ne possiede un’ottantina? La risposta sarebbe immediata, devastante e l’Iran, attore politico dalla lunga esperienza diplomatica e paese perfettamente razionale, non è certo disposto a farsi annientare.

Con tutta probabilità inoltre, il livello di ricerca in Iran non è avanzato come lo si sospetta: manca la capacità per arricchire l'uranio al 90%, soglia necessaria per produrre un'arma atomica. Non parliamo poi del plutonio e, da ultimo, del problema della miniaturizzazione della bomba.

 

Per chiarire meglio le cose, al fine di produrre un ordigno all’uranio sono necessari 20 kg di minerale arricchito al 90%. Riguardo il plutonio (che non si trova in natura e si ottiene dal riprocessamento dell’uranio usato nelle centrali nucleari) per una bomba ne servono 5 kg. Nei suoi termini l'accordo aveva risolto questo problema per i prossimi dieci/quindici anni.

 

Lo stato attuale delle cose: Dopo aver accusato il regime di mentire e non voler metter fine al suo programma, il Presidente Trump sta cercando di isolare nuovamente l'Iran e asfissiarlo economicamente.

 

Questo sta cancellando tutti i progressi fatti a seguito dell'elezione di Rohani il cui doppio mandato e l'ampio consenso ottenuto in una contesa a suffragio universale hanno indicato come il paese mostri una reale volontà di cambiamento e di apertura.

 

Se l'intenzione del Presidente Trump è di arrivare al “regime change” dubito riuscirà nello scopo. Quello di Tehran non è un regime debole e ha tutte le capacità per resistere. La sua economia non manca di forza ed è piuttosto diversificata. Ad osservarne l'industria, ci si accorge che il livello tecnologico è buono. Gli istituti universitari sono tra i migliori del Medio Oriente e ospitano più studentesse donne che uomini.

 

Tehran sta anche espandendo i suoi legami commerciali con gran parte dei paesi della regione e che in molti di questi Trump non sia visto di buon occhio gioca in suo favore. Durante il mio viaggio in Iran ho potuto constatare un ampio movimento di veicoli in direzione sia dell'Afghanistan che dell'Iraq. I Tir trasportavano derrate alimentari, prodotti agricoli, cemento e materiali da costruzione. Ho anche sentito parlare di un fiorente contrabbando. Pechino ha resistito alle sanzioni di Washington e Nuova Dehli le ha parzialmente ignorate. Le due nazioni sono anche riuscite ad aggirare le imposizioni finanziarie americane.

 

L'impressione mia è che per l'Iran il peggio sia passato e che la situazione si stia stabilizzando. Malgrado il forte calo delle esportazioni petrolifere, sia l'economia che la società hanno saputo mostrare una buona dose di resilienza. Inoltre, non è affatto detto che un eventuale cambio di regime elimini il problema nucleare.

 

Oramai a Washington si dovrebbe sapere bene che in Medio Oriente è più facile innescare una crisi che chiuderla o almeno tenerla sotto controllo. Benché imprevedibile, credo che in queste circostanze più che combattere Trump preferisca fare la voce grossa o minacciare: con l'avvicinarsi delle elezioni l'ultima cosa che vorrebbe vedere è il ritorno a casa di soldati americani avvolti in una bandiera.

La sua speranza è che l'Iran si spaventi e finisca col chiedere l'apertura di nuovi negoziati. Se è vero che per per gli iraniani nulla è irreversibile e che una disponibilità alle trattative c'è sempre, hanno fatto capire che non sono disposti a chinare il capo o a lasciarsi intimorire.

 

Ho potuto constatare che nel Paese i negozi non mancano di prodotti, inclusi quelli di importazione. In Iran vige l'arte di arrangiarsi e riguardo le sanzioni si sono sviluppati circuiti paralleli. Il regime sta mostrando una buona capacità di assorbire le pressioni e la sua tolleranza al rischio è maggiore di quella dei suoi vicini del Golfo. Quando si vede in necessità di difendersi è sua abitudine passare all'attacco. Per il momento a questo non si vede un'alternativa e, se dovesse un giorno emergere, sarà dal cuore stesso del paese.

 

Nell'area il paesaggio politico è dei più complessi essendovi in corso una partita geopolitica che coinvolge l'intera regione: non è dunque possibile limitare il dibattito alla sola volontà degli Stati Uniti e di alcuni suoi alleati locali. Piaccia o non piaccia, l'Iran è una potenza regionale: è perfettamente in grado di difendersi e nulla può farsi senza il suo accordo.

 

È anche evidente come con pochi mezzi riesca a condurre un grande gioco. Il recente attacco contro Abqaiq (il più grande impianto di lavorazione di Aramco) e Khurais (uno dei principali giacimenti sauditi) ha sottratto al mercato internazionale circa 5 milioni e mezzo di barili al giorno lo conferma.

 

Questo ha inoltre mostrato come l'Arabia Saudita, con le sue enormi spese militari, non sia capace di respingere un attacco condotto a dovere sul suo territorio. In precedenza vi erano stati attacchi ad alcune petroliere, come se il regime intendesse mostrare al mondo la capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz. Alla fine lo stesso Segretario di Stato Mike Pompeo ha sottolineato la necessità di calmare la situazione e privilegiare una soluzione pacifica.

 

L'Iran è stato sede di grandi Imperi e affonda la sua tradizione in un passato millenario. Questo gli offre un forte senso di identità nazionale e di patriottismo. A differenza dei suoi vicini arabi, ciò lo rende una nazione e non un paese tribale. Non vi è da stupirsi se appare meno docile e, spesso, per sottolineare questa esclusività il regime abbraccia la via della provocazione. Se si vuole riportare ordine nella regione, e definire un migliore equilibrio tra le componenti sciite e sunnite dell'Islam, è necessario calmare le acque e privilegiare la soluzione diplomatica.

 

Il reciproco interesse in una trattativa: Per capire meglio le cose, occorre partire dall'assunto che in vista delle elezioni Trump ha bisogno di portare a casa qualche successo in politica estera e ritirare almeno una parte delle truppe impiegate nella regione. Non intende farsi trascinare in un conflitto che potrebbe rovinargli le prospettive e non è dunque nel suo interesse accodarsi ai desideri di Rihad e Gerusalemme e rischiare una guerra.

Anche l'Iran ha tutto il vantaggio nell'evitare un conflitto che sa bene di non poter vincere. Il regime si agita per far capire che non è disarmato di fronte alle sanzioni e cerca di rinforzare la sua mano in attesa di un futuro negoziato. A farla breve, nessuna delle due parti ha interesse che si giunga ad una guerra aperta.

 

Sembrerà paradossale, ma tutto questo può significare che il regime, pur disposto all'apertura di un dialogo, per ottenere margini accettabili di trattative si sia mostrato più aggressivo. Aggiungerei che l'attacco agli impianti sauditi del 13 Settembre rappresenta il limite cui l'Iran può arrivare senza rischiare un conflitto. È probabile che con quest'ultima azione il regime abbia lanciato il suo messaggio: ora è pronto a trattare.

 

Se è vero che l'ultima parola spetta sempre all'Ayatollah Khamenei, altrettanto vero è che mai il Ministro degli Esteri Zarif si sarebbe recato a Biarritz senza il suo consenso. La Guida Suprema è flessibile e disposta ad un compromesso purché gli sia consentito salvare la faccia e all'interno del paese, persino tra i gruppi più conservatori, inizia a fare capolino l'idea che prima o poi un negoziato con Washington sia inevitabile.

 

Interessante è stata l'intervista al New York Times rilasciata Ahmadinejad, Presidente per due volte, attuale Membro del Consiglio di Espedienza e da sempre considerato un falco. Spinge ad un dialogo con il Presidente Trump, sottolineando come la pace nel mondo, l'economia e la cultura ne trarrebbero gran beneficio. È sua opinione che le questioni attuali siano più importanti e di portata maggiore di quelle discusse nell'accordo: ciò rende necessario affrontare questi problemi a fondo .

 

Disponibili ad un'apertura sarebbero anche l'ex-Comandante dei Guardiani della Rivoluzione e Brigadiere Generale Hossain Alaei, il religioso Mojtaba Zanzour, Presidente del Comitato Parlamentare per la Sicurezza Nazionale e Mohammed Reza Bahonar, leader di un importante gruppo conservatore.

 

Anche lo stesso Ayatollah Khamenei, che all'epoca aveva accettato l'apertura di Obama, sembra ora prossimo all'idea di un dialogo con Washington. Chiede un abbassamento dei toni e maggiore rispetto verso il suo Paese. Il regime sa inoltre di poter sfruttare quei vantaggi che gli sono concessi dalle prossime elezioni americane. Non esita intanto ad accelerare il passo della diplomazia, tenendo aperto il tavolo con Europei, Russi, Cinesi e Giapponesi.

 

Altre considerazioni: La Storia ci insegna che le nazioni possono essere soggette ad embarghi o a severe e dolorose sanzioni e non arrendersi mai. L'Iran è un Paese che non manca di risorse: non ha certo voglia di mostrare al mondo che lo si può piegare o intimorire. Ciò significa che non intende capitolare e, fin quando lo riterrà necessario, continuerà a far leva sulle sue capacità di colpire.

 

Se il Presidente Trump cerca davvero un accordo, dovrà investire nella diplomazia e non nel solo esercizio della massima pressione. In caso contrario, difficilmente gli iraniani rinunceranno a mantenere alta la tensione pur di rinforzare la loro posizione negoziale.

 

Presto, sia l'Arabia Saudita che gli Emirati del Golfo si renderanno conto che non potranno combattere l'Iran fino “all'ultimo soldato americano”. Anche per loro, l'unica via ragionevole è quella della diplomazia e se Riyadh non riesce a prevalere contro un gruppo di ribelli nello Yemen, difficilmente potrebbe cavarsela contro un nemico come l'Iran. Essendo paesi dalle caratteristiche tribali, sono anche riluttanti a potenziare le loro forze armate nel timore queste possano un giorno prendere il potere: in questa partita è in gioco anche la stabilità sociale e politica delle Monarchie stesse.

 

Tutte le parti hanno dunque i loro interessi affinché non si giunga ad un conflitto. Non è un caso che dopo il recente attacco ai siti petroliferi sauditi, gli Emirati Arabi Uniti si siano affrettati a mandare una delegazione a Tehran. L'Arabia Saudita, dal canto suo, si sta sforzando ad affrettare la conclusione del conflitto nello Yemen. Israele, malgrado le minacce dell'ex-Premier Netanyahu, non sarebbe in grado di condurre una guerra prolungata e gli stessi Stati Uniti sono consci delle enormi difficoltà di un attacco terrestre: i monti Zagros, le dimensioni del paese, il suo numero di abitanti, la consistenza delle forze armate iraniane e quella dei vari corpi che compongono i Guardiani della Rivoluzione, lo rendono di fatto impossibile.

 

Con l'avvicinarsi delle elezioni, l'evidente volontà espressa dal Presidente Trump di ritirare le truppe americane dalla regione ed evitare ulteriori coinvolgimenti lo fa apparire davanti a tutti meno affidabile: è dunque meglio che i grandi attori regionali inizino a parlare tra di loro. Quello che l’Iran sta facendo oggi è condurre la più classica delle partite geopolitiche: cerca di estendere la propria influenza e rintuzzare le mosse dei vicini. Questa partita, alla quale non intende rinunciare, potrà tornargli utile anche in caso di futuri negoziati.

 

Il vero problema è quello del ruolo dell'Iran nella regione che non si potrà risolvere limitandosi ad un trattato sul nucleare e penalizzando i tentativi di emancipazione del popolo iraniano. Sarebbe necessario tornare a quella che è la vera funzione della diplomazia: cercare un accordo che possa risolvere le dispute regionali e le rivalità tra tutte le parti coinvolte.

 

Verso un'altra soluzione: Parlando con gli americani, è da alcuni anni che cerco di persuaderli che se si vuol trovare una soluzione al problema iraniano è necessario collegarlo a ciò che accade nella regione e non fissarsi sulla questione nucleare. È mia opinione che questa sia per Tehran uno strumento negoziale che sa sfruttare con grande abilità. Uscire dal Trattato e imporre sanzioni serve solo a complicare le cose, indebolire i gruppi moderati e fare il gioco delle componenti più estremiste e conservatrici del regime accrescendone il potere e aumentando la coesione dell'opinione pubblica verso di loro.

Oggi viviamo in un mondo nucleare e, come insegna la Corea del Nord, per essere presi sul serio non si può prescindere da tale argomento. L'Iran è più pericoloso senza la bomba: possiede un'industria bellica avanzata e, soprattutto, può armare e disporre di milizie sciite e farle operare in tutta la regione. Ha dimostrato di essere in grado di agire per procura con efficacia e disporre di una leva che i rivali nel Golfo non sono in grado di eguagliare.

 

L'atomica, va ricordato, è considerata un deterrente e non un'arma offensiva. Anche se il Paese l'avesse, non potrebbe usarla e gli iraniani ne sono coscienti. Il problema va oltre. Non coinvolge solo l'Iran e i Paesi limitrofi, ma gli equilibri di tutto il Medio Oriente: necessario è mettere fine al ciclo di violenza, vendetta e aggressione per giungere ad una situazione sostenibile e di pace che non privi le prossime generazioni del loro futuro. Se si impedisce all'Iran di farsi l'atomica, cosa si è risolto in fin dei conti? Le questioni vanno ben oltre e non derivano certo dal solo nucleare iraniano.

 

Le recenti dichiarazioni del Presidente Erdogan sulla volontà di dotare la Turchia di un deterrente nucleare se da un lato rendono più complicata ogni trattativa, dall'altro non fanno che evidenziare la necessità di affrontare i problemi in una cornice allargata. Come spingere l'Iran a rinunciare all'arma atomica quando il suo più potente vicino minaccia di farsene una?

 

Si tratta a questo punto di curare un'infezione della storia, superare il peso dell'eredità del colonialismo e di tutte quelle divisioni etniche, nazionali e religiose che sembrano accentuarsi ad ogni crisi. È per questo motivo che la questione iraniana non va affrontata solo nell'ottica nucleare quanto nel quadro di una sistemazione generale della regione: occorre por termine a questa crisi infinita e fare sì che questi stati imparino a vivere, se non da amici, almeno da buoni vicini.

 

Se questo problema non verrà affrontato e risolto nel suo insieme, quella parte del mondo continuerà ad essere fonte costante di tensioni e ostilità e finiremo col trovarci di fronte sempre allo stesso Medio Oriente e alle stesse questioni: potrà dirsi la regione sicura solo perché all'Iran viene imposto di non farsi la bomba? La crisi è ben più vasta e non si può rinunciare a darci quest'opportunità.

 

Una trattativa, come una pace, non può dirsi ben riuscita se non è accettabile per le parti. Si tratta di negoziare per ottenere la vittoria di quell'arma formidabile che è la moderazione. È necessario ridar voce alla diplomazia quale strumento cardine per navigare in un mondo più difficile, precario, affollato e competitivo. A chi contesta questo modo di vedere le cose, va ricordato che il fine della diplomazia – così come quello della Politica Estera – è la pace o, almeno, il mantenimento dell'equilibrio internazionale: a voler ricavare troppo si rischia di perdere tutto.

 

Un importante evento del passato, il Trattato di Westfalia, potrebbe servire da esempio. Pose fine alla Guerra dei Trent'anni, insieme di conflitto civile, dispute territoriali, guerra tra nazioni, cambiamenti di alleanze e crociata religiosa. La spietatezza, la brutalità, il numero delle vittime e le devastazioni costrinsero i protagonisti a metter fine alla guerra e affrontare i problemi che l’avevano causata. Da questi trattati nacquero una nuova Europa e un mondo diverso.

 

Tagliato il nesso tra rapporti internazionali, politica e fede religiosa, vennero sanciti il principio del non intervento negli affari interni di uno Stato e il divieto di sobillare governi facendo uso di movimenti radicali e di gruppi manovrati dall’estero: in Medio Oriente un accordo simile risulterebbe in uno stato legale permanente che restituirebbe stabilità alla regione e gioverebbe all’ordine internazionale.

 

Gli interessi della Comunità Internazionale devono definire i nostri impegni e, per chi è alla ricerca di un conflitto, sia buona la consolazione che la diplomazia, in fondo, è una guerra condotta con altri mezzi. Nelle circostanze odierne, lo scopo è l'apertura di un dialogo che consenta di superare le varie rivalità e trovare un equilibrio differente.

 

Ad ogni Stato andranno assegnati ruoli specifici con lo scopo di superare le divisioni e abbracciare un ampio progetto di pace e di sviluppo che dovrà essere in grado di creare un comune senso di appartenenza, far crescere prosperità, progresso e quell'ordine condiviso che con il tempo renderà più vicini quei paesi.

 

Unendo le economie, creando una comunità di nazioni ed un'organizzazione politica si potrà presentare qualcosa che ricordi l'esperimento dell'Unione Europea. Ciò consentirà anche una risposta comune alle grandi sfide del futuro, quali lo sviluppo sostenibile e l'utilizzo razionale delle risorse idriche.

 

Uscire dunque dal binario del nucleare - che da solo non risolve molto - e, una volta per tutte, affrontare a livello di conferenza regionale quei problemi e quelle rivalità che da troppo tempo creano incendi e squilibri in tutto il Medio Oriente: se avessimo un' Europa degna di questo nome, questo è un progetto che potremmo affrontare attraverso una grande conferenza internazionale.

 

Così non è e, come sempre, spetterà probabilmente alle due grandi potenze nucleari con l'aiuto della Nazioni Unite gettarne le basi e guidare il cammino verso un Trattato che porti ad un'intesa finale tra i paesi dell'area e ne indichi i rispettivi ruoli. È una grande sfida diplomatica, ma vale la pena tentare.

 

Conclusioni: Anche se spesso pensa di esserlo, l'Iran non è una grande potenza e lo stesso può dirsi dei suoi vicini e dei suoi rivali. La regione, lo si è visto, resta un ginepraio di dispute territoriali, ideologiche, strategiche e religiose: o si combatte, o si negozia o si continua con l'attuale disordine nell'attesa che cambi qualcosa. Un conflitto è sconsigliabile e buon senso insegna che se un nemico non può essere vinto la strada migliore è quella del compromesso.

 

È un errore pensare che il solo accordo nucleare possa rendere definitivi i rapporti con una nazione come l'Iran, paese essenziale per la stabilità e la sicurezza della regione. Diventa perciò indispensabile definire gli obiettivi tra tutte le parti, tenendo anche conto che per estendere la sua influenza Tehran non ha altro che far leva sui fermenti regionali.

 

L'Iran è un paese importante per la sua posizione geografica, per le sue risorse e per la sua gente. In ogni caso, è destinato a giocare un ruolo di primo piano nel domani della regione: è nell'interesse di tutti cercare di svilupparvi buoni rapporti.

 

Diventa essenziale mettere in campo una buona diplomazia per andare alla ricerca di un accordo di largo respiro, tracciare una “via per la pace” edificando un asseto regionale durevole che riesca a dar voce alle istanze dei vari protagonisti. Di fronte a sospetti, paure e sfiducia, occorre mostrare ambizione e andare oltre le minacce e la mera gestione delle divergenze.

 

Si tratta di riconoscere - obiettivamente e con franchezza - quelli che sono per ogni attore locale interessi e preoccupazioni di sicurezza, allo scopo che ciascuno possa capire quelle dei suoi vicini. Bisogna andare alla ricerca di un terreno comune per evitare un futuro di guerre, disordini e sofferenze ed è bene ricordare che la diplomazia perde efficacia quando si distacca dalle necessità e dagli interessi delle parti coinvolte.

 

Per molti inizia ad essere anche una questione di risorse e questo vale pure per la Comunità Internazionale: i costi e le conseguenze di questi conflitti ricadranno su tutti e da tutti andranno affrontati ed è anche per questo che diventa impellente ristabilire un nuovo ordine politico. Una grande iniziativa diplomatica offrirà l'opportunità per dar spazio e operare con nuove generazioni che, a differenza di quelle precedenti, si sentono legate da problemi comuni e vogliono sbarazzarsi del peso del passato.

 

Giunti a questo punto è necessario fare un salto di qualità e dar prova di immaginazione e creatività, principali virtù in politica estera. Nella regione il motore s'è rotto e quest'infezione della Storia va curata. Sarà opportuno, oltre a tener conto ed affrontare i rapporti tra le varie nazioni, che ci si occupi di quello che accade al loro interno: equilibri politici, sociali, religiosi, senza contare quegli impulsi al cambiamento che sempre più spesso vediamo emergere nel mondo arabo.

 

I recenti eventi in Libano e Iraq e i moti di protesta in Iran non sono che ulteriore conferma della necessità di affrontare con urgenza le incognite della regione guardando, oltre al lato iraniano dei problemi in Medio Oriente, anche il lato mediorientale dei problemi iraniani: se l'Europa non fosse così fragile, impotente ed insignificante, potrebbe avere un ruolo trainante nello spingere questa grande iniziativa. Dobbiamo invece ascoltare ancora una volta le solite parole di Commissari come la Mogherini: “deploriamo... ci auguriamo... esortiamo... facciamo appello...”. Fumo, vuoto, assenza di coraggio ed incompetenza.

 

In quanto agli Stati Uniti, malgrado i desideri espressi da Trump e precedentemente da Obama, in un momento come questo e come sola grande potenza globale non possono permettersi il lusso di voltare le spalle al Medio Oriente

 

Quella attuale è una situazione che così com'è è meglio non si prolunghi oltre. Dalle sue ceneri sarà necessario dar vita ad una nuova comunità di Stati in Medio Oriente, nella quale tutti siano legittimi e uguali, dove i governi si rispettino a vicenda e dove ognuno sia libero di praticare il credo che vuole. Si tratterà di affrontare negoziati intensi ma, come diceva Carlo Sforza, per ragione se non per amore sarà necessario vedere in grande: il vero realismo deve contenere in sé tutto, incluse le ragioni ideali.

 

 

Nota:

 

Benché retto da una teocrazia, l’Iran non è un paese medievale. Aspira ad essere, moderno, all’avanguardia e, soprattutto, rispettato.

 

Agli occhi del suo popolo, ricerca e sviluppo nucleare vengono associati alla modernità: rinunciarvi sarebbe ammissione di arretratezza, quasi come non appartenere al XXI secolo.

 

Con tutta probabilità, scopo del regime non era tanto farsi un ordigno nucleare quanto raggiungere lo stato di paese soglia (la cosiddetta “opzione zero”) ovvero arrivare a quel grado di conoscenze per farsi la bomba in caso di necessità.

 

Il Paese è situato vicino a Russia, Cina, Pakistan e India, nazioni che l'atomica ce l'hanno. Alle sue frontiere si trovano anche gli Stati Uniti, presenti in Iraq, Afghanistan, nel Golfo Persico e con un piede ancora in Siria. Washington possiede anche la base di Incirlik, in Turchia, dove sono stipate alcune decine di testate nucleari. Il Presidente Turco Erdogan più di una volta ha accennato alla possibilità di dotarsi di un ordigno nucleare proprio.

 

La Turchia possiede depositi di uranio e reattori di ricerca e con l'aiuto di Mosca sta costruendo il suo primo impianto nucleare in grado di produrre energia elettrica. Vi sono progetti per costruire, sempre con l'aiuto russo, centrali simili in Egitto e Arabia Saudita.

 

Quest'ultima è il principale rivale dell'Iran nell'area del Golfo. Alcune fonti indicano come Riyadh avrebbe finanziato il 60% del programma nucleare pakistano. Tra i due paesi vi sarebbe in piedi un'intesa in base alla quale Islamabad si impegna a fornire nel giro di pochi giorni testate atomiche nel caso di minaccia alla sicurezza del Golfo Persico.

 

In cambio dei suoi finanziamenti, l'Arabia Saudita avrebbe ottenuto anche il diritto su 5 o 6 di questi ordigni che sarebbero a sua immediata disposizione. Oltre ad essere tra i primi acquirenti di armi al mondo, Riyadh si è anche dotata di piattaforme a tecnologia duale in grado di trasportare testate nucleari.

 

L’Iran si trova nel mezzo di una regione tra le più instabili e turbolente, resa ancora più pericolosa da forti tensioni religiose, e nella quale ogni vicino sospetta dell'altro. Non vi è da stupirsi se in un contesto simile molti possano pensare di dotarsi di un adeguato sistema di difesa.

 

Nel 1974, quando in Iran vi era ancora lo Shah, venne fondata l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). L’iniziativa era stata appoggiata da Stati Uniti, Francia e Germania. L’Iran aveva investito capitali molto ingenti nello sviluppo di una sua industria atomica. Per la fornitura di materiale nucleare, Tehran aveva versato centinaia di milioni di dollari al consorzio europeo EURODIF, entrandovi in partecipazione per il 10%. Le quote non furono mai consegnate.

 

Dopo aver speso tanto, l’Iran non intendeva rinunciare a questi investimenti.

 

A seguito della Rivoluzione, il blocco sugli acquisti del combustibile necessario alle centrali rese difficile procedere nell'intento di produrre elettricità e avanzare nella ricerca in campo medico. Non vedendo alternative, Tehran decise di arricchirsi l'uranio in casa. In questo progetto la Russia non ebbe un ruolo secondario.

 

In tutta questa faccenda si pone anche una questione di giustizia.

 

Testando un ordigno prima del 1 Gennaio del 1967, solo i cinque Paesi Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e unici con diritto di veto) possono oggi detenere ordigni nucleari in maniera legale. Insieme possiedono almeno 15.000 testate: con quale faccia dunque possono prendersela con l’Iran, che di bomba non ne ha nemmeno una? Allo stesso tempo, questi cinque paesi come clausola del Trattato si sono impegnati a smantellare i loro arsenali: ad oggi non lo hanno ancora fatto.

 

E come può Israele, che non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione e che di testate ne avrebbe quasi 100, permettersi di minacciare l’Iran?

 

C'è di più. Nel Dicembre del 2003 la Francia smantellò l’impianto nucleare Besse I. A Tricastin è oggi attivo, con ben 500.000 centrifughe, il nuovo impianto nucleare EURODIF-Besse II, nato da un accordo tra Parigi, Londra e Berlino. Nel Consorzio si produce uranio arricchito con il sistema (di tecnologia tedesca) della centrifugazione per la separazione isotopica dell’uranio naturale. Questi tre Paesi possono condannare l’Iran per i suoi pochi impianti di arricchimento che oltretutto il T.N.P. non gli vieterebbe di avere?

Sappiano di un Trattato segreto firmato nel 2010 tra Francia e Inghilterra allo scopo di unire i loro arsenali nucleari. A seguito del recente Trattato di Aquisgrana, la Germania è stata invitata a far parte di questo ristretto gruppo: si avranno così in Europa tre potenze nucleari.

È inoltre recente, da parte degli Stati Uniti e della Russia, la denuncia del Trattato sulle Forze Nucleari Intermedie. Con tutta probabilità, verrà anche denunciato il Trattato sulle Armi Nucleari Strategiche. Questi due fondamentali trattati hanno condotto alla distruzione di migliaia di missili e di altrettanto numerose testate atomiche e hanno portato la pace atomica tra le due Potenze Nucleari.

Per via di questi ultimi fatti, sembra ancora più imbarazzante prendersela a tal modo con l'Iran, rendendo in questo modo più difficile ogni negoziato.

La breve dichiarazione finale che ha fatto seguito alla riunione dei G7 a Biarritz tenutasi il 25 e 26 Agosto conclude sull'Iran dicendo:“Condividiamo pienamente due obiettivi: garantire che l'Iran non si doti mai di armi nucleari e promuovere la pace e la stabilità nella regione”. Questo segna di fatto il superamento dell'accordo dal quale il Presidente Trump ha deciso di uscire più di un anno fa.

Quando il mondo passa attraverso un periodo di enormi cambiamenti, conoscere e comprendere la Storia diventa più importante che mai: prenderne atto, vedere in grande e puntare alto. Non si possono esaminare solo i fatti senza tener conto delle ragioni ideali, il che generalmente avviene quando non si ha una visione sufficientemente vasta: occorre abbracciare tutte le molteplicità del reale e fra queste quelle ideali sono le più importanti.

Come membri della Comunità Internazionale è necessario unirsi per un ampio accordo che vada oltre la sola questione nucleare e risolva finalmente i problemi dell'intera regione, superando l'attuale coacervo di rivalità e dando vita ad una nuova comunità di nazioni capaci di vivere insieme.

 

 

 

 

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