2021- 07.14.21 - Sunto incontro Ambasciata Iraniana presso la Santa Sede

 

Ambasciata Iraniana presso la Santa Sede

 

 

Roma, Mercoledì 14 Luglio 2021                                        10:00AM – 11:30AM

 

Dopo due anni di interruzione per via del Coronavirus ed una volta ricevute le due dosi di vaccino, ho deciso di riprendere i contatti con qualche ambasciata per meglio informarmi sulle faccende dei Paesi che rappresentano.

Per via dei rapporti con l’amico Gianni Fontana, che di questi tempi purtroppo sta piuttosto male, ho pensato in qualche modo di aiutare quel partito che aveva in mente di fondare. Nato in sua assenza, ha preso il nome di Insieme. Si tratta dell’espressione di un ampio gruppo di persone provenienti da varie parti d’Italia, impegno che si è tradotto nella costituzione di un nuovo partito d’ispirazione cristiana ma laico e aperto ad altre esperienze e culture. Il suo principale obiettivo è quello di contribuire alla rigenerazione del Paese e del suo quadro politico.

Ho pensato di poter dare un contributo offrendo la mia esperienza in politica estera e ho voluto iniziare con l’Iran, che ha da poco eletto un nuovo presidente nella persona di Ibrahim Raisi, un ultraconservatore vicino alla Guida Suprema. Entrerà in carica il 3 Agosto.

Data l’ispirazione cristiana di Insieme, ho pensato che per una volta sarebbe potuto essere interessante iniziare con una visita all’ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede. Era anche un modo per presentare le credenziali di questo nuovo partito.

Senza difficoltà, ma con un po’ di pazienza, ho potuto ottenere un appuntamento con lo stesso ambasciatore. Sono giunto all’incontro con la massima puntualità e, una volta entrato nell’edificio, sono stato guidato in una stanza al pianterreno che fungeva da biblioteca. Le pareti erano ricoperte da librerie in legno e vetro piene di volumi, quasi tutti in lingua farsi. Questo dava all’ambiente un tono di intimità che più che una sede diplomatica poteva ricordare un circolo privato. Al centro, un grande tavolo di legno intorno al quale potevano comodamente sedere otto persone.

Dopo alcuni minuti entra il diplomatico, accompagnato da un interprete e da un altro suo collega. Ci presentiamo ed appena seduti iniziamo la conversazione. Dopo essermi rapidamente presentato, lascio a lui il compito di aprire l’incontro.

Chiede alcune ulteriori notizie su di me e dopo avere appreso del mio stato di salute mi dice essere un medico di professione e che se avessi bisogno di qualche consulto avrei potuto rivolgermi anche a lui. Lo ringrazio e lui inizia il suo intervento dicendomi che la politica estera del suo paese è molto chiara. Riguardo Israele l’Iran si oppone al suo governo usurpatore ed appoggia la causa palestinese. Prosegue affermando che la violenza del governo di Gerusalemme a danno dei palestinesi non è certo un segreto per nessuno e risulta pienamente criticata dalla comunità internazionale.

Conclude questa parte del suo intervento dicendo che il suo lavoro si svolge anche in ambito religioso e che non gli resta che pensare che sia Israele che i crimini che commette sono del tutto indifendibili.

Passando alla questione nucleare, mi spiega che non è possibile non rendersi conto di come riguardo all’Iran venga seguita una politica dei due pesi e delle due misure. Senza aprire un discorso sugli Stati Uniti, la Francia o l’Inghilterra, solo Israele di testate nucleari ne possiede più di cento. Nessuno però apre bocca o ha da ridire. Gli iraniani – prosegue – di armi nucleari non ne hanno nemmeno una e vengono trattati in modo ben diverso.

Sempre riguardo la questione, mi ha voluto far sapere che la stessa Guida Suprema, l’ayatollah Alì Khamenei, più di una volta ha voluto confermare che possedere ed utilizzare armi di distruzione di massa è un peccato che va contro la volontà di Dio. A farla breve, l’Iran non ha l’atomica e si trova comunque sempre discriminato e sotto forte pressione da parte della comunità internazionale. Nessuno ha nulla da ridire su Israele, che viene invece trattato con favore.

Passando all’argomento delle sanzioni inflitte al suo Paese, mi dice che queste finiscono col colpire soprattutto la popolazione civile, in particolare anziani, donne e bambini. Descrive poi le difficoltà che incontra l’Iran nell’importare tutti quei medicinali necessari per la salute della popolazione. Ha aggiunto che di fronte a queste pressioni, papa Francesco ha donato al suo paese 100.000 euro per venire in soccorso alle popolazioni colpite dalle recenti alluvioni.

Malgrado questo sforzo, le sanzioni purtroppo continuano a pesare, in particolare riguardo l’epidemia di Coronavirus che ha già fatto oltre 120.000 morti e continua a dilagare. Per Tehran si tratta di un vero e proprio atto criminale, essendo vietate tutte quelle transazioni che consentirebbero l’acquisto dei vaccini e dei medicinali necessari.

Che vi siano dei contrasti con gli Stati Uniti è vero, ma dovrebbero riguardare i governi: cosa c’entra la popolazione? Tutto ciò è ingiusto. Mi ha poi detto che in politica estera il suo paese si attiva per dar precedenza alla giustizia. Nel mondo però di quest’ultima si parla poco. Resta dunque più che mai necessario operare per giungere alla realizzazione di quei valori fondamentali che sono la pace e la giustizia e che soli possono far progredire l’umanità. L’Iran – conclude – non consentirà nessuna ingerenza nella sua politica estera perché, come ogni altra nazione, privilegia e porta avanti i propri interessi nazionali.

A questo punto entra nella stanza un inserviente. L’ambasciatore chiede se vogliamo del tè o del caffè: decidiamo tutti per il caffè. L’uomo poco dopo torna con un vassoio, distribuisce ad ognuno la sua tazza con una bustina di zucchero ed ecco riprendere la conversazione.

Approfittando della pausa, chiedo all’ambasciatore se posso intervenire. Acconsente e gli dico che se da un lato non posso che appoggiare le sue aspirazioni di pace e di giustizia, dall’altro mi trovo in disaccordo su altri punti.

Riguardo Israele, benché sia sempre stato contrario agli atteggiamenti di Netanyahu e distante dai suoi governi, non posso non dirmi preoccupato da ciò che ho sentito. Gli ho detto che attaccare lo Stato Ebraico in questi termini non può che essere controproducente per il suo Paese: così facendo non andrebbe certo incontro alle simpatie del mondo ed in momenti come questo l’Iran avrebbe più bisogno di farsi degli amici che non di scaldare gli animi e contribuire a destabilizzare l’area.

Israele resta sempre il più importante alleato degli Stati Uniti nella regione e continuando a mostrargli tanta ostilità, il suo governo non fa che irritare Washington e giocarsi le simpatie del resto dei paesi occidentali, simpatie delle quali avrebbe un gran bisogno. Sono consapevole dei motivi che spingono il suo Paese su queste posizioni, ma alla fine se sul breve possono avere qualche senso, proiettando lo sguardo nel futuro non possono che avere implicazioni negative.

Mi trovo d’accordo sul fatto che la questione palestinese vada affrontata. L’ostacolo maggiore non erano però gli Stati Uniti, quanto piuttosto la figura di Trump. Ora non c’è più ed è tempo di guardare avanti. Anche Netanyahu non c’è più e se è pur vero che l’attuale governo sia fragilissimo, mi sono dichiarato convinto che prima o poi si giungerà alla formazione dei due Stati. Non sarà facile, il contenzioso sarà aspro ma alla fine sarebbe necessario accettare la considerazione che la politica estera abbia risolto più problemi di quello che gli si voglia dar credito.

Paradossalmente – continuo – a rendere più facile questo processo saranno proprio i cosiddetti accordi di Abramo spinti da Trump e causa di un avvicinamento tra Israele, gli Stati del Golfo e, successivamente, il Marocco ed il Sudan. Ciò ha contribuito a semplificare il quadro regionale in vista di eventuali altri e più vasti accordi.

Una buona politica estera si fonda sul negoziato ed il negoziato, a sua volta, per avere successo deve fondarsi sul compromesso. Questo ne garantirà il successo, dato che nessuna parte si sarà imposta sull’altra: nessuna finirà infatti con l’avere tutto ciò che chiedeva, ma alla fine, tra mugugni e lamentele, un risultato verrà raggiunto.

Passando alla questione nucleare, gli ho detto trovarmi d’accordo con lui che l’argomento sia ammantato di ipocrisia e che comportarsi in questo modo con l’Iran è senz’altro discutibile. Il presidente Obama aveva considerato il raggiungimento dell’accordo con l’Iran probabilmente l’atto più importante della sua amministrazione. Decidendo di uscirne, Trump ha voluto marcare la sua ostilità verso il suo predecessore, cancellandone il più possibile l’eredità. Ai miei occhi, di certo non ha fatto bene.

La durata dell’accordo era di dieci anni, ma per molti esperti le capacità nucleari dell’Iran erano state imbrigliate fino al 2030. Dal punto di vista militare, dotarsi dell’arma atomica avrebbe presentato solo svantaggi. Il regime di Tehran era perfettamente conscio che l’ordigno nucleare serve come deterrente e non può avere un impiego reale. Realizzarlo avrebbe avuto anche l’effetto di innescare un processo di proliferazione in tutta la regione. Era mia opinione che lo scopo del suo Paese non fosse tanto quello di fabbricare un ordigno nucleare, quanto di raggiungere lo stato di paese soglia, arrivare cioè a quel grado di conoscenze per realizzarlo in caso di necessità.

A prendersela con l’Iran ci voleva poi una bella faccia tosta da parte dei cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Sono i soli con diritto di veto e di essere militarmente nucleari per il semplice fatto di avere fatto esplodere un ordigno anteriormente al 1967. Tutti insieme detengono più di 15.000 testate atomiche. E che dire di Israele, che non ha mai aderito al Trattato di non proliferazione e che di queste ne ha forse un centinaio? L’Iran a questo trattato aveva a suo tempo aderito e di bombe non ne ha neppure una.

Cosa dire poi del nuovo impianto nucleare EURODIF Besse II, nato da un accordo tra Francia, Germania e Gran Bretagna, oggi attivo con ben 500.000 centrifughe? Produce uranio arricchito con la tecnologia tedesca della centrifugazione, necessaria per la separazione isotopica dell’uranio naturale. Come possono questi tre Paesi prendersela con l’Iran, che non ha nessun impianto del genere e quando il Trattato di non proliferazione non gli vieta l’arricchimento dell’uranio?

Interviene allora il mio ospite, dicendomi che con le pretese americane e degli altri firmatari di questo passo non si giungerà a nulla. Chi è che ha scelto di uscire dal trattato sul nucleare? Era un accordo condiviso da tutti, ma gli Stati Uniti hanno deciso di andarsene. I paesi europei, dal canto loro, non hanno fatto nulla per farli rimanere e rispettarne i termini. La stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) non faceva che dire che l’Iran ne stava osservando i termini. Adesso ecco che gli viene chiesto di cambiare percorso.

A sbagliare però non è stata Tehran ed il risultato è che ora si vive tutti con meno elettricità del necessario ed a risentirne non sono solo gli ospedali, ma anche numerosi altri settori. In alcune zone le temperature salgono fino ai 50 gradi: come fanno i bambini, gli anziani e gli ammalati a sopportare questa mancanza di energia? Se fossero a disposizione delle centrali nucleari, tutto ciò non si verificherebbe e non vi sarebbe carenza di elettricità.

Nessuno in Occidente sembra prestare attenzione alle sofferenze del popolo iraniano, ma appena da qualche parte qualcuno maltratta un animale ecco che tutti protestano. Nessuno però apre bocca sulle sofferenze che la gente da noi è costretta a subire.

Prima di intervenire nuovamente, chiedo all’ambasciatore se parlasse inglese. Mi risponde di si. Gli chiedo allora se mi è consentito parlare direttamente con lui, piuttosto che perdere tanto tempo dialogando tramite l’interprete. Mi risponde che l’inglese lo conosce e che possiamo tranquillamente procedere in questa lingua.

Mi dico convinto anch’io che quando vi sono delle sanzioni chi finisce col soffrirne di più è sempre la popolazione civile. Chi sta al potere o ne ha i mezzi di solito riesce sempre a cavarsela. E’vero che ad uscire dal trattato sono stati gli americani, ma non bisogna confondere la nazione con il suo presidente. La decisione è stata di Trump, che non perdeva occasione per attaccare la politica del suo predecessore. Dubito che con un altro presidente la cosa sarebbe potuta accadere.

Oggi alla Casa Bianca si è insediato un nuovo inquilino che per 8 anni è stato il vice di Obama. Quest’ultimo – ho spiegato – non si è certo distinto per la sua politica estera, ma d’altronde non è per questa che era stato eletto. Se vi è qualcosa di buono che ha lasciato, questo è l’accordo sul nucleare con il suo Paese, il cosiddetto 5+1. A quest’accordo Obama teneva moltissimo e nel discuterlo hanno avuto un ruolo anche  l’attuale Segretario di Stato Antony Blinken e l’attuale presidente Biden.

L’odierna amministrazione è dunque profondamente legata a quest’accordo e perciò determinata a resuscitarlo. Su questo non ho dubbi, anche se in politica estera l’attenzione degli Stati Uniti sia attualmente ben più volta verso l’area indo-pacifica che verso il resto del mondo. La nuova preoccupazione per Washington è quella dei rapporti con la Cina, vista ormai come l’unico grande rivale degli Stati Uniti.

Per il resto, Biden dovrà confrontarsi e concentrarsi sulla situazione interna. Nel corso della sua campagna elettorale ha promesso cospicui interventi in numerosi settori e non potrà non dedicarvisi. In questo caso dovrà vedersela non solo con gli avversari repubblicani ma anche con le divisioni interne al suo partito.

Il mio ospite si è mostrato d’accordo con le mie affermazioni pur esprimendo l’opinione che, malgrado l’ingresso di Biden alla Casa Bianca, in fondo le cose non siano molto cambiate. Col passare del tempo potrebbero esservi argomenti nuovi, ma l’Iran dovrà sempre continuare a difendere la sua causa. Se necessario, Tehran non esiterà a mettere pressione sugli Stati Uniti al fine di vedere realizzati quegli impegni presi in passato.

Giunti a questo punto, mi ha posto alcune domande sul partito Insieme e mi ha fatto i suoi auguri per il suo successo. Mi ha poi detto dei lunghi rapporti che il suo paese ha tenuto con l’Italia e delle ottime relazioni della sua ambasciata con la Santa Sede. Negli anni infatti è sempre stato svolto un ottimo lavoro con i diversi uffici del Vaticano. Mi ha informato che in questo momento l’Iran è a capo dell’Associazione dei Paesi Asiatici presso il Vaticano e che si augura di poter svolgere questo compito con successo.

Si è poi mostrato grato per i miei consigli e le annotazioni riguardo Israele e gli Stati Uniti. Ha comunque voluto insistere sul fatto che non è logico che lo Stato Ebraico continui ad adottare questi suoi comportamenti nei Territori. Gerusalemme continua inoltre a provocare il suo Paese. A dimostrazione sia sufficiente vedere i suoi continui attacchi in Siria e gli attentati a danno della ricerca nucleare iraniana e contro i suoi scienziati. Per avere la pace e la tranquillità è comunque d’accordo che un dialogo con Israele sia necessario. Riguardo la questione dei due Stati, ha suggerito la possibilità di un referendum tra i protagonisti della disputa per poi veder quale potrebbe esserne il risultato. La violenza attuale non è accettabile e va in qualche modo interrotta.

Ho ringraziato l’ambasciatore per queste sue parole ed espresso la mia gratitudine per l’occasione di questo incontro. Prima di congedarmi gli ho chiesto se poteva dedicarmi ancora pochi minuti per darmi qualche informazione riguardo l’elezione di Raisi alla presidenza dell’Iran. Molti – gli ho detto – stanno esprimendo timore di fronte a questa elezione: il nuovo presidente è un ultra conservatore e questo potrebbe contribuire ad inasprire i rapporti con l’Occidente.

Per quel che mi riguarda, ho voluto dirgli che era proprio perché Raisi fosse spirito dei più conservatori che la cosa lasciava adito a qualche speranza. Fino a che vi era Rohani, che non era certo ben visto da tutte le forze in Parlamento, se le cose andavano male lo si poteva sempre incolpare per i cattivi risultati. La responsabilità era in fondo tutta sua e dei moderati: erano stati avvertiti che non era il caso di fidarsi dell’Occidente.

Molto vicino alla Guida Suprema e da questa fortemente appoggiato, Raisi è ora il presidente e ciò vuol dire che da questo momento non vi sarà più un bersaglio comodo da colpire e al quale attribuire le responsabilità di eventuali insuccessi in politica estera. Sono convinto che, anche se non va in giro sbandierandolo, l’ayatollah Alì Khamenei sia aperto alla possibilità di un nuovo accordo sul nucleare e che perciò lo sarebbe stato anche Raisi. Si tratta adesso di scegliere la squadra da inviare a Vienna e stabilire le condizioni per le trattative. L’importante è trovare quella formula che consenta al regime di non perdere la faccia.

Il mio ospite mi guarda per un attimo e poi accenna ad un sorriso. Sia con Rohani – mi risponde – che con Raisi la politica estera dell’Iran più di tanto non cambierà. Al di sopra di tutti vi è infatti la Guida Suprema, incarnata nella figura dell’ayatollah Khamenei e sarà lui ad avere l’ultima parola. Vi è in questo momento un fattore positivo da non ignorare che faciliterà nel trovare una soluzione ai problemi di politica estera.

Come risultato di questa elezione vi è adesso da un lato meno distanza e dall’altro maggiore fiducia tra la Guida Suprema ed il nuovo presidente. All’epoca di Rohani vi era un disaccordo con il parlamento che si traduceva inevitabilmente su come affrontare la questione nucleare e procedere con le trattative. Queste divergenze oggi non ci sono più e questo porterà il parlamento ad essere più disponibile nell’approvare le decisioni che verranno prese.

Il mio ospite ha poi aperto una parentesi sostenendo che se vi fossero stati investimenti o aziende americane in Iran, difficilmente Trump avrebbe potuto comportarsi come ha fatto.

Riprendendo il filo del discorso ha descritto come vi sia oggi in Iran armonia tra il governo, il parlamento ed il presidente. In ogni paese, chi vince le elezioni vuol poi mostrare che i risultati che verranno raggiunti sono quelli suoi e non un’eredità del governo che lo aveva preceduto. “So che l’accordo si farà – mi dice – in quanto si tratta di un risultato che Raisi vorrà ottenere ed attribuire al suo governo. La ringrazio”.

Con questo ci salutiamo e l’ambasciatore mi suggerisce di mettermi in contatto con il suo collega presso lo Stato italiano. Scusandomi per averlo trattenuto più del previsto lo ringrazio, così come ringrazio l’interprete e mi congedo salutandoli tutti e tre.

Questo incontro, anche se in parte rallentato dal ricorso all'interprete, è durato circa 90 minuti. Le pagine che ho appena scritto ne sono un riassunto e gli argomenti trattati sono stati discussi in modo più dettagliato e approfondito. Anche se in questo testo qualcosa è stato indubbiamente sacrificato a vantaggio dell’essenziale, il succo della discussione è comunque riflesso per intero e rende una buona idea dei temi affrontati. Non volevo tediare il lettore con troppi dettagli e limitarmi all'essenziale.

 

 

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