Afghanistan: il ritorno a casa degli Stati Uniti e dei loro alleati europei

 

 

Premessa Nell’estate del 2010 il picco della presenza americana in Afghanistan aveva sfiorato i 100 mila uomini. I loro alleati della Nato ne avevano altri 32 mila. Questa guerra infatti non è stata solo americana, ma aveva anche comportato l’intervento dell’Alleanza Atlantica: si trattava di una missione congiunta che aveva come scopo un’offensiva di diretto contrasto ai Talebani.

 

Quando più tardi si è poi formato il governo di Kabul ed è aumentata la componente militare afghana, si è gradualmente iniziato ad affrontare il problema di un ritiro da implementare nel momento in cui le forze armate locali avrebbero potuto reggersi sulle loro gambe.

 

Agli inizi di Marzo, nel corso di un suo intervento il Segretario di Stato Anthony Blinken annunciava il ritiro dall’Afghanistan degli ultimi 2.500 soldati del contingente americano. La data decisa era quella del 1 Maggio. Per via delle possibili conseguenze si è trattato di una decisione indubbiamente dolorosa, ma anche inevitabile.

 

Vent’anni di intervento armato sono tanti e non vi era più entusiasmo negli Stati Uniti per questa presenza militare. Fino ad oggi il bilancio del conflitto per gli americani è di qualcosa come 2.500 morti. I feriti sono stati poco più di 19.000. In assenza di cifre precise, considerando anche altri capitoli connessi, è probabile che alle casse dello Stato questa guerra sia costata più di 2.000 miliardi di dollari. Le perdite afghane ammonterebbero a 157.000 morti, ai quali vanno aggiunte almeno 43.000 vittime civili.

 

Nel 2020 il presidente Trump aveva raggiunto a Doha un accordo con i Talebani secondo il quale le truppe americane avrebbero dovuto lasciare il paese entro la data del 1 Maggio 2021. In cambio, questi si sarebbero astenuti dall’attaccare il contingente americano e avrebbero aperto in seguito un negoziato con il governo di Kabul, impegnandosi anche a ripulire l’Afghanistan dai gruppi terroristici.

 

Con l’avvicinarsi di questa data, appariva sempre più improbabile che la Casa Bianca avrebbe deciso il ritiro completo del suo contingente. Resosi conto che dalle trattative di Doha non era emerso nessun risultato soddisfacente, il presidente Biden aveva ritenuto di non poter lasciare l’Afghanistan entro il 1 Maggio. I Talebani si trovavano infatti in una posizione di forza. Che dopo 20 anni di combattimenti e di impegno occidentale la situazione restasse incerta era segno che i primi tenevano il coltello dalla parte del manico.

 

Gli Stati Uniti infatti avrebbero dovuto riflettere sulle condizioni di questo ritiro, cosa che rendeva poco credibile la data del 1 Maggio. Il motivo è che non si potevano vanificare tanti anni di impegno militare.

 

Per gli americani quello afghano resta tutt’ora un problema grave e forse l’unica soluzione possibile sarà di coinvolgere altri paesi nella determinazione del suo futuro.

 

Accompagnato da quello degli alleati della Nato, il loro ritiro era inevitabile. Per molti osservatori il rischio adesso è che i Talebani finiscano col non rispettare gli accordi raggiunti e trovino il campo libero per imporre la loro dottrina e il loro stile di vita: si sono sempre mostrati dei fanatici e molti ritengono sia improbabile che decidano adesso di sconfessare le loro idee e non fare tabula rasa di tutti i progressi raggiunti dopo 20 anni di intervento occidentale.

 

Quello afghano è stato un conflitto interminabile e la forza politica della coalizione si era andata nel tempo indebolendo. In tutto questi anni si sono però visti non pochi progressi ed una serie di considerevoli cambiamenti. Verranno cancellati?

 

Il 14 di questo mese il presidente Biden confermava la partenza delle truppe americane dilatandola nel tempo per annunciare che questa sarebbe stata “responsabile, deliberata ed in piena sicurezza”. Ecco alcune delle sue parole: “Siamo andati in Afghanistan per un attacco orribile avvenuto 20 anni fa. Questo non spiega perché dovremmo rimanerci nel 2021. Non possiamo continuare ad estendere il nostro intervento nella speranza di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro. Sono il quarto presidente americano a guidare la presenza di truppe americane in Afghanistan, non passerò questa responsabilità ad un quinto”.

 

Il ritiro dei soldati americani che restavano nel Paese sarà adesso completato entro l’11 Settembre. Questa data è significativa, in quanto corrispondente al 20° anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle, cui fece seguito l’invasione dell’Afghanistan. A questa decisione faceva eco la Nato, che a sua volta annunciava il rimpatrio delle proprie truppe a partire dal 1 Maggio per poi concludersi definitivamente entro Settembre.

 

Biden aveva pronunciato il suo discorso in quella stessa sala ove nel 2001 Bush aveva deciso l’intervento militare in Afghanistan: era giunto il momento di mettere fine alla guerra più lunga mai combattuta bagli Stati Uniti. Con questa decisione il presidente americano ha voluto segnalare un cambiamento nella continuità con l’amministrazione Trump.

 

Il ritiro All’annuncio della notizia i Talebani non si sono fatti attendere e hanno presto messo in guardia gli Stati Uniti di tener fede agli impegni. Per loro, l’uscita dei contingenti stranieri si è tradotta in un successo: sono riusciti a resistere per tutto questo tempo e oggi possono dire di controllare pressappoco i due terzi del paese. I futuri negoziati avranno come obbiettivo quello di trovare un’intesa con il governo di Kabul al fine di dividersi la gestione del potere. I Talebani sembrano per il momento avere in mano le carte migliori.

 

Il modo di combattere che contraddistingue gli eserciti occidentali è diverso dalle tattiche conosciute in Oriente e non si tratta di una particolarità caratteristica dei nostri giorni. Lo stesso poteva dirsi anche in passato. Questi sono conflitti che i nostri manuali definiscono “guerre asimmetriche”. È facile perderle perché comportano una militarizzazione del territorio alla quale si aggiunge una vasta partecipazione della popolazione e la sua complicità. Queste caratteristiche rendono terribilmente difficile mantenervi l’ordine e il controllo. Cosa accadrà adesso?

 

Per molti si tratta di una situazione preoccupante. Vi è infatti la possibilità che l’Afghanistan torni ad essere un problema. Negli Stati Uniti, così come fra gli alleati della Nato, l’intervento risultava sempre meno popolare. Questo disimpegno era in linea con un’intenzione di Biden, che già in passato quale vice di Obama si era espresso in questo senso. Lo conferma un incontro avvenuto nel 2010 con Richard Holbrooke, inviato speciale per l’Afghanistan: era sua opinione che dopo l’uccisione di Osama bin Laden le ragioni per restare in quell’angolo del mondo fossero ben meno evidenti.

 

I Talebani In passato i Talebani avevano più volte sostenuto che mentre gli americani avevano gli orologi, loro possedevano il tempo. Dal prossimo autunno l’Afghanistan sarà un paese dal futuro incerto e nessuno può oggi dire cosa potrà accadervi. L’incognita più grande è quali saranno le richieste dei Talebani per garantire la pace e non sopprimere tutti quei progressi raggiunti negli ultimi vent’anni. La situazione è lungi dall’essere chiara e di evidente c’è molto poco.

 

I prossimi negoziati avranno come obbiettivo un accordo per giungere ad un’intesa tra il governo di Kabul ed i Talebani. Le trattative avranno come fine una condivisione del potere tra le due parti, ma molti temono che questi ultimi non cambieranno e resteranno sempre uguali a loro stessi e attaccati ai loro principi.

 

Secondo questo punto di vista, hanno dalla loro il tempo ed è improbabile che mollino: la forte componente religiosa che li ispira farà sì che non modificheranno le loro posizioni, soprattutto oggi e ancor meno domani.

 

Per altri, non sorprende che non siano stati raggiunti gli obbiettivi originari. Resta non di meno vero che il Paese, soprattutto nelle sue aree urbane, ha conosciuto in questi anni notevoli miglioramenti e non pochi progressi, soprattutto nel campo dell’istruzione e dei diritti delle donne. Molti bambini hanno oggi la possibilità di recarsi a scuola e di studiare e molte sono le donne che lavorano nel settore dell’istruzione, nella politica, in polizia ed in altre professioni. Nessuno le obbliga più a girare con il burqa. Grandi progressi anche nel settore dei media, che si distingue per numero e vivacità.

 

A seguito di questi cambiamenti portati dalla presenza della coalizione occidentale, anche per i Talebani qualcosa potrebbe essere cambiato: potrebbero essersi evoluti  ed essere perciò meno inclini ad applicare in modo inflessibile la legge coranica ed esprimere le loro vedute radicali.

 

La posizione americana:  Un consenso generale manca anche negli Stati Uniti. Mentre al Dipartimento di Stato il ritiro viene accolto con favore, al Pentagono non lo si considera una buona idea: sono stati compiuti tali sacrifici e si è tanto sofferto che se gli Stati Uniti si ritirassero troppo in fretta, si spalancherebbero le porte alla violenza ed al caos.

 

Il Dipartimento della Difesa ha fatto sapere che l’Afghanistan non verrà lasciato solo e che il ritiro delle truppe non significa un disinteresse da parte di Washington. Sarebbe un grave errore sacrificare tutti quei progressi ottenuti a seguito di venti anni di permanenza militare. Il problema non può chiudersi con un semplice ritiro: se le cose dovessero precipitare, sarebbe un colpo duro e non privo di ampie ripercussioni.

 

I militari americani, che già da qualche tempo non conducevano più offensive nel paese, continueranno ad operare dal cielo offrendo se necessario una solida copertura aerea garantita dalla loro aviazione e dai droni. Questa presa di posizione sottolinea come, malgrado il ritiro, permanga un interesse internazionale per l’Afghanistan. Un’attenzione simile non vi fu mai a seguito del ritiro russo, avvenuto nel 1989: all’epoca la gente applaudì, oggi non lo fa nessuno.

 

La voce degli afghani  Con gli americani preoccupati dalla capacità di resistere del governo afghano ed il presidente Ghani, che invece ritiene l’esercito nazionale in grado di difendersi dai Talebani, questi ultimi hanno accolto con freddezza le notizie sul ritiro delle forze della coalizione. Quale il punto di vista della popolazione? Credo possa grosso modo definirsi nei seguenti termini:

 

-  per alcuni vi è incertezza e preoccupazione. La situazione interna è fragile e gli Stati Uniti non hanno lasciato alle spalle una democrazia ed un governo forte. Non resta che augurarsi che il processo di pace in atto non porti a nuove violenze;

 

-  per altri, il popolo aspira alla pace e fino a che rimarranno soldati stranieri non sarà possibile averla. Altri ancora sono dell’opinione che questi debbano andare via. E’ agli afghani che spetta decidere del loro futuro: non sono gli americani a dover negoziare con i Talebani, ma gli afghani stessi;

 

- altre voci esprimono l’idea che prima di andarsene gli americani dovrebbero pensarci su, dar prova di pazienza e non prendere decisioni affrettate. Più preoccupati coloro che pensano che quando questi ultimi ed i loro alleati se ne saranno andati, nel caso in cui dovesse scoppiare una guerra civile e i Talebani prendessero di nuovo il potere, addio progresso e addio libertà per le donne;

 

- vi è anche chi pensa che nel giro di qualche tempo il presidente Ghani dovrebbe indire delle elezioni per eleggere un governo di transizione capace di far posto anche ai Talebani. Molti nel Paese sono disposti a dei sacrifici ed un rifiuto del governo significherebbe che ad interessarlo è solo il potere;

 

- i più ottimisti ritengono necessario dialogare con i Talebani per convincerli che l’odierno Afghanistan non è lo stesso di 20 anni fa: si è combattuto a lungo per impiantarvi un insieme di valori e di libertà che non possono essere semplicemente rigettati e non tenuti in considerazione.

 

Ahmad Massoud, figlio e successore di Ahmad Shah Massoud più noto come il “Leone del Panshir”, ritiene che al paese servirebbe un modello statale decentralizzato che riprenda quello dei cantoni svizzeri.

 

Alcune considerazioni finali:   Quando Zalmay Khalizad, attuale inviato speciale degli Stati Uniti per la riconciliazione dell’Afghanistan, aveva proposto al governo di Kabul un incontro con i Talebani per discutere di un nuovo esecutivo e dare al paese una nuova costituzione, questi ultimi non si erano mostrati convinti.

 

Biden ha preso adesso in mano la situazione e mostra di avere un approccio diverso da quello di Trump. La decisione di rimpatriare le truppe è stata presa insieme agli alleati della Nato. Di fronte alla sfida presentata da questo ritiro e per non vanificare anni di sforzi, la Casa Bianca si impegnerà a fare dell’Afghanistan il centro di un coinvolgimento internazionale e non un problema unicamente americano. Penso che il nuovo presidente voglia quindi allargare il tavolo e parlare con Russia, Cina, Pakistan ed altri paesi limitrofi, dato che un’eventuale nuova offensiva talebana finirebbe col toccare tutti.

 

Il mondo cambia e non è detto che Russia, Cina, Iran, Turchia, Pakistan e India vogliano tornare ad un Afghanistan di vent’anni fa: non è nel loro interesse avere in quell’angolo del mondo un focolaio di instabilità. Questo approccio evidenzia l’intento degli Stati Uniti di trovare una via di uscita dall’impegno militare e salvare quei principi di libertà che stavano germogliando nel Paese. Resta da porsi la domanda: fino a che punto gli afghani si mostreranno capaci di aderire alla democrazia e al rispetto dei diritti umani?

 

Allargando lo sguardo, va sottolineato come in Afghanistan non vi siano unicamente due attori, ovvero il governo nazionale e i Talebani. Sono quelli più importanti, ma in campo vi sono anche gruppi dell’Isis perfettamente in grado di agire e le bande dell’Alleanza del Nord, capeggiata dal figlio di Massoud. Anche se non dispiaciute dal ritiro americano, Mosca, Pechino e Tehran non possono che preoccuparsi per le ripercussioni che questo potrà avere alle loro frontiere: conservare un equilibrio politico in Afghanistan è anche nel loro interesse.

 

Il presidente americano dovrà presto incontrarsi con Putin e Xi Jinping e non poco dipenderà da ciò che si diranno. La Casa Bianca non ha alternative e sarà costretta ad internazionalizzare il problema: la sua carta da giocare è quella di un accordo di più ampio respiro. L’idea sarebbe di ottenere una garanzia internazionale sul futuro del paese ed è probabilmente per darsi questo tempo che ha rinviato di qualche mese la partenza definitiva delle sue truppe dall’Afghanistan.

 

Per gli afghani a breve si aprirà un periodo di incertezza: il governo è debole, manca di popolarità e non riesce a controllare l’intero Paese. È presente soprattutto nei centri urbani, ma la violenza resta sempre diffusa ed il popolo si sente impotente. Il ritiro non sarà precipitoso e gli Stati Uniti continueranno a fornire aiuti ed assistenza, ma più che di un coinvolgimento militare si tratterà di un intervento di tipo civile. Da parte loro, le Nazioni Unite hanno annunciato l’impegno di mantenere nel paese la propria missione.

 

Gli Stati Uniti non hanno mai avuto l’intenzione di stabilire in Afghanistan una presenza militare permanente. Non deve perciò sorprendere la dichiarazione di Biden di un ritorno a casa dei soldati americani. Il ritiro completo ed incondizionato sarà dunque effettivo nella data simbolica del 11 Settembre. In quel giorno di vent’anni fa – ricordiamolo – due aerei di linea pilotati da elementi di al-Qaida si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York. Un terzo colpì una facciata del Pentagono ed un quarto finì col cadere in un campo della Pennsylvania. Con tutta probabilità era diretto contro il Campidoglio di Washington.

 

Da quest’episodio trasse origine la missione militare in Afghanistan, che coinvolse anche contingenti dell’Alleanza Atlantica e di altre nazioni. Per il presidente Bush lo scopo era quello di cacciare i Talebani, annientare al-Qaida e neutralizzare il suo capo bin Laden. Ora sarà necessario assicurarsi che il paese non torni più ad essere un’oasi per terroristi, anche se il bilancio di questi anni di guerra è lontano dall’obbiettivo prefissato. Restano tutt’ora presenti in Afghanistan 9.600 soldati provenienti da 36 Paesi.

 

Alla notizia del ritiro Kabul è rimasta in silenzio. I Talebani l’hanno accolta con freddezza, dichiarando subito di non volersi recare in Turchia per il proseguimento dei negoziati: sino a che non se ne saranno andate tutte le truppe straniere, questi ultimi non parteciperanno al vertice sull’Afghanistan.

 

Con l’inizio dell’ultima fase del ritiro dei contingenti alleati giungono notizie che da parte dei Talebani vi sia una ripresa della violenza. Con tutta probabilità, ciò è da spiegarsi con l’intenzione da parte loro di cogliere il momento per una dimostrazione di forza che gli consentirebbe di estendere la presa sul territorio. Abbiamo visto di come fossero rimasti scontenti dello spostamento della data del ritiro e, di conseguenza, ne stanno approfittando per mettersi in una posizione di vantaggio in vista di una ripresa delle trattative.

 

Alcune interessanti statistiche informano che nel frattempo più di metà della popolazione soffrirebbe di disturbi psichici. Tra gli afghani lo sconforto si va estendendo, così come emerge un senso di abbandono e di tradimento, al punto che il 90% avrebbe bisogno di aiuto in campo psicologico. Stanno serpeggiando stati d’animo contrastanti misti a non poca inquietudine: un’eventuale riconquista rapida e brutale da parte talebana, per timore di vendette e repressione darebbe un impulso alla fuga, così come lo provocherebbe l’imposizione di un modello islamico che spazzi via quello occidentale e incoraggi la persecuzione.

 

Negli ultimi due secoli questo paese è sempre stato un problema per chi vi si è inoltrato, ma il tempo passa e questo oggi non è più lo stesso. Da parte delle potenze limitrofe vi potrebbe essere un interesse nel non vedere il tutto vanificato. Il rischio è di tornare a quella drammatica situazione antecedente alla pacificazione avviata dagli occidentali. Lasciare andare l’Afghanistan sarebbe un errore: a nessuno oggi dovrebbe interessare vederlo nuovamente destabilizzato. Resta sempre il fatto che il più grave è il prezzo che potrebbero dover pagare gli afghani stessi.

 

 

 

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