Alcune note sulle elezioni americane

 

 

 

Premessa Con questo testo non è mia intenzione aprire un dibattito sulle recenti elezioni americane, né descriverne in dettaglio l’intero percorso. Ho semplicemente preso alcuni momenti che ho ritenuto significativi per cercare di dare un’idea su come si fossero svolte e sul clima generale che le ha circondate e da ciò offrire alcune indicazioni sul funzionamento della politica negli Stati Uniti e le loro istituzioni e spendere anche alcune righe sul futuro del Partito Democratico.

 

A spingermi a raccontare per sommi capi questa campagna elettorale sono state le non poche conversazioni che si erano svolte al nostro Tavolo di politica estera. Alcuni partecipanti ad ogni sessione mostravano grandi timori per la futura tenuta degli Stati Uniti e la salute della loro democrazia: parlavano di un Paese dilaniato, in declino, percorso da profonde e pericolose divisioni che avrebbero potuto degenerare in scontri ed episodi di violenza. Queste vedute erano anche condivise all’interno di alcuni ambienti della Farnesina, ove alcuni temevano anche per le sorti dell’Occidente.

 

Conoscendo bene gli Stati Uniti ho voluto rincuorarli opponendomi con decisione a queste vedute pessimistiche. Rispondevo loro che il Paese aveva un establishment forte e ben radicato, che Trump sarebbe stato se stesso fino all’ultimo, che avrebbe certamente fatto il possibile per sfruttare la situazione e contribuire ad esasperarla, ma che alla fine gli Stati Uniti sarebbero caduti in piedi perché avevano al loro interno tutti gli anticorpi necessari per reagire ad un personaggio come lui, risollevarsi e tornare ad essere un esempio per l’Occidente ed il resto del mondo.

 

Ieri con 302 voti contro 236, il collegio elettorale come da tradizione ha reso ufficiale la nomina del candidato democratico Joe Biden come 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Nel corso di questa elezione si è visto per la prima volta un presidente in carica non riconoscere la vittoria del suo avversario, al punto che mai così forte è stata la pressione sui Grandi Elettori, tanto che nel Michigan hanno addirittura avuto bisogno di una scorta per recarsi sul luogo del voto. Trump non poteva che essere lui stesso e si sarebbe opposto a questo risultato fino all’ultimo istante possibile.

 

Questo sistema di suffragio indiretto è un’istituzione tipicamente americana disegnata dai Padri Fondatori nel loro intento di trovare un equilibrio tra le varie componenti del Paese. Si tratta di un certo numero di elettori designati dal corpo elettorale che ogni quattro anni hanno il compito di eleggere sia il Presidente che il suo vice. Il Collegio è composto da 538 Grandi Elettori il cui numero varia da Stato a Stato a secondo del suo peso demografico.

 

Questi elettori corrispondono al numero dei seggi presenti al Congresso. Per ottenere la presidenza servono almeno 270 voti e ogni Stato ha la prerogativa di decidere sulla selezione di questi elettori. Riguardo quei territori aggregati agli Stati Uniti, essi non hanno diritto di nominare i propri elettori.

 

Questo voto viene infine validato in Senato il 6 Gennaio ed a distanza di poco più di una settimana, nella giornata del 20 Gennaio, il Presidente prende parte alla cerimonia del giuramento per poi accedere alla Casa Bianca.

 

Le tappe di questo percorso per tradizione iniziano l’8 Dicembre, giorno cosiddetto del “safe harbor”, nel corso del quale devono essere risolti tutti i contenziosi giudiziari sollevati dal voto del 3 Novembre. Nel caso di questa particolarissima elezione, il presidente Trump aveva chiesto ai suoi avvocati di iniziare qualcosa come 50 ricorsi sui risultati elettorali da lui non ritenuti veritieri.

 

Si è così venuta a chiudere una campagna elettorale costata la cifra record di 832 milioni di dollari, la più cara di sempre ed i cui risultati saranno determinanti per il corso degli eventi non solo all’interno degli Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo. A riassumerne non pochi aspetti sono state le parole pronunciate dal vincitore Biden, che ha dichiarato di voler dare la precedenza all’unità e alla compattezza della nazione. Tempo dunque di porre fine alle divisioni e alle polemiche che l’hanno lacerata e cercare una strada verso l’armonia ed il compromesso: il paese non è fatto solo di democratici e di repubblicani, ma di americani.

 

Le dichiarazioni del presidente uscente Donald Trump sono state significative del clima elettorale e specchio della sua personalità abrasiva e violenta. Per lui i risultati di queste elezioni sono stati solo prodotto di frode e brogli e praticamente fino a ieri non ha fatto che contestarne l’esito. La sua squadra giudiziaria malgrado i risultati delle certificazioni ha fatto ricorso dopo ricorso per circa 50 volte: sono stati tutti respinti, inclusi quelli presentati in Pennsylvania e Georgia.

 

Un’elezione senza precedenti:  Una campagna elettorale all’insegna della normalità non era nelle aspettative di nessuno: il carattere autoritario, rude, irrispettoso ed il comportamento spesso imprevedibile di Trump, oltre alla sua tendenza alla menzogna, non presagivano nulla di buono. A parte le solite invettive contro il suo rivale, che spesso apostrofava come “Sleepy Joe” (Joe l’addormentato) e come esponente di una sinistra radicale e socialista prona a distruggere il Paese, sin dall’inizio si sono viste le prime furiose bordate contro il servizio postale a causa del voto per corrispondenza.

 

Con il Coronavirus in agguato, i Democratici avevano proposto un progetto di 25 miliardi di dollari per rinforzare la capacità delle poste nel gestire il volume di plichi elettorali. L’opposizione repubblicana si è rivelata talmente decisa che Rashida Tlaib, deputato della sinistra democratica, era giunta al punto di gridare che “la democrazia sta andando a rotoli”.

 

Il motivo di questa polemica si spiegava con l’atteggiamento più ligio dell’elettore democratico nel rispettare le regole sanitarie, come l’uso delle mascherine e l’astenersi da comizi affollati, che lo avrebbe reso più incline ad utilizzare il voto postale. Vi era anche da aggiungere che per via della distribuzione geografica di numerosi elettori l’accesso ai seggi era reso loro più difficile dalla distanza.

 

Più portati a far di testa loro e simili a Trump nel disprezzare le regole in nome di una libertà dalle costrizioni del governo, i Repubblicani per esprimere il loro voto si sarebbero diretti in maggior numero a votare di persona. Questo spiegava l’ostilità di Trump verso l’esigenza di un migliore funzionamento del sistema postale: ostacolare la pratica del voto per corrispondenza era un modo per renderlo più difficile ai Democratici e contestare un loro eventuale successo. Si trattava di un dettaglio tecnico, capace però di avere conseguenze dirette sull’esito del voto.

 

Il presidente Trump non ama le sconfitte ed avrebbe fatto il possibile per impedire al suo avversario di vincere. In un continuo susseguirsi di polemiche e dopo alcuni netti rifiuti, egli aveva infine autorizzato Emily Murphy, posta da lui a capo dei Servizi Generali dell’Amministrazione, a consentire il passaggio di consegne nei confronti della nuova amministrazione: questo avrebbe permesso l’accesso ai collaboratori di Biden a dossier sensibili, finora loro negati, a edifici governativi e fondi federali.

 

Le due Convenzioni: Nella vita politica americana, la Convenzione può definirsi come un congresso politico organizzato dai partiti più rappresentativi che si svolge ogni quattro anni allo scopo di nominare il proprio candidato alla presidenza degli Stati Uniti. L'assemblea dei delegati, eletti nel corso delle primarie, serve poi a designare ufficialmente il candidato del partito alle elezioni presidenziali. che dovranno svolgersi nel Novembre dello stesso anno; nel corso di questa viene stabilita la piattaforma programmatica del partito che dovrà convincere gli elettori a votare per il candidato prescelto. A dire il vero, oggi si tratta più di un grande spettacolo cerimoniale oltre che di un discorso economico.

 

Poco prima della fine del mese di Agosto, a seguito dei risultati di una Convenzione digitale resa obbligatoria dalle paure legate alla pandemia di Coronavirus, il candidato democratico Biden riceveva l’investitura dal suo partito. Ha 78 anni ed è al Congresso dal 1972 come rappresentante dello stato del Delaware. Due volte alla guida della Commissione Affari Esteri del Senato, è stato il vice-presidente di Obama nel corso dei suoi due mandati.

 

Equilibrato, di vedute centriste e dalla vita familiare non sempre facile, per via degli anni trascorsi a Washington ha molti rapporti nell’ambiente politico. Vanta tra l’altro una amicizia con Mitch McConnell, pilastro dei conservatori a capo della maggioranza repubblicana al Senato e sempre in prima linea nel sostenere le posizioni di Trump. Per Biden questo è stato il terzo tentativo di candidarsi alla Casa Bianca. E’ considerato affabile, aperto al compromesso e distante dalle ideologie, ma le numerose gaffe ed alcuni aspetti della sua vita privata lo rendono soggetto a critiche e preoccupazioni.

 

Nel corso di questa Convenzione Biden aveva pronunciato un discorso di venticinque minuti che senza esitazioni poteva definirsi come il suo migliore, anche se scritto da un professionista. Annunciava l’investitura ufficiale ricevuta dal partito insieme all’inizio di una nuova era per la nazione americana, era nella quale sarebbe stata la luce a trionfare sulle tenebre. La linea politica che esprimeva non era tanto la sua, quanto quella definita dalla piattaforma del partito che egli non poteva permettersi di ignorare. Nel corso della campagna di questa comunque si è parlato poco.

 

Si era mostrato orgoglioso di essere stato scelto dal suo partito e sottolineando che la sua sarà una presidenza di tutti gli americani, egli aveva denunciato il troppo astio, le troppe collere e le troppe divisioni che stavano lacerando il Paese. Avrebbe messo tutto il suo impegno per contrastare l’ondata di Coronavirus che aveva causato tante vittime e danni e che continuava a farlo; si sarebbe inoltre impegnato a rimettere il Paese in sesto, garantire la stabilità ed evitare la vicinanza ai regimi autoritari.

 

La Convenzione repubblicana, che si è svolta a Charlotte in South Carolina, è stata una pura formalità, oltre che un affare di famiglia, non potendo che essere Trump il candidato repubblicano alla presidenza. A differenza di quella democratica che si è svolta in forma virtuale, il presidente si è presentato sul palco accompagnato da sei membri della sua famiglia, una dozzina di collaboratori e alleati politici. Presenti anche i 336 delegati del partito. L’intento era quello di rilanciare la sua campagna e presentare un programma convincente e di grande attrazione.

 

Col piglio che gli è tipico, aveva immediatamente iniziato il suo discorso affermando senza esitazione che il vincitore sarebbe stato lui. Si è poi soffermato a descrivere il voto per corrispondenza come un imbroglio e fonte di frode. Ha infine lodato il suo operato alla Casa Bianca per lanciarsi in seguito in una vigorosa invettiva contro l’avversario democratico ed il suo vice, la californiana Kamala Harris.

 

Il discorso di Trump evidenziava la sua strategia come un attacco contro il Partito Democratico e, soprattutto, contro il suo avversario e la sua vice. I sondaggi li vedevano in testa ed egli doveva dare nuova linfa alla sua campagna: decisa è stata la difesa del bilancio della sua presidenza e dei grandi risultati ottenuti prima dell’ondata di Coronavirus, descritta come un flagello giunto dalla Cina. Per merito suo l’America era cresciuta, l’economia viaggiava con il vento in poppa e la borsa aveva toccato i massimi e non poteva che salire. La disoccupazione intanto era quasi inesistente.

Per le quattro giornate successive egli aveva deciso di affrontare le questioni più importanti per il Paese. L’ultima di queste era dedicata alla grandezza degli Stati Uniti: dovevano servire a persuadere la sua base elettorale dell’inidoneità del candidato democratico e della vaghezza del suo programma. Al di sopra di queste aleggiava il tema Trump, che sovrastava tutto. Il presidente annunciava che avrebbe dato la precedenza all’economia, argomento che considerava di prevalente interesse agli occhi del suo elettorato.

 

Questa Convenzione esprimeva la volontà del presidente di ricondurre nell’alveo del partito coloro che sembravano essersene allontanati. In assenza di un programma coerente, a Trump era necessario sfruttare quel capitale di fiducia che la lealtà e l’entusiasmo del suo elettorato gli avevano mostrato sin dall’inizio e che era ben superiore a quello di cui disponeva Biden.

 

Facendo leva su questa differenza, il presidente intendeva convincere i suoi elettori della realtà delle parole pronunciate dal suo ambasciatore presso le Nazioni Unite, Nicky Haley: contrapporre “il potere e la forza” alla “debolezza ed i fallimenti” di un avversario che poteva vantare solo esitazione ed insuccessi. Secondo il figlio di Trump, il significato di questa elezione era contenuto in una scelta tra Chiesa, scuola e lavoro contro saccheggi, vandalismo e sommosse.

 

La Convenzione è stata gestita con competenza ed organizzata ad arte da quelli che erano stati i collaboratori del presidente nel suo reality televisivo ed è stata certamente più vivace ed animata di quella democratica.

 

Malgrado questi sforzi, Biden, che veniva descritto come lo strumento di una sinistra radicale e l’incarnazione del male, migliorava nei sondaggi ed in alcuni Stati chiave Trump veniva già dato per perdente.

 

Il Segretario di Stato in Medio Oriente Organizzato su due piedi tra il 24 ed il 28 di Agosto, questo viaggio di Pompeo, spedito di fretta in Medio Oriente, non era che un aspetto della campagna elettorale in corso. Le sue tappe sono state Gerusalemme, Sudan, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Oman.

 

Lo scopo era di allargare l’accordo con Israele ed altri Paesi arabi e normalizzarne i rapporti, cosa che per Trump si era rivelata un grande successo. Oltre che togliere lo Stato Ebraico dal suo isolamento nella regione, egli voleva anche ricordare i risvolti economici della sua vicinanza ai regimi del Golfo. Il presidente aveva assolutamente bisogno del voto degli evangelici e dei conservatori cristiani, tutti convinti sostenitori di Israele.

 

Data la posta in gioco elettorale, questa America cristiana si sarebbe recata in forze alle urne: Trump ne aveva bisogno perché sapeva che al voto si sarebbe recato un Paese diviso e che senza l’apporto di questa componente religiosa non avrebbe avuto possibilità di farsi eleggere. Egli sapeva anche che il suo stesso partito era diviso e che alcuni membri del Congresso lo stavano disertando per Biden, mentre altri si  erano già dissociati dalla Casa Bianca.

 

Non è dunque un caso che nel suo discorso tenuto il 26 Agosto a Fort McHenry, il vice-presidente Mike Pence abbia esaltato i temi religiosi. Anch’egli animato da una fede profonda, sapeva benissimo che il blocco dei conservatori cristiani rappresentava l’elemento più fedele a Trump.

 

Un incidente razziale:  Il 23 di Agosto a Kenosha, nel Wisconsin, si era avuto un altro incidente a sfondo razziale, conclusosi con alcuni colpi di pistola sparati alla schiena di un nero di nome Jacob Blake. Egli stava tentando di sottrarsi all’intervento delle forze dell’ordine. Gli agenti coinvolti erano stati immediatamente sospesi e di fronte alle proteste e alla gravità dell’episodio il governatore democratico dello Stato aveva chiesto di rivedere il codice di comportamento della polizia.

 

A seguito di questo fatto sono scoppiate proteste e disordini che si sono estesi anche in altri luoghi del Paese come parte del più vasto movimento Black Lives Matter. Dopo una serie di agitazioni ed atti di violenza notturna è stato necessario fare ricorso alla Guardia Nazionale. Sono intervenuti anche membri di milizie armate e le vittime di questi scontri sono state tre. Quest’ulteriore episodio che ha coinvolto poliziotti ed un uomo di colore rivelava la realtà di due Americhe che si affrontano.

 

Di fronte alle tensioni suscitate da questi fatti, un Presidente avrebbe cercato di lenire le ferite, riportare la calma e gettare acqua sul fuoco: tutti salvo Trump. Il suo gioco è sempre stato quello di dividere e radicalizzare: ha perciò gettato benzina sul fuoco, lanciando ai sindaci democratici l’accusa di essere lassisti di fronte agli eventi ed ai manifestanti di essere dei “vandali”, degli “anarchici” e degli “estremisti”.

 

Le precedenti prese di posizione del presidente Trump a seguito di un simile incidente avvenuto a Minneapolis nel mese di Maggio e la sua richiesta di recarsi in visita sul posto, avevano indotto sia il Governatore dello Stato che il Sindaco ed il ramo locale dell’Associazione Nazionale per l’Avanzamento della Gente di Colore (NAACP), a consigliargli di non venire: la sua presenza sarebbe stata divisiva ed avrebbe potuto esasperare le tensioni.

 

Ignorando questi avvisi, Trump si era comunque recato a Kenosha il 1 Settembre per congratularsi con le forze dell’ordine e incontrare i proprietari di alcune attività commerciali distrutte nel corso degli scontri. Non si era invece recato in ospedale per visitare Jacob Blake, né ha voluto incontrare membri della sua famiglia. Il 3 Settembre era giunto sul posto anche Joe Biden: ha avuto un incontro con la famiglia di Blake e ha partecipato ad una riunione comunitaria.

La costa occidentale in fiamme A seguito di una successione di incendi di ampiezza e di intensità senza precedenti, circa quattro milioni di ettari di boschi erano andati in fumo tra gli Stati della California, di Washington e dell’Oregon.

 

Di fronte a questo disastro e sempre pronto a sfruttare un’occasione per racimolare punti nella sua campagna elettorale, il presidente Trump si era recato in California il 14 Settembre, cogliendo l’occasione per accusare i governatori democratici degli Stati coinvolti di essere stati incapaci a gestire il loro patrimonio forestale. Ovviamente egli mirava più lontano, sapendo che la California è il più grande serbatoio di voti democratici e che lì si trovava anche il collegio elettorale della Harris.

 

Le fiamme si erano estese anche ad alcune zone residenziali. I danni sono stati ingenti e molte persone hanno dovuto essere evacuate: 31 i morti e decine i dispersi. Alla fine di Settembre il fumo degli incendi era visibile a 8 mila km di distanza. Lo stato di calamità è stato decretato per tutta l’area.

 

Biden contrattaccava, accusando Trump di negare gli effetti del riscaldamento globale, aver ritirato gli Stati Uniti dalla Conferenza di Parigi sul clima e l’ambiente e di aver trascurato gli Stati della costa occidentale: quattro ulteriori anni di sua presidenza avrebbero significato consegnare il Paese in mano ad un “piromane”.

 

Nella terza settimana di Settembre, per proteggersi dal pericolo di contagio da Coronavirus ed evitare le file e gli assembramenti tipici degli appuntamenti elettorali, il 40% degli elettori del Minnesota ed altri tre Stati avevano deciso di anticipare il loro voto.

 

La scomparsa del giudice Ginsburg Il 18 Settembre moriva all’età di 87 anni il giudice  della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg. La notizia non era giunta inaspettata, dato che soffriva da tempo di un tumore al pancreas.

 

Era una figura molto rispettata all’interno dell’ambiente istituzionale e con la sua morte la sinistra americana perdeva una delle sue icone. Nominata da Clinton nel 1993, dei nove giudici che componevano la Corte era uno dei quattro di posizioni progressiste. Dei sei giudici conservatori, due erano stati nominati da Trump che sin dal primo giorno si era adoperato ad alterare gli equilibri all’interno della Corte: grazie a lui i conservatori erano così saliti a cinque, contro i quattro di tendenza liberale.

 

Come da tempo si sapeva del cattivo stato di salute della Ginsburg, era anche noto che Trump aveva stilato una lista di persone da porre sui banchi sia dei giudici federali che della Corte Suprema. Non avrebbe mancato di cogliere l’occasione per nominare un terzo giudice e portare così il numero della componente conservatrice a sei contro tre, ossia il doppio di quella progressista.

 

Di fronte all’offensiva di Trump, Biden aveva chiesto di attendere il risultato delle elezioni prima di scegliere il candidato alla successione della Ginsburg. I Repubblicani gli si scagliarono contro e tramite il senatore Mitch McConnell respinsero la proposta, dichiarando di volersi subito attivare per la nomina del nuovo giudice, senza attendere la scelta del futuro presidente.

 

Ne seguì una polemica infuocata: all’epoca della presidenza Obama e in seguito della scomparsa del giudice Scalia, lo stesso McConnell con dietro tutto il partito aveva chiesto di attendere la conclusione delle elezioni. Sapevano tutti dell’importanza di questa nomina che avrebbe alterato la maggioranza all’interno della Corte Suprema. La posta in gioco era dunque di grande importanza per tutti.

 

I Democratici si rendevano conto che i loro avversari avrebbero subito una fortissima pressione da parte della base conservatrice per eleggere il prima possibile un nuovo giudice. Questa componente, insieme agli Evangelici, intendeva applicare al Paese quelle che sono le sue vedute in tema di leggi e sulla Costituzione. In risposta, i Democratici raddoppiarono i loro sforzi per mobilitarsi con più ardore e convinzione ed assicurare sia la vittoria elettorale di Biden che la maggioranza in Senato.

 

L’intervento di Trump alle Nazioni Unite: Il 22 Settembre, all’inizio dell’apertura annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in un video-discorso di sette minuti a marcata valenza elettorale il presidente Trump ne dedicava almeno un terzo per attaccare la Cina, soprattutto riguardo la sua gestione dell’epidemia di Coronavirus che ne ha consentito il diffondersi nel mondo. Ha poi fustigato l’istituzione stessa, tacciandola di esser uno strumento in mano a Pechino. Queste diatribe facevano parte della sua strategia elettorale per tacitare chi lo accusava di una cattiva gestione dell’epidemia.

 

Era per lui necessario individuare un responsabile da colpevolizzare e contro cui lanciare i suoi strali a dimostrazione delle sue capacità di decidere e della sua combattività per soddisfare le pulsioni della sua base elettorale. Quest’intervento si inseriva nella sua campagna elettorale nel contesto della quale il suo rivale Biden veniva fatto passare per debole e incapace di tener testa alle azioni della Cina.

 

Infine, sempre allo scopo di deflettere le critiche al suo operato, puntava il dito sul risorgere della pandemia in Europa e sulle difficoltà incontrate dai paesi dell’Unione nel tentativo di contenerla.

 

Molto più conciliante il tono del leader cinese Xi Jinping, che interveniva in difesa del dialogo e del multilateralismo ed accusava il presidente americano di diffondere un ben più pericoloso virus politico.

Il primo dibattito tra i due sfidanti Fissato per la giornata del 29 Settembre, questo primo dibattito, atteso con molto interesse anche a livello internazionale, si è svolto nella città di Cleveland. E’ durato 90 minuti e sarebbe stato possibile descriverlo come uno scontro gladiatorio, senza però il rispetto della minima regola.

 

Confusionario e caotico, è risultato privo di qualsiasi interesse politico non avendo espresso o definito nessun programma, nessuna visione sul futuro del Paese e sulla direzione degli eventi. E’ stato invece più interessante nel mettere a nudo le differenze di personalità e di atteggiamenti tra i due rivali: ne sono emersi un livello di disprezzo e di ostilità reciproci da definirsi senza precedenti nella recente realtà politica americana.

 

Trump, sperando di innervosire il suo avversario e farlo precipitare in qualche sua gaffe o cercando di risvegliare una sua tendenza alla balbuzie, non aveva fatto che interromperlo rendendogli impossibile esprimere un concetto fino in fondo. Aveva poi riportato fatti e dati del tutto fantasiosi. Biden più di una volta aveva perduto le staffe, definendolo “un pagliaccio”, invitandolo a stare zitto e accusandolo di essere “poco presidenziale”.

 

Nel corso della diatriba erano stati toccati tutti i temi più importanti, quali la pandemia, lo stato dell’economia, gli episodi di razzismo e la nomina alla Corte Suprema. Riguardo gli episodi di protesta suscitati dal comportamento violento delle forze dell’ordine contro gente di colore, Trump li descriveva come disordini ed atti di  vandalismo provocati da gruppi di estrema sinistra. Riguardo i Proud Boys, movimento armato di estrema destra, a seguito di un battibecco con il moderatore, si rivolgeva a loro con la frase “Non muovetevi, rimanete in attesa, ma qualcuno deve fare qualcosa contro gli antifascisti e la sinistra”.

 

Ha poi attaccato il voto via posta, descrivendolo come fonte di brogli e manipolazioni. Riguardo le accuse di evadere le tasse, aveva risposto di aver versato al fisco milioni di dollari. E’ stato poi attaccato sulla gestione definita “disastrosa” della pandemia e, come se ciò non bastasse, Biden lo aveva accusato di avere indebolito l’economia a seguito dei suoi quattro anni di presidenza. Ovviamente Trump replicava con disprezzo, negando ogni accusa. Il suo rivale aveva poi concluso lanciando un invito agli elettori di recarsi alle urne dato che ogni singolo voto avrebbe contato.

 

In una pioggia di attacchi personali reciproci, malgrado gli sforzi del moderatore, non si erano pacati i toni nemmeno nel finale: in questo clima di ostilità e comune disprezzo, i sondaggi non avevano espresso un chiaro vincitore pur mostrando maggiore simpatia per Biden che si era mostrato capace di mantenere la calma.

Mentre si andavano scontrando due visioni opposte dell’America, alcuni sondaggi indicavano che l’80% degli elettori si erano già fatti l’idea su chi votare. All’interno del Partito Democratico si evidenziava la necessità di una sintesi tra l’ala radicale del partito, quella di Sanders, della Warren e della giovane Alexandria Ocasio-Cortez, e l’ala moderata. Riguardo il voto per corrispondenza, vi sono 5 Stati che lo praticavano da vent’anni senza che sia mai sorto alcun problema. Lo stesso Trump aveva votato per posta.

 

Mai il Paese si era trovato così diviso. Nel giro di quattro anni gli indipendenti erano diminuiti del 35%. Tra le fila dei Repubblicani, il 94% di loro approvava l’operato del presidente, mentre solo il 7% dei Democratici lo condivideva. Quanto agli indecisi, questi si erano ridotti al 4% dell’elettorato. Riguardo l’aborto, ad approvarlo era il 36% dei Repubblicani e l’82% dei Democratici. L’ObamaCare era stato votato in massa dal Partito Democratico, mente solo l’1% dei Repubblicani lo aveva appoggiato. In passato, l’elettore democratico moderato era vicino a quello del suo equivalente repubblicano: dal 2014 il solco si era andato allargando.

 

Di fronte a questi dati era possibile affermare che il fossato tra i due partiti si stava allargando e che in termini generali, in questi ultimi anni i primi si sono spostati più a destra e i secondi più a sinistra. Il presidente Trump non aveva fatto che cavalcare tendenze già presenti nel Paese, le ha sapute sfruttare con abilità al punto che il Congresso trovava sempre più difficile mediare alla ricerca di un consenso.

 

Il Presidente nomina un nuovo Giudice e si prende il Coronavirus:  Tornando alla Corte Suprema, la scelta di Trump cadeva infine su un’altra donna, Amy Coney Barrett. Proveniente da New Orleans, ha 48 anni ed è nota per le sue posizioni conservatrici e la solida fede cristiana. E’ contraria all’aborto e favorevole al diritto di portare le armi. Avvocato e giurista, è stata professore di Legge all’Università di Notre Dame. Come il suo mentore Antonin Scalia, segue la “dottrina originalista” che consiste nel dare una lettura al testo costituzionale seguendo la linea originale voluta dai Padri Fondatori. A questa si oppongono i fautori della “Costituzione vivente”, che mirano a superare la visione del testo originale per seguire l’evoluzione della società e del Paese.

 

Per nominare un giudice della Corte Suprema è necessaria l’approvazione da parte del Senato. I Repubblicani, con in testa Mitch McConnell, non avrebbero avuto difficoltà ad ottenerla, vista la loro maggioranza di 53 seggi su 100. Di voti infatti ne sarebbero bastati 51. In caso di successo Trump sapeva che avrebbe offerto alla sua base l’assoluta maggioranza alla Corte Suprema, istituzione che si esprime non solo sulla costituzionalità delle leggi ma anche sul modo di operare della politica. Era per lui un modo di assicurarsi allo stesso tempo l’appoggio della Corte nel corso dello scrutinio e, se rieletto, nel corso del suo secondo mandato: non gli era sfuggito il riconteggio del voto in Florida che la Corte Suprema aveva finito col concedere a Bush nel 2000.

 

Il presidente ha fatto il possibile per assicurarsi questa nomina al più presto. Tra le due parti iniziava un altro scontro che avrebbe ulteriormente infiammato il corso della campagna elettorale. I Democratici sapevano che in caso di vittoria, a Biden sarebbe toccata una Corte a solida maggioranza conservatrice e dunque in grado di bocciare le proposte di legge inoltrate dal suo partito. La Corte ha infatti il potere di confermare una legge o respingerla se giudicata incostituzionale.

 

Tra l’indignazione dei progressisti d’America iniziavano subito le audizioni in Senato per approvare la nomina del giudice Barrett. Questa assicurava che le sue convinzioni personali non avrebbero influito sulle sue decisioni in materia di legge. Il 26 Ottobre la sua scelta veniva approvata dal Senato con 52 voti favorevoli contro 48. Nel corso della stessa giornata prestava giuramento alla Casa Bianca ed il giorno successivo giurava ufficialmente presso la Corte Suprema entrando in carica.

 

Mentre si svolgevano questi eventi, Biden restava sempre in testa nei sondaggi e decideva di concentrarsi sulla ricerca del voto nei cosiddetti “Swing States”, Stati in bilico, quelli che fanno la differenza. In questi Stati nessun candidato o partito hanno un sostegno tale da assicurare loro una vittoria nel collegio elettorale e sono perciò oggetto di attenzione particolare da entrambi i partiti. Un’eventuale vittoria in uno di questi stati consentirebbe di ottenere i voti dell’intero collegio. Gli Stati non in bilico sono invece quelli nei quali un candidato gode di supporto sufficiente da permettergli di vincere.

 

Anche se la figura di Biden non scaldava gli animi, il suo vantaggio, soprattutto tra quelle frange di elettori definiti indipendenti, stava tutto nel non essere Trump. Mentre si andavano scontrando due visioni opposte dell’America, numerosi sondaggi indicavano che l’80% degli elettori aveva già deciso a chi dare il proprio voto.

 

Dopo tante spavalderie da parte del presidente nell’affrontare l’epidemia di Coronavirus, ecco che giungeva la notizia che lui, sua moglie Melania, insieme alla sua portavoce ed un paio di uomini della scorta erano stati contagiati. Ad ammalarsi anche tre senatori, due dei quali membri del Comitato della Giustizia. Era possibile affermare che questi contagi erano avvenuti con tutta probabilità nel corso della presentazione del giudice Barrett.

 

Dopo questa notizia, l’8 Ottobre il Partito Democratico si era mobilitato per chiedere la creazione di una commissione d’inchiesta di sette persone, composta da medici e politici per indagare sull’idoneità del presidente a svolgere le sue funzioni. Si trattava di una mossa perfettamente legittima che rientrava nel quadro del XXV emendamento della Costituzione: vi si affrontava infatti il caso di incapacità fisica o mentale di un Presidente a governare.

 

Passati pochi giorni, Trump assicurava di aver superato la malattia ma taceva sul numero di quelli trascorsi senza sintomi. Alcuni medici dell’ospedale Walter Reed descrivevano il suo comportamento come pericoloso e fonte di pessimo esempio. La faccenda gli era comunque costata il sacrificio di una settimana di campagna elettorale. Dichiaratosi ormai guarito, il presidente Trump si recava in Florida, Pennsylvania e Iowa, tutti Stati cruciali per la sua rielezione. Dato il continuo svantaggio nei sondaggi il suo piano era quello di concentrare gli sforzi sugli Stati chiave nel tentativo di recuperare il suo ritardo.

 

A rendere più acrimoniosa la situazione era il rifiuto di Trump di perdere, oltre a tutto quello che andava facendo per conservare la presidenza. In più di un ambiente ci si poneva la domanda su come sarebbe stato vissuto il mese di transizione in caso di una vittoria di Biden e su cosa sarebbe accaduto se il Senato fosse passato ai Democratici.

 

Nel frattempo più di dieci milioni di elettori avevano votato per corrispondenza ed il presidente dichiarava che si doveva rinunciare alla conta di questi voti. Per recuperare il suo ritardo nei sondaggi egli decideva di concentrarsi sugli Stati chiave ed incoraggiava i suoi a votare due volte, la prima per posta, l’altra recandosi di persona alle urne. Si veniva anche a conoscenza tramite il New York Times che nel 2016 e 2017 il presidente Trump aveva versato al fisco 750 dollari, mentre in 10 degli ultimi 15 anni non aveva pagato un soldo di tasse chiedendo invece detrazioni per le sue ville, il suo aereo privato e persino il suo barbiere. Ai suoi tempi, Spiro Agnew si era dimesso per non aver denunciato 29.500 dollari in tasse.

 

Il dibattito tra i due vice-presidenti Intanto il 7 Ottobre Mike Pence si confrontava con la Harris. Seguire un simile dibattito in tempi normali non avrebbe entusiasmato nessuno, ma con un candidato di 78 anni restava sempre la possibilità che non giungesse al termine del mandato. In questo caso la figura del vice-presidente acquistava rilevanza e diventava essenziale.

 

Kamala Harris era stata scelta da Biden per la vice-presidenza perché donna e rappresentante di due minoranze: la nera, per via di suo padre giamaicano e quella indiana da parte di madre. Professionalmente nasce come giurista: per una decina d’anni aveva occupato il posto di procuratore per la città di San Francisco. Nel 2011 è stata la prima donna ad assumere il titolo di procuratore dello Stato della California. Sei anni dopo, nel 2017, è stata la seconda donna di colore ad entrare al Senato. Si era poi proposta come candidato del Partito Democratico per le elezioni del 2016. Non ebbe successo e dovette ritirarsi. All’interno del Partito Democratico si pone più a sinistra di Biden.

 

Per via di questo suo passato, non tutti la consideravano come migliore esempio di rappresentanza delle minoranze: non ha mai veramente vissuto l’esperienza dei neri provenienti da ambienti disagiati e, per via del rango della madre nel sistema di caste indiano, non si può dire venisse dal basso. Nella sua veste di procuratore si diceva non avesse mostrato particolare simpatia per le minoranze. Altri sottolineavano come la sua carriera giudiziaria sia stata favorita da una relazione sentimentale con un superiore, che tra l’altro era già sposato. Viene vista perciò come non esente da opportunismo, cosa che in politica potrebbe rivelarsi anche una qualità. Il dibattito è stato civile. Kamala Harris, per la prima volta di fronte agli occhi alla nazione, doveva dimostrare di possedere carattere ed essere credibile.

 

Nel corso del confronto Pence schivava le sue domande sui temi più imbarazzanti per i Repubblicani, quali l’aborto e l’Obamacare. Egli si ergeva a difensore della politica estera di Trump, mentre per la Harris il presidente non faceva che tradire gli amici ed abbracciare i dittatori. Nei suoi interventi il vice-presidente mostrava poi una marcata tendenza a superare i limiti di tempo imposti dagli organizzatori e tutto ciò ha infastidito molti spettatori, particolarmente le donne. Paradossalmente, il protagonista che più ha attirato l’attenzione è stata una mosca: piccolo ospite non invitato, risaltava a meraviglia mentre si aggirava tra i capelli argentati di Pence.

 

I due ultimi dibattiti tra i candidati rivali Il 15 Ottobre era previsto il penultimo dei dibattiti presidenziali. Doveva svolgersi a Miami, ma una settimana prima gli organizzatori ne annunciavano l’annullamento. Colpevole il Coronavirus: il dott. Fauci dichiarava che questa era una malattia da non prendere sottobraccio e che era necessario attendere la fine del decorso di isolamento di Trump, benché lui si dichiarasse già guarito.

 

A non volere questo secondo dibattito televisivo era anche lo stesso presidente. Sarebbe stato condotto a distanza e Trump sapeva che in queste circostanze non avrebbe potuto dare il meglio: lui era fatto per le assemblee, i comizi e gli incontri diretti con il pubblico. Attraverso uno schermo non sarebbe stato altrettanto efficace. Sarebbero state anche riviste le regole per impedire le interruzioni e lo sforamento dei limiti di tempo concessi ad ogni candidato. Ai cittadini sarebbe stata data anche l’opportunità di interrogare i contendenti, due cose che di nuovo a Trump piacevano poco.

 

Si sarebbe invece svolto a Nashville il dibattito finale previsto per il 22 Ottobre. I due sfidanti si sarebbero trovati l’uno di fronte all’altro, anche se ad una certa distanza. Benché si sia trattato di uno scontro su tutti i fronti, il presidente Trump si era presentato mostrando un atteggiamento diverso, questo per aver dato ascolto ai suoi consiglieri che lo avevano convinto che una rissa non sarebbe stata vista bene dagli spettatori. Quello che tutti speravano era che il suo rivale si sarebbe danneggiato da solo incappando in qualcuna delle sue celebri gaffe o balbuzie, cosa che non è avvenuta.

 

Biden ha iniziato attaccandolo sul numero di vittime causate dal Coronavirus e sulla sua negligenza nell’affrontarlo. Trump gli rispondeva non essere colpa sua, ma dei cinesi: non pensava fosse possibile chiudere il paese ma che sarebbe stato necessario imparare a convivere col virus. E’ poi partito al contrattacco sulla faccenda del figlio di Biden, Hunter, che avrebbe preso soldi dagli ucraini nel corso della vice-presidenza di suo padre.

 

Biden gli rispondeva negando gli addebiti ed accusando a sua volta il presidente di non pagare le tasse e fare affari con la Cina. Ovviamente quest’ultimo negava, per venire poi accusato di aver legittimato un Paese come la Corea del Nord. La risposta di Trump non si faceva attendere e sottolineava come vi fossero adesso buoni rapporti con quel paese e nessuno parlava più di guerra. Il suo rivale lo incalzava nuovamente sulla vicenda dei bambini separati dai genitori ai confini e rinchiusi in centri di contenimento. Gli veniva risposto che quelle gabbie erano state costruite dai Democratici nel 2014. Trump sottolineava di aver dato lavoro a molte persone, inclusi tanti afroamericani e che sapeva come mettere a posto le cose. Biden replicava annunciando che sarebbe stato il presidente di tutti.

 

Anche quest’ultimo dibattito non ha presentato grande interesse, oltre che continuare ad indicare i tratti opposti dei due candidati. Nulla è stato detto su programmi, obbiettivi e contenuti della campagna elettorale.

 

Il presidente Trump tra questi due dibattiti si recava in Wisconsin, Michigan e Nevada, moltiplicando gli attacchi contro il suo rivale che nella Carolina del Nord si appellava alla comunità nera in cerca di sostegno e continuava nella sua opera di radunare i oppositori di Trump. 43 milioni di americani si erano già recati alle urne e per via del Coronavirus si pensava che il voto per corrispondenza potesse raggiungere il 40%.

 

Obama intanto andava in Pennsylvania per sottolineare il suo apporto alla candidatura di Biden. Gli darà un altrettanto deciso sostegno anche in Florida. Data la situazione, avere un ex-presidente afroamericano che gli dava il suo appoggio non poteva che risultargli utile. Con le regole del sistema elettorale americano ogni pronostico rischiava di essere smentito: che in questi ultimi giorni di campagna Obama si stesse spendendo per Biden e lo sostenesse con forza era sintomo di questa preoccupazione. Più si avvicinava il giorno delle elezioni, più la lotta si faceva serrata.

 

Un’elezione senza esclusione di colpi:  Benché vi fossero quantità di elettori che non emergevano nei sondaggi, lo sfidante Biden arrivava alla giornata del 3 Novembre in vantaggio sul suo rivale. Ognuno dei candidati si era impegnato a fondo per mobilitare il proprio elettorato e i pochi indecisi.

 

Il Partito Repubblicano affrontava la giornata elettorale mostrando di essere riuscito a conservare una base solida. Di fronte alla partita in corso il Paese si era mobilitato e sin dall’inizio il tasso di partecipazione risultava alto, vicino al 66%.

 

Il presidente Trump era un uomo che divideva, polarizzava e prediligeva lo scontro. Da parte sua Biden, per le sue qualità e le sue inclinazioni al compromesso, soddisfava ma non suscitava l’entusiasmo né del suo partito, né del Paese. La giornata del 3 Novembre si è così aperta in un clima teso, espressione delle fratture nella società: vi si affrontavano visioni opposte dell’America e l’accumularsi dello scontento e della collera a seguito dei quattro anni di presidenza Trump stavano venendo in soccorso a Biden.

 

La posta in gioco era alta, al punto che si assisteva alla mobilitazione di parti dell’elettorato che prima non facevano parlare di sé. Pur facendo riferimento a risultati ancora parziali ed ad una conta delle schede non conclusa, il presidente Trump alzava i pollici e si dichiarava vincitore: era sicuro che quell’impressionante intuito che aveva mostrato nel cogliere i sommovimenti, le paure e le insicurezze che avevano scosso la società americana, gli avrebbero consentito di prevalere.

 

In questa giornata si stavano scontrando un Partito Democratico per metà orientato più a sinistra di quello tradizionale ed un Partito Repubblicano anch’esso per metà più a destra. Per il primo, data la non entusiasmante campagna di Biden, molto avrebbe finito col dipendere dall’operato dei suoi attivisti. Per il secondo era evidente che il pensiero di Trump si era ormai radicato e solidamente impiantato nel Paese: se da un lato nella nazione era indiscutibile una vera e propria adesione per Trump, dall’altro non si poteva dire che Biden fosse riuscito a convincere tutti i democratici. Queste elezioni si sarebbero svolte sul filo del rasoio.

 

Alla fine Biden otteneva poco più di 75 milioni di voti, il numero più alto mai ottenuto in precedenza da un candidato. Trump chiudeva con circa 70 milioni, più di quelli raccolti nella precedente elezione e riprova del diffuso consenso elettorale di cui disponeva. Alle urne si era recata la percentuale record di 67% degli elettori, cifra mai vista prima.

 

A tre giorni dalla giornata elettorale, malgrado i risultati che si andavano annunciando come sfavorevoli, il presidente Trump dichiarava che non avrebbe rinunciato a battersi per il Paese e che avrebbe proseguito nei suoi ricorsi alla giustizia. Ciò gli era reso possibile dal fatto che negli Stati Uniti non vi è un sistema di raccolta centralizzato per il conteggio dei voti. Teoricamente parlando, vi sarebbe anche la possibilità che a 30 giorni dallo scrutinio non si abbia ancora un vincitore riconosciuto.

 

Alla fine veniva annunciata la vittoria di Biden con 302 voti di delegati a suo favore contro i 236 di Trump. Malgrado ciò, Trump annunciava che non rinuncerà a battersi per l’America e che proseguirà nei suoi ricorsi alla giustizia. Non resta adesso che attendere la giornata del 5 Gennaio, quando si svolgerà il secondo turno per i due seggi del Senato dello Stato della Georgia.

In questo caso l’attesa è stata più lunga, perché per venire eletto un senatore ha bisogno di ricevere almeno il 50% dei consensi. Nessuno dei candidati dei due partiti lo aveva ottenuto. Ad oggi si hanno in Senato 52 seggi per i Repubblicani e 48 per i Democratici. Se a vincere dovessero essere i due sfidanti democratici si passerebbe a 50 seggi per partito ed in caso di parità di voto sarebbe il vice-presidente Kamala Harris ad avere la parola definitiva.

 

Al contrario, se la maggioranza restasse in mano repubblicana, ed un solo seggio sarebbe sufficiente, il rischio è che già dall’inizio del suo mandato il presidente Biden potrebbe incontrare delle difficoltà non solo riguardo l’approvazione della sua agenda legislativa ma, cosa altrettanto importante, di tutte le sue nomine ed in particolare quelle in campo giudiziario. Alla Camera i Democratici hanno oggi la maggioranza più sottile dagli anni 90.

 

Conclusioni:  Il 14 Novembre decine di migliaia di persone sfilavano a Washington per chiedere altri quattro anni di presidenza Trump, 250 mila persone erano morte per il Coronavirus ed i contagiati si aggiravano intorno ai 10 milioni.

 

E’ dal dal 1980 che Trump cercava di entrare in politica e questa sua presidenza andava vista come il risultato delle divisioni del Paese, divisioni sulle quali egli non ha fatto che agire: più che la causa di un male, ne è stato il sintomo e nulla ha fatto per porvi rimedio.

 

Inutile illudersi, il presidente Trump continuerà a gettare benzina sul fuoco e cercherà di opporsi fino all’ultimo giorno ai risultati delle elezioni. Farà di tutto nella speranza di mostrare al paese che il voto non era stato regolare, quanto piuttosto il risultato di un imbroglio e di una frode. Non gli riuscirà, Biden entrerà puntualmente alla Casa Bianca e lui darà un’ulteriore dimostrazione delle sue scarse qualità personali, morali ed umane.

 

Il vero nemico di Trump in questi ultimi mesi e chi lo ha realmente sconfitto non è stato tanto Biden, quanto il Coronavirus e la superficialità con la quale l’ha affrontato. Fino a quel momento poteva vantare un’economia in ripresa ed un Paese destinato ad ancora più brillanti traguardi. Anche se di ciò il merito non poteva certamente dirsi del tutto suo, egli cavalcava quest’ondata e nulla sembrava in grado di poterlo fermare.

 

Wall Street continuava a salire, lui se ne attribuiva il vanto ma la verità stava in una politica di tassi d’interesse minimi voluta dalla Federal Reserve. L’allargamento della base monetaria però, più che sull’economia si era andato riflettendo soprattutto sulla borsa, intanto andava aumentando la forbice tra i più abbienti e i meno.

 

Con il dilagare dell’epidemia di Coronavirus, nel secondo trimestre di quest’anno l’attività economica era crollata del 30% e si sono visti cancellati i risultati di dieci anni di crescente impiego. Tutte le promesse di Trump gli naufragavano di fronte mentre aumentavano lo scontento e le preoccupazioni.

 

La vittoria di Biden ha dimostrato che i meccanismi della democrazia americana funzionavano e che avrebbero aiutato il Paese a rinnovarsi malgrado tutte le spaccature e le divisioni che la presidenza Trump e questa campagna elettorale avevano fatto emergere. Ogni due anni infatti cambia la Camera, ogni quattro il Presidente ed ogni sei l’intero Senato. Questa vittoria, anche se forse meno netta di quel che può apparire, c’è comunque stata: il 49% degli elettori democratici avevano votato per lui considerando la sua persona, mentre il 51% lo aveva fatto in quanto ostile a Trump.

 

Penso che sia la presidenza di Biden che quella di Trump saranno viste un domani come presidenze di transizione, così come quella di Obama aveva segnato la fine di un percorso iniziato nel corso degli anni di Roosevelt.

 

Il Partito Repubblicano dovrà adesso ridefinirsi e sciogliere non pochi nodi interni. A Biden toccherà il compito di affrontare il problema di una riconciliazione tra le ansie di chi ha votato per Trump e le istanze più avanzate del progressismo democratico. Interessante sarà anche vedere cosa accadrà all’interno dello stesso Partito Democratico.

 

Nelle elezioni del 2016 alla Clinton non era riuscito di tenere insieme le varie anime di quel partito. Biden alla fine ce l’ha fatta, così come gli è riuscito di unire intorno a sé tutta quella parte d’America contraria a Trump. Alla fine ha raccolto più voti di Obama e ha presentato un programma tutto sommato progressista.

 

Biden ha sempre mostrato lealtà al partito ed il suo gabinetto non potrà che essere moderato ed orientato verso il centro. I progressisti in seno al partito si sono mobilitati per lui anche se spesso in contrasto con le sue posizioni. Questi contrasti tra le due anime democratiche sono stati finora occultati, ma servono a ricordare che la sua base all’interno del partito non è delle più solide perché considerato il più repubblicano tra i democratici.

 

Biden non è un politico di sinistra, ma per vincere ha avuto bisogno della nuova sinistra del suo partito: quali accordi ha preso con Sanders, con Elizabeth Warren e quale sarà il ruolo della nuova generazione che si dichiara di sinistra? Dopo aver ricevuto il loro sostegno dovrà ora trovare modo di venire incontro almeno ad alcune delle loro istanze, tenendo però conto anche delle vedute dell’ala più conservatrice. Su cosa dovrà cedere? E dove? In questo Kamala Harris potrà avere un ruolo importante, dato che dovrà unire intorno a Biden anche le donne e le minoranze.

 

Così come dovrà riconciliare la nazione, il nuovo presidente dovrà comporre le differenze tra quelli che sono gli elementi più conservatori e quelli più progressisti all’interno del suo partito. Data la sua abitudine al dialogo, al compromesso e alla ricerca del consenso è forse il meglio piazzato per rilevare questa sfida. I repubblicani dovranno invece ricordare che benché sconfitto, il presidente Trump ha comunque raccolto 75 milioni di voti: lui prima o poi sparirà, ma quelle stesse istanze che lo hanno portato al potere rimarranno ed andranno in qualche modo affrontate.

 

 

 

 Alcune note sulle elezioni americane

 

 

 

Premessa Con questo testo non è mia intenzione aprire un dibattito sulle recenti elezioni americane, né descriverne in dettaglio l’intero percorso. Ho semplicemente preso alcuni momenti che ho ritenuto significativi per cercare di dare un’idea su come si fossero svolte e sul clima generale che le ha circondate e da ciò offrire alcune indicazioni sul funzionamento della politica negli Stati Uniti e le loro istituzioni e spendere anche alcune righe sul futuro del Partito Democratico.

 

A spingermi a raccontare per sommi capi questa campagna elettorale sono state le non poche conversazioni che si erano svolte al nostro Tavolo di politica estera. Alcuni partecipanti ad ogni sessione mostravano grandi timori per la futura tenuta degli Stati Uniti e la salute della loro democrazia: parlavano di un Paese dilaniato, in declino, percorso da profonde e pericolose divisioni che avrebbero potuto degenerare in scontri ed episodi di violenza. Queste vedute erano anche condivise all’interno di alcuni ambienti della Farnesina, ove alcuni temevano anche per le sorti dell’Occidente.

 

Conoscendo bene gli Stati Uniti ho voluto rincuorarli opponendomi con decisione a queste vedute pessimistiche. Rispondevo loro che il Paese aveva un establishment forte e ben radicato, che Trump sarebbe stato se stesso fino all’ultimo, che avrebbe certamente fatto il possibile per sfruttare la situazione e contribuire ad esasperarla, ma che alla fine gli Stati Uniti sarebbero caduti in piedi perché avevano al loro interno tutti gli anticorpi necessari per reagire ad un personaggio come lui, risollevarsi e tornare ad essere un esempio per l’Occidente ed il resto del mondo.

 

Ieri con 302 voti contro 236, il collegio elettorale come da tradizione ha reso ufficiale la nomina del candidato democratico Joe Biden come 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Nel corso di questa elezione si è visto per la prima volta un presidente in carica non riconoscere la vittoria del suo avversario, al punto che mai così forte è stata la pressione sui Grandi Elettori, tanto che nel Michigan hanno addirittura avuto bisogno di una scorta per recarsi sul luogo del voto. Trump non poteva che essere lui stesso e si sarebbe opposto a questo risultato fino all’ultimo istante possibile.

 

Questo sistema di suffragio indiretto è un’istituzione tipicamente americana disegnata dai Padri Fondatori nel loro intento di trovare un equilibrio tra le varie componenti del Paese. Si tratta di un certo numero di elettori designati dal corpo elettorale che ogni quattro anni hanno il compito di eleggere sia il Presidente che il suo vice. Il Collegio è composto da 538 Grandi Elettori il cui numero varia da Stato a Stato a secondo del suo peso demografico.

 

Questi elettori corrispondono al numero dei seggi presenti al Congresso. Per ottenere la presidenza servono almeno 270 voti e ogni Stato ha la prerogativa di decidere sulla selezione di questi elettori. Riguardo quei territori aggregati agli Stati Uniti, essi non hanno diritto di nominare i propri elettori.

 

Questo voto viene infine validato in Senato il 6 Gennaio ed a distanza di poco più di una settimana, nella giornata del 20 Gennaio, il Presidente prende parte alla cerimonia del giuramento per poi accedere alla Casa Bianca.

 

Le tappe di questo percorso per tradizione iniziano l’8 Dicembre, giorno cosiddetto del “safe harbor”, nel corso del quale devono essere risolti tutti i contenziosi giudiziari sollevati dal voto del 3 Novembre. Nel caso di questa particolarissima elezione, il presidente Trump aveva chiesto ai suoi avvocati di iniziare qualcosa come 50 ricorsi sui risultati elettorali da lui non ritenuti veritieri.

 

Si è così venuta a chiudere una campagna elettorale costata la cifra record di 832 milioni di dollari, la più cara di sempre ed i cui risultati saranno determinanti per il corso degli eventi non solo all’interno degli Stati Uniti, ma anche per il resto del mondo. A riassumerne non pochi aspetti sono state le parole pronunciate dal vincitore Biden, che ha dichiarato di voler dare la precedenza all’unità e alla compattezza della nazione. Tempo dunque di porre fine alle divisioni e alle polemiche che l’hanno lacerata e cercare una strada verso l’armonia ed il compromesso: il paese non è fatto solo di democratici e di repubblicani, ma di americani.

 

Le dichiarazioni del presidente uscente Donald Trump sono state significative del clima elettorale e specchio della sua personalità abrasiva e violenta. Per lui i risultati di queste elezioni sono stati solo prodotto di frode e brogli e praticamente fino a ieri non ha fatto che contestarne l’esito. La sua squadra giudiziaria malgrado i risultati delle certificazioni ha fatto ricorso dopo ricorso per circa 50 volte: sono stati tutti respinti, inclusi quelli presentati in Pennsylvania e Georgia.

 

Un’elezione senza precedenti:  Una campagna elettorale all’insegna della normalità non era nelle aspettative di nessuno: il carattere autoritario, rude, irrispettoso ed il comportamento spesso imprevedibile di Trump, oltre alla sua tendenza alla menzogna, non presagivano nulla di buono. A parte le solite invettive contro il suo rivale, che spesso apostrofava come “Sleepy Joe” (Joe l’addormentato) e come esponente di una sinistra radicale e socialista prona a distruggere il Paese, sin dall’inizio si sono viste le prime furiose bordate contro il servizio postale a causa del voto per corrispondenza.

 

Con il Coronavirus in agguato, i Democratici avevano proposto un progetto di 25 miliardi di dollari per rinforzare la capacità delle poste nel gestire il volume di plichi elettorali. L’opposizione repubblicana si è rivelata talmente decisa che Rashida Tlaib, deputato della sinistra democratica, era giunta al punto di gridare che “la democrazia sta andando a rotoli”.

 

Il motivo di questa polemica si spiegava con l’atteggiamento più ligio dell’elettore democratico nel rispettare le regole sanitarie, come l’uso delle mascherine e l’astenersi da comizi affollati, che lo avrebbe reso più incline ad utilizzare il voto postale. Vi era anche da aggiungere che per via della distribuzione geografica di numerosi elettori l’accesso ai seggi era reso loro più difficile dalla distanza.

 

Più portati a far di testa loro e simili a Trump nel disprezzare le regole in nome di una libertà dalle costrizioni del governo, i Repubblicani per esprimere il loro voto si sarebbero diretti in maggior numero a votare di persona. Questo spiegava l’ostilità di Trump verso l’esigenza di un migliore funzionamento del sistema postale: ostacolare la pratica del voto per corrispondenza era un modo per renderlo più difficile ai Democratici e contestare un loro eventuale successo. Si trattava di un dettaglio tecnico, capace però di avere conseguenze dirette sull’esito del voto.

 

Il presidente Trump non ama le sconfitte ed avrebbe fatto il possibile per impedire al suo avversario di vincere. In un continuo susseguirsi di polemiche e dopo alcuni netti rifiuti, egli aveva infine autorizzato Emily Murphy, posta da lui a capo dei Servizi Generali dell’Amministrazione, a consentire il passaggio di consegne nei confronti della nuova amministrazione: questo avrebbe permesso l’accesso ai collaboratori di Biden a dossier sensibili, finora loro negati, a edifici governativi e fondi federali.

 

Le due Convenzioni: Nella vita politica americana, la Convenzione può definirsi come un congresso politico organizzato dai partiti più rappresentativi che si svolge ogni quattro anni allo scopo di nominare il proprio candidato alla presidenza degli Stati Uniti. L'assemblea dei delegati, eletti nel corso delle primarie, serve poi a designare ufficialmente il candidato del partito alle elezioni presidenziali. che dovranno svolgersi nel Novembre dello stesso anno; nel corso di questa viene stabilita la piattaforma programmatica del partito che dovrà convincere gli elettori a votare per il candidato prescelto. A dire il vero, oggi si tratta più di un grande spettacolo cerimoniale oltre che di un discorso economico.

 

Poco prima della fine del mese di Agosto, a seguito dei risultati di una Convenzione digitale resa obbligatoria dalle paure legate alla pandemia di Coronavirus, il candidato democratico Biden riceveva l’investitura dal suo partito. Ha 78 anni ed è al Congresso dal 1972 come rappresentante dello stato del Delaware. Due volte alla guida della Commissione Affari Esteri del Senato, è stato il vice-presidente di Obama nel corso dei suoi due mandati.

 

Equilibrato, di vedute centriste e dalla vita familiare non sempre facile, per via degli anni trascorsi a Washington ha molti rapporti nell’ambiente politico. Vanta tra l’altro una amicizia con Mitch McConnell, pilastro dei conservatori a capo della maggioranza repubblicana al Senato e sempre in prima linea nel sostenere le posizioni di Trump. Per Biden questo è stato il terzo tentativo di candidarsi alla Casa Bianca. E’ considerato affabile, aperto al compromesso e distante dalle ideologie, ma le numerose gaffe ed alcuni aspetti della sua vita privata lo rendono soggetto a critiche e preoccupazioni.

 

Nel corso di questa Convenzione Biden aveva pronunciato un discorso di venticinque minuti che senza esitazioni poteva definirsi come il suo migliore, anche se scritto da un professionista. Annunciava l’investitura ufficiale ricevuta dal partito insieme all’inizio di una nuova era per la nazione americana, era nella quale sarebbe stata la luce a trionfare sulle tenebre. La linea politica che esprimeva non era tanto la sua, quanto quella definita dalla piattaforma del partito che egli non poteva permettersi di ignorare. Nel corso della campagna di questa comunque si è parlato poco.

 

Si era mostrato orgoglioso di essere stato scelto dal suo partito e sottolineando che la sua sarà una presidenza di tutti gli americani, egli aveva denunciato il troppo astio, le troppe collere e le troppe divisioni che stavano lacerando il Paese. Avrebbe messo tutto il suo impegno per contrastare l’ondata di Coronavirus che aveva causato tante vittime e danni e che continuava a farlo; si sarebbe inoltre impegnato a rimettere il Paese in sesto, garantire la stabilità ed evitare la vicinanza ai regimi autoritari.

 

La Convenzione repubblicana, che si è svolta a Charlotte in South Carolina, è stata una pura formalità, oltre che un affare di famiglia, non potendo che essere Trump il candidato repubblicano alla presidenza. A differenza di quella democratica che si è svolta in forma virtuale, il presidente si è presentato sul palco accompagnato da sei membri della sua famiglia, una dozzina di collaboratori e alleati politici. Presenti anche i 336 delegati del partito. L’intento era quello di rilanciare la sua campagna e presentare un programma convincente e di grande attrazione.

 

Col piglio che gli è tipico, aveva immediatamente iniziato il suo discorso affermando senza esitazione che il vincitore sarebbe stato lui. Si è poi soffermato a descrivere il voto per corrispondenza come un imbroglio e fonte di frode. Ha infine lodato il suo operato alla Casa Bianca per lanciarsi in seguito in una vigorosa invettiva contro l’avversario democratico ed il suo vice, la californiana Kamala Harris.

 

Il discorso di Trump evidenziava la sua strategia come un attacco contro il Partito Democratico e, soprattutto, contro il suo avversario e la sua vice. I sondaggi li vedevano in testa ed egli doveva dare nuova linfa alla sua campagna: decisa è stata la difesa del bilancio della sua presidenza e dei grandi risultati ottenuti prima dell’ondata di Coronavirus, descritta come un flagello giunto dalla Cina. Per merito suo l’America era cresciuta, l’economia viaggiava con il vento in poppa e la borsa aveva toccato i massimi e non poteva che salire. La disoccupazione intanto era quasi inesistente.

Per le quattro giornate successive egli aveva deciso di affrontare le questioni più importanti per il Paese. L’ultima di queste era dedicata alla grandezza degli Stati Uniti: dovevano servire a persuadere la sua base elettorale dell’inidoneità del candidato democratico e della vaghezza del suo programma. Al di sopra di queste aleggiava il tema Trump, che sovrastava tutto. Il presidente annunciava che avrebbe dato la precedenza all’economia, argomento che considerava di prevalente interesse agli occhi del suo elettorato.

 

Questa Convenzione esprimeva la volontà del presidente di ricondurre nell’alveo del partito coloro che sembravano essersene allontanati. In assenza di un programma coerente, a Trump era necessario sfruttare quel capitale di fiducia che la lealtà e l’entusiasmo del suo elettorato gli avevano mostrato sin dall’inizio e che era ben superiore a quello di cui disponeva Biden.

 

Facendo leva su questa differenza, il presidente intendeva convincere i suoi elettori della realtà delle parole pronunciate dal suo ambasciatore presso le Nazioni Unite, Nicky Haley: contrapporre “il potere e la forza” alla “debolezza ed i fallimenti” di un avversario che poteva vantare solo esitazione ed insuccessi. Secondo il figlio di Trump, il significato di questa elezione era contenuto in una scelta tra Chiesa, scuola e lavoro contro saccheggi, vandalismo e sommosse.

 

La Convenzione è stata gestita con competenza ed organizzata ad arte da quelli che erano stati i collaboratori del presidente nel suo reality televisivo ed è stata certamente più vivace ed animata di quella democratica.

 

Malgrado questi sforzi, Biden, che veniva descritto come lo strumento di una sinistra radicale e l’incarnazione del male, migliorava nei sondaggi ed in alcuni Stati chiave Trump veniva già dato per perdente.

 

Il Segretario di Stato in Medio Oriente Organizzato su due piedi tra il 24 ed il 28 di Agosto, questo viaggio di Pompeo, spedito di fretta in Medio Oriente, non era che un aspetto della campagna elettorale in corso. Le sue tappe sono state Gerusalemme, Sudan, Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Oman.

 

Lo scopo era di allargare l’accordo con Israele ed altri Paesi arabi e normalizzarne i rapporti, cosa che per Trump si era rivelata un grande successo. Oltre che togliere lo Stato Ebraico dal suo isolamento nella regione, egli voleva anche ricordare i risvolti economici della sua vicinanza ai regimi del Golfo. Il presidente aveva assolutamente bisogno del voto degli evangelici e dei conservatori cristiani, tutti convinti sostenitori di Israele.

 

Data la posta in gioco elettorale, questa America cristiana si sarebbe recata in forze alle urne: Trump ne aveva bisogno perché sapeva che al voto si sarebbe recato un Paese diviso e che senza l’apporto di questa componente religiosa non avrebbe avuto possibilità di farsi eleggere. Egli sapeva anche che il suo stesso partito era diviso e che alcuni membri del Congresso lo stavano disertando per Biden, mentre altri si  erano già dissociati dalla Casa Bianca.

 

Non è dunque un caso che nel suo discorso tenuto il 26 Agosto a Fort McHenry, il vice-presidente Mike Pence abbia esaltato i temi religiosi. Anch’egli animato da una fede profonda, sapeva benissimo che il blocco dei conservatori cristiani rappresentava l’elemento più fedele a Trump.

 

Un incidente razziale:  Il 23 di Agosto a Kenosha, nel Wisconsin, si era avuto un altro incidente a sfondo razziale, conclusosi con alcuni colpi di pistola sparati alla schiena di un nero di nome Jacob Blake. Egli stava tentando di sottrarsi all’intervento delle forze dell’ordine. Gli agenti coinvolti erano stati immediatamente sospesi e di fronte alle proteste e alla gravità dell’episodio il governatore democratico dello Stato aveva chiesto di rivedere il codice di comportamento della polizia.

 

A seguito di questo fatto sono scoppiate proteste e disordini che si sono estesi anche in altri luoghi del Paese come parte del più vasto movimento Black Lives Matter. Dopo una serie di agitazioni ed atti di violenza notturna è stato necessario fare ricorso alla Guardia Nazionale. Sono intervenuti anche membri di milizie armate e le vittime di questi scontri sono state tre. Quest’ulteriore episodio che ha coinvolto poliziotti ed un uomo di colore rivelava la realtà di due Americhe che si affrontano.

 

Di fronte alle tensioni suscitate da questi fatti, un Presidente avrebbe cercato di lenire le ferite, riportare la calma e gettare acqua sul fuoco: tutti salvo Trump. Il suo gioco è sempre stato quello di dividere e radicalizzare: ha perciò gettato benzina sul fuoco, lanciando ai sindaci democratici l’accusa di essere lassisti di fronte agli eventi ed ai manifestanti di essere dei “vandali”, degli “anarchici” e degli “estremisti”.

 

Le precedenti prese di posizione del presidente Trump a seguito di un simile incidente avvenuto a Minneapolis nel mese di Maggio e la sua richiesta di recarsi in visita sul posto, avevano indotto sia il Governatore dello Stato che il Sindaco ed il ramo locale dell’Associazione Nazionale per l’Avanzamento della Gente di Colore (NAACP), a consigliargli di non venire: la sua presenza sarebbe stata divisiva ed avrebbe potuto esasperare le tensioni.

 

Ignorando questi avvisi, Trump si era comunque recato a Kenosha il 1 Settembre per congratularsi con le forze dell’ordine e incontrare i proprietari di alcune attività commerciali distrutte nel corso degli scontri. Non si era invece recato in ospedale per visitare Jacob Blake, né ha voluto incontrare membri della sua famiglia. Il 3 Settembre era giunto sul posto anche Joe Biden: ha avuto un incontro con la famiglia di Blake e ha partecipato ad una riunione comunitaria.

La costa occidentale in fiamme A seguito di una successione di incendi di ampiezza e di intensità senza precedenti, circa quattro milioni di ettari di boschi erano andati in fumo tra gli Stati della California, di Washington e dell’Oregon.

 

Di fronte a questo disastro e sempre pronto a sfruttare un’occasione per racimolare punti nella sua campagna elettorale, il presidente Trump si era recato in California il 14 Settembre, cogliendo l’occasione per accusare i governatori democratici degli Stati coinvolti di essere stati incapaci a gestire il loro patrimonio forestale. Ovviamente egli mirava più lontano, sapendo che la California è il più grande serbatoio di voti democratici e che lì si trovava anche il collegio elettorale della Harris.

 

Le fiamme si erano estese anche ad alcune zone residenziali. I danni sono stati ingenti e molte persone hanno dovuto essere evacuate: 31 i morti e decine i dispersi. Alla fine di Settembre il fumo degli incendi era visibile a 8 mila km di distanza. Lo stato di calamità è stato decretato per tutta l’area.

 

Biden contrattaccava, accusando Trump di negare gli effetti del riscaldamento globale, aver ritirato gli Stati Uniti dalla Conferenza di Parigi sul clima e l’ambiente e di aver trascurato gli Stati della costa occidentale: quattro ulteriori anni di sua presidenza avrebbero significato consegnare il Paese in mano ad un “piromane”.

 

Nella terza settimana di Settembre, per proteggersi dal pericolo di contagio da Coronavirus ed evitare le file e gli assembramenti tipici degli appuntamenti elettorali, il 40% degli elettori del Minnesota ed altri tre Stati avevano deciso di anticipare il loro voto.

 

La scomparsa del giudice Ginsburg Il 18 Settembre moriva all’età di 87 anni il giudice  della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg. La notizia non era giunta inaspettata, dato che soffriva da tempo di un tumore al pancreas.

 

Era una figura molto rispettata all’interno dell’ambiente istituzionale e con la sua morte la sinistra americana perdeva una delle sue icone. Nominata da Clinton nel 1993, dei nove giudici che componevano la Corte era uno dei quattro di posizioni progressiste. Dei sei giudici conservatori, due erano stati nominati da Trump che sin dal primo giorno si era adoperato ad alterare gli equilibri all’interno della Corte: grazie a lui i conservatori erano così saliti a cinque, contro i quattro di tendenza liberale.

 

Come da tempo si sapeva del cattivo stato di salute della Ginsburg, era anche noto che Trump aveva stilato una lista di persone da porre sui banchi sia dei giudici federali che della Corte Suprema. Non avrebbe mancato di cogliere l’occasione per nominare un terzo giudice e portare così il numero della componente conservatrice a sei contro tre, ossia il doppio di quella progressista.

 

Di fronte all’offensiva di Trump, Biden aveva chiesto di attendere il risultato delle elezioni prima di scegliere il candidato alla successione della Ginsburg. I Repubblicani gli si scagliarono contro e tramite il senatore Mitch McConnell respinsero la proposta, dichiarando di volersi subito attivare per la nomina del nuovo giudice, senza attendere la scelta del futuro presidente.

 

Ne seguì una polemica infuocata: all’epoca della presidenza Obama e in seguito della scomparsa del giudice Scalia, lo stesso McConnell con dietro tutto il partito aveva chiesto di attendere la conclusione delle elezioni. Sapevano tutti dell’importanza di questa nomina che avrebbe alterato la maggioranza all’interno della Corte Suprema. La posta in gioco era dunque di grande importanza per tutti.

 

I Democratici si rendevano conto che i loro avversari avrebbero subito una fortissima pressione da parte della base conservatrice per eleggere il prima possibile un nuovo giudice. Questa componente, insieme agli Evangelici, intendeva applicare al Paese quelle che sono le sue vedute in tema di leggi e sulla Costituzione. In risposta, i Democratici raddoppiarono i loro sforzi per mobilitarsi con più ardore e convinzione ed assicurare sia la vittoria elettorale di Biden che la maggioranza in Senato.

 

L’intervento di Trump alle Nazioni Unite: Il 22 Settembre, all’inizio dell’apertura annuale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in un video-discorso di sette minuti a marcata valenza elettorale il presidente Trump ne dedicava almeno un terzo per attaccare la Cina, soprattutto riguardo la sua gestione dell’epidemia di Coronavirus che ne ha consentito il diffondersi nel mondo. Ha poi fustigato l’istituzione stessa, tacciandola di esser uno strumento in mano a Pechino. Queste diatribe facevano parte della sua strategia elettorale per tacitare chi lo accusava di una cattiva gestione dell’epidemia.

 

Era per lui necessario individuare un responsabile da colpevolizzare e contro cui lanciare i suoi strali a dimostrazione delle sue capacità di decidere e della sua combattività per soddisfare le pulsioni della sua base elettorale. Quest’intervento si inseriva nella sua campagna elettorale nel contesto della quale il suo rivale Biden veniva fatto passare per debole e incapace di tener testa alle azioni della Cina.

 

Infine, sempre allo scopo di deflettere le critiche al suo operato, puntava il dito sul risorgere della pandemia in Europa e sulle difficoltà incontrate dai paesi dell’Unione nel tentativo di contenerla.

 

Molto più conciliante il tono del leader cinese Xi Jinping, che interveniva in difesa del dialogo e del multilateralismo ed accusava il presidente americano di diffondere un ben più pericoloso virus politico.

Il primo dibattito tra i due sfidanti Fissato per la giornata del 29 Settembre, questo primo dibattito, atteso con molto interesse anche a livello internazionale, si è svolto nella città di Cleveland. E’ durato 90 minuti e sarebbe stato possibile descriverlo come uno scontro gladiatorio, senza però il rispetto della minima regola.

 

Confusionario e caotico, è risultato privo di qualsiasi interesse politico non avendo espresso o definito nessun programma, nessuna visione sul futuro del Paese e sulla direzione degli eventi. E’ stato invece più interessante nel mettere a nudo le differenze di personalità e di atteggiamenti tra i due rivali: ne sono emersi un livello di disprezzo e di ostilità reciproci da definirsi senza precedenti nella recente realtà politica americana.

 

Trump, sperando di innervosire il suo avversario e farlo precipitare in qualche sua gaffe o cercando di risvegliare una sua tendenza alla balbuzie, non aveva fatto che interromperlo rendendogli impossibile esprimere un concetto fino in fondo. Aveva poi riportato fatti e dati del tutto fantasiosi. Biden più di una volta aveva perduto le staffe, definendolo “un pagliaccio”, invitandolo a stare zitto e accusandolo di essere “poco presidenziale”.

 

Nel corso della diatriba erano stati toccati tutti i temi più importanti, quali la pandemia, lo stato dell’economia, gli episodi di razzismo e la nomina alla Corte Suprema. Riguardo gli episodi di protesta suscitati dal comportamento violento delle forze dell’ordine contro gente di colore, Trump li descriveva come disordini ed atti di  vandalismo provocati da gruppi di estrema sinistra. Riguardo i Proud Boys, movimento armato di estrema destra, a seguito di un battibecco con il moderatore, si rivolgeva a loro con la frase “Non muovetevi, rimanete in attesa, ma qualcuno deve fare qualcosa contro gli antifascisti e la sinistra”.

 

Ha poi attaccato il voto via posta, descrivendolo come fonte di brogli e manipolazioni. Riguardo le accuse di evadere le tasse, aveva risposto di aver versato al fisco milioni di dollari. E’ stato poi attaccato sulla gestione definita “disastrosa” della pandemia e, come se ciò non bastasse, Biden lo aveva accusato di avere indebolito l’economia a seguito dei suoi quattro anni di presidenza. Ovviamente Trump replicava con disprezzo, negando ogni accusa. Il suo rivale aveva poi concluso lanciando un invito agli elettori di recarsi alle urne dato che ogni singolo voto avrebbe contato.

 

In una pioggia di attacchi personali reciproci, malgrado gli sforzi del moderatore, non si erano pacati i toni nemmeno nel finale: in questo clima di ostilità e comune disprezzo, i sondaggi non avevano espresso un chiaro vincitore pur mostrando maggiore simpatia per Biden che si era mostrato capace di mantenere la calma.

Mentre si andavano scontrando due visioni opposte dell’America, alcuni sondaggi indicavano che l’80% degli elettori si erano già fatti l’idea su chi votare. All’interno del Partito Democratico si evidenziava la necessità di una sintesi tra l’ala radicale del partito, quella di Sanders, della Warren e della giovane Alexandria Ocasio-Cortez, e l’ala moderata. Riguardo il voto per corrispondenza, vi sono 5 Stati che lo praticavano da vent’anni senza che sia mai sorto alcun problema. Lo stesso Trump aveva votato per posta.

 

Mai il Paese si era trovato così diviso. Nel giro di quattro anni gli indipendenti erano diminuiti del 35%. Tra le fila dei Repubblicani, il 94% di loro approvava l’operato del presidente, mentre solo il 7% dei Democratici lo condivideva. Quanto agli indecisi, questi si erano ridotti al 4% dell’elettorato. Riguardo l’aborto, ad approvarlo era il 36% dei Repubblicani e l’82% dei Democratici. L’ObamaCare era stato votato in massa dal Partito Democratico, mente solo l’1% dei Repubblicani lo aveva appoggiato. In passato, l’elettore democratico moderato era vicino a quello del suo equivalente repubblicano: dal 2014 il solco si era andato allargando.

 

Di fronte a questi dati era possibile affermare che il fossato tra i due partiti si stava allargando e che in termini generali, in questi ultimi anni i primi si sono spostati più a destra e i secondi più a sinistra. Il presidente Trump non aveva fatto che cavalcare tendenze già presenti nel Paese, le ha sapute sfruttare con abilità al punto che il Congresso trovava sempre più difficile mediare alla ricerca di un consenso.

 

Il Presidente nomina un nuovo Giudice e si prende il Coronavirus:  Tornando alla Corte Suprema, la scelta di Trump cadeva infine su un’altra donna, Amy Coney Barrett. Proveniente da New Orleans, ha 48 anni ed è nota per le sue posizioni conservatrici e la solida fede cristiana. E’ contraria all’aborto e favorevole al diritto di portare le armi. Avvocato e giurista, è stata professore di Legge all’Università di Notre Dame. Come il suo mentore Antonin Scalia, segue la “dottrina originalista” che consiste nel dare una lettura al testo costituzionale seguendo la linea originale voluta dai Padri Fondatori. A questa si oppongono i fautori della “Costituzione vivente”, che mirano a superare la visione del testo originale per seguire l’evoluzione della società e del Paese.

 

Per nominare un giudice della Corte Suprema è necessaria l’approvazione da parte del Senato. I Repubblicani, con in testa Mitch McConnell, non avrebbero avuto difficoltà ad ottenerla, vista la loro maggioranza di 53 seggi su 100. Di voti infatti ne sarebbero bastati 51. In caso di successo Trump sapeva che avrebbe offerto alla sua base l’assoluta maggioranza alla Corte Suprema, istituzione che si esprime non solo sulla costituzionalità delle leggi ma anche sul modo di operare della politica. Era per lui un modo di assicurarsi allo stesso tempo l’appoggio della Corte nel corso dello scrutinio e, se rieletto, nel corso del suo secondo mandato: non gli era sfuggito il riconteggio del voto in Florida che la Corte Suprema aveva finito col concedere a Bush nel 2000.

 

Il presidente ha fatto il possibile per assicurarsi questa nomina al più presto. Tra le due parti iniziava un altro scontro che avrebbe ulteriormente infiammato il corso della campagna elettorale. I Democratici sapevano che in caso di vittoria, a Biden sarebbe toccata una Corte a solida maggioranza conservatrice e dunque in grado di bocciare le proposte di legge inoltrate dal suo partito. La Corte ha infatti il potere di confermare una legge o respingerla se giudicata incostituzionale.

 

Tra l’indignazione dei progressisti d’America iniziavano subito le audizioni in Senato per approvare la nomina del giudice Barrett. Questa assicurava che le sue convinzioni personali non avrebbero influito sulle sue decisioni in materia di legge. Il 26 Ottobre la sua scelta veniva approvata dal Senato con 52 voti favorevoli contro 48. Nel corso della stessa giornata prestava giuramento alla Casa Bianca ed il giorno successivo giurava ufficialmente presso la Corte Suprema entrando in carica.

 

Mentre si svolgevano questi eventi, Biden restava sempre in testa nei sondaggi e decideva di concentrarsi sulla ricerca del voto nei cosiddetti “Swing States”, Stati in bilico, quelli che fanno la differenza. In questi Stati nessun candidato o partito hanno un sostegno tale da assicurare loro una vittoria nel collegio elettorale e sono perciò oggetto di attenzione particolare da entrambi i partiti. Un’eventuale vittoria in uno di questi stati consentirebbe di ottenere i voti dell’intero collegio. Gli Stati non in bilico sono invece quelli nei quali un candidato gode di supporto sufficiente da permettergli di vincere.

 

Anche se la figura di Biden non scaldava gli animi, il suo vantaggio, soprattutto tra quelle frange di elettori definiti indipendenti, stava tutto nel non essere Trump. Mentre si andavano scontrando due visioni opposte dell’America, numerosi sondaggi indicavano che l’80% degli elettori aveva già deciso a chi dare il proprio voto.

 

Dopo tante spavalderie da parte del presidente nell’affrontare l’epidemia di Coronavirus, ecco che giungeva la notizia che lui, sua moglie Melania, insieme alla sua portavoce ed un paio di uomini della scorta erano stati contagiati. Ad ammalarsi anche tre senatori, due dei quali membri del Comitato della Giustizia. Era possibile affermare che questi contagi erano avvenuti con tutta probabilità nel corso della presentazione del giudice Barrett.

 

Dopo questa notizia, l’8 Ottobre il Partito Democratico si era mobilitato per chiedere la creazione di una commissione d’inchiesta di sette persone, composta da medici e politici per indagare sull’idoneità del presidente a svolgere le sue funzioni. Si trattava di una mossa perfettamente legittima che rientrava nel quadro del XXV emendamento della Costituzione: vi si affrontava infatti il caso di incapacità fisica o mentale di un Presidente a governare.

 

Passati pochi giorni, Trump assicurava di aver superato la malattia ma taceva sul numero di quelli trascorsi senza sintomi. Alcuni medici dell’ospedale Walter Reed descrivevano il suo comportamento come pericoloso e fonte di pessimo esempio. La faccenda gli era comunque costata il sacrificio di una settimana di campagna elettorale. Dichiaratosi ormai guarito, il presidente Trump si recava in Florida, Pennsylvania e Iowa, tutti Stati cruciali per la sua rielezione. Dato il continuo svantaggio nei sondaggi il suo piano era quello di concentrare gli sforzi sugli Stati chiave nel tentativo di recuperare il suo ritardo.

 

A rendere più acrimoniosa la situazione era il rifiuto di Trump di perdere, oltre a tutto quello che andava facendo per conservare la presidenza. In più di un ambiente ci si poneva la domanda su come sarebbe stato vissuto il mese di transizione in caso di una vittoria di Biden e su cosa sarebbe accaduto se il Senato fosse passato ai Democratici.

 

Nel frattempo più di dieci milioni di elettori avevano votato per corrispondenza ed il presidente dichiarava che si doveva rinunciare alla conta di questi voti. Per recuperare il suo ritardo nei sondaggi egli decideva di concentrarsi sugli Stati chiave ed incoraggiava i suoi a votare due volte, la prima per posta, l’altra recandosi di persona alle urne. Si veniva anche a conoscenza tramite il New York Times che nel 2016 e 2017 il presidente Trump aveva versato al fisco 750 dollari, mentre in 10 degli ultimi 15 anni non aveva pagato un soldo di tasse chiedendo invece detrazioni per le sue ville, il suo aereo privato e persino il suo barbiere. Ai suoi tempi, Spiro Agnew si era dimesso per non aver denunciato 29.500 dollari in tasse.

 

Il dibattito tra i due vice-presidenti Intanto il 7 Ottobre Mike Pence si confrontava con la Harris. Seguire un simile dibattito in tempi normali non avrebbe entusiasmato nessuno, ma con un candidato di 78 anni restava sempre la possibilità che non giungesse al termine del mandato. In questo caso la figura del vice-presidente acquistava rilevanza e diventava essenziale.

 

Kamala Harris era stata scelta da Biden per la vice-presidenza perché donna e rappresentante di due minoranze: la nera, per via di suo padre giamaicano e quella indiana da parte di madre. Professionalmente nasce come giurista: per una decina d’anni aveva occupato il posto di procuratore per la città di San Francisco. Nel 2011 è stata la prima donna ad assumere il titolo di procuratore dello Stato della California. Sei anni dopo, nel 2017, è stata la seconda donna di colore ad entrare al Senato. Si era poi proposta come candidato del Partito Democratico per le elezioni del 2016. Non ebbe successo e dovette ritirarsi. All’interno del Partito Democratico si pone più a sinistra di Biden.

 

Per via di questo suo passato, non tutti la consideravano come migliore esempio di rappresentanza delle minoranze: non ha mai veramente vissuto l’esperienza dei neri provenienti da ambienti disagiati e, per via del rango della madre nel sistema di caste indiano, non si può dire venisse dal basso. Nella sua veste di procuratore si diceva non avesse mostrato particolare simpatia per le minoranze. Altri sottolineavano come la sua carriera giudiziaria sia stata favorita da una relazione sentimentale con un superiore, che tra l’altro era già sposato. Viene vista perciò come non esente da opportunismo, cosa che in politica potrebbe rivelarsi anche una qualità. Il dibattito è stato civile. Kamala Harris, per la prima volta di fronte agli occhi alla nazione, doveva dimostrare di possedere carattere ed essere credibile.

 

Nel corso del confronto Pence schivava le sue domande sui temi più imbarazzanti per i Repubblicani, quali l’aborto e l’Obamacare. Egli si ergeva a difensore della politica estera di Trump, mentre per la Harris il presidente non faceva che tradire gli amici ed abbracciare i dittatori. Nei suoi interventi il vice-presidente mostrava poi una marcata tendenza a superare i limiti di tempo imposti dagli organizzatori e tutto ciò ha infastidito molti spettatori, particolarmente le donne. Paradossalmente, il protagonista che più ha attirato l’attenzione è stata una mosca: piccolo ospite non invitato, risaltava a meraviglia mentre si aggirava tra i capelli argentati di Pence.

 

I due ultimi dibattiti tra i candidati rivali Il 15 Ottobre era previsto il penultimo dei dibattiti presidenziali. Doveva svolgersi a Miami, ma una settimana prima gli organizzatori ne annunciavano l’annullamento. Colpevole il Coronavirus: il dott. Fauci dichiarava che questa era una malattia da non prendere sottobraccio e che era necessario attendere la fine del decorso di isolamento di Trump, benché lui si dichiarasse già guarito.

 

A non volere questo secondo dibattito televisivo era anche lo stesso presidente. Sarebbe stato condotto a distanza e Trump sapeva che in queste circostanze non avrebbe potuto dare il meglio: lui era fatto per le assemblee, i comizi e gli incontri diretti con il pubblico. Attraverso uno schermo non sarebbe stato altrettanto efficace. Sarebbero state anche riviste le regole per impedire le interruzioni e lo sforamento dei limiti di tempo concessi ad ogni candidato. Ai cittadini sarebbe stata data anche l’opportunità di interrogare i contendenti, due cose che di nuovo a Trump piacevano poco.

 

Si sarebbe invece svolto a Nashville il dibattito finale previsto per il 22 Ottobre. I due sfidanti si sarebbero trovati l’uno di fronte all’altro, anche se ad una certa distanza. Benché si sia trattato di uno scontro su tutti i fronti, il presidente Trump si era presentato mostrando un atteggiamento diverso, questo per aver dato ascolto ai suoi consiglieri che lo avevano convinto che una rissa non sarebbe stata vista bene dagli spettatori. Quello che tutti speravano era che il suo rivale si sarebbe danneggiato da solo incappando in qualcuna delle sue celebri gaffe o balbuzie, cosa che non è avvenuta.

 

Biden ha iniziato attaccandolo sul numero di vittime causate dal Coronavirus e sulla sua negligenza nell’affrontarlo. Trump gli rispondeva non essere colpa sua, ma dei cinesi: non pensava fosse possibile chiudere il paese ma che sarebbe stato necessario imparare a convivere col virus. E’ poi partito al contrattacco sulla faccenda del figlio di Biden, Hunter, che avrebbe preso soldi dagli ucraini nel corso della vice-presidenza di suo padre.

 

Biden gli rispondeva negando gli addebiti ed accusando a sua volta il presidente di non pagare le tasse e fare affari con la Cina. Ovviamente quest’ultimo negava, per venire poi accusato di aver legittimato un Paese come la Corea del Nord. La risposta di Trump non si faceva attendere e sottolineava come vi fossero adesso buoni rapporti con quel paese e nessuno parlava più di guerra. Il suo rivale lo incalzava nuovamente sulla vicenda dei bambini separati dai genitori ai confini e rinchiusi in centri di contenimento. Gli veniva risposto che quelle gabbie erano state costruite dai Democratici nel 2014. Trump sottolineava di aver dato lavoro a molte persone, inclusi tanti afroamericani e che sapeva come mettere a posto le cose. Biden replicava annunciando che sarebbe stato il presidente di tutti.

 

Anche quest’ultimo dibattito non ha presentato grande interesse, oltre che continuare ad indicare i tratti opposti dei due candidati. Nulla è stato detto su programmi, obbiettivi e contenuti della campagna elettorale.

 

Il presidente Trump tra questi due dibattiti si recava in Wisconsin, Michigan e Nevada, moltiplicando gli attacchi contro il suo rivale che nella Carolina del Nord si appellava alla comunità nera in cerca di sostegno e continuava nella sua opera di radunare i oppositori di Trump. 43 milioni di americani si erano già recati alle urne e per via del Coronavirus si pensava che il voto per corrispondenza potesse raggiungere il 40%.

 

Obama intanto andava in Pennsylvania per sottolineare il suo apporto alla candidatura di Biden. Gli darà un altrettanto deciso sostegno anche in Florida. Data la situazione, avere un ex-presidente afroamericano che gli dava il suo appoggio non poteva che risultargli utile. Con le regole del sistema elettorale americano ogni pronostico rischiava di essere smentito: che in questi ultimi giorni di campagna Obama si stesse spendendo per Biden e lo sostenesse con forza era sintomo di questa preoccupazione. Più si avvicinava il giorno delle elezioni, più la lotta si faceva serrata.

 

Un’elezione senza esclusione di colpi:  Benché vi fossero quantità di elettori che non emergevano nei sondaggi, lo sfidante Biden arrivava alla giornata del 3 Novembre in vantaggio sul suo rivale. Ognuno dei candidati si era impegnato a fondo per mobilitare il proprio elettorato e i pochi indecisi.

 

Il Partito Repubblicano affrontava la giornata elettorale mostrando di essere riuscito a conservare una base solida. Di fronte alla partita in corso il Paese si era mobilitato e sin dall’inizio il tasso di partecipazione risultava alto, vicino al 66%.

 

Il presidente Trump era un uomo che divideva, polarizzava e prediligeva lo scontro. Da parte sua Biden, per le sue qualità e le sue inclinazioni al compromesso, soddisfava ma non suscitava l’entusiasmo né del suo partito, né del Paese. La giornata del 3 Novembre si è così aperta in un clima teso, espressione delle fratture nella società: vi si affrontavano visioni opposte dell’America e l’accumularsi dello scontento e della collera a seguito dei quattro anni di presidenza Trump stavano venendo in soccorso a Biden.

 

La posta in gioco era alta, al punto che si assisteva alla mobilitazione di parti dell’elettorato che prima non facevano parlare di sé. Pur facendo riferimento a risultati ancora parziali ed ad una conta delle schede non conclusa, il presidente Trump alzava i pollici e si dichiarava vincitore: era sicuro che quell’impressionante intuito che aveva mostrato nel cogliere i sommovimenti, le paure e le insicurezze che avevano scosso la società americana, gli avrebbero consentito di prevalere.

 

In questa giornata si stavano scontrando un Partito Democratico per metà orientato più a sinistra di quello tradizionale ed un Partito Repubblicano anch’esso per metà più a destra. Per il primo, data la non entusiasmante campagna di Biden, molto avrebbe finito col dipendere dall’operato dei suoi attivisti. Per il secondo era evidente che il pensiero di Trump si era ormai radicato e solidamente impiantato nel Paese: se da un lato nella nazione era indiscutibile una vera e propria adesione per Trump, dall’altro non si poteva dire che Biden fosse riuscito a convincere tutti i democratici. Queste elezioni si sarebbero svolte sul filo del rasoio.

 

Alla fine Biden otteneva poco più di 75 milioni di voti, il numero più alto mai ottenuto in precedenza da un candidato. Trump chiudeva con circa 70 milioni, più di quelli raccolti nella precedente elezione e riprova del diffuso consenso elettorale di cui disponeva. Alle urne si era recata la percentuale record di 67% degli elettori, cifra mai vista prima.

 

A tre giorni dalla giornata elettorale, malgrado i risultati che si andavano annunciando come sfavorevoli, il presidente Trump dichiarava che non avrebbe rinunciato a battersi per il Paese e che avrebbe proseguito nei suoi ricorsi alla giustizia. Ciò gli era reso possibile dal fatto che negli Stati Uniti non vi è un sistema di raccolta centralizzato per il conteggio dei voti. Teoricamente parlando, vi sarebbe anche la possibilità che a 30 giorni dallo scrutinio non si abbia ancora un vincitore riconosciuto.

 

Alla fine veniva annunciata la vittoria di Biden con 302 voti di delegati a suo favore contro i 236 di Trump. Malgrado ciò, Trump annunciava che non rinuncerà a battersi per l’America e che proseguirà nei suoi ricorsi alla giustizia. Non resta adesso che attendere la giornata del 5 Gennaio, quando si svolgerà il secondo turno per i due seggi del Senato dello Stato della Georgia.

In questo caso l’attesa è stata più lunga, perché per venire eletto un senatore ha bisogno di ricevere almeno il 50% dei consensi. Nessuno dei candidati dei due partiti lo aveva ottenuto. Ad oggi si hanno in Senato 52 seggi per i Repubblicani e 48 per i Democratici. Se a vincere dovessero essere i due sfidanti democratici si passerebbe a 50 seggi per partito ed in caso di parità di voto sarebbe il vice-presidente Kamala Harris ad avere la parola definitiva.

 

Al contrario, se la maggioranza restasse in mano repubblicana, ed un solo seggio sarebbe sufficiente, il rischio è che già dall’inizio del suo mandato il presidente Biden potrebbe incontrare delle difficoltà non solo riguardo l’approvazione della sua agenda legislativa ma, cosa altrettanto importante, di tutte le sue nomine ed in particolare quelle in campo giudiziario. Alla Camera i Democratici hanno oggi la maggioranza più sottile dagli anni 90.

 

Conclusioni:  Il 14 Novembre decine di migliaia di persone sfilavano a Washington per chiedere altri quattro anni di presidenza Trump, 250 mila persone erano morte per il Coronavirus ed i contagiati si aggiravano intorno ai 10 milioni.

 

E’ dal dal 1980 che Trump cercava di entrare in politica e questa sua presidenza andava vista come il risultato delle divisioni del Paese, divisioni sulle quali egli non ha fatto che agire: più che la causa di un male, ne è stato il sintomo e nulla ha fatto per porvi rimedio.

 

Inutile illudersi, il presidente Trump continuerà a gettare benzina sul fuoco e cercherà di opporsi fino all’ultimo giorno ai risultati delle elezioni. Farà di tutto nella speranza di mostrare al paese che il voto non era stato regolare, quanto piuttosto il risultato di un imbroglio e di una frode. Non gli riuscirà, Biden entrerà puntualmente alla Casa Bianca e lui darà un’ulteriore dimostrazione delle sue scarse qualità personali, morali ed umane.

 

Il vero nemico di Trump in questi ultimi mesi e chi lo ha realmente sconfitto non è stato tanto Biden, quanto il Coronavirus e la superficialità con la quale l’ha affrontato. Fino a quel momento poteva vantare un’economia in ripresa ed un Paese destinato ad ancora più brillanti traguardi. Anche se di ciò il merito non poteva certamente dirsi del tutto suo, egli cavalcava quest’ondata e nulla sembrava in grado di poterlo fermare.

 

Wall Street continuava a salire, lui se ne attribuiva il vanto ma la verità stava in una politica di tassi d’interesse minimi voluta dalla Federal Reserve. L’allargamento della base monetaria però, più che sull’economia si era andato riflettendo soprattutto sulla borsa, intanto andava aumentando la forbice tra i più abbienti e i meno.

 

Con il dilagare dell’epidemia di Coronavirus, nel secondo trimestre di quest’anno l’attività economica era crollata del 30% e si sono visti cancellati i risultati di dieci anni di crescente impiego. Tutte le promesse di Trump gli naufragavano di fronte mentre aumentavano lo scontento e le preoccupazioni.

 

La vittoria di Biden ha dimostrato che i meccanismi della democrazia americana funzionavano e che avrebbero aiutato il Paese a rinnovarsi malgrado tutte le spaccature e le divisioni che la presidenza Trump e questa campagna elettorale avevano fatto emergere. Ogni due anni infatti cambia la Camera, ogni quattro il Presidente ed ogni sei l’intero Senato. Questa vittoria, anche se forse meno netta di quel che può apparire, c’è comunque stata: il 49% degli elettori democratici avevano votato per lui considerando la sua persona, mentre il 51% lo aveva fatto in quanto ostile a Trump.

 

Penso che sia la presidenza di Biden che quella di Trump saranno viste un domani come presidenze di transizione, così come quella di Obama aveva segnato la fine di un percorso iniziato nel corso degli anni di Roosevelt.

 

Il Partito Repubblicano dovrà adesso ridefinirsi e sciogliere non pochi nodi interni. A Biden toccherà il compito di affrontare il problema di una riconciliazione tra le ansie di chi ha votato per Trump e le istanze più avanzate del progressismo democratico. Interessante sarà anche vedere cosa accadrà all’interno dello stesso Partito Democratico.

 

Nelle elezioni del 2016 alla Clinton non era riuscito di tenere insieme le varie anime di quel partito. Biden alla fine ce l’ha fatta, così come gli è riuscito di unire intorno a sé tutta quella parte d’America contraria a Trump. Alla fine ha raccolto più voti di Obama e ha presentato un programma tutto sommato progressista.

 

Biden ha sempre mostrato lealtà al partito ed il suo gabinetto non potrà che essere moderato ed orientato verso il centro. I progressisti in seno al partito si sono mobilitati per lui anche se spesso in contrasto con le sue posizioni. Questi contrasti tra le due anime democratiche sono stati finora occultati, ma servono a ricordare che la sua base all’interno del partito non è delle più solide perché considerato il più repubblicano tra i democratici.

 

Biden non è un politico di sinistra, ma per vincere ha avuto bisogno della nuova sinistra del suo partito: quali accordi ha preso con Sanders, con Elizabeth Warren e quale sarà il ruolo della nuova generazione che si dichiara di sinistra? Dopo aver ricevuto il loro sostegno dovrà ora trovare modo di venire incontro almeno ad alcune delle loro istanze, tenendo però conto anche delle vedute dell’ala più conservatrice. Su cosa dovrà cedere? E dove? In questo Kamala Harris potrà avere un ruolo importante, dato che dovrà unire intorno a Biden anche le donne e le minoranze.

 

Così come dovrà riconciliare la nazione, il nuovo presidente dovrà comporre le differenze tra quelli che sono gli elementi più conservatori e quelli più progressisti all’interno del suo partito. Data la sua abitudine al dialogo, al compromesso e alla ricerca del consenso è forse il meglio piazzato per rilevare questa sfida. I repubblicani dovranno invece ricordare che benché sconfitto, il presidente Trump ha comunque raccolto 75 milioni di voti: lui prima o poi sparirà, ma quelle stesse istanze che lo hanno portato al potere rimarranno ed andranno in qualche modo affrontate.

 

 

 

 

 

 

 

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