I francesi nel Sahel

 

 

Introduzione: Due recenti notizie che la stampa di casa nostra non ha per nulla evidenziato riguardano l’uccisione da parte dei militari francesi di Abdelmalek Droukdel, capo del gruppo islamico radicale al-Qaida nel Maghreb Islamico e l’inizio di un confronto armato tra lo Stato Islamico e gruppi affiliati di al-Qaida per il controllo del Mali. Sappiamo già di alcune decine di morti tra le due parti.

 

Droukdel non era certo un personaggio sconosciuto. Prima di fondare al-Qaida nel Maghreb Islamico veniva considerato come il più pericoloso nemico pubblico dal governo di Algeri. Specializzato nella fabbricazione di ordigni esplosivi, era considerato responsabile della morte di centinaia di civili nel corso di attentati in luoghi pubblici.

 

In quanto allo scontro tra le due fazioni islamiche radicali, si sta verificando un’unione tra le varie fazioni locali di al-Qaida allo scopo di respingere i combattenti dell’Isis che stanno spingendo per guadagnare terreno e vanno rinforzandosi. Per il momento le forze affiliate ad al-Qaida sono ancora predominanti, ma i negoziati intrapresi con il governo del Mali stanno causando malumori e diserzioni verso lo Stato Islamico. Tra di loro sono in molti a rimproverare queste trattative.

 

Un tragico incidente: Per meglio capire la natura dell’intervento francese, menzionerò brevemente un episodio di guerra che ha causato la morte di 13 militari del corpo di spedizione francese. Avvisate della presenza di elementi radicali islamici, truppe di Parigi sono state inviate a dar loro la caccia. Era la giornata del 26 Novembre dello scorso anno. Nel corso dell’operazione, le truppe di terra che erano riuscite ad ingaggiare il nemico hanno richiesto l’intervento di un gruppo di elicotteri in quella che si è rivelata una vera e propria azione di guerra.

 

Verso l’imbrunire, cinque elicotteri stavano attaccando delle forze jihadiste a volo radente. Per evitare i loro colpi due di essi si sono poi scontrati, causando la morte di 13 dei militari inviati a rinforzo delle truppe impegnate sul terreno. Si tratta dell’episodio più grave per le forze armate francesi dal giorno dell’attentato di Beirut avvenuto nel 1983 in cui persero la vita 58 militari.

 

L’incidente ha molto impressionato i francesi ed alcuni giorni dopo, nel cortile dell’ospedale degli Invalides, si è potuto assistere ad una cerimonia funebre solenne e allo stesso tempo sobria, organizzata in modo impeccabile, che non ha mancato di commuovere i presenti. Anche l’Assemblea Nazionale ha reso omaggio ai caduti con un minuto di silenzio. Dall’inizio della partecipazione francese al conflitto il numero delle vittime è così salito a 46.

 

Storia di un intervento: La vicenda trae le sue origini dalla caduta di Gheddafi in Libia a seguito dell’intervento voluto da Parigi e Londra nel Marzo del 2011. Lasciato solo, il Paese è precipitato in uno stato di disordine e di confusione interna. Nel caos e nei combattimenti che ne seguirono, un gran numero di uomini armati si spostarono verso Sud penetrando in Mali.

 

L’anno seguente, i Tuareg si unirono ai combattenti stranieri affiliati ad al-Qaida per dilagare nella parte settentrionale del Mali ed imporre la Shari’a. Venivano conquistati l’antico centro di Timbuktu insieme ad altre città del paese. Ne seguì presto un regno del terrore al quale Parigi, dopo sessant’anni di assenza, rispose con un intervento militare che, insieme alle forze locali, portò alla riconquista di tutti questi centri. Poco dopo una forza composta dalle Nazioni Unite venne inviata nel paese per garantirne la stabilità.

 

I jihadisti si sparpagliarono verso il centro del Mali e poi nel Niger. Nel 2015 estesero la loro azione al Burkina Faso. Si trattava di avversari lucidi ed agguerriti, pronti a sfruttare le debolezze dell’avversario e presenti tra la popolazione. Agli osservatori non sfuggiva che quest’insorgenza fosse non solo in grado di minacciare la stabilità di un paese ma anche di allargarsi nel resto del Sahel. Ad essere quasi assenti erano gli Stati locali, che andrebbero resuscitati ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi.

 

I radicali islamici, nel frattempo, attaccarono Parigi in due diverse occasioni con una serie di sanguinosi attentati che provocarono la morte di circa 145 persone, oltre a 6 dei terroristi e quasi 200 feriti. L’Europa intanto era costretta a confrontarsi con una ingente ondata di profughi che crearono difficoltà a non pochi governi. Alla luce di questi eventi, intervenire nel Sahel non sembrava un’ipotesi peregrina. Ad oggi l’operazione non è purtroppo riuscita ad ottenere i risultati sperati e Parigi ha bisogno di aiuto.

 

Iniziato nel 2013, il coinvolgimento militare francese nell’area del Sahel avvenne nel contesto dell’operazione Serval. Si trattava di venire in aiuto al Mali che nelle sue zone settentrionali era minacciato da attacchi di gruppi jihadisti e di radicali islamici. Nell’Agosto dell’anno successivo quest’operazione venne sostituita da una nuova, battezzata Barkhane. Questa si svolge in accordo con gli altri quattro Paesi della regione dato l’allargarsi e l’intensificarsi delle azioni dei militanti islamici.

 

A Nouakchott, capitale della Mauritania, nel Febbraio del 2014 venne presa la decisione di mettere insieme i cinque paesi del Sahel, Mauritania, Burkina Faso, Mali, Niger e Ciad e costituire il gruppo dei cosiddetti G-5. Si tratta di Stati deboli perché giovani, ancora in fase di costruzione e dalle fondamenta fragili. Le azioni di questi gruppi jihadisti li costringono a sforzi che si rivelano spesso insostenibili. A renderli ancora più fragili, un continuo e crescente traffico di armi, stupefacenti ed esseri umani. A ciò, vanno aggiunti anche difficoltà economiche e movimenti migratori.

 

Queste debolezze rendono loro difficile contenere il pericolo jihadista e suscita il timore che questo, partendo da dinamiche locali, possa poi espandersi sino alla costa atlantica e minacciare i Paesi vicini quali il Senegal. Le offensive dei radicali islamici hanno il potenziale di creare milioni di profughi che, costretti ad abbandonare le aree rurali e più distanti, oltre che verso intere regioni potrebbero dirigersi verso i centri urbani per trovarvi rifugio, sicurezza e sopravvivenza. Questo a sua volta renderebbe possibile uno scenario di ondate migratorie che potrebbero estendersi oltre la regione e causare ulteriori destabilizzazioni.

 

La regione del Sahel: Posta a Sud delle regioni desertiche di Marocco, Algeria, e Libia, attraversa il Sudan e l’Eritrea per estendersi sino al Mar Rosso. Si tratta di un immenso territorio grande sette volte l’Europa dal clima semi-arido, con una vegetazione fatta soprattutto di cespugli e arbusti in un’area di contatto tra le zone desertiche e la steppa. Vi si pratica l’allevamento in forme nomadi e semi-nomadi in un ambiente che vede una stretta interdipendenza tra pastori e contadini spesso appartenenti a gruppi etnici differenti. Questi praticano soprattutto la cerealicoltura, ma le attività agricole possono anche assumere forme intensive e industriali con la coltivazione di cotone e arachidi.

 

Per al-Qaida e lo Stato Islamico questi territori sono una base ideale sia come nascondiglio che per trovarvi rifugio quando inseguiti. Sono anche perfetti per contestare la presenza militare francese, lanciare attacchi e colpire guarnigioni e avamposti militari, rendendo così più insicure le aree di frontiera tra Mali, Burkina Faso e Niger, già di per sé labili e permeabili. Per i francesi e i loro alleati del posto si tratta di operare in un terreno immenso e di tali caratteristiche da rendere arduo localizzare, inseguire e attaccare il nemico.

 

In questi ultimi tempi la situazione nella regione è in via di aggravamento, al punto che per la prima volta le forze armate francesi hanno deciso l’utilizzo di droni armati. Guidati a distanza, possono volare ovunque e raggiungere il nemico in tempo breve nei luoghi più inaccessibili per stanarlo e colpirlo di sorpresa in modo efficace.

 

G-5 e Tre Frontiere - il teatro di azione: Sulla Libia dirò poco, anche perché paese solo di frontiera con il Sahel. Tutt’ora in preda ad una guerra civile che vede confrontarsi il governo di Tripoli, con alla testa Fayez al-Serraj, e quello dell’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Il primo è riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale per via di una risoluzione approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel mese di Dicembre del 2015. Il secondo, apertamente ostile al radicalismo islamico e alla fratellanza musulmana, è appoggiato da Egitto, Arabia Saudita, Stati del Golfo e Russia. Turchia e Qatar danno invece il loro sostegno ad al-Serraj. In quanto a Parigi, anche se fa male, il suo appoggio al generale Haftar deriva anche dal fatto che viene visto come una barriera contro le incursioni dei guerriglieri islamici dal Sahel meridionale.

 

Ad oggi il futuro della Libia è ancora imprevedibile, ma è più che probabile che qualunque soluzione al caos esistente non può che dipendere dalle decisioni di Russia e Turchia, entrambe presenti con truppe sul terreno e ben disposte ad impiegarle. Dati gli schieramenti in campo è da ritenersi improbabile la vittoria di una delle due fazioni, visto che nessuna dispone degli strumenti necessari per ottenere una vittoria decisiva ed il necessario controllo del territorio.

 

In questa faccenda, l’Europa si è distinta per assenza di iniziativa ed incapacità di elaborare il pur minimo progetto. Quanto all’Italia, che sulla stabilità della Libia dovrebbe il paese più interessato, non fa che offrire un’immagine di penosa incapacità, nascondendosi dietro vaghe ed inutili parole di pace ed appelli a risposte europee che tutti sanno inesistenti. Sia il premier Conte che Di Maio alla Farnesina si sono mostrati del tutto inadeguati nel condurre una politica estera coerente ed efficace.

 

Tra una rissa domestica e l’altra il Paese si sta giocando quel quasi nulla di credibilità internazionale che gli è rimasta. Isolata in Europa e tagliata fuori dagli Stati Uniti, la nostra politica ancora non ha capito che una diplomazia senz’armi è del tutto impotente. Memori dei passati atteggiamenti di simpatia della Francia per il nostro Paese, se avessimo una classe politica di qualche visione sarebbe il caso di considerare l’invio di un qualche aiuto militare a Parigi.

 

Nel corso degli attuali sviluppi della regione del Sahel, per l’osservatore è necessario soprattutto interessarsi a ciò che avviene nella fascia meridionale della Libia, dove tribù arabe e berbere si confrontano con gruppi di Tuareg e di Tebu. E’ tramite questa regione che nella fascia del Sahel passano carichi di armi e i combattenti islamici in gran parte di provenienza siriana ed irachena.

 

Niger: Si tratta di un paese privo di sbocchi al mare che si estende su di una superficie di circa 1.267.000 kmq. Ha ottenuto la sua indipendenza dalla Francia nel 1960 e la sua popolazione si aggira intorno ai 22 milioni di abitanti. L’età media si aggira intorno ai 15 anni ed il Pil pro-capite ammonta a 985 dollari l’anno. Il tasso di scolarizzazione è basso, circa il 30%, e operanti sono soprattutto scuole coraniche. Il 93% della popolazione è infatti di fede musulmana sunnita, mentre il resto si compone di gruppi di animisti e di cristiani. La natalità è elevatissima e contribuisce a creare competizione per le scarse risorse naturali.

 

Oltre ad Arabi, Tebu e Tuareg, popolazioni di allevatori nomadi del Nord, vi sono almeno altre cinque etnie, di cui le più importanti sono gli Hausa con gli Zinder, alcuni dei quali vivono anche in Nigeria; i Djerma-Songhai con i Wogo e i Kurtei che sono presenti in alcune aree del Mali. Formano i 3/4 della popolazione e vivono di agricoltura. Vi sono poi tribù di allevatori quali i Kanuri e i Buduma, operanti anche in Ciad. Sparpagliati in tutto il Paese si trovano gruppi di Peul o Fulani, pure loro dediti alla pastorizia.

 

Il Niger confina a Nord con l’Algeria, la Libia ed il Ciad, ad Ovest con il Mali, a Sud con la Nigeria e a Sud-Ovest con il Benin ed il Burkina Faso. Posto in un’area del Sahara centro-meridionale, il clima nel settentrione è di natura tropicale e desertica. Nel resto del paese, per via degli alisei provenienti dall’Atlantico il clima è meno caldo ed il paesaggio composto da alberi e savana arborata. Il fiume Niger scorre lungo la fascia sud-occidentale.

In questo momento il Niger, che è parte del cosiddetto gruppo dei Paesi delle “Tre Frontiere”, è scosso da una serie di attacchi jihadisti contro le sue forze armate ed è una delle nazioni nella quale la Francia è più impegnata. Al-Qaida e lo Stato Islamico vi sono penetrati dal 2015, tanto che dopo il Mali, questo paese è diventato l’obiettivo successivo dei radicali islamici. In questo momento vi si trovano intorno ai 63.000 sfollati, ai quali bisogna aggiungere pressappoco 55.000 profughi provenienti dal Mali. Con la Libia attualmente sottosopra, il Niger fa oggi da confine con l’Occidente. Questo dovrebbe far riflettere soprattutto nel caso la situazione dovesse peggiorare e sfuggire di mano.

 

Mentre il continente africano si avvia a diventare il più popoloso al mondo, il Niger ha già oggi il tasso di natalità più elevato a livello mondiale, tanto che entro il 2050 moltiplicherà la sua popolazione per tre. Questo fenomeno riguarda in modo particolare tutta la fascia sub-sahariana che vedrà in quel lasso di tempo più di metà della crescita demografica del pianeta.

 

Ciad: Si tratta di una repubblica presidenziale di lingua soprattutto araba e francese che ha ottenuto la sua indipendenza da Parigi nell’estate del 1960. A Nord confina con la Libia, ad Est con il Sudan, ad Ovest con il Niger, a Sud-Ovest con Camerun e Nigeria e a Sud con la Repubblica Centrafricana. Insieme a Niger, Mali, Burkina Faso e Mauritania fa parte di quel gruppo di paesi africani definiti come G-5.

 

Il suo territorio si estende su una superficie di 1.285.000 kmq. La popolazione si aggira intorno agli 11.500.000 abitanti, il 73% dei quali vive nelle zone rurali del meridione non occupate dal deserto. L’età media è di poco superiore ai 16 anni ed il Pil pro-capite sfiora i 2000 dollari l’anno. L’alfabetizzazione raggiunge il 56% per gli uomini, mentre per le donne è al 43%. Vi si trovano oltre 200 gruppi etnici, il più importante dei quali è quello dei Sara, di religione soprattutto cristiana e animista, che rappresenta il 20% della popolazione. Poco più del 53% dei suoi abitanti sono musulmani, il 35% di religione cristiana ed il 10% animista.

 

L’economia è essenzialmente agricola anche se di recente si sono aggiunte delle esportazioni di petrolio. Il Nord-Ovest del paese si distingue per il massiccio del Tibesti. Ad oriente si estende una regione di altopiani, mentre al centro prevale la depressione del Bodélé. All’estremità sud-occidentale si trova, alimentato da alcuni fiumi, il lago Ciad. Nelle aree meridionali il clima è umido e tropicale. Scarse precipitazioni caratterizzano invece il settentrione desertico, ove vivono popolazioni montanare di credo musulmano. Nel centro del paese predominano genti nomadi dedite alla pastorizia.

 

Il Ciad si trova in questo momento preda di un insorgenza jihadista. Nel meridione le bande di Boko Haram continuano ad imperversare, creando forti problemi alle frontiere con la Nigeria. Mentre nell’area del deserto algerino agiscono elementi di al-Qaida nel Maghreb Islamico, nell’area settentrionale e centrale i conflitti etnici e le azioni dei jihadisti stanno dilagando nel Burkina Faso, minacciando la stabilità di intere porzioni di un paese fino a poco tempo fa considerato stabile. In Libia operano oggi insieme a mercenari sudanesi e russi anche alcuni gruppi provenienti dal Ciad.

 

Lo Stato Islamico del Grande Sahara, Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslemeen, il ramo sahariano di al-Qaida nel Maghreb Islamico e al-Morabitoun insieme contano alcune migliaia di combattenti. Sono riusciti ad ottenere la collaborazione di gruppi nomadi Fulani e tutte queste forze ribelli sono oggi una minaccia per il regime quasi militare del presidente Idriss Deby.

 

Mali: Dalla storia ricca e relativamente sconosciuta, è stato sede di tre grandi imperi. Senza sbocco al mare, il Paese confina con l’Algeria, il Niger, il Burkina Faso e la Costa d’Avorio. Nel meridione le sue frontiere sono con la Guinea, mentre ad occidente con il Senegal e la Mauritania. Ha ottenuto la sua indipendenza dalla Francia sempre nel 1960.

 

Coprendo una superficie di 1.240.000 kmq, si tratta di un territorio in gran parte pianeggiante, costituito a Nord dal deserto, che comprende una vasta porzione del Sahara. Questo territorio culmina nel monte Adrar des Iforas, il clima è di tipo desertico, con alte temperature. A Sud regna la savana ed il clima è più piovoso. Nel Centro-Sud, area di altopiani di modesta altitudine, si snoda una lunga sezione del fiume Niger con i suoi affluenti. Nel Sud-Ovest svetta il massiccio del monte Mina e vi scorre anche il corso superiore del fiume Senegal.

 

Vi abitano 18 milioni di persone, con un’età media di poco più di 16 anni, il cui Pil pro-capite supera di poco i 2.100 dollari annui. La densità della popolazione è bassa e e le sue condizioni di vita precarie. Il tasso di analfabetismo è di poco superiore al 70%. Le etnie sono sette, tra le quali gruppi di Tuareg e tribù Songhai e Dogon. L’Islam è abbracciato dal 80% della popolazione, gli animisti sono il 18% ed i cristiani intorno all’1%.

 

Nel Mali, anch’esso parte dei Paesi delle “Tre Frontiere”, stiamo assistendo ad una serie di insurrezioni jihadiste che si vanno allargando al resto del Sahel. La Francia vi è fortemente impegnata ed è da lì che l’insorgenza islamica è dilagata nei paesi confinanti. Di recente l’esercito maliano è stato costretto ad abbandonare alcuni dei suoi avamposti considerati più vulnerabili a seguito della recrudescenza di attacchi da parte jihadista. Insieme a Niger e Burkina Faso, lo scorso anno il Mali ha subìto per mano dei gruppi radicali islamici intorno ai 4.000 morti, numero più alto dal 2012.

 

Burkina Faso: E’ una delle nazioni delle “Tre Frontiere”, il cui nome fino al 1984 era Alto Volta. Senza accesso al mare, insieme ai suoi vicini ottiene l’indipendenza dalla Francia nel 1960. La sua superficie è di 274.200 kmq, con una popolazione intorno ai 19 milioni di abitanti. L’età media supera di poco i 17 anni ed il Pil pro-capite è di circa 1.775 dollari l’anno.

Confina a Nord con il Mali, ad Est con il Niger, a Sud-Est con il Benin e a Sud con Togo e Ghana e a Sud-Ovest con la Costa d’Avorio. Paese relativamente piatto, ha alcune zone collinose e a Sud-Ovest vi si trova la più alta vetta che supera di poco i 700 metri. E’ attraversato da quattro importanti fiumi, i cui nomi oggi sono Mouhoun, Comoé, Nakambé e Nazinon. Vi si trovano anche numerosi laghi. Il clima vi è prevalentemente tropicale.

 

Al suo interno vivono tre grandi gruppi etnici: i Mandi, i Grussi ed i cosiddetti Voltaici, che sono i più numerosi. Nelle zone aride del Sahel, che coprono quasi il 30% del territorio, vivono gruppi di Tuareg, Peul e Hausa. Oltre alle lingue locali, quella più parlata è il francese. Dal punto di vista delle religioni il 50% della popolazione è di fede musulmana sunnita, il 30% cristiana ed il 20% animista. Il tasso di disoccupazione è elevatissimo e quasi il 50% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà.

 

Importanti per l’economia sono le attività agricole e l’allevamento. Le aree coltivate equivalgono a circa 4 milioni di ettari, in gran parte costituite da piccole unità. La produttività è molto bassa. Più importante l’allevamento, che copre circa 17 milioni di ettari e contribuisce a qualcosa come il 20% delle esportazioni. Anche in questo settore la produttività risulta piuttosto bassa.

 

La vita politica del Burkina Faso è sempre stata instabile e turbolenta, caratterizzata da colpi di Stato e regimi autoritari. La crescita demografica è robusta e non a caso è uno degli anelli deboli della regione. Dal 2015 vi sono attivi gruppi affiliati ad al-Qaida e allo Stato Islamico che stanno intensificando le loro azioni. La Francia vi è presente in modo attivo e dal mese di Novembre sono state uccise circa 500 persone a seguito di episodi di violenza politica. Il giorno prima di Natale, in un villaggio della provincia di Soum un attacco dei radicali islamici ha ucciso 35 civili tra cui 31 donne. Alcuni giorni dopo, in un posto poco distante sono caduti 11 militari. Su una popolazione di circa 19 milioni di abitanti oggi vi sono poco meno di 600.000 sfollati. Se le cose dovessero continuare di questo passo il numero degli sfollati potrebbe arrivare a 900.000. Già si parla di un possibile corridoio che possa consentire agli insorti islamici di penetrare in Togo, Benin, Ghana e Costa d’Avorio.

 

Mauritania: Si tratta di una repubblica islamica, la cui indipendenza dalla Francia è stata ottenuta nel Novembre del 1960. Il paese si affaccia sull’Atlantico, mentre a Nord confina con il Sahara Occidentale. I suoi altri confini sono il Senegal a Sud-Ovest, il Mali a Sud-Est e l’Algeria a Nord-Est. Di dimensioni ridotte, la sua superficie copre poco più di un milione di kmq.

 

La sua popolazione conta pressappoco 4,5 milioni di abitanti, la cui età media si aggira intorno ai 20 anni. Il Pil pro-capite è di 3.818 dollari annui. La situazione economica e sociale vi è critica, con il 45% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Gli arabi vi contano per il 30%, i neri per un altro 30% ed i gruppi misti sono il 40%. Vi si pratica ancora oggi la schiavitù. Praticamente l’intera popolazione è di fede musulmana e appartiene alla famiglia sunnita. La lingua ufficiale è l’arabo, il francese fa da seconda lingua e poi vi sono dialetti locali quali il berbero.

 

Il 75% del territorio è coperto da zone desertiche con fondo di sabbia e rocce. Il clima è torrido. Sulla costa soffiano gli alisei e lungo il corso del fiume Senegal il clima è più umido e vi domina la savana. Nel mare sono stati scoperti giacimenti di gas e di petrolio, si conta molto anche sul ricavato delle miniere di oro e di diamanti. Nel paese si trova inoltre una delle più grandi miniere di ferro attive nel mondo. Molto importante anche l’attività della pesca. Lo 0,5% della superficie del paese è utilizzata per l’agricoltura, mentre il 38% della superficie totale è occupata da attività pastorali, estensive soprattutto nell’area del Sahel. Queste due attività servono a coprire i consumi interni.

 

In questi cinque Paesi sono attivi e presenti gruppi di terroristi islamici vicino ad al-Qaida e allo Stato Islamico. Dal mese di Novembre dello scorso anno nella regione del Sahel vi sono state oltre 5.000 vittime a seguito di episodi di violenza. Per via del loro passato coloniale e della loro instabilità operarvi non sarà facile e non ci si può limitare solo ad interventi armati: sono tutti paesi che hanno bisogno di aiuto e nei quali sarà indispensabile un forte impegno finanziario e politico per la ricostruzione. Serve anche un programma civile per combattere la corruzione e rimediare al malgoverno. Per ora i pericoli provengono soprattutto da problemi interni sfruttati con abilità dai gruppi jihadisti. Il rischio è però che si possano estendere ed assumano una dimensione ben più grave.

 

Preoccupazioni e timori dei governi del G-5: Le preoccupazioni di Parigi sull’andamento del conflitto sono condivise anche dai dirigenti locali che non mancano di accorgersi come i gruppi jihadisti si stiano rinforzando e come stiano aumentando le loro capacità offensive data la crescente disponibilità di armi più efficaci. E’ sotto gli occhi di tutti come sia particolarmente attivo il corridoio libico dal quale provengono non solo armi ma anche molti combattenti islamici originari della Siria e dell’Iraq. Molti di questi hanno una considerevole esperienza e sono avvezzi al combattimento, date le loro precedenti attività di guerra in quei paesi. Com’era difficile trattare con loro in quei teatri, lo sarà anche in questa regione.

 

Sempre secondo questi dirigenti, gli eserciti convenzionali di cui dispongono non sono più sufficienti ad arginare la minaccia jihadista. Chiedono perciò l’invio di più istruttori, di un addestramento migliore e, soprattutto, la creazione di corpi speciali capaci di operare nel difficile e pericoloso ambiente locale. Come nel caso del presidente francese Macron, pure loro auspicano di avere più alleati, un maggiore impegno militare da parte loro e l’aiuto di una più consistente coalizione internazionale. Sta nascendo il timore che ad essere minacciati non siano solo i paesi dell’interno confinanti con il Sahara, ma anche quelli dell’Africa Occidentale fino al golfo di Guinea.

 

Malumori e ostilità verso Parigi: Mentre aumentavano attacchi ed insicurezza, nella regione iniziavano a sorgere movimenti di protesta contro la Francia e l’operato delle sue truppe che alimentavano e davano luogo ad episodi di scontento. Di recente, nel corso di una manifestazione a Bamako si sono sentite richieste di ritiro delle truppe francesi. Frustrata dall’assenza di risultati concreti, la piazza si interrogava se Parigi non avesse altri obiettivi sui quali preferiva tacere.

 

Alcuni intellettuali accusano la Francia di proteggere dei regimi corrotti e coprire estorsioni da parte delle forze armate locali. A nutrire questo scontento si aggiunge il fatto che Parigi abbia per anni appoggiato in Mali il governo precedente, cosa che l’attuale dirigenza sfrutta per rafforzare la sua mano all’interno del paese facendo leva sul sentimento nazionale e sull’anti-imperialismo. In questo clima di sofferenza ed insicurezza, la domanda che si pongono è: come mai con tutti i mezzi a disposizione le truppe francesi ed i loro alleati non riescono ad arrestare le crescenti offensive dei radicali islamici?

 

Corrono anche voci che in alcuni di questi movimenti vi sia chi paventa un intervento russo. Già nel 2018 i paesi del G-5 si erano appellati a Mosca e di recente è giunta la notizia che il Cremlino abbia firmato un accordo di cooperazione militare con il Mali. Questa carta sembra volerla giocare anche il Burkina Faso e non è un segreto che da tempo la Russia stia cercando di allargare la sua sfera di influenza nel continente africano. Si sta infatti muovendo in Somalia, Eritrea, Repubblica Centrafricana e aiuta il Mozambico contro l’Isis. Nell’Ottobre dello scorso anno il presidente Putin ha riunito a Sochi un vertice tra Russia e Paesi africani.

 

Le difficoltà operative: E’ opinione comune che formare ed inquadrare degli eserciti in grado di operare con efficienza richiede tempo. Se a questo si aggiunge che il territorio in cui operare è vastissimo e ospita un nemico testardo ed agguerrito, le difficoltà appaiono evidenti: come nel caso afghano, i jihadisti sanno di disporre dell’iniziativa e di avere dalla loro il tempo. Gli eserciti nazionali sono spesso demoralizzati e comunque non equipaggiati a sufficienza. Le bande jihadiste al contrario sono determinate, agguerrite, disposte a morire e abilissime nel valutare lo stato di debolezza nel quale versa l’avversario.

 

Anche per chi non è avvezzo ad affrontare problemi di natura militare, salta subito agli occhi che per impostare e condurre a buon fine operazioni di questo tipo è indispensabile anche una continuità politica, così come non è possibile mettere fine al radicalismo islamico e all’azione di gruppi jihadisti facendo affidamento su poco più di cinquemila uomini, per quanto bene addestrati e potentemente equipaggiati. Se a ciò si aggiunge che ormai il teatro delle operazioni non è più limitato al solo nord del Mali ma si è andato allargando ai paesi limitrofi, le difficoltà risultano ancora più evidenti.

 

Posta di fronte a questi problemi, la Francia si rende conto che dovrà affrontare una lotta lunga e difficile nella quale la componente militare è certo di grande importanza, ma non del tutto sufficiente. L’impegno è arduo e non privo di ambizione, dato che di fronte a questa minaccia Parigi si trova praticamente sola: ai suoi alleati locali, come a quelli europei, fanno difetto sia le capacità militari che politiche per contribuire con qualche efficacia.

 

La Francia reputa necessario contenere queste offensive dei jihadisti presenti nell’area. Questi potrebbero infatti riuscire nel loro intento di destabilizzare gli Stati della regione, in quanto la loro continuità territoriale li rende praticamente privi di frontiere, permettendo a questi combattenti di spostarsi agevolmente da un paese all’altro.

 

Con i governi locali esiste una collaborazione che purtroppo non è sufficiente per condurre a buon fine le operazioni militari e debellare le forze del terrorismo. Per via di un passato coloniale terminato sessant’anni fa, sono in gioco molti interessi francesi ma non solo, soprattutto se dovesse verificarsi un collasso della regione dell’Africa Occidentale che finirebbe col ripercuotersi sia nell’area maghrebina che in Europa, dove potrebbe verificarsi un rinnovato e più vasto fenomeno migratorio.

 

Questa situazione è tanto più complessa in quanto le forze jihadiste non trovano difficile costruire e propagare una narrativa basata su lamentele e scontento per vicende di malgoverno, corruzione, inefficienze e gravi questioni sociali, quali le rivalità e le lotte a sfondo etnico che vedono opposte comunità agricole a gruppi di allevatori. Ciò rende più facile il reclutamento all’interno di una popolazione locale non di rado disposta a mettersi sotto la tutela dei jihadisti. Non sentendosi parte di una compagine nazionale, queste reclute son ostili al governo e sensibili agli appelli della jihad così come alle sirene dell’emigrazione. Senza il loro appoggio, le offensive dei radicali islamici non potrebbero essere altrettanto pericolose.

 

La Francia pretende chiarezza: L’intenzione di Parigi è non solo di ottenere un più deciso appoggio delle forze armate locali, soprattutto in Mali, ma anche di disegnare un quadro capace di fissare anche le condizioni politiche del suo intervento. Il presidente Macron insiste che i Capi di Stato locali chiariscano la loro posizione sulla presenza militare francese e che contribuiscano a delinearne il profilo. Si tratta per tutti di interrogarsi su come rendere più efficace e operativo il dispiegamento militare disponibile e come creare un perimetro di azione all’interno del quale sia possibile intervenire con più concrete probabilità di successo. In poche parole, ridefinire il contesto e le condizioni politiche della presenza francese nel Sahel.

 

Il presidente Macron si aspetta una risposta chiara ed univoca su tutto questo: prolungare questa situazione di ambiguità ed incertezza non può che essere fonte di attriti. Urgente e ineludibile un faccia a faccia con questi Capi di Stato per trovare un’intesa capace di garantire la sicurezza e la stabilità dell’area. Intanto il 9 Gennaio di quest’anno un attacco nell’accampamento di Chinogodar nel Niger occidentale ha provocato la morte di 25 soldati ed il ferimento di altri 6. Tra gli assalitori vi sarebbero state 63 vittime.

 

L’incontro di Pau: Previsto inizialmente per il 16 Dicembre, quest’incontro è stato rinviato in attesa di chiarimenti sulle modalità con le quali era stato convocato dal presidente Macron.

 

Il vertice si è svolto il 13 Gennaio del 2020 a Pau, piccolo centro dei Pirenei Atlantici. Per l’Eliseo questa conferenza era considerata di grande utilità e massima importanza. Lo stesso può dirsi per le Nazioni Unite, il cui Segretario Generale Antonio Gutierres è stato personalmente coinvolto nell’iniziativa. Di fronte alla gravità della situazione era necessario riunirsi per mettere a fuoco una visione d’insieme e una strategia che abbiano la possibilità di rinsaldare l’influenza dei paesi del G-5 e garantire sicurezza. Si trattava anche di rinforzare la loro presenza sul terreno per evitare vi penetrasse il disordine. In poche parole, una presa di coscienza del problema.

 

Gli ospiti hanno descritto il 2019 come anno difficile. Il tema del vertice è stato di quale sarà l’avvenire del ruolo della Francia nella regione del Sahel. Parigi spingeva per saperne di più su come il suo intervento era accolto, soprattutto alla luce dei movimenti di protesta che si stanno formando nella regione. Era infatti frustrata da queste prese di posizione ostili e si considerava trattata ingiustamente, non sentendo sufficiente l’apprezzamento dovuto all’impegno dei suoi uomini e al sangue versato. Di comune intesa si è deciso di rafforzare l’intesa contro i gruppi jihadisti, creare un centro di comando congiunto tra gli Stati Maggiori dei cinque Paesi e il corpo di spedizione francese.

 

Nel corso delle conversazioni è emersa anche l’idea di riposizionare il grosso delle forze nella zona delle cosiddette “Tre frontiere”, ossia Mali, Niger e Burkina Faso, paesi che passando sotto la fascia sahariana dalla costa atlantica giungono a toccare la frontiera del Ciad, oggi considerata la più critica. Per rifondare un partenariato di fiducia e rafforzare le capacità offensive, la Francia ha aggiunto che invierà altri 220 uomini a rinforzo del proprio contingente.

 

I paesi del G-5 hanno dichiarato di aver preso coscienza della gravità della situazione ed espresso la volontà di non lasciar spazio ad un allargamento del disordine. La popolazione civile essendo la prima vittima chiede ai governi maggiore impegno e risultati concreti. Di riflesso, questi si sono augurati di veder proseguire l’azione militare di Parigi per contrastare l’avanzata dei gruppi radicali, chiedendo anche un intervento internazionale a sostegno della loro credibilità ed un aumento degli aiuti allo sviluppo.

 

Riguardo la Libia, viene detto necessario interessarsi alla sua fascia meridionale coinvolgendo quei paesi che nella regione contano, tipo l’Algeria che sta però attraversando un momento di debolezza politica e che per consuetudine non è dell’idea di inviare suoi soldati all’estero. La Francia comunque non può restare sola e ritiene che la Nato dovrebbe avere in programma una ridefinizione delle proprie missioni.

Il problema americano: Un altro intervento di Macron è stato quello di persuadere la Casa Bianca a non ritirarsi dall’Africa. Se gli Stati Uniti dovessero andarsene – confessa – non sarebbe per nulla una buona notizia. Per sottolineare questo suo intento, verso la fine di Gennaio ha inviato per dei colloqui a Washington il ministro della Difesa, Florence Parly. Anche lei ha evidenziato la possibilità che questo ritiro possa creare un vuoto politico nella regione e ha definito come insostituibile la presenza statunitense.

L’Africom, Comando Africano degli Stati Uniti, ha come sfera di competenza le relazioni e le operazioni militari americane che si svolgono in tutto il continente africano. A non essere coperto dalle sue attività è il solo Egitto. Nel continente dispiega settemila uomini e dispone attualmente nel Niger di due basi di droni alle quali sono affiliati alcune centinaia tra soldati e tecnici. Una riduzione delle forze americane nella regione limiterebbe notevolmente la possibilità di azione del contingente francese e dei suoi alleati contro i radicali islamici.

 

Il presidente Trump, in vista del suo impegno elettorale di diminuire le forze americane di stanza all’estero, intenderebbe ritirarne almeno il 10%. Egli inoltre è più interessato a far fronte alle sfide poste dalla Russia e, soprattutto, dalla Cina. Per la Francia il pericolo è che senza il sostegno americano, che si esplicita soprattutto in termini di sorveglianza, logistica e intelligence ai jihadisti possano aprirsi le porte di un teatro di azione immenso, non essendo realistico sperare in risultati brillanti operando nella regione con pochi aerei, qualche elicottero ed un pugno di soldati. L’Eliseo si rende anche conto che con gli Stati Uniti pronti a volgere le spalle all’Africa sarà più difficile fare appello all’Europa in cerca di aiuto.

 

Alcune considerazioni finali: Come visto, quella nel Sahel è per la Francia un’operazione molto rischiosa. Si tratta di operare in un territorio vasto sette volte l’Europa, con mezzi e capacità del tutto insufficienti per battere i jihadisti sul terreno. Come non perdere la faccia quando nessuno da l’impressione di voler sostenere i francesi? All’interno dello stesso G-5 si è aperto un dibattito su cosa dovrebbe accadere se questi paesi dovessero cadere in mano ai radicali islamici. A rendere questa situazione più pericolosa è la capacità dei gruppi terroristici di far leva su fratture locali, come quella del conflitto secolare tra le comunità agricole e i pastori nomadi. A queste vanno aggiunte l’azione di bande criminali, milizie etniche, trafficanti di armi, droga e persone e squadre di vigilanti.

 

La missione Barkhane deve mostrare di esistere ed operare non solo per sostenere i regimi della regione, ma soprattutto per difendere le popolazioni locali e combattere il terrorismo. In un contesto nel quale si sta assistendo ad attacchi sempre più frequenti e micidiali, è necessario creare anche un fronte unito di nazioni africane. Nel Mali già operano 16.000 uomini facenti parte della Minusma, missione creata dalle Nazioni Unite che opera assieme ai francesi e alle forze locali.

 

L’Unione Africana ha inviato un contingente di 3.000 soldati, mentre da parte europea operano alcuni militari inglesi, spagnoli e danesi. Sul posto sono presenti anche alcuni istruttori tedeschi per addestrare i militari locali. Di recente è intervenuta l’Estonia, con l’invio di un contingente di 90 uomini in gran parte formato da elementi delle forze speciali. A questi si sono aggiunti 60 uomini dei corpi d’élite provenienti dalla Repubblica Ceca. Parigi ha anche deciso di rinforzare il suo contingente con altri 600 uomini, continuando a sperare che l’Europa in qualche modo riesca ad organizzarsi per rispondere alla sfida jihadista e alle sue possibilità di contagio. Ad oggi da parte dell’Unione non si vede la minima volontà di schierare dei soldati nella regione.

 

Il giorno successivo all’incidente che ha visto perire i tredici militari francesi a seguito della collisione di due elicotteri, il Capo di Stato Maggiore generale Lecointre ha fatto la seguente dichiarazione: “Non riusciremo mai ad ottenere una vittoria definitiva. Evitare il peggio deve essere già sufficiente per un soldato. Oggi, grazie all’assiduità della nostra azione ci stiamo assicurando che il peggio venga evitato”. Nel vuoto istituzionale che presenta la regione del Sahel, se vi è una cosa certa è che la soluzione militare non è una risposta di lungo termine.

 

 

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