Israele: un contesto difficile e due elezioni in un giorno

 

 

 

Il contesto:  Dopo 11 giorni di bombardamenti tra la Striscia di Gaza e Israele, giungeva la notizia dell’entrata in vigore di un cessate il fuoco raggiunto alle 2 del mattino di Venerdì 21 Maggio grazie all’impegno del presidente egiziano al-Sisi con l’appoggio dei Paesi del Golfo. Come nel caso di sette anni fa, egli ha saputo mostrarsi un abile mediatore. Le vittime intanto ammontavano a 232, inclusi 65 bambini, tra i palestinesi e 12 in Israele. Gli sfollati erano circa 72 mila, 2.500 le persone che avevano perduto la casa e 450 gli edifici distrutti o gravemente danneggiati. Notevolmente minori i danni sul territorio israeliano.

 

Gaza è uno degli angoli più densamente popolati del mondo ed è rimasta sotto embargo per gli ultimi 15 anni. In questo conflitto ha subito meno danni che nel corso di quello del 2014, i bombardamenti però sono stati ben più intensi con tutto intorno agli obbiettivi colpiti che vibrava e tremava. I motivi del conflitto sono da cercarsi in un susseguirsi di eventi diversi, ma allo stesso tempo connessi, che hanno finito con l’interagire tra loro.

 

Il Cairo poco dopo inviava due delegazioni, l’una a Tel Aviv e l’altra nei Territori palestinesi per vegliare sul mantenimento del cessate il fuoco e giungere successivamente ad una tregua. In un breve discorso il presidente Biden ringraziava al-Sisi, così come ringraziava quei diplomatici che avevano operato insieme a lui.

 

In questi undici giorni il presidente americano aveva brillato per la sua assenza. Se è vero che è troppo presto per conoscere il suo ruolo nell’intera vicenda, è probabile si sia limitato a far pressioni su Israele affinché non intervenisse militarmente all’interno della Striscia di Gaza. Questo conflitto era scomparso da troppi anni dagli schermi della politica, quindi le sue priorità e le sue preoccupazioni erano altrove. Penso non sia errato dire che né Biden né la comunità internazionale siano usciti bene da questa vicenda. Sicuro è che gli Stati Uniti e il mondo hanno riscoperto e dovranno ancora subire l’irrisolta questione palestinese.

 

Il 22 Maggio, dopo quasi due settimane di bombardamenti, gli abitanti di Gaza riemergevano dai rifugi per rendersi conto dei danni causati dalle incursioni aeree e dai cannoneggiamenti israeliani. Intorno a loro, una folla esagitata festeggiava sventolando bandiere e sparando fuochi di artificio. Per le strade, file di auto strombazzavano i clacson.

 

Poco dopo Hamas organizzava una parata militare per celebrare la vittoria. In uniforme mimetica, armati e il volto celato da un passamontagna, alcune centinaia di combattenti islamici avevano sfilato in mezzo ad una folla che per gran parte osservava in silenzio e senza applaudire. Si sono fatti vedere in pubblico anche alcuni dei suoi dirigenti, incluso il leader di maggior peso che è apparso per onorare i familiari dei caduti. Questi dirigenti hanno affermato che l’equazione era cambiata e che Israele non poteva non essersene accorto: “costretto ad ingoiare la lezione, ha solo collezionato vergogna e perpetrato crimini”.

 

Hamas ha mostrato di essersi schierata in difesa della più sacra delle cause, quella di Gerusalemme, e degli interessi del popolo palestinese.

 

Mentre aveva inizio la fase di ricostruzione, le Nazioni Unite stanziavano 15 milioni di dollari in aiuti di emergenza ed iniziavano ad entrare nella Striscia i primi convogli di aiuti umanitari. Anche l’Egitto e gli Stati Uniti avevano espresso il loro impegno ad aiutare Gaza.

 

Dal lato dell’ANP, il suo leader Abu Abbas affermava il rifiuto di dialogare con Hamas e comunicare con Gaza. Biden ribadiva la sua posizione sulla necessità di creare due Stati come l’unica possibile. Londra e Berlino esprimevano la loro soddisfazione per il raggiunto cessate il fuoco con l’augurio che possa durare. Dalle Nazioni Unite giungeva l’auspicio che ai palestinesi venga data la possibilità di vivere in sicurezza, libertà e godere dei benefici della democrazia.

 

A Tel Aviv e nel resto di Israele la vita riprendeva ma la gente era uscita scossa da ciò che aveva dovuto passare e mostrava una crescente stanchezza per anni di continue tensioni. Aleggiava un tangibile senso di sfiducia nell’agire del governo e diffidenza verso i palestinesi e la componente araba in Israele.

 

A fine Maggio il Segretario di Stato Anthony Blinken si recava in Medio Oriente per incontrarsi con Netanyahu, Abu Abbas, il presidente egiziano al-Sisi ed il re di Giordania. Veniva dato l’annuncio che gli Stati Uniti avrebbero riaperto il loro consolato a Gerusalemme Est, la cui funzione era di occuparsi degli affari palestinesi. Crollava per gli americani l’illusione di Trump che i palestinesi non facessero parte della Storia: si riaffacciava il vecchio detto che se non ci si interessa del Medio Oriente, sarà quest’ultimo ad interessarsi di noi.

 

Comunque sia, Biden non vuole un’altra crisi in Medio Oriente: le priorità della nuova amministrazione sono i rapporti con la Russia, la Cina e l’Iran. Non passavano certo per Gaza, Israele e Gerusalemme. La Casa Bianca avrebbe certamente preferito non avere a che fare con questo dossier, considerandolo fondamentalmente un fastidioso rompicapo.

 

Per lui questo conflitto si è tradotto in un problema riguardo gli equilibri interni del suo partito: l’ala progressista aveva mostrato forte irritazione per la sorte riservata ai palestinesi e gli chiedeva di rivedere la politica degli Stati Uniti verso Israele, il loro principale alleato nella regione.

 

L’attuale crisi, ponendo alla ribalta la questione, ha spinto la sinistra democratica a denunciare l’ingiustizia e la crudeltà della sorte riservata ai palestinesi. E’ suo auspicio che i loro diritti e le loro aspirazioni vengano tenuti in considerazione. Si tratta in tutto di una ventina di neo-eletti contrari ai tentativi di sgombero a Sheikh Jarrah e alla violenza dei bombardamenti su Gaza.

 

Biden, che a questo dossier non dava la precedenza, se l’è trovato improvvisamente inserito nella sua agenda. Non potendosi alienare le simpatie di questo gruppo di eletti che lo hanno appoggiato con decisione nel corso della campagna elettorale, è stato quindi costretto a giocare la carta della prudenza,  A parte il senatore Sanders, che di questi è l’esponente più anziano ed ascoltato e che aveva chiesto il blocco di 730 milioni di dollari in forniture militari ad Israele, si tratta soprattutto di giovani deputati, in maggioranza donne, spesso di colore e provenienti da famiglie di immigrati.

 

Di questo conflitto due sono stati i vincitori:

 

- Hamas:  è riuscito a sfruttare le debolezze dell’Autorità Nazionale Palestinese e rubare la scena al suo leader Mahmud Abbas. Ha così mostrato chi di fatto è il più idoneo al comando e che quest’ultimo non può più considerarsi un leader legittimo. Hamas si è eretto a difensore della più sacra delle cause, quella di Gerusalemme, e degli interessi del popolo palestinese e rifarsi un’immagine. In aggiunta, ha nuovamente imposto al mondo il problema palestinese, trascurato dagli accordi di Abramo e nel quale la comunità internazionale aveva perduto interesse.

 

Dal punto di vista militare, Hamas e la Jihad Islamica sono entrati in questa contesa come non lo avevano mai fatto prima: possono adesso vantarsi di non essere stati piegati dagli attacchi israeliani e di avervi potuto rispondere con decisione. Il loro obbiettivo era vendere all’opinione pubblica l’idea di essere militarmente forti, di avere aumentato le loro capacità offensive ed essere in grado di sfidare Israele. Lo hanno fatto lanciandogli contro oltre 4.000 missili. Gli esperti pensano ne abbiano a disposizione almeno altri 10.000.

 

- Israele: malgrado la pioggia di missili caduti sul suo territorio, ha evidenziato di essere sempre il più forte dal punto di vista politico, economico e militare. Ha risposto con decisione colpendo i capi di Hamas e della Jihad Islamica e chi sovrintendeva al lancio dei missili.

 

Il suo obbiettivo era quello di assestare un durissimo colpo alle capacità militari di questi due gruppi per render loro più difficile riorganizzarsi ed armarsi in futuro. Sono stati infatti distrutti chilometri di tunnel e gallerie, inclusi ogni sorta di depositi ed infrastrutture militari individuati a partire dal 2014. Abbattendo il 90% dei missili Israele ha mostrato l’efficacia del suo sistema di difesa Iron Dome.

 

Penso che a seguito dei risultati del conflitto del 2014, Israele fosse dell’idea che Hamas era stato sufficientemente dissuaso dai colpi ricevuti. Per lo Stato Ebraico il pericolo non era tanto Gaza, quanto l’Iran ed Hezbollah. Sapeva che Hamas aveva un arsenale consistente, ma non pensava si sarebbe lanciato in un nuovo conflitto. Messo di fronte alla realtà, Israele ha risposto con decisione.

 

Nel corso del conflitto, riguardo Hamas e la Jihad Islamica Netanyahu aveva detto che “o li si finisce, o li si dissuade”. Lo Stato Ebraico era consapevole dell’impossibilità di vincere una guerra di questo tipo. Il costo, soprattutto in perdite umane, non sarebbe stato accettabile e la comunità internazionale avrebbe contemplato con orrore il numero delle vittime e le distruzioni che ne sarebbero seguite. Di conseguenza, la dottrina militare di Israele non si basa tanto sulla vittoria quanto sulla deterrenza.

 

Tornava il detto che per ottenere un cessate il fuoco era necessario che una delle parti potesse cantar vittoria. Meglio ancora se lo avessero potuto fare entrambe: com’era inevitabile, così è stato.

 

Anche il premier ad interim Netanyahu è riuscito a guadagnarci qualcosa in termini di immagine: si è eretto a difensore e scudo della nazione e ha visto interrompersi le trattative per il nuovo governo. Il conflitto ha anche distolto l’attenzione dai suoi problemi giudiziari e politici.

 

Per via del suo ruolo nel negoziare il cessate il fuoco, anche il presidente egiziano al-Sisi è riuscito a far bella figura mediando con successo tra le parti.

 

Comunità internazionale a parte, gli sconfitti possono dirsi il presidente americano Biden, che ha esitato ad esporsi e tutto sommato non ne è uscito bene e soprattutto l’Autorità Nazionale Palestinese: messa in disparte e del tutto irrilevante, ha fatto da spettatore e ha avuto ben poco da dire, mostrandosi inadeguata e sopraffatta dagli eventi. Il 29 Aprile l’ANP aveva annunciato il rinvio delle elezioni, gesto che non è stato accolto bene dai palestinesi, soprattutto dai più giovani.

 

Questa successione di eventi, spesso drammatici, sottolinea la necessità di uscire dal già pensato ed affrontare la questione con metodi ed idee diverse. Partendo dagli insegnamenti del passato e costruendo su ciò che è stato realizzato ad oggi, solo indicando altri percorsi ed uscendo dal battuto sarà possibile venirne fuori.

 

Come per la questione dei rapporti con l’Iran, qui le idee ci sono ma nessuno vuol prendersi la briga di ascoltarle.

 

Premessa Nel mezzo di un periodo non facile per Israele, ecco che nella stessa giornata del 2 Giugno vi sono state due elezioni da affrontare: la prima riguarda quella del nuovo presidente e la seconda, che si è conclusa a pochi minuti dalla scadenza dei termini consentiti, la nomina del successore dell’attuale premier ad interim Benjamin Netanyahu.

 

Oggi Israele ha un nuovo presidente ed in quanto al premier bisognerà attendere dai sette ai dieci giorni in attesa del voto di fiducia del Parlamento. Ecco in sintesi un resoconto di quanto è accaduto.

 

Antefatto:  Il 1 Dicembre dello scorso anno cadeva il terzo governo costituito da Netanyahu. Si era sciolto sulla questione del bilancio e aveva segnato la fine del difficile connubio tra il Likud e il partito Bianco e Blu dell’ex-Capo di Stato Maggiore dell’esercito, Benny Gantz. A tramontare è stato anche il tentativo dei due uomini di alternarsi alla gestione del governo e del Paese.

 

Con l’avanzare del Coronavirus vi fu poi un appello per un esecutivo di unità nazionale e a seguito di intensi negoziati i due leader riuscirono a trovare un accordo per dividersi il potere. Purtroppo per il premier uscente, il suo partito con in più gli ortodossi e i nazionalisti non furono sufficienti a formare una maggioranza: si stava ripetendo nuovamente ciò che si era già visto nelle ultime elezioni, quando per formare un governo  a Netanyahu mancavano tre seggi.

 

Il blocco delle destre restava in maggioranza, ma con i seggi a disposizione sarebbe  toccato probabilmente all’ex-ministro della Difesa Naftali Bennett decidere le sorti del futuro governo. Egli aveva dichiarato che avrebbe fatto ciò che è bene per Israele, ma i suoi rapporti con Netanyahu non erano buoni.

 

L’ultima campagna elettorale si era caratterizzata per un tasso di partecipazione piuttosto basso, probabilmente vicino al 67%, cosa che si spiegava con la stanchezza dell’elettorato che aveva vissuto ben quattro elezioni nel corso di due anni. Prendeva così corpo l’aspetto più interessante della contesa politica che consisteva nel gioco delle alleanze. A seguito dell’ultimo tentativo di formare un esecutivo maggiormente orientato verso il centro non si poteva che guardare verso la destra e l’estrema destra, inclusi tutti quegli ultra-ortodossi con i quali Netanyahu si guarda bene dal litigare.

 

Come era prevedibile, né il blocco del Likud, né quello dell’opposizione erano riusciti ad ottenere la maggioranza necessaria: il partito di Netanyahu insieme ai suoi alleati aveva conquistato un totale di 52 seggi. Alle forze di opposizione ne erano andati 57. Il partito di destra Yamina, il cui leader è Naftali Bennett, era riuscito ad ottenere 7 seggi. Quello islamista di Mansour Abbas ne aveva conquistati 4. I leader dei vari partiti avevano aperto le trattative e se nessuno dei due schieramenti fosse riuscito a trovare un accordo per una maggioranza di almeno 61 seggi, un ritorno alle urne sarebbe stato inevitabile. Il quinto in due anni.

 

La mossa di Lapid  Col passare del tempo diveniva sempre più chiaro che formare una nuova coalizione non sarebbe stata cosa da poco. Certo era che Netanyahu avrebbe incontrato crescenti difficoltà e che alla fine a farsi sotto è stato Yair Lapid, di professione giornalista ed ora segretario del partito centrista Yesh Atid e dal Maggio 2020 leader dell’opposizione nella Knesset. Era entrato in politica nel 2012 e nel 2013, successivamente ad un accordo con il Likud di Netanyahu, era stato nominato ministro delle Finanze. E’ membro del Comitato Affari Esteri del parlamento, così come di quello della Difesa.

 

Il 5 Maggio, a seguito del naufragio del tentativo di Netanyahu di formare un nuovo governo di coalizione, egli riceveva il mandato per mettere insieme un esecutivo diverso. Quattro giorni dopo veniva dato l’annuncio che insieme a Bennett stava facendo passi avanti in vista di un accordo. Il 10 Maggio questo tentativo sembrava però fallire: Mansour Abbas, leader del partito islamico Ra’am, decideva di interrompere le trattative a causa dello scoppio delle ostilità a Gaza tra Israele, Hamas e la Jihad Islamica. Per lo stesso motivo, anche Bennett decideva di ritirarsi.

 

Il 30 Maggio giungeva la notizia che Bennett insieme al suo partito Yamina avrebbe preso parte ad un governo di unità nazionale nel quale non sarebbe stato incluso Netanyahu. Il 2 Giugno, a seguito di intensi negoziati con i due alleati Lapid e Bennett, Mansour Abbas si è convinto a firmare un accordo di coalizione che consentiva al suo partito di entrarne a far parte.

 

Una nota su Bennett e Mansour:  Naftali Bennett nasce da una famiglia di origine americana trasferitasi in Israele nel 1967. Dopo aver servito nelle Forze di Difesa, si laureò in Legge per poi trasferirsi a New York e dedicarsi con grande successo agli affari. Tornato in Israele e diventato multimilionario, fece il suo ingresso in politica nel 2006 aderendo al Likud e diventando capo di gabinetto di Netanyahu. Fondò in seguito un suo partito: La Casa Ebraica. Venne eletto alla Knesset e nel governo Netanyahu occupò la carica di ministro dell’Economia e dei Servizi Religiosi. Successivamente fu ministro per la Diaspora e anche dell’Istruzione. Nell’ultimo governo Netanyahu ha ricoperto la carica di ministro della Difesa. Può essere considerato come una sorta di figlio ideologico di quest’ultimo.

 

In occasione delle elezioni del 2019 diventa leader di Yamina, alleanza di partiti politici di destra ed estrema destra nata in quel momento. Dopo aver perduto l’adesione de La Casa Ebraica nel 2020 e quella del partito Tkuma nel Gennaio di quest’anno, Yamina conta adesso 7 seggi in parlamento.

 

Mansour Abbas ha 47 anni, è un religioso vicino ai Fratelli Musulmani ed è considerato piuttosto pragmatico. Il suo partito Ra’am (Lista Araba Unita) ha oggi 4 deputati. All’università fece amicizia con Abdullah Nimar Darwish, fondatore del Movimento Islamico. Nel 2007 fu nominato segretario generale della Lista Araba. Nel 2010 divenne vice-segretario del Ramo Meridionale del Movimento Islamico. Fu eletto in parlamento nell’Aprile del 2019 in una lista comune con Balad, partito che sostiene i diritti dei cittadini arabi in Israele e si oppone all’idea di Israele come Stato unicamente ebraico.

 

E’ favorevole ad un ritorno dei proprietari arabi nelle case che avevano abbandonato a seguito della guerra del 1948, che ha visto nascere Israele e tramontare l’idea di uno Stato palestinese. A parte le modifiche effettuate a seguito della vittoria di Israele, sarebbe d’uopo ricordare che la Cisgiordania venne annessa al Regno di Giordania e Gaza all’Egitto.

 

Abbas suscitò non poche tensioni nel suo tentativo di avvicinamento al premier Netanyahu e al suo partito Likud. Il suo intento era quello di collaborare insieme ai partiti sionisti per procurarsi i fondi ed ottenere le riforme a beneficio della società Arabo-Israeliana. In questo è stato ostracizzato dalla destra estrema. Attualmente il suo partito ha un seggio in parlamento.

 

La giornata del 2 Giugno:  Avevo sentito dire che Yair Lapid nutriva la speranza di riuscire a formare il governo prima della designazione del nuovo presidente della Repubblica. Non gli è riuscito, anche se con l’avvicinarsi di quella data Bennett aveva dichiarato di voler collaborare con lui alla formazione di un nuovo esecutivo.

 

Cogliendo la palla al balzo, Netanyahu replicava che “un governo Lapid-Bennett avrebbe come fatale conseguenza l’indebolimento di Israele”. Sottolineava poi che non tutto era perduto e che vi era ancora la possibilità di mettere in piedi un buon governo di destra: Bennett in fondo non disponeva che di 7 deputati e di fronte al pericolo di un governo di sinistra qualsiasi combinazione sarebbe risultata migliore. Una vittoria delle sinistre era “la truffa del secolo”.

 

Date le circostanze, credo poter dire che se a Lapid non fosse riuscito di formare il nuovo governo, nessun altro avrebbe potuto farcela.

 

Lapid, che disponeva di 17 seggi, si stava impegnando per mettere d’accordo l’elemento laburista con la destra e gli islamici onde evitare una quinta elezione in due anni. Con il suo partito Yamina si era sfilato dalla coalizione con Netanyahu scegliendo la strada dell’accordo per entrare a far parte del cosiddetto Blocco del Cambiamento. Questo si compone di un partito di sinistra, uno di centro, due di destra, per un totale di 51 seggi e contava anche sulla collaborazione dei partiti arabi che ancora dovevano pronunciarsi.

 

Anche se nulla era deciso, mai la fine di Netanyahu era sembrata così vicina.

 

In un clima politico ben diverso da quello suscitato dal dibattito sulla formazione del nuovo governo, con 87 voti su 120 il parlamento eleggeva il sessantenne Isaac Herzog come 11° Presidente dello Stato di Israele. Ad attribuirgli la maggioranza anche il voto di numerosi deputati della destra. Ha prevalso sulla sua rivale Miriam Peretz, attivista sefardita e madre di due figli morti in combattimento. Aveva anche perduto suo marito e questo ne aveva fatto quasi una figura madre per lo Stato di Israele. Il nuovo presidente avrebbe sostituito quello attuale Reuven Rivlin e sarebbe entrato ufficialmente in carica nella giornata del 9 Luglio.

 

Herzog è un laburista appartenente alla storica élite askhenazita che ebbe un ruolo preminente nella fondazione del Paese. Di professione avvocato, ha tre figli ed è entrato in politica nel 2003 per diventare 10 anni dopo segretario del partito. Suo padre Chaim è stato il sesto presidente di Israele e lui stesso è nipote del primo rabbino askhenazita del Paese. Visto come poco carismatico, si presenta tuttavia come uomo al di sopra delle parti, capace di mediare e abile nello spianare la strada a soluzioni di compromesso.

 

In Israele, quello del presidente è un ruolo più onorifico e di rappresentanza che di effettivo potere politico. Il Capo dello Stato è però in grado di offrire la grazia ai condannati, sciogliere il parlamento e decidere sul leader della coalizione che dovrà formare il governo. Adesso avrà di fronte a sé sette anni per svolgere il suo mandato. Sappiamo intanto che riguardo la questione palestinese egli è favorevole ad un’intesa per una soluzione a due Stati.

 

Appena eletto, queste le sue parole: “Sarò il presidente di tutti. Darò ascolto a qualsiasi posizione e a qualsiasi persona”. Egli ha poi sottolineato l'importanza di costruire “ponti e accordi tra di noi e con i nostri fratelli e sorelle della diaspora” e proseguito dicendo di accettare su di sé “la pesante responsabilità” che gli è stata affidata ed “il privilegio di servire l'intero popolo israeliano”.

 

Citato dal quotidiano Haaretz, Herzog ha successivamente dichiarato che “le sfide sono grandi e non devono essere sottovalutate. E' essenziale curare le ferite sanguinanti della nostra società. Dobbiamo difendere anche la posizione internazionale di Israele e il suo buon nome tra le nazioni”. E’ necessario – ha aggiunto – “combattere l'antisemitismo e l'odio verso Israele” oltre che “proteggere i pilastri della nostra democrazia”.

 

Queste parole si spiegano meglio se ci si rende conto che alle 2 del mattino di Venerdì 21 Maggio, dopo 11 giorni di combattimenti, era entrato in vigore il cessate il fuoco tra Hamas, la Jihad Islamica e lo Stato di Israele. All’origine di questo conflitto, il quarto da quando Hamas controlla la Striscia di Gaza, alcune giornate di protesta da parte palestinese tra la Porta di Damasco e la Spianata delle Moschee. Quasi contemporaneamente si aggiungevano le manifestazioni esplose nel quartiere di Sheikh Jarrah riguardo un tentativo di sfratto di una ventina di famiglie arabe da parte di coloni israeliani.

 

Questo è un quartiere di Gerusalemme Est dalla storia controversa ed intricata.

 

A seguito della guerra del 1948 che ha visto la nascita dello Stato Ebraico, nell’area di Sheikh Jarrah si erano insediati nuclei di palestinesi che avevano abbandonato le loro case per via del conflitto sorto dal rifiuto arabo di riconoscere l’esistenza di Israele. I terreni sui quali si erano insediati questi profughi erano stati dati loro dalla Giordania, le case furono invece costruite a spese delle Nazioni Unite.

 

Il problema era che i terreni erano precedentemente di proprietà di alcune comunità di ebrei, pure loro costrette ad abbandonarli a causa delle violenze dei combattimenti. Quell’area fu poi annessa alla Giordania. L’attuale legge israeliana prevede che tutti gli ebrei costretti a lasciare le proprie case nel 1948 possano rientrarne in possesso anche se la stessa prerogativa – nota come “diritto di ritorno” – non è applicabile ai palestinesi. Sheikh Jarrah si trova a Gerusalemme Est, territorio che teoricamente dovrebbe far parte del futuro Stato palestinese.

 

All’avvicinarsi del giorno della sentenza, prevista per il 14 Maggio, ogni sera decine di manifestanti si radunavano per protestare contro gli sfratti, attirando sia le attenzioni della stampa internazionale che quelle dei palestinesi sparsi fra Israele, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

 

Negli scontri iniziati da Hamas e dalla Jihad Islamica, sono stati fatti piovere su Israele oltre 4.000 missili, la maggior parte dei quali abbattuti dal sistema di difesa Iron Dome. Cosa mai vista prima, sono anche esplosi violenti scontri e contestazioni in seno a comunità miste arabo-israeliane. Particolarmente significativi ed in alcuni casi drammatici gli eventi di Lod, Haifa, Ramla, Tiberiade, Acri e Bat Yam che hanno fatto emergere pericolose fratture in seno alla società israeliana. Nel corso del conflitto si sono viste manifestazioni a sostegno della causa palestinese nelle principali città del mondo, inclusa Washington.

 

La fase conclusiva:  Eletto il presidente, restava da mettere in piedi un governo. Il limite per riuscirvi scadeva alla mezzanotte della stessa giornata. Le trattative che abbracciavano forze tra loro diversissime entravano nella fase conclusiva grazie al superamento di molti ostacoli e alla stipula di non pochi accordi. Come sempre in politica, le difficoltà maggiori riguardavano la ripartizione dei ruoli e la distribuzione delle cariche ministeriali.

 

All’ultimo momento giungeva finalmente la notizia che l’accordo era stato raggiunto: alle 23.25, a 35 minuti dalla scadenza del mandato esplorativo, Yair Lapid chiamava il presidente Rivlin per informarlo di avere i numeri per il suo governo.

 

Pronunciate con un misto di stanchezza e di soddisfazione, queste le sue parole: “Caro presidente, ci sono riuscito. Ho il sostegno di Yesh Atid, Yamina, Blu e Bianco, Ra’am, New Hope, Yisrael Beiteinu, Meretz, Labour”. Fino all’ultimo tutto poteva saltare, ma sono poi sono arrivate le ultime tre firme: quella del partito arabo Ra’am e quelle dei due partiti di destra Yamina e New Hope. Adesso sarà necessario presentare la coalizione in parlamento, che nel giro di una settimana o poco più  dovrà dare il suo assenso, ma la parola definitiva non è stata ancora pronunciata.

 

Alcune considerazioni di carattere politico:   Dopo 25 anni di vita politica, di cui gli ultimi 12 come Primo ministro, è difficile pensare che il premier ad interim Netanyahu accetti di andarsene senza dire una parola. Ha tutt’ora una solida e consistente base di sostenitori, in particolare tra i coloni e gli estremisti religiosi, le cui istanze egli è abilissimo nel rappresentare.

 

Sa che di partenza questa coalizione è un controsenso. Gli otto partiti che ne fanno parte sono tra loro diversissimi e coprono l’intero arco costituzionale, dall’estrema sinistra all’estrema destra, includendo anche una componente islamica. Fino a questo accordo, le loro vedute erano il più delle volte opposte. Egli sa anche che una volta raggiunta l’intesa, sarà poi il parlamento a dover dare la sua approvazione, e lì sta il punto: Netanyahu vuole affossare questa coalizione che metterebbe fine alla sua lunga carriera al potere.

 

Egli sa di avere dei meriti che è difficile negargli. E’ stato alla testa del paese per 12 anni ed è sempre il leader del Likud, che con 30 deputati rimane tutt’ora il maggiore partito di Israele. Descrivendo i suoi avversari come dei “perdenti” e se stesso come “indispensabile per le sorti del Paese”, Netanyahu fino all’ultimo farà il possibile per convincere i deputati di destra della coalizione a staccarsi da essa. La maggioranza è a tal punto risicata che il gioco potrebbe riuscirgli. A farla breve, egli non rinuncerà a battersi e farà appello a tutti i deputati eletti dalla destra per opporsi a questo governo.  Sappiamo oggi che si era più volte sentito al telefono con Mansour Abbas, leader del partito Ra’am, per convincerlo a non entrare a far parte della coalizione.

 

La posta in gioco è per lui delle più importanti e va ben oltre il premierato: sa bene di avere molto da perdere in caso di riuscita del nuovo governo. Accusato di tre capi di corruzione, egli dovrà infatti affrontare la giustizia. Un conto è farlo da premier, un altro da semplice deputato. Vi è inoltre la possibilità che il nuovo esecutivo possa cambiare la legislazione e renderlo più esposto ad un’azione giudiziaria. Per questo si adopererà fino all’ultimo per silurare la nuova coalizione che sa essere formata da piccoli partiti tenuti insieme soprattutto dall’ostilità che provano verso di lui. Egli eserciterà pertanto fortissime pressioni contro gli avversari nel tentativo per nulla celato di farli passare come dei terroristi alleati degli arabi.

 

Più di una volta aveva affermato che questi partitini non saranno in grado di mettere ordine in Israele: la destra dovrebbe fare il suo lavoro e lo stesso la sinistra. Ora ci si trova di fronte ad una sorta di fritto misto nel quale non si discute che di piccolezze: la politica – dice Netanyahu – non può consentire tutto e ancor meno accettarlo. Lui e la sua destra incarnano Israele, gli altri non sono che una minaccia ed un pericolo. Accusando la sinistra di essere una famiglia di traditori, egli cerca di delegittimare metà del paese. Riguardo l’altra metà, questa vuole al comando il Likud, in quanto il maggiore partito in parlamento e lo stesso vale per il suo leader, l’unico a meritare la carica di premier.

 

La formazione di questo nuovo governo ha marcato una differenza in rapporto al passato: è saltato il tabù di mettere in piedi una coalizione in grado di spaziare dalla sinistra estrema alla destra radicale. A rendere possibile questo salto, il diffuso e crescente antagonismo al potere di Netanyahu: è un’insofferenza che sembra montare anche se a livello del singolo cittadino a prevalere sono stanchezza ed un senso di distacco dal mondo della politica. Negli ultimi due anni – ricordiamolo – il Paese si è recato alle urne per ben quattro volte.

 

In passato il partito laburista e la destra del Likud erano forti abbastanza da poter formare dei governi in grado di funzionare e, soprattutto, di durare. La situazione è oggi ben diversa: a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso gli equilibri politici tra i partiti sono saltati, la politica si è parcellizzata e si sono andati affermando nuovi partiti, fortemente impregnati di ideologia. Il sistema elettorale ha fatto il resto.

 

Questo sistema è caratterizzato da un legge proporzionale di natura integrale che non consente ad un partito di governare da solo. Permette invece ai piccoli partiti di condizionare l’esito di ogni contesa elettorale e ne amplifica il potere di ricatto. Sulla carta ogni partito è uguale, ma per accedere in Parlamento è necessaria una soglia del 3,25%, corrispondente a 4 seggi.

 

Questa situazione rende indispensabile formare delle coalizioni che spesso risultano instabili e, una volta costituite, molto fragili. Chiunque voglia guidare il Paese deve necessariamente andare alla ricerca di accordi che glielo consentano. Il perché si spiega presto: in lizza vi sono 37 partiti, in maggioranza piccolissimi, e quindi in grado di condizionare chiunque vinca le elezioni.

 

Il Paese è andato gradualmente spostandosi verso destra, con partitini capaci di far sentire il loro peso ricattando gli alleati e condizionando la politica di governi inevitabilmente sempre più fragili ed instabili. Tutto ciò non contribuisce a favorire un gioco politico sereno ed in caso di un ulteriore fallimento non resterà al Paese che affrontare la sua quinta campagna elettorale in due anni.

 

A seguito di queste trattative, si sono raggiunti i limiti del sistema elettorale israeliano che inevitabilmente non può che portare alla necessità di formare alleanze tra partiti incompatibili e di vedute diversissime, tenendo anche conto che oltre alla differenze programmatiche vi sono anche rivalità personali spesso aspre. Oltre questo non sarà più possibile andare.

 

Riguardo Bennett, che assumerà il ruolo di premier per i prossimi due anni per poi cedere il posto a Lapid, la sfida è adesso di rimettere Israele in carreggiata e salvarlo da quella che potrebbe trasformarsi in una spirale pericolosa. Il paese dovrà ritrovare la pace al suo interno viste le tensioni emerse in modo sorprendente nel corso del recente conflitto tra la comunità araba di Israele e gruppi di estremisti ebrei. Sono adesso queste rivolte arabe a caratterizzare il clima interno e renderlo più complicato. Ambedue i premier dovranno affrontare i problemi dell’avvenire di Israele, della sua economia e anche della salute dei cittadini.

 

La dimensione internazionale Quest’incertezza rende particolarmente delicata la dimensione internazionale della partita politica. Sia Israele che gli Stati Uniti vedono la regione come un crogiolo di sfide e di problemi ed è lecito domandarsi in che modo potrà comportarsi un governo a tal punto frammentato e come agiranno la destra e la sinistra di fronte agli eventi esterni? Molto dipenderà dalla direzione di marcia che nell’avvenire Israele deciderà di prendere.

 

Secondo alcuni osservatori la formazione di questo governo difficilmente potrà condurre a svolte diplomatiche e a rapporti diversi con i palestinesi. Le vicende del recente conflitto di Gaza hanno fatto emergere tensioni anche all’interno degli Stati Uniti. Il presidente Biden vuole la calma nella Striscia e non desidera ulteriori avventure militari tra Israele ed i palestinesi. Simili eventi avrebbero un’azione destabilizzante e creerebbero confusione in un’area di per sé già piuttosto inquieta, rendendo più difficile l’azione politica della Casa Bianca.

 

Cina a parte, oggi la precedenza per Washington sta nel riprendere il dialogo con Tehran per un accordo sul nucleare: non vuole perciò subire un impatto negativo sullo sviluppo di questi negoziati che per i democratici sono in questo momento la cosa più importante. Circa due settimane fa, intanto, giungeva la notizia che dopo essere scaduto il 21 Maggio, l’accordo tra l’Iran e l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) era stato prolungato di un mese, fino al 24 Giugno per consentire il proseguimento delle attività di sorveglianza e di verifica del programma nucleare iraniano.

 

Questo protocollo era stato annullato da Tehran il 15 Febbraio per protesta contro l’atteggiamento degli Stati Uniti. Il regime aveva scelto di indurire il tono per indurre l’amministrazione americana ad annullare le sanzioni imposte nel 2018 a seguito del ritiro dall’accordo dei 5+1 voluto da Trump. Era stato poi ripreso per la durata di tre mesi per sottolineare la volontà dell’Iran di non rompere con l’Agenzia.

 

Di fronte a questi sviluppi, il presidente Biden non intende farsi trascinare e distrarre da ulteriori problemi tra Israele e i palestinesi: da poco entrato alla Casa Bianca, egli non aveva il desiderio di farsi coinvolgere così repentinamente in vicende di questa sorta che non potevano che indebolirne l’azione politica.

 

Pur dichiarandosi favorevole al diritto di Israele di difendersi in caso di attacco, egli si era opposto ad un’invasione della Striscia di Gaza da parte israeliana ed aveva agito soprattutto per telefono, incoraggiando il presidente egiziano al-Sisi a farsi arbitro del conflitto. A Netanyahu aveva detto di essere favorevole ad un cessate il fuoco ed aveva espresso la sua preoccupazione per lo svolgersi degli eventi. Nella stessa Washington questo conflitto ha fatto sorgere tensioni in seno al Partito Democratico.

 

La Casa Bianca ha fatto il possibile per non rompere con l’ala di Sanders e della sinistra democratica, che hanno vivamente reagito alla risposta di Israele all’offensiva di Hamas. A testimoniarlo, gli interventi alla Camera di rappresentanti quali Rashida Tlaub del Michigan e Ilhan Omar del Minnesota: entrambi hanno espresso la loro simpatia per la causa palestinese e lamentato la violenza della controffensiva israeliana. In Senato Bernie Sanders ha rimesso in discussione il finanziamento americano alla difesa di Israele, suscitando le animosità della Pelosi.

 

Questa frattura è la crisi più profonda che investe il Partito Democratico. Fino a quel momento le due ali erano riuscite ad andar d’accordo. Con questa crisi la sinistra ha sparigliato le carte e la maggioranza a Washington ne è uscita meno compatta, rendendo difficile la formazione di un fronte comune. Vi sono degli equilibri delicati da tutelare per evitare di incrinare il fronte democratico: ai livelli più alti si cercava di fare appello a quelli che sono i principi del partito, ovvero prestare ascolto ai vari gruppi di pressione, inclusi quelli ebraici.

 

Benché gli episodi di Gerusalemme e Gaza abbiano evidenziato le ricadute degli Accordi di Abramo, che avevano ignorato e messo da parte la questione palestinese, il presidente è stato attaccato anche dal Partito Repubblicano, al quale le posizioni ereditate da Trump facevano assumere un atteggiamento più duro. A Biden veniva ricordato che sotto Trump la situazione a Gaza era stata tranquilla e sotto controllo.

 

Il presidente non può permettersi una frattura all’interno della sua maggioranza, avendo bisogno del maggior sostegno possibile dai due partiti per l’approvazione delle sue proposte di legge. Questo spiega la timidezza della diplomazia americana e le poche dichiarazioni fatte dalla Casa Bianca nel corso di questo conflitto.

 

Nel frattempo Netanyahu si gongolava in atteggiamento marziale per ergersi a bastione della sicurezza di Israele e difensore del suolo patrio di fronte all’offensiva sul terreno di Gaza e di casa propria. Egli si trovava a suo agio, dato che questo conflitto aveva messo in forse il tentativo di creare un nuovo governo. Egli vedeva in questi fatti un’occasione per rafforzarlo, rientrare nella partita e forse tornare al potere. Si sarebbe potuto dire che egli non era esente da responsabilità riguardo gli scontri tra arabi-israeliani e gruppi di militanti ebraici. Per mantenersi al potere non ha mai lesinato ad incitare gli arabi e giocare sulle divisioni della società israeliana.

 

Sostenute da Netanyahu e da altri esponenti delle forze di destra, frange estremiste della destra israeliana si sono reputate in grado di agire come a loro meglio pareva: hanno approfittato dell’attuale debolezza politica, sapendo bene che se il premier ad interim non fosse stato rieletto si sarebbero trovati più deboli e meno protetti.

 

 

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