La Tunisia e l’Egitto a dieci anni dalla loro Primavera

 

 

 

Premessa:  Sono trascorsi poco più di dieci anni da quella giornata del 17 Dicembre 2010, che vide un giovane ambulante, Mohamed Bouazizi, cospargersi di benzina e darsi fuoco di fronte al palazzo del Governatorato di Sidi Bouzid. A condurlo a questo gesto estremo la decisione delle autorità di revocargli la licenza e la confisca del suo carretto. Quest'episodio diede il via ad una serie di sommosse popolari, alimentate anche dal carovita, che finirono col travolgere il “clan quasi mafioso” del presidente Ben Alì per poi allargarsi a diverse nazioni arabe. Da qui il termine di Primavera Araba.

 

Benché la Tunisia sia indicata oggi come l’unico vero esempio di progresso democratico nel mondo arabo e di successo nel porre fine ad un regime autoritario, repressivo e corrotto, i problemi e le difficoltà restano sempre numerosi e di non facile soluzione. Secondo alcuni studi, vi sarebbero dei settori nei quali le cose sono addirittura andate peggiorando, tant’è che il malcontento non si placa e continua a ribollire la collera.

 

Le recenti proteste:  In questi ultimi giorni si è assistito ad una serie di scontri che hanno opposto soprattutto dei giovani alle Forze dell’ordine. A far esplodere queste tensioni, verificatesi a dieci anni dall’insurrezione che inaugurò la Primavera Araba, costrinse il presidente Ben Alì alla fuga e mise fine al suo regime dopo 23 anni di potere, è stato il marasma nel quale versa l’economia tunisina, reso più acuto dalla morsa del Coronavirus.

 

Queste manifestazioni sono avvenute in numerosi centri del Paese, tra i quali Tunisi, Monastir, Kasserine, Sfax e Sousse. Nella capitale, malgrado il coprifuoco, ad essere investiti sono stati i quartieri periferici e più popolari. In tutte queste occasioni le forze di polizia hanno risposto con lanci di candelotti lacrimogeni arrestando inoltre più di 600 persone. Pur non volendo nascondere le difficoltà del momento, il presidente Kais Saied ha fatto appello alla calma. Dal canto suo, il premier Mechichi è intervenuto per placare la protesta, dicendo che il Paese sta prestando orecchio alle lamentele della piazza e considera legittima la sua collera.

 

Sui cartelli che molti giovani brandivano per strada si poteva leggere la scritta “la rivoluzione continua”. Al grido di “sloggiate, sloggiate” i manifestanti  denunciavano il tradimento del sogno di tutto un popolo che ha avuto e continua ad avere il coraggio, la fierezza e la determinazione di insorgere contro un sistema corrotto, distante ed incapace di riforme. Ad aggravare la situazione anche la pandemia, con tutte le conseguenze negative che si sono riflesse sull’economia. La collera e la frustrazione rimangono alte, ma per via del peso del debito lo Stato è privo dei mezzi necessari per affrontare questa crisi e venire incontro alle richieste della popolazione.

 

A livello di governo, Parlamento e partiti, i tentativi di riforma non hanno avuto l’esito sperato. Malgrado ciò, la politica continua a fare promesse e dire che c’è speranza. Questa speranza però molti giovani non riescono a vederla, così come è evidente che a livello politico non vi siano tutt’ora le basi per poter fare di più. Particolarmente colpiti i giovani delle classi meno abbienti che si sono riversati in gran numero per le strade, in particolare quelli provenienti dai quartieri più poveri e dai centri maggiormente arretrati come Kasserine. Vi è anche chi rifiuta di arrendersi e continua a guardare al futuro con speranza.

 

Secondo questi ultimi, costruire una nazione non è compito da poco ed è necessario dar tempo alle cose: la democrazia non è qualcosa di già pronto da consegnare bella infiocchettata. Bisogna innanzitutto volerla, poi rendersi conto che comporta un lento processo di apprendimento e malgrado siano passati dieci anni dalla cacciata di Ben Alì, questo processo è solo agli inizi. Comporterà inevitabilmente sacrifici e sofferenze, ma alla fine è ai tunisini stessi che spetta salvare il Paese.

 

Alcuni cenni sullo stato attuale delle cose:  Prima dell’insurrezione del Gennaio 2011, la frattura fra popolo e classe dirigente si era talmente allargata che del regime del presidente Ben Alì nessuno voleva più saperne. La morte di una decina di manifestanti è stata sufficiente per scatenare la collera della piazza: il 14 Gennaio, pressato dalla folla, sotto assedio e abbandonato dall’esercito, a Ben Alì non restava che fuggire per trovare asilo in Arabia Saudita. Tre settimane dopo cessarono le attività del suo partito, l'RCD (Rassemblement Constitutionnel Democratique) e furono chiuse tutte le sue sedi.

 

Oggi, anche se delusa e spesso arrabbiata, la gioventù del paese continua a dar segno di vitalità e spingere per un miglioramento della situazione: le parole sulla bocca di tutti continuano ad essere “libertà”, “dignità” e “prosperità”. Tra l’amarezza di molti, quest’anniversario segna comunque una nuova pagina per la Tunisia e ad oggi non è poco quello che è cambiato: vi è innanzitutto una nuova Costituzione, poi vi sono libere elezioni e si stanno aprendo anche nuove istanze.

 

Nel campo dei diritti delle donne, molto è stato acquisito e benché il clima possa apparire talvolta deprimente, questi diritti sono oggi garantiti e rispettati come non lo erano mai stati prima. Notevoli progressi si sono fatti anche riguardo la loro parità politica: il 20% delle cariche di sindaco appartengono alle donne, così come il 37% dei seggi municipali. Resta sempre il problema delle questioni ereditarie, ma per il semplice fatto che sul tema si è aperto un dibattito, queste prima o poi verranno affrontate.

 

A voler mettere in causa questi diritti e bloccare lo slancio verso il futuro restano gli islamisti, soprattutto quelli appartenenti ai gruppi più conservatori, quali i salafiti. Si tratta per loro di applicare la legge coranica alle famiglie, cosa particolarmente evidente riguardo l’aborto o le adozioni. Alla fine però sarà la corrente stessa della Storia ad opporsi a loro.

 

Alcuni cenni sull’Islam in Tunisia In campo politico, la componente religiosa continua a proporre un suo modello di Islam volgendo lo sguardo sia alla Turchia che al piccolo Qatar. L’Islam è rappresentato in Tunisia soprattutto da Ennahda, Movimento della Rinascita, di tendenze moderate. Messo al bando dal regime nel corso delle elezioni del 1989, è stato poi proscritto nel 1991 costringendo il suo leader all’esilio.

 

A seguito degli avvenimenti che hanno travolto l’odiato regime di Ben Alì, la cosiddetta Rivoluzione del Gelsomino, il governo provvisorio che poco dopo vide la luce riconobbe al movimento il diritto di costituirsi in partito politico. Ennahda propugna oggi una via tunisina all’islamismo che riconosce la legittimità di un sistema fondato sulla competizione elettorale, si mostra disponibile all’apertura di un dialogo con l’Occidente e dichiara non credere in una Costituzione religiosa dello Stato. In campo economico sostiene una visione liberistica.

 

Benché il suo leader Rashid Ghannouchi abbia in passato affermato la necessità dell’uso della violenza per abbattere quei regimi arabi corrotti e appoggiati dall’Occidente, egli era contrario alla restaurazione di un Califfato islamico e si mostrava disposto a sostenere la nascita di una democrazia parlamentare. La prima donna a diventare sindaco di Tunisi, Souad Abderrahim, proviene dai suoi ranghi ed è anche stata la prima in tutto il mondo islamico a ricoprire tale carica. Nelle elezioni costituenti del 2011 il partito emerse nettamente vincitore, raccogliendo il 37% dei consensi. Arrivò primo nelle amministrative del 2018.

 

Anche se il pericolo è meno evidente che in passato, permane tutt’ora nel Paese l’ombra della minaccia jihadista che si concentra soprattutto in quell’area montagnosa ai confini con l’Algeria. Ai tempi del Califfato, la Tunisia è stata la base di partenza del più gran numero di combattenti islamici diretti in Siria ed Iraq a sostegno dello Stato Islamico. Le statistiche sono incerte, ma tra uomini e donne si parla comunque di un numero tra i 6  e gli 8 mila volontari.

 

Alcuni gravi attentati hanno insanguinato il Paese fino a poco più di un anno fa. I più importanti sono stati quelli che hanno colpito il Museo del Bardo a Tunisi nel Marzo 2015 e due mesi dopo la località balneare di Sousse. Un altro attentato è avvenuto nel cuore della capitale il 27 Giugno del 2019, mentre un successivo attacco colpiva nuovamente Sousse nel Settembre dello scorso anno. Quei radicali della jihad rientrati dalla Siria e dall’Iraq che non si sono integrati sono oggi tutti sotto sorveglianza. Per porre fine a questi attentati e mettere il Paese in sicurezza, il governo sta compiendo ingenti sforzi per tenere la situazione sotto controllo.

 

A parte le numerose vittime tra turisti stranieri e gli stessi tunisini, questo clima ha arrecato un gravissimo danno all’industria del turismo, componente importante del bilancio nazionale, fonte di molti impieghi e di valuta estera. La crisi di questo settore contribuisce tutt’ora ad aggravare le difficoltà nelle quali versa l’economia.

 

Breve cenno sulla situazione economica Molto resta ancora da fare in campo economico e sociale, dato che fino ad oggi lo sforzo del cambiamento è stato soprattutto diretto a costruire una libertà politica. Il Paese è da considerarsi più libero e maturo, cosa che rende tanto più necessario adesso dedicarsi a rinforzare le capacità dell’economia. A dare urgenza a questa situazione è il tasso di disoccupazione tra i giovani dai 15 ai 29 anni che tocca il 35% e a livello nazionale raggiunge e forse supera di qualcosa il 15%. Ancora oggi infatti l’economia resta chiusa e disomogenea ed il suo andamento varia in base alle aree del Paese: sulla costa le cose vanno meglio, molto più difficili invece all’interno, ove si assiste anche all’impiantarsi di gruppi jihadisti. La regione di Kasserine ne è un esempio.

 

Nel 2013 e successivamente nel 2016, il governo ha fatto appello al Fondo Monetario Internazionale per ottenere dei prestiti al fine di raddrizzare l’economia. Gli aiuti richiesti nel 2016 ammontavano a 2,8 miliardi di dollari. Lo scorso anno è stato rinegoziato un nuovo accordo per ottenere un programma di 400 milioni di dollari da destinare a far fronte all’epidemia di Coronavirus. In cambio di questi programmi di aiuti, il Fondo Monetario chiede di non accontentarsi di riforme parziali ma di rivedere l’intero modello di sviluppo del Paese.

 

Dopo anni di inflazione, di crescita lenta e difficile, di costante disoccupazione, di debito in aumento e di pericoloso deficit pubblico che vanno ad unirsi ad un generale peggioramento della qualità dei servizi pubblici, sono adesso più che mai necessarie riforme politiche che tocchino anche i sussidi energetici e le aziende di Stato. Da non sottovalutare anche il problema della corruzione, che secondo un elenco di Transparency International risalente a due anni fa, vede la Tunisia al 73° posto in una graduatoria di 180. In assenza di queste riforme non potrà che permanere la sfiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica.

 

Alcune ulteriori considerazioni  Malgrado le difficoltà che attanagliano la Tunisia, i leader della contestazione e le organizzazioni sindacali proseguono nelle loro attività di mediazione continuando a proporre un dialogo nazionale al fine di trovare una soluzione alla crisi. Il sistema dei partiti non è riuscito a guadagnarsi la stima degli elettori e continua a dare l’impressione che più che occuparsi degli interessi del cittadino sia impegnato piuttosto a curare quelli propri.

 

Benché insoddisfatte, se non addirittura deluse, le nuove generazioni si mostrano attive e gridano la loro indignazione di fronte ai fenomeni corruttivi. Il presidente era stato eletto per condurre una battaglia contro questa corruzione ma purtroppo non è finora riuscito a contrastarla, al punto che c’è chi pensa si stia addirittura diffondendo. Secondo altri osservatori quest’ultima sarebbe invece diminuita. A calare è stato certamente il potere di acquisto delle masse.

 

Adesso si è alla ricerca di un po’ di stabilità politica e sociale e malgrado le delusioni la democrazia in Tunisia è tutto sommato salda. Ad aver bisogno di riforme sono lo Stato e le istituzioni, tutt’ora fragili e deboli come nei paesi in via di sviluppo. Queste necessitano adesso di essere presenti tra la popolazione e per la popolazione: il sistema infatti non è ancora capace di rappresentarla a dovere. In questo momento non sono in pochi a pensare di costruire qualcosa di durevole e se necessario anche un modello diverso, quale l’economia della conoscenza.

 

Il processo democratico continua ad impiantarsi malgrado un Parlamento molto frammentato e diviso che cerca di riflettere ed esprimere le varie anime del Paese. E’ la moltiplicazione dei partiti che contribuisce purtroppo a bloccare la situazione. Resta la speranza che il sistema possa maturare al punto di superare queste divisioni e trovare la capacità di affrontare il futuro.

 

Da fare restano ancora importanti riforme come quella del codice penale, ma nonostante queste lacune la Tunisia può certamente evolvere: serve però un discorso razionale e convincente. Il Paese oggi non è né una dittatura, né una teocrazia ed il desiderio di vedere la società evolvere e conservare la democrazia è sempre vivo: di tutti i paesi arabi, la Tunisia è l’unico ad aver compiuto un passo verso la democrazia, anche se mancano tutt’ora quei grandi progetti necessari per arrivarci.

 

Conclusioni:   A dieci anni dagli eventi che hanno rovesciato il regime molte cose sono cambiate in Tunisia, anche se è indubbio che rimangano problemi e sfide spesso non facili da affrontare. Non tutto può ritenersi soddisfacente o all’altezza delle aspettative, soprattutto nelle aree lontane dalle zone costiere ove ancora continuano a mancare le prospettive e aleggia un senso di emarginazione. Troppe le promesse non mantenute.

 

Tanto per cominciare è indubbio che ci sia bisogno di più libertà. Tra disincanto e speranza, un’ondata di Coronavirus è un’ulteriore piaga da fronteggiare, così come quella dell’esodo dei giovani verso l’estero alla ricerca di maggiori opportunità ed orizzonti più vasti, in alcuni casi anche al prezzo della vita. Malgrado le delusioni a volte cocenti, resta viva la fiamma della speranza alla quale nessuno vuole rinunciare. La quasi totalità del Paese rimane tutt’ora convinta che l’unica strada verso il progresso, lo sviluppo e la giustizia sia quella della democrazia.

 

Finché vi sarà una società civile e si continuerà ad aspirare al cambiamento, la Tunisia conserva tutte le possibilità per vedere evolvere la società e preservare la democrazia. Alla fine, tutto ciò che è successo andrà oltre questo Paese, investirà altre nazioni musulmane e anche se non ha ancora trovato un’espressione compiuta, qualcosa di nuovo è nato. La Storia insegna che i movimenti rivoluzionari ed i processi di transizione sono di lunga durata e che le speranze accese dalla rivoluzione non si spengono: la loro memoria sopravvive e i frutti si vedranno nel futuro.

 

Dieci anni dopo in Egitto  Meno di due settimane dopo la partenza di Ben Alì da Tunisi il 25 Gennaio 2011, sotto lo sguardo dell’esercito decine di migliaia di persone confluivano al Cairo verso piazza Tahrir, innestando un secondo vasto ed inarrestabile movimento di protesta.

 

Diciotto giorni dopo, la pressione popolare portava alla caduta del presidente Mubarak. Dall’Egitto, alla Libia, allo Yemen e alla Siria, la cacciata di Ben Alì aveva incendiato la protesta della gioventù di questi paesi. Le rivoluzioni sono contagiose e ciò che si è verificato in una nazione presto si è propagato in quelle limitrofe. Scoppiavano così le Primavere Arabe, delle quali abbiamo visto le più recenti propaggini in Algeria ed in Sudan.

 

A caratterizzare questi movimenti di protesta, tracimati in ondate successive da Paese a Paese, è stato l’uso sapiente dei moderni mezzi di comunicazione e delle reti sociali. Per la prima volta erano stati scavalcati i tradizionali sistemi di censura. Malcontento e voglia di ribellarsi ebbero tale risonanza che, diffondendosi da persona a persona, finirono col tradursi in rivolte spontanee capaci di superare le frontiere. Dove questo modo di comunicare, organizzare e radunare le persone non ebbe altrettanto successo fu nel predisporre dei programmi ed indicare una nuova leadership in grado di dare direzione ed obbiettivi ai moti popolari.

 

Per ricordare questi eventi, dedicherò alcune righe alle vicende che hanno seguito le giornate di Piazza Tahrir, quando il forte malessere sociale è sfociato in una richiesta di riforme costituzionali e di cambiamento del sistema politico che si è esteso a tutto il paese.

 

La fine di Mubarak e la vittoria dei Fratelli Musulmani:  Il presidente Mubarak cadde l’11 Febbraio. Poco dopo, al prezzo di alcune centinaia di morti venne abbattuto il suo regime, il parlamento fu sciolto ed in attesa delle elezioni l’Egitto si trovò per un anno e mezzo sotto il controllo di un Consiglio di generali. Quest’ultimo godeva dell’appoggio dei gruppi liberali, delle forze democratiche e dei religiosi. A seguito di un’intensa e vissuta campagna elettorale come mai se ne era vista una prima, a vincere è stato il partito dei Fratelli Musulmani.

 

Al potere salì Mohamed Morsi, il primo presidente civile eletto democraticamente in Egitto. Il suo partito ottenne i 2/3 dei seggi. Dopo aver scansato le forze di sinistra ed i liberali, anche loro protagonisti della rivolta, la Fratellanza fu costretta a ripiegare sulla figura di Morsi che purtroppo era inadatto al ruolo che aveva assunto. Il prescelto non doveva essere lui e per questo motivo egli ogni volta doveva attendere ordini sul da farsi. La sua gestione del potere risultò così fallimentare che il popolo gli si rivolse contro, fino ad essere destituito nel Luglio 2013 da un Colpo di Stato che portò al vertice del Paese il suo ministro della Difesa, generale Abdel Fattah al-Sisi.

 

Il ritorno dei militari al potere:   La reazione fu immediata e dal 2014 l’Egitto divenne preda di un regime autoritario. Fu promulgata una nuova Costituzione che rinforzò il potere delle Forze armate e segnò l’inizio di una dura fase di repressione che viene vissuta ancora oggi. Successivamente rieletto nel 2018 con un consenso che superava il 95%, al-Sisi fece tornare la rivoluzione al suo punto di partenza ed una cappa di piombo calò sull’Egitto, smorzando l’entusiasmo e la speranza dei giovani.

 

Cambiata la Costituzione, il generale estese da quattro a sei anni la durata del governo, tanto che adesso resterà al potere fino al 2030. Per ridurre al silenzio la critica ha portato in Egitto una repressione senza precedenti, conducendo arresti arbitrari e dando la caccia ai difensori dei diritti umani, tanto che oggi si trovano in carcere circa 60 mila persone e quelle scomparse si contano a centinaia. La censura è spietata ed estende il suo controllo a internet e ai social network. La comunicazione è imbavagliata e non vi è un sistema giudiziario indipendente. Per salvarsi, molti hanno dovuto lasciare il paese e trovare rifugio all’estero.

 

L’Egitto è oggi un paese stabilizzato, tenuto sotto chiave, con l’opposizione imbavagliata e sul quale è stato messo un coperchio. Sotto le ceneri la società però ribolle e non vuole rinunciare alla sua creatività e alla voglia di esprimersi. Per entrare a pieno titolo nella modernità il Paese non può sopravvivere di nostalgia e di speranza: ha bisogno di rinascere, di nuove idee e rinnovate energie dato che il regime non sembra capace di indicare un percorso verso l’avvenire.

 

L’Occidente, l’economia, le Forze armate ed il terrorismo L’Occidente avrebbe i mezzi necessari per fare pressione sul regime e favorire l’emersione delle classi medie. Purtroppo ha preferito un’altra via: per combattere il terrorismo molti governi sembrano prediligere la continuità e sostenere, se non addirittura incoraggiare, questo regime duro e autoritario. Non si può usare la scusa della sicurezza per bloccare il bisogno di cambiamento politico e sopprimere le opposizioni.

 

Gli Stati Uniti ogni anno inviano un miliardo e mezzo di dollari a sostegno delle Forze Armate egiziane, quando è risaputo che dietro le quinte si cela uno Stato profondo che rifiuta il cambiamento. Tra i pilastri di questo Stato, oltre all’esercito troviamo infatti la polizia ed i servizi segreti. Molto simile l’atteggiamento dei  regimi conservatori del Golfo che non vedono di buon occhio l’instaurarsi in Egitto di un governo democratico: i primi ad averne paura sono proprio loro, dato che ne temono l’avvento in casa propria.

 

Pochi anni fa la Francia ha venduto all’Egitto 24 aerei da combattimento Rafale e nel Dicembre scorso ha ricevuto con tutti gli onori il presidente al-Sisi, conferendogli anche la Legion d’Onore. Malgrado la vergogna del caso Regeni, l’Italia ha autorizzato la vendita per 1,2 miliardi di euro di due modernissime fregate tipo Fremm. Nessuno sembra rendersi conto che nel tempo il patto con i regimi autoritari è destinato a non pagare: i loro sistemi brutali non fanno che alimentare il dissenso ed il radicalismo, che alla fine si ritorceranno anche contro chi li sostiene. Nel breve la transizione verso la democrazia può sembrare difficile e creare instabilità, ma se è rischioso promuovere riforme democratiche, lo è molto di più prolungare situazioni ingiuste, arbitrarie ed insoddisfacenti.

 

E’ un grave errore rendersi complici di questi regimi, così come l’incoraggiare leader brutali ed anti-democratici: non si fanno che alimentare lo scontento, la protesta, la radicalizzazione e l’estremismo. Nel nome del ritorno alla stabilità i regimi autoritari non fanno che piantare il seme dell’instabilità. Non si possono soffocare le libertà democratiche evocando sempre nuovi demoni da combattere.

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha concesso prestiti all’Egitto per 12 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra ingente che consente al paese di restare a galla, tenendo anche conto che un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà e molti non hanno facile accesso al lavoro. L’Egitto – va ricordato – ha una popolazione vicina ai 100 milioni, dei quali poco più del 60% è sotto i 30 anni.

 

Una consistente parte dell’economia, si pensa poco più di un terzo, è in mano ai militari il cui ruolo si è andato rinforzando con i lavori di allargamento del canale di Suez e la costruzione di una nuova capitale amministrativa ad una cinquantina di chilometri ad est del Cairo. Il 51% del progetto è controllato infatti dal ministero della Difesa ed il restante 49% dal ministero per l’Edilizia. E’ opinione di molti cittadini che questo sistema, basato anche su una vasta rete di clientele, contribuisca al dilagare della corruzione.

 

Il generale al-Sisi, in quanto emanazione delle Forze armate, si vanta di aver salvato il Paese da una deriva islamica e si presenta al mondo come colui capace di mantenere la pace e combattere il terrorismo. Sono in tanti a non capire che al contrario quest’atteggiamento finisce con l’incoraggiare proprio il diffondersi di ciò che si dice voler combattere. Molti elementi della Fratellanza, convinti dell’impossibilità di poter cambiare le cose con altri mezzi, hanno finito con l’aderire pure loro a gruppi terroristici. Nella crisi del Paese si era infatti inserito l’Isis, apparso nel 2014 come derivazione di una fazione radicale conosciuta come Ansar Beit al-Maqdis.

 

L’Egitto intanto ha smesso di giocare quel ruolo centrale che aveva in passato nel mondo arabo. Non disponendo più della forza economica e politica necessaria a sostenere le sue ambizioni nella regione, ha dovuto assistere impotente al rafforzarsi di Stati quali la Turchia, l’Iran, l’Arabia Saudita e Israele. L’apparizione sulla scena di questi nuovi attori è una sfida per l’Egitto e l’idea del suo ruolo nel mondo arabo. Il suo agire in Libia e l’appoggio dato al generale Haftar ne sono la conferma. I rapporti con Israele non sono favorevoli ad uno sviluppo democratico, in quanto Gerusalemme, abbracciando il breve termine, appoggia al-Sisi per proteggersi e mantenere lo status quo.

 

Alcune considerazioni finali:  Dopo le giornate di Piazza Tahrir, che hanno visto per un breve ma significativo momento un incontro tra le forze liberali e democratiche, l’esercito e i Fratelli Musulmani, l’esito della Primavera non è stato felice. Con le opposizioni soffocate, decine di migliaia di cittadini in carcere, la stessa Fratellanza perseguitata, i diritti di assemblea e di parola fortemente limitati, un muro di paura che circonda il Paese ed una stampa imbavagliata, sarà difficile rivivere quelle istanze sorte in quelle memorabili giornate di entusiasmo, speranza e desiderio di cambiamento.

 

Nessun partito è riuscito ad emergere, non si è potuta formare un’opposizione e né si sono affermate nuove classi medie. La rivoluzione può dirsi cancellata e più che i dieci anni di Piazza Tahrir, si commemorano oggi gli anni al potere di al-Sisi.

 

A tener viva la speranza, la nascita di un forte movimento femminista i cui effetti non potranno che beneficiare il progresso della società e la coscienza che non è possibile soffocare in eterno le libertà democratiche invocando di continuo demoni da combattere. Anche molte donne si erano riversate in piazza Tahrir, prendendo parte a quelle giornate in cui tutto sembrava possibile.

 

La rivolta prendeva di mira anche il regime patriarcale ed il principio del controllo dell’uomo sulla donna. In quelle giornate si è dibattuto di temi riguardanti la condizione femminile e benché sia oggi sia considerato un attentato alla famiglia discutere di certi temi, in Parlamento un quarto dei seggi è attualmente occupato da donne.

 

Ogni prospettiva di riforma deve passare per la restituzione del potere ai cittadini e l’assicurazione che l’esercito rispetti l’autorità civile. Questo il compito che dovrebbe toccare alle democrazie occidentali, compito da svolgersi senza discorsi paternalistici, con l’aggiunta di investimenti ed aiuti economici che consentano di liberare le energie positive del Paese. Si è invece assistito al ritorno di una tirannide che sembra non avere insegnato nulla a nessuno, tranne un vago e spesso insincero umanitarismo ed una ancor più vago e poco sincero ossequio alla democrazia.

Date le radici profonde dello scontro tra libertà e dispotismo, queste rivoluzioni non sono state un’aberrazione. La Storia non si arresta e se le riforme hanno un costo, ritardarle o negarle ne avrà uno ben maggiore: i sogni prima o poi si incendiano e tornare indietro non sarà più possibile. Il Medio Oriente non potrà più essere quello di prima.

Va ricordato che le fondamenta degli Stati autoritari e repressivi sono sempre meno solide di quel che possono apparire. Chi è al potere dovrà prima o poi rendere conto delle proprie azioni e domandarsi fino a quando le nuove generazioni accetteranno un ordine imposto come immutabile: noi siamo qui, grideranno.

Nota:  Ancora qualche giorno e sarà anche l’anniversario della rivoluzione nello Yemen. Il processo di contestazione partiva dalle stesse motivazioni viste in Tunisia ed Egitto e nasceva da una manifestazione a Sana’a che, tra speranza, mancanza di prospettive e desiderio di cambiamento, ha portato alla rimozione del presidente Alì Abdallah Saleh, morto assassinato tre anni fa.

Il Paese è precipitato gradualmente in una guerra civile che secondo le Nazioni Unite ha portato alla più grande catastrofe umanitaria che il mondo conosca. Oggi il 75% degli yemeniti è da considerarsi povero, mentre l’80% necessita di aiuti alimentari. Oltre venti milioni di persone sono sprovviste di acqua potabile e più di tre milioni sono gli sfollati. Il numero dei morti è incerto, ma si parla comunque di decine di migliaia di persone. Tra focolai di polio, colera e difterite, a soffrire in modo particolare sono i bambini. Oggi bisogna aggiungervi anche il Coronavirus. Danni ingentissimi anche alle infrastrutture e al patrimonio culturale.

Lo Yemen in breve tempo è passato dalla speranza alla disperazione.

La guerra civile, che ha visto anche coinvolto un movimento separatista del Sud, ha presto assunto una dimensione più vasta nella quale si sono inserite potenze regionali e anche i jihadisti dello Stato Islamico e di al-Qaida. Determinata a contrastare quella che considerava una manovra di destabilizzazione da parte dell’Iran, l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente alla testa di una coalizione formata da nove Paesi sunniti. Il loro nemico erano gli Houthi, sostenuti da Tehran. Questi ultimi sono un clan dalla struttura tribale che si ritiene discendente dal Profeta e l’Islam che seguono è di derivazione sciita.

Lo Yemen è il paese più povero della regione e per questo motivo poco interessa al resto del mondo. La recente designazione degli Houthi come gruppo terroristico da parte dell’amministrazione Trump è l’ultimo regalo del presidente sconfitto all’Arabia Saudita. Con l’ingresso di Biden alla Casa Bianca questa decisione verrà certamente rivista.

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