Libano: agonia di un paese e via d'uscita nel contesto regionale

 

 

Antefatto: Il Libano è lo Stato più piccolo del Medio Oriente. Copre più o meno un terzo della superficie del Belgio, il che corrisponde a circa 10.500 kmq. Gli abitanti sono intorno ai 4 milioni e 300 mila, ai quali bisogna aggiungere pressappoco un milione e mezzo di profughi siriani. Al suo interno si praticano 18 confessioni religiose. Si calcola che all’estero viva una diaspora libanese di 4 milioni di persone.

 

A seguito del primo conflitto mondiale e della scomparsa dell’Impero Ottomano, le frontiere della regione furono ridisegnate dalle grandi potenze coloniali. Ciò venne fatto in modo arbitrario e con scarsa considerazione delle realtà locali, fossero queste economiche, sociali o religiose. Mentre all’Inghilterra toccò l’area corrispondente oggi alla Palestina e all’Iraq, la Francia ebbe come contropartita il cosiddetto Grande Libano, che comprendeva anche l’attuale Siria.

 

Nel 1923 la Società delle Nazioni riconobbe il mandato francese ed il Libano tre anni dopo venne separato dalla Siria e reso indipendente. Fu ampliato con l’aggiunta di Beirut, Tripoli, Sidone, la valle della Bekaa e quelle terre confinanti con la Palestina, incluso anche il fiume Litani. Il motivo era facilmente spiegabile: il nuovo Paese avrebbe così avuto un numero sufficiente di cristiani da giustificare un governo separato e abbastanza musulmani da rendere necessaria una prolungata tutela francese.

 

Nel 1943 il Libano ottenne l’indipendenza, alla quale fece seguito un accordo nazionale che includeva anche l’istituzione di un regime confessionale che divideva i vari poteri tra cristiani, sciiti e sunniti.

 

L’odierno assetto è figlio degli accordi di Ta’if che posero fine a 14 anni di guerra civile (1975-1989). In eredità questi hanno purtroppo lasciato una classe politica incapace di rinnovarsi ed in combutta con una potente oligarchia finanziaria. Per uscire da lunghi anni di lotta tra fazioni, restava da risolvere anche il problema dei signori della guerra. Ne seguì un periodo di tutela siriana, atto a garantire la gestione degli affari interni del paese.

 

La speranza era che si sarebbe raggiunta una pace sociale: al suo posto invece fiorirono clientelismo, favori e corruzione. La classe dirigente politica non si è mai rinnovata, mentre si è andata ulteriormente cementando quell’alleanza tra signori della guerra ed élite finanziarie. Si sono dunque intrecciati interessi e giochi di potere che hanno portato ad un vero e proprio saccheggio ai danni del Paese.

 

Unica nazione araba che possa dirsi democratica, il Libano è retto da un sistema parlamentare, messo ora in discussione a partire dalla metà di Ottobre dello scorso degli accordi di Ta’if. Ad accendere la miccia è stato l’aumento della tassa sull’utilizzo di internet, in particolare sul servizio di messaggistica Whatsapp.

L’inizio della protesta: A partire dal 18 Ottobre dello scorso anno sono iniziate grandi manifestazioni pacifiche volte a contestare il sistema. A gridare il loro disappunto sono stati gli appartenenti di tutte le confessioni religiose. E’ in nome della nazione che volevano esprimersi e non in veste di cristiani, sciiti, sunniti o drusi. Nelle piazze e lungo le strade si sono viste sventolare a centinaia bandiere del Libano per sottolineare che si trattava di un’opposizione ad un sistema di potere spartito tra fazioni politiche, etniche e religiose non di rado condizionate dall’esterno. La rivoluzione gridata da chi stava scendendo in piazza non era più l’espressione di un gruppo etnico o religioso, ma di tutti i cittadini.

 

Il 21 Ottobre il premier Saad Hariri annunciava un programma di riforme. Otto giorni dopo gettava la spugna, ammettendo di essere arrivato al capolinea. In un discorso alla nazione dichiarava di aver preso “questa decisione dopo aver ascoltato le richieste dei manifestanti”. Si è poi appellato al popolo affinché “mantenga la stabilità e la sicurezza del Paese”. Trovatosi in un vicolo cieco, sottolineava di non avere altra scelta se non quella di rassegnare le dimissioni al presidente Michel Aoun, anch'egli nel mirino delle proteste. Per sostituirlo è stato fatto il nome di Hassan Diab, che però non incontrava i favori del popolo perché parte integrante del sistema di cui ci si voleva sbarazzare.

 

In attesa di un nuovo governo, la gente continuava a manifestare sfilando di fronte al Parlamento, alle banche e al Ministero degli Interni. Intervenivano le Forze dell’ordine e scoppiavano atti di violenza e di vandalismo. Intanto si segnalavano fughe di capitali e, gradualmente, la protesta si estendeva a tutto il sistema.

 

Il 21 Gennaio 2020 veniva varato il nuovo governo presieduto da Diab che si presentava al Paese con le seguenti parole: “Questo è un governo che rappresenta le aspirazioni dei manifestanti che si sono mobilitati ovunque per più di tre mesi. Si adopererà per soddisfare le loro richieste di un potere giudiziario indipendente, per il recupero dei fondi sottratti e la lotta contro guadagni illeciti”. Di opinione diversa chi contestava, che continuava a vedere la crisi come inquietante e rimanendo tutti convinti che chi è al potere e si è riempito le tasche non intende cedere.

 

Breve analisi della protesta: Al grido di “Lasciamo la religione nelle mani di Dio”, “Basta con le élite” e “A decidere chi dovrà governare è il popolo”, è in nome del benessere della nazione che le migliaia di libanesi vogliono parlare: chiedono di abbattere gli idoli della politica, di uscire dall’asfissia economica, dal logoramento politico, di lottare contro la corruzione e l’incompetenza di una classe dirigente che sfruttava la situazione per arricchirsi ed auto-perpetrarsi distribuendo potere e privilegi.

 

Il filo conduttore delle agitazioni è una protesta contro l’esclusione e contro tutto quel potere politico screditato, autoreferenziale e senza autorevolezza che la perpetua. Si chiede un governo capace di riprendere la situazione in mano, affrontare la crisi e rispettare i diritti della gente. Per molti non vi poteva essere altra via d’uscita che l’espulsione di tutta la classe politica e l’insediamento di un governo indipendente di tecnici.

 

L’avanzare dell’anno nuovo non faceva che mostrare come la situazione si stesse facendo più tesa e montasse la rabbia. La piazza continuava a gridare contro l’inerzia di una classe di potere che si vedeva superata dagli eventi e incapace di rigenerarsi. Che sembrava non accorgersi degli umori del Paese e non intendeva rinunciare ai suoi privilegi. Solo chi è parte di queste oligarchie politiche e confessionali, o ne è vicino, può sperare vivere di prebende e favori: il resto ne è escluso.

 

Il Libano che reclamano i manifestanti è impossibile da realizzare con questa classe politica, parte integrante di un sistema marcio e piagato dalla corruzione che non ha fatto che trarre profitto dal paese e impoverirlo. Inoltre, tale forma di potere nel tempo è mutata in uno Stato di vero e proprio controllo sociale, economico e politico.

 

Che tutto il popolo sia sceso in piazza è un fatto inedito in Libano, così come mai si era sentita prima la richiesta di uno Stato laico. Il Paese è in crisi, la politica inerte ed i manifestanti stanno lanciando un messaggio all’intera classe di governo. Per meglio far comprendere il clima nel paese e l’umore della folla, vorrei elencare alcuni degli slogan e delle frasi gridate da chi protesta:

 

Il popolo vuole vivere!”

Qui nessuno ci ascolta!”

Basta prenderci in giro: non ci fermeremo!”

Se siamo scesi in piazza è perché vogliamo decidere del nostro futuro.”

Non crediamo a una parola di ciò che dicono. Chiediamo la caduta del regime!”

Vi è una sola bandiera! Via con questa casta e basta con l’Iran che qui conduce un suo proprio gioco.”

Basta con le élite! A decidere chi dovrà governare è il popolo!”

Che se ne vadano tutti! Non li sopportiamo più!”

Fuori tutti vuol dir tutti: ne abbiamo abbastanza!”

Il dovere dello Stato è assicurare i servizi pubblici”.

Si vive in condizioni inaccettabili ed è necessario che la politica si pieghi in nome del Libano e del popolo libanese unito”.

Basta con gli sprechi e basta con le reti di corruzione!”

Non è più possibile ingannare le speranze”.

È tempo di farla finita con questi partiti che manipolano tutto!”

Non serve un governo che deruba il popolo!”

E’ tutto il sistema che va cambiato!”

Il governo deve dimettersi!”

 

Pur considerate nei loro limiti, queste frasi sono testimonianza dello stato d’animo del popolo libanese ed esprimono un vento di ribellione, una volontà di superare le confessioni e di creare un Paese nuovo. Il conflitto è anche generazionale per la sensazione che hanno i giovani che venga sottratto loro il futuro: in strada sono scesi infatti anche gli alunni delle scuole e molti universitari. Si è di fronte ad un fallimento generale che evidenzia la volontà di rimettere in causa la politica e l’intero sistema. È una protesta decisa, che vuole andare avanti, chiede di voltar pagina e reclama un nuovo contratto sociale.

 

Come negli altri casi di cui si è scritto in precedenza, se da un lato i social network sono stati protagonisti dello scontento e indispensabili nell’organizzazione della protesta e delle manifestazioni, non si sono rivelati altrettanto utili nell’individuare, scegliere e consentire l’emergere di una nuova leadership da porre in alternativa all’ordine politico contestato.

 

Lo Stato in bancarotta: Giunti alla metà del mese di Marzo è arrivato l’annuncio che lo Stato non era più in grado di pagare i creditori: è la bancarotta. Oltre al problema della stabilità del paese, vi era adesso da affrontare anche il collasso di un sistema bancario nel quale ai correntisti viene impedito di ritirare i propri denari. La valuta è in caduta libera, la Banca Centrale al fallimento, il Pil in costante calo e i salari hanno perduto il 60% del loro valore. Le imprese chiudono a centinaia alimentando la disoccupazione, l’agricoltura è in affanno ed intanto esplode il Coronavirus. Si assiste a scontri con l’esercito mentre a Beirut i manifestanti cingono d’assedio la Banca Centrale e il Parlamento. Alla protesta si uniscono anche i poveri dei quartieri sciiti.

 

Nella giornata del 23 Luglio, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian sbarcaa Beirut per un incontro con i dirigenti politici del paese. Con tono seccato e non senza preoccupazione chiedeva loro di mettersi all’opera: servivano misure serie e allo stesso tempo credibili per affrontare il dramma del paese ed aiutare chi veniva loro in soccorso.

 

Era impellente imboccare la via delle riforme. Il Libano aveva cessato di funzionare e non si vedeva come lo Stato poteva continuare a reggersi in piedi: la situazione era in costante degrado ed i primi a pagarne lo scotto erano i libanesi stessi. Le cifre non facevano che confermarlo: il deficit tocca i 92 miliardi di dollari, il debito pubblico è al 170% del Pil, la moneta si è svalutata del 80% dall’inizio dell’anno, la disoccupazione è al 35%, l’inflazione galoppa, col risultato che quasi metà della popolazione vive sotto il livello di povertà. Gli impiegati pubblici hanno smesso di ricevere lo stipendio, mentre è stata decurtata la paga dei militari. Il prezzo dei beni di prima necessità è aumentato del 140%.

 

Impressionante la disuguaglianza sociale, con l’1% della popolazione che possiede un quarto della ricchezza nazionale. Del bilancio dello Stato, il 50% è destinato a pagare gli interessi del settore bancario che continua a lucrare sulle difficoltà del Paese. Il Libano oltretutto non produce e non esporta ed i libanesi all’estero inviano meno soldi.

 

È da almeno 30 anni che chi è al potere non ha fatto investimenti produttivi. Il Paese è tranquillamente andato avanti dedicandosi soprattutto alla finanza e tralasciando l’interesse comune: ne traeva vantaggio chi poteva investire nel debito nazionale e chi aveva la possibilità inviare denaro all’estero. Con in mano tutti i mezzi necessari, i capi clan cristiani, drusi, sunniti e sciiti avevano finora mostrato la volontà e la capacità di resistere. Fino a che, in un contesto aggravato dalle conseguenze del Coronavirus, avveniva l’ultima cosa di cui il Libano aveva bisogno.

 

Un’esplosione catastrofica: Nella giornata del 4 Agosto un’enorme esplosione squassava il porto di Beirut e dilaniava i quartieri limitrofi. Senza la minima precauzione, da vari anni erano rimaste immagazzinate nel porto quasi 3.000 tonnellate di nitrato di ammonio e nessuno aveva mai pensato a risolvere il problema. Ad oggi, le vittime sono 180 e i feriti circa 6.500. I calcoli degli immensi danni e della devastazione dell’area portuale sono stati stimati in almeno 4 miliardi di dollari.

 

Si è speculato sulla causa dell’esplosione, ma ritengo la spiegazione migliore doversi attribuire ad un clamoroso caso di negligenza ed incompetenza. Si è poi venuto a sapere che tra i detriti sono state recuperate altre quattro tonnellate di nitrato di ammonio. Un paio di settimane prima della tragedia, il presidente ed il primo ministro erano stati informati da una nota dei servizi segreti che li allertava del pericolo costituito da questo immenso deposito di sostanze chimiche.

 

Il risultato di questa tragica giornata è che insieme al porto è esplosa anche la rabbia popolare: ne sono immediatamente seguite le dimissioni del premier Hassan Diab, la caduta del governo ed il precipitare del Paese nella più grave crisi economica e politica della sua storia. Per non dare l’impressione di un vuoto politico di fronte all’immane tragedia, il 31 Agosto è stato nominato premier Mustafa Adib. Poco conosciuto, ha 48 anni, un dottorato in Giurisprudenza e Scienze Politiche dell’università di Montpellier, successivamente è divenuto docente universitario senza una grande reputazione. La sua esperienza politica è stata piuttosto breve: il suo ultimo incarico, quello di Ambasciatore a Berlino.

 

Avendo ottenuto ampio consenso tra le parti politiche, è stato ricevuto dal Presidente Aoun dal quale ha accettato l’incarico. Ha subito dichiarato di volersi impegnare a varare un governo di tecnici ed esperti nel più breve tempo possibile. Senza indugio, si adopererà anche a implementare quelle riforme necessarie per riavviare le trattative con il Fondo Monetario Internazionale. Con urgenza dovrà anche metter mano al settore bancario, ristabilire l’intera rete elettrica nazionale e lottare contro la corruzione: il suo percorso non potrà certo definirsi dei più agevoli.

 

Il nuovo premier ed i viaggi di Macron in Libano: Le reazioni del popolo non gli sono favorevoli. Viene visto espressione di quelle forze politiche responsabili del disastro, abituate a procrastinare, non risolvere nulla e nascondersi dietro cortine di fumo: è infatti proprio il comportamento di queste ultime a renderle distante dalle richieste della protesta. Partendo da simili premesse, è ovvio che Adib sia privo del prestigio necessario e che probabilmente il suo sarà un governo di transizione.

Oltre ad occuparsi delle conseguenze dell’esplosione, dovrà poi affrontare la gravissima crisi economica che attanaglia il Libano, la necessità di una riforma costituzionale e la ristrutturazione di tutti gli apparati politici. Il compito è immane, ma queste riforme sono indispensabili per ottenere i fondi necessari dal FMI.

 

Giunto in Libano, il presidente francese Macron chiede subito al governo tre mesi per farle, affrontare la sfida della ricostruzione dei quartieri colpiti e rimettere in sesto l’economia. L’umore e lo stato del paese sono però tali che vi è addirittura chi ha chiesto di ripristinare il mandato coloniale francese; altri sostengono invece che il Paese è stato volutamente condannato all’arretratezza per poterlo manipolare più facilmente.

 

Agli occhi di una gioventù stanca, rassegnata e atterrita dall’esplosione vi è la sensazione che il sistema politico sia inamovibile, che le cose abbiano smesso di funzionare e che non vi sia più posto per i sogni e le speranze di cambiamento. I tecnici e gli esperti ci sono e sanno quello che bisognerebbe fare, ma ad opporsi ad ogni tentativo di riforma è il sistema stesso. A mancare è anche un vero dibattito, quando sarebbe necessaria una democrazia partecipativa capace di mettere fine all’impunità di chi gestisce il paese e ruba le ricchezze alle generazioni future.

 

Com’è possibile rifare il Libano e cambiarlo quando nessuno è mai responsabile di nulla e quando i politici, tra un litigio e l’altro, lo schiacciano e lo impoveriscono? Non sono in pochi a dichiarare che, tutto sommato, gli animali sono trattati meglio e che l’unica via d’uscita può trovarsi solo nel provocare cambiamenti drammatici e profondi. Sperare che la gente possa accettare di affidare nuovamente il potere a personaggi che hanno condotto il Paese ad amari disastri e a simili vergogne credo possa dirsi un'illusione.

 

Intanto da Parigi, mentre vengono festeggiati i 100 anni dalla proclamazione del Grande Libano, dai banchi dell’opposizione c’è chi chiede cosa sia andato a fare il presidente a Beirut. Si tratta di portare soccorso ed aiuti o piuttosto intervenire negli affari interni di un Paese? Si vuole rinverdire un prestigio nazionale ormai offuscato per ricavarsi qualche spazio in uno dei pochi angoli ove per via del passato la Francia può ancora reclamare un ruolo? E cosa accadrà al Libano?

 

È certo che la Francia intende partecipare alla ricostruzione di Beirut, così come è certo che voglia far pressione sulla classe politica per spingerla verso un governo di unità nazionale in grado di ridar speranza all’esausto popolo libanese, lottare contro la corruzione ed edificare uno Stato moderno e capace di funzionare. Se è vera l’urgenza di inviare aiuti umanitari ed il presidente Macron si presenta nelle vesti di un amico – se non addirittura di un salvatore – quando parla di riforme cosa intende?

 

Per evitare l’accusa di ingerenza negli affari del Libano Macron potrà solo limitarsi a porre delle condizioni agli aiuti francesi. Date le circostanze, anche se la società libanese non sembra in grado di produrre un’alternativa, il presidente francese non potrà permettersi di venire in soccorso alle oligarchie di potere che ormai non godono più della minima stima. Dovrà quindi accettare che è dal Libano stesso che deve arrivare la transizione verso un nuovo ordine politico.

 

Potrà solo esprimere delle richieste, confermare eventuali sanzioni contro alcuni potenti locali e ponderare su chi dovrà ricevere i suoi aiuti e su quale autorità hanno oggi i politici libanesi per trattare con Parigi. I tempi da lui imposti sono poco realistici: e quale potrà poi essere la legittimità di un potere che si è sempre rivelato incapace di raccogliere fiducia? Sa che il Libano ha bisogno di amici, così come sa che in passato aveva avuto fiducia in Hariri: ma che cosa ne è uscito? Nulla. Il dilemma per Macron resta drammatico: ad agire potrà solo essere la politica, ma chi in Libano è oggi pronto a fidarsi di questa classe dirigente?

 

La Francia potrà dialogare con tutte le componenti dello Stato libanese, ma alla fine è al popolo che spetta l’ultima parola e da qui nasce un’ulteriore problema: i signori della politica hanno finora mostrato un’invidiabile capacità nel piegarsi alle conseguenze dei loro errori e delle molte avversità, ma come insieme non si sono mai spezzati benché la fiducia in loro sia da tempo ai minimi. Non è di gente di questo tipo che il paese ha bisogno, ma di politici onesti e capaci di prendersi le loro responsabilità. E’ al futuro e alla pace sociale che bisogna pensare.

 

La dimensione internazionale: Tutti hanno adesso lo sguardo rivolto verso le elezioni americane. Il presidente Trump sa di avere di fronte una campagna difficile e che la sua vittoria non può darsi per scontata. Le possibilità di successi interni sono limitate e se vi è uno spazio nel quale può raccogliere consensi è proprio quello della politica estera, ove farà di tutto per presentarsi come l’uomo della pace.

 

Di recente ha portato a termine un importante accordo tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, che egli prevede verrà presto seguito da altri Paesi arabi. Si è trattato di un evento di notevole importanza che ha costituito un grande passo avanti verso un’integrazione regionale di Israele, ha superato gli accordi di Oslo e permesso di uscire da quella logica di guerra permanente tra lo Stato Ebraico e il mondo arabo. Per gli Emirati si è trattato di un’ulteriore apertura verso l’esterno, oltre che di un miglioramento della situazione dei loro popoli, dato che ai loro occhi Israele è un modello da seguire.

 

Con tale accordo, il presidente americano è vicino alla realizzazione del suo schema di un allineamento delle monarchie sunnite del Golfo in un asse ostile all’Iran, del quale tutti temono la crescente influenza nella regione. Vi sono poi da aggiungere un trattato per la normalizzazione dei rapporti commerciali tra Serbia e Kosovo e l’inizio dei negoziati di pace tra il governo di Kabul ed i talebani. Dall’Afghanistan è già tornata a casa metà del contingente americano, mentre pochi giorni fa dai 5.200 militari presenti in Iraq si è scesi a 3.000.

 

Resta sempre la possibilità di qualche altra sorpresa come l’apertura di un dialogo tra Stati Uniti ed Iran. Dati i precedenti lo reputo improbabile, ma è stato di particolare interesse un articolo inviato quest'estate da Ahmadinejad al New York Times, nel quale scrive che è ora di riprendere i negoziati. Non ne ho ancora conferma, ma sono stato informato che il Ministro degli Esteri russo Lavrov starebbe spingendo gli iraniani a riaprire un dialogo con gli Stati Uniti.

 

Tornando al Libano, per via della sua storia movimentata e degli eventi attualmente in corso nella regione, al suo interno operano fazioni alleate ad altri paesi: gli sciiti di Amal ed Hezbollah si relazionano con l’Iran, mentre i sunniti sono vicini agli Stati Uniti e all’Arabia Saudita. I cristiani, dal canto loro, si sono sempre sentiti legati all’Occidente.

 

Nella regione sono oggi in corso due conflitti: l’uno di potere e di natura geopolitica riguardo i timori di un’egemonia iraniana e l’altro di carattere religioso, figlio della rivalità nel mondo islamico tra maggioranza sunnita e opposizione sciita. All’interno della stessa comunità sunnita vi è poi una rivalità tra Turchia ed Arabia Saudita (con i suoi alleati) su chi dovrebbe rappresentare tale ramo dell’Islam. I recenti avvenimenti in Libia mostrano che anche in questo secondo caso non è assente una dimensione di lotta di potere, com'è naturale in un sistema nel quale da sempre politica e religione sono strettamente ed intimamente interconnesse.

 

In Libano, al fine di mantenere gli equilibri interni e conservare unito il paese, il Presidente è l’espressione della comunità cristiana, il Primo Ministro di quella sunnita ed il Presidente del Parlamento della componente sciita. Una simile spartizione si trova anche all’interno delle Forze armate e nei servizi segreti. Ognuno di questi gruppi ha poi i suoi referenti all’estero, ed è proprio quest’ordinamento che spiega la natura confessionale dello Stato e della politica libanese. In una situazione di questo tipo, il Libano non ha certo bisogno di importare ulteriori conflitti.

 

E’ interessante notare come le due visite di Macron abbiano evidenziato l’inesistenza del Libano come Stato. Tutti si sono mostrati concordi ad incontrarlo ed ascoltarlo per timore che l’intero edificio politico potesse franare. Gli incontri sono avvenuti nel più totale silenzio dei principali attori regionali perché il problema è che nessuno ha le chiavi per districarsi dal confessionalismo, cosa che avrebbe un effetto a dir poco rivoluzionario. Va anche considerato che tutti i paesi del vicinato ne hanno in casa un' espressione, con la differenza che in alcuni la maggioranza religiosa corrisponde a quella etnica, mentre in altri non è così. Il superamento poi del confessionalismo in Libano ed il principio di “una testa un voto” significherebbe la fine dei privilegi della comunità cristiana.

 

Dopo aver perduto Hariri, l’Arabia Saudita è alla ricerca di nuovi referenti. Dalla sua, Tehran ha Hezbollah con le sue milizie. Dato che come si è visto gli Stati Uniti nella regione si sono schierati, Parigi ha potuto conservare un grado di neutralità che gli rende possibile dialogare con tutte le componenti dello Stato libanese. Nel conflitto regionale che oppone l’Arabia Saudita all’Iran la Francia però non ha una gran parte.

 

Il nuovo premier è un sunnita che ha l’appoggio di tutta la sua comunità, così come di quella della componente maronita e degli sciiti di Amal e di Hezbollah. Questo si spiega con l’urgenza di agire non solo per le emergenze interne, ma anche per via dei problemi regionali, ai quali si aggiungono le recenti tensioni con la Turchia riguardo le acque del Mediterraneo Orientale. Nell’area non sfuggono a nessuno neppure i tentativi di penetrazione russa e cinese, al fine di allargarvi la loro sfera di influenza.

 

Nel suo incontro con Hassan Nasrallah, leader degli sciiti di Hezbollah, Macron ha potuto discutere apertamente della situazione in Libano. Si è trattato di un evento importante, dato che mai un Capo di Stato francese aveva avuto in precedenza un simile incontro. Che vi fossero da tempo contatti tra Hezbollah e ambienti francesi era noto, ma tutto avveniva sotto traccia e non certo a livello formale.

 

Come nel caso del discorso televisivo del presidente Aoun, nel quale aveva espresso l’opinione che il paese dovesse abbandonare l’eredità del settarismo per passare da un sistema confessionale ad uno laico e moderno, lo stesso Hezbollah si è dichiarato disponibile ad affrontare il dialogo per un nuovo patto di governo. Si tratta di un partito politico che sa di controllare la maggioranza del Parlamento ed è pronto a rivedere le basi del principio confessionale, purché la proposta incontri il consenso di tutte le parti politiche.

 

Chi comanda sa benissimo che per salvare il Paese dalla collera popolare e dalla dissoluzione è necessario rivedere questo sistema più che datato, che blocca qualsiasi tentativo di riforma. Facile a dirsi, ma chi troverà mai il coraggio di tagliare il ramo sul quale siede? Intanto il nuovo premier Adib si trova stretto tra le esigenze dei suoi padrini politici e le promesse fatte a Macron, con in più la necessità di ottenere il sostegno della comunità internazionale.

 

Per il Libano sarà adesso necessario procedere per tappe verso un sistema non più confessionale: potrebbe essere l’unico modo per venire incontro ai desideri di una società stufa di vedersi strangolata da uno Stato corrotto, clientelare ed incapace di funzionare. Malgrado le richieste di Macron e le promesse a lui fatte, il processo sarà lungo e resta da vedere come verrà attuato.

 

Spunti per un progetto sul Libano e sulla regione: Come visto in alcuni scritti precedenti, il collasso degli equilibri in Medio Oriente ed i mutati contorni geo-strategici hanno alterato gli assetti regionali. Vi è oggi in corso un conflitto a più dimensioni che si estende dalla Libia fino alla Siria ed al Libano, Yemen incluso.

 

Tra le immense sfide poste da globalizzazione, demografia, cambiamento climatico, riscaldamento globale, inquinamento, risorse idriche e possibili altre pandemie, tutti questi conflitti hanno urgente bisogno di trovare una soluzione per il bene ed il futuro dei Paesi coinvolti: distolgono infatti risorse da destinare allo sviluppo, al progresso e al benessere di intere popolazioni. Le risorse che drenano sono enormi e potrebbero essere investite in modo migliore.

 

L’alternativa non può essere che il rischio di un’ulteriore destabilizzazione di tutta l’area mediorientale. Diventa quindi urgente privilegiare il dialogo e la diplomazia come unica via d’uscita possibile. Se lasciato irrisolto, l’esempio libanese non è che l'emblema di quello che potrebbe essere il domani dell’intera regione o di buona parte di essa. È dunque necessario, seguendo questo ragionamento, procedere verso una serie di disposizioni in grado di porre fine a questa che può essere definita come un' anarchia regionale.

 

La crisi si è talmente aggravata e diffusa che non è più possibile affrontarla a livello di singole nazioni. Bisognerebbe avere l’intelligenza di capire che è solo salvando tutto che si potranno salvare le parti: ad essere malato è l’intero Medio Oriente ed è solo in questa dimensione che sarà possibile trovare una via d’uscita. Sarà opportuno riunire i grandi attori internazionali e disegnare un piano che coinvolga i Paesi dell’intera regione per porre termine a questo stato di perenne conflitto.

 

Ricordando le conclusioni del trattato di Vestfalia e prendendo spunto da quelli che hanno riportato armonia nel lacerato continente europeo dopo i due conflitti mondiali, si dovrà creare quel consenso e poi quelle istituzioni sovranazionali che permettano a tutti gli attori di convivere all’interno di un sistema fondato sulla pace e la cooperazione. In poche parole, gettare le basi per una regione pacificata e un tenore di vita migliore per tutti.

 

E’ già oggi evidente che il futuro apparterrà a quelle nazioni di dimensioni continentali e a quelle che riusciranno a far blocco. Prese individualmente, le nazioni del Medio Oriente oggi in guerra e con gravi tensioni interne non avranno la minima possibilità di contare, decidere od esprimere alcunché. Non saranno parte integrante di nulla e si troveranno condannate ad essere pedine di giochi più grandi di loro. Se poi il mondo andrà come penso, ci si sta avviando verso una grande trasformazione internazionale che diminuirà sempre di più l’importanza delle frontiere tra Stato e Stato.

 

A molti ciò potrà apparire un sogno, ma qual è l’alternativa? I paesi più ricchi dovranno destinare le somme necessarie per costruire questo progetto di una federazione di Stati del Medio Oriente. Solo questa potrà consentire a tutti i diversi attori regionali di trovare la pace, collaborare ed affacciarsi al mondo di domani come una comunità coesa e pacifica e in grado di contribuire al progresso dell’umanità.

 

Questo processo di integrazione regionale, da raggiungere come detto attraverso la creazione di strutture sovranazionali, è il solo capace di creare un contesto multilaterale in Medio Oriente. Anche se sconfitto, lo spirito delle Primavere Arabe continua a vivere in quanto certi ideali una volta posti in essere non sono più eliminabili con qualche azione repressiva. Vi sarà di conseguenza una riluttanza sempre maggiore ad accettare l’attuale ordine politico: il mantenimento di regimi obsoleti e disonorati non potrà che dare adito a nuovi disordini e non a progresso in un ambito di pace civile.

 

Bisogna comprendere quando è il momento di tendere la mano altrimenti, una volta di più, i conservatori si mostreranno in realtà dei distruttori essendo il loro mestiere quello di preparare le rivoluzioni di domani. E’ mia opinione che forse senza certi egoistici conservatori non vi sarebbero mai rivoluzioni: non è il cambiamento politico a fomentare l’instabilità, ma la sua assenza ed un ordine incapace di articolarne uno nuovo non potrà che esaurirsi.

 

Serve una visione politica basata sull’ordine e l’equilibrio, così come serve ascoltare le voci di chi vuole il rinnovamento. Se si parte dal presupposto che ad accelerare i mutamenti sono i conflitti, ebbene questo è il momento di smettere di stare a guardare. Se è facile crearsi amici in paesi lontani, quel che però più conta è intendersi con i propri vicini. Vi è adesso un’intera regione da ricostruire.

 

Nel Libano, come in tutto il Medio Oriente, nessuna fazione o Paese in questo momento sarà mai forte abbastanza da rivendicare una completa vittoria. Non resta che concludere che l’unica alternativa rimasta a chi non può vincere è cercare la pace adottando il principio dell’uguaglianza degli Stati, dei popoli e delle diverse religioni. Solo delle istituzioni regionali ben consolidate e simili a quelle attive oggi in Europa potranno creare sicurezza e stabilità.

 

Se vi fosse un’Europa coesa in grado di funzionare e contare qualcosa, ecco che tutto ciò potrebbe servire da spunto per mettersi alla testa di un grande progetto internazionale e trovare una volta per tutte la soluzione al problema del Medio Oriente. La complessità di questa sfida è terribile, così come inguaribile è l’incompetenza di gran parte delle classi politiche di questo mondo, ma bisogna credere nel risveglio e progressivo sviluppo delle nazioni in Medio Oriente. In alternativa, durissime prove saranno riservate a tutti i Paesi incapaci di unirsi.

 

Come diceva Sforza, non si potrà avere pace e collaborazione internazionale se permangono nuclei di popoli imbevuti di odio e di rancore. Allontaniamoci dunque un po’ dai fatti e cerchiamo di occuparci delle idee.

 

Riflessioni conclusive: Superando gli accordi di Oslo che si sono conclusi il 13 Settembre del 1993, il trattato di mutuo riconoscimento tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti ha un valore storico perché apre la via a una serie di riallineamenti che condurranno inevitabilmente ad una maggiore integrazione regionale. Si aprirà così anche la porta a futuri sviluppi e piani di crescita, segnando i primi passi verso una logica di pace e grandi speranze per la regione. Questo mio ottimismo abbraccia anche la causa palestinese, che in questo contesto finirà col trovare inevitabilmente e senza troppi drammi la sua soluzione.

 

Come si sta avviando un processo di aggregazione nella regione, lo stesso dovranno fare coloro che gestiscono il potere a Gaza e Ramallah. Anche per Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese sta giungendo l’ora di proporre una visione per l’avvenire del loro popolo: dopo anni di assenza di una solida leadership, le due parti dovranno aprire un dialogo ed unirsi in una sola entità che possa mettere fine alle divisioni e creare un fronte comune per dare un futuro ed una patria alla propria gente.

Il recente trattato appoggiato e supervisionato dalla Casa Bianca esclude d’ora in poi la logica di una guerra tra Israele ed il mondo arabo. Anche se non ha sistemato tutti i problemi, questo ha comunque aperto la via a futuri sviluppi ed a un indirizzo di pace. Né la dirigenza palestinese, né quella di altri paesi arabi potranno d’ora in poi restare ancorate al passato. Se a questo trattato si uniranno altri paesi, sarà un ulteriore importante passo avanti che potrebbe finire con l’abbracciare le nazioni dell’intera regione e portarle a sedersi al tavolo delle trattative.

 

Il risveglio ed il progressivo sviluppo delle nazioni arabe è indispensabile per giungere ad un futuro di pace e di stabilità. Piuttosto che restare ancorati alle esperienze del passato, sarebbe urgente riconoscere l’arrivo di tempi nuovi e le esigenze di generazioni stanche del vissuto, ma forti delle loro aspirazioni, delle loro inquietudini ed incertezze e affrontare l’arte del governo come visione dell’avvenire. La stanchezza è diffusa, il desiderio di una tregua generale e frequente la mancata comprensione dei veri e permanenti interessi di queste nazioni e di questi popoli.

 

Le vicende del passato insegnano che la vera diplomazia consiste nel risolvere le situazioni difficili non già con l’idea della forza, ma con la forza delle idee: è giunto il momento di inserire l’intera regione nel solco della Storia, perché senza qualche forma di processo unitario un Medio Oriente diviso ed indifeso sarebbe una piccola ed insignificante propaggine dell’Asia. Ci vorrà molto tempo? Probabilmente si. Sarà complicato e difficile? Certamente. Impossibile? No.

 

 

 

Nota: questa la definizione di Montesquieu del termine federazione: “Cette forme de gouvernement est une convention par laquelle plusieurs corps politiques consentent à devenir citoyens d’un état plus grand qu’ils veulent former, C’est une société de sociétés, qui en font une nouvelle, qui peut s’agradir par de nouveaux associés jusqu’à ce que sa puissance suffise à la sureté de ceux qui ce sont unis”.

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