Nagorno – Karabakh: la ripresa di un conflitto congelato

 

 

Premessa:   Nella giornata del 20 Settembre riprendeva con violenza nel Caucaso meridionale quel conflitto congelato tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Il motivo della disputa: la regione del Nagorno-Karabakh, repubblica auto-dichiaratasi indipendente nel 1992, che per via della sua popolazione in maggioranza armena intendeva sottrarsi al controllo degli azeri.

 

Si tratta di un conflitto che ha diversi precedenti storici e già all’inizio degli anni Novanta vi furono scontri tra le due nazioni che provocarono almeno 30.000 morti. Dal 1994 è in vigore una tregua che però non poteva che considerarsi fragile e precaria. In questo periodo i due Paesi infatti, un tempo entrambi parte dell'Unione Sovietica, hanno avuto il tempo per dotarsi di un proprio esercito nazionale. Nel 2016 era scoppiato un altro breve conflitto della durata di quattro mesi.

 

I protagonisti sono i seguenti:

 

Nagorno-Karabakh E’ un piccolo territorio dell’Asia occidentale di poco più di 11.450 kmq, inserito all’interno dei confini della repubblica dell’Azerbaijan. Vide la luce nel 1991, dopo che l’Azerbaijan aveva deciso di non far più parte dell’Unione Sovietica. L’anno successivo vi fu un referendum, seguito da elezioni che lo portarono ad auto-proclamarsi repubblica indipendente. Benché abbia in giro per il mondo alcune missioni diplomatiche, questa nazione è riconosciuta da tre soli Stati non appartenenti alle Nazioni Unite. Come prevedibile, l’Azerbaijan decise di reagire contro la sua indipendenza ed ebbe inizio un conflitto al quale mise fine il cessate il fuoco del 1994. Da quel momento, all’ombra del gruppo di Minsk formato da Russia, Stati Uniti e Francia, sono proseguiti dei negoziati che ancora non hanno trovato una conclusione.

 

I suoi confini attuali sono stati determinati a seguito del conflitto e toccano l’Armenia, l’Azerbaijan e, a Sud, l’Iran. Povero di risorse naturali, vi si parla l’armeno. I suoi 150.000 abitanti sono al 95% armeni, che hanno deciso di costituirsi in repubblica indipendente. Questa è retta da un Presidente e da un Parlamento monocamerale. Il suo esercito nasce nel 1992 attraverso l’unione dei gruppi di autodifesa nati all’inizio degli anni Novanta.

 

L’Armenia:   Regione montagnosa confinante ad oriente con la Turchia, ai tempi dell’Unione Sovietica costituiva una delle 15 repubbliche socialiste. Il suo territorio copriva pressappoco 30.000 kmq e la sua capitale era Erevan. A seguito delle conquiste ottomane avvenute tra il XIV ed il XVI secolo, si costituì una nazione armena in seno alla Sublime Porta. Nel 1828 la Russia entrò in possesso dell’Armenia transcaucasica. A seguito delle guerre balcaniche e dell’esodo verso oriente della popolazione musulmana e, successivamente, del primo conflitto mondiale, si verificarono nei territori armeni di Turchia numerosi massacri, il più grave dei quali ebbe luogo nel 1915 e fece oltre 1 milione e mezzo di vittime.

 

Dopo la Rivoluzione Russa e il Trattato di Sèvres del 10 Agosto 1920, gli armeni del Transcaucaso formarono uno Stato indipendente che dopo alterne vicende  entrò a far parte della Repubblica Transcaucasica, una delle Repubbliche che componevano l'Unione Sovietica. Con il Trattato di Kars del 11 Settembre 1922 questa fu costretta a cedere alla Turchia parte del suo territorio. Nel 1936 con la costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Armena divenne parte dell’URSS.

 

Con la caduta del comunismo e lo sfacelo di quest'ultima, il 21 Settembre 1991 l'Armenia dichiarò l'indipendenza. Da quel momento in poi si è trovata impegnata in un conflitto con l'Azerbaijan per il controllo del Nagorno-Karabakh, un'enclave armena in territorio azero che fu assegnata da Stalin al governo di Baku. Questo territorio si auto-dichiarò indipendente e divenne causa della contesa. I due stati si affrontarono nel 1988 per il controllo dell'enclave. Nel Maggio del 1994 si raggiunse una fragile tregua che si concluse con la proclamazione di un cessate il fuoco. L’Armenia riuscì a controllare il Nagorno Karabakh ed alcune adiacenti porzioni di territorio.

 

L’Armenia conta circa 3 milioni di abitanti, il 93% dei quali è di religione cristiana. Nel 303 d.C. fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato. Vi si parla l’armeno ed il suo Pil è di circa 10,5 miliardi di dollari.

 

Azerbaijan:  Repubblica federata dell’Unione Sovietica sulla riva occidentale del Mar Caspio, il suo territorio si estende su quasi 87 mila kmq ed è ricca in idrocarburi. Nel 1813, nel corso della sua espansione la Russia di Alessandro III si impossessò del settentrione dell’Azerbaijan, mentre il resto del Paese rimaneva persiano. Nel 1945 vi scoppiò una rivolta comunista che lo convertì in repubblica autonoma. L’anno successivo Tehran soffocò questa rivolta e se ne riappropriò.

 

Nel 1918 nacque in Azerbaijan una repubblica indipendente che fu il primo Stato laico a maggioranza musulmana. Venne conquistata dai sovietici nel 1920 e nel 1991 ottenne la sua indipendenza a seguito della dissoluzione dell’URSS. Al suo interno la regione del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena, si auto-dichiarò indipendente. Ne nacque un conflitto con la repubblica vicina che si concluse con un cessate il fuoco nel 1994. Le tensioni però non cessarono riesplodendo nel Settembre di quest’anno.

 

L’Azerbaijan, con una superficie appena inferiore agli 87 mila kmq, è il Paese più grande del Caucaso. Confina ad oriente con il Mar Caspio, a Nord con la Russia, ad Ovest con la Georgia e l’Armenia e con l’Iran nella sua parte meridionale. La sua popolazione si avvicina ai 10 milioni ed il suo Pil sfiora gli 88 miliardi di dollari. Vi si parla l’azero, lingua di ceppo turco e per quanto riguarda la religione il 96% è di fede musulmana, con un 85% di sciiti ed un 15% di sunniti. Le sue spese militari sono l’equivalente dell’intero bilancio dell’Armenia. E’ il secondo esportatore di greggio in Italia.

Il Gruppo di Minsk:  Diretto da Stati Uniti, Russia e Francia, il gruppo di Minsk vede la luce nel 1992, tramite quella che oggi è l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OCSE). Il suo scopo era di affrontare lo spinoso problema del Nagorno-Karabakh e trovarvi una soluzione pacifica. Di questo gruppo fanno anche parte rappresentanti di Bielorussia, Germania, Italia, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Turchia oltre ad Armenia e Azerbaijan.

 

Anche se contano poco e sono spesso incapaci di risolvere le crisi che affliggono il pianeta, le Nazioni Unite conservano comunque un non irrilevante peso morale. Va anche detto che la composizione ed il modo di procedere del Consiglio di Sicurezza non sono certo d’aiuto. Come d’abitudine, anche nella crisi in corso insisteranno per un cessate il fuoco e la convocazione del Gruppo di Minsk nella speranza di dar vita ad una serie di contatti diretti. Per il Palazzo di Vetro una soluzione militare al contenzioso è comunque fuori discussione.

 

Il conflitto ed il ruolo dei Paesi vicini:  Si ha a che fare con uno di quei conflitti dimenticati che, mai risolti, riesplodono ogni tanto sulla scena internazionale. Questo, come appena visto, trae origine dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, subito seguita da una vasta ondata di nazionalismi locali. Si tratta di una partita con molti attori, ma dagli obbiettivi limitati: fondamentalmente, qualche centinaio di ettari intorno al Nagorno-Karabakh.

 

Dal 1994 vi regnava una tregua a dir poco incerta. Non intendendo dialogare con i secessionisti del Nagorno-Karabakh, l’Azerbaijan lanciava un’offensiva contro di loro. Interveniva subito l’Armenia proclamando la legge marziale e chiedendo una mobilitazione generale. Gli scontri in corso sono di un’ampiezza mai vista ed i due Paesi si rimpallano le responsabilità delle azioni di guerra.

 

Il cuore della disputa resta la regione separatista del Nagorno-Karabakh, che cerca di staccarsi dall’Azerbaijan ed è sostenuta dall’Armenia. Baku ha invece l’appoggio della Turchia, che inviava sul campo aiuti militari e qualche centinaio di combattenti provenienti dalla Siria. Il nuovo ministro della Difesa azero è vicino ad Ankara ed il presidente Erdogan si schiera con lui, spingendolo contro l’Armenia e i secessionisti. L’Azerbaijan è retto da un regime dittatoriale e corrotto che, quando necessario, preme sul tasto del nazionalismo e la retorica della guerra.

 

Chi ha iniziato? Difficile dirlo: ognuno accusa l’altro.

 

La rivalità tra armeni e azeri non è cosa nuova e quando l’Armata Rossa si è ritirata dalla regione, alcuni dei soldati rimasti indietro hanno venduto a prezzo di saldo una grande quantità di armi all’Armenia. Parte di queste sono state poi passate alla provincia dichiaratasi indipendente del Nagorno-Karabakh. L’Armenia, malgrado ciò, resta sempre uno Stato debole che, memore dei massacri perpetrati dai Turchi, si è posta per interesse strategico sotto la protezione della Russia. Per Mosca, che vi possiede una base militare, si tratta di essere presente in un luogo sicuro dal quale tenere d’occhio il temuto espansionismo islamico.

Per conservarne l’amicizia, la Russia fornisce armi e protezione all’Armenia, che in cambio si è mostrata disposta ad accettare una forma di tutela russa. Lo stesso fa Mosca con gli azeri, dei quali è uno dei principali fornitori di materiale bellico anche se di qualità inferiore rispetto a quello destinato agli armeni.

 

Se da un lato il presidente russo Putin descrive questo conflitto come “una tragedia che deve concludersi il prima possibile” ed assicura il suo appoggio all’Armenia, dall’altro si è posto come mediatore tra le parti. I due contendenti nel frattempo si accusavano vicendevolmente di colpire centri urbani, ignorando gli appelli per un cessate il fuoco. Il Gruppo di Minsk dal canto suo si riuniva in cerca di una mediazione per arrivare ad una tregua.

 

L’impresa non era facile, dato che per farsi un’idea delle possibilità di un percorso di mediazione, bisognerebbe essere al corrente dello stato dei combattimenti e conoscere la situazione sul terreno. Le notizie che giungevano erano contraddittorie e di certo vi era solo che armeni ed azeri continuavano a battersi l’uno contro l’altro.

 

Mentre aumentano le vittime e le distruzioni, Stepanakert, capoluogo del Nagorno-Karabakh, veniva colpita ripetutamente da droni, missili ed artiglieria azera: tra gli edifici bombardati, un’importante cattedrale e numerosi immobili civili nelle adiacenze del Parlamento. Parte dei suoi 55 mila abitanti abbandonava la città, il resto trovava rifugio sottoterra.

 

Metà della popolazione del Nagorno-Karabakh si era intanto trasferita in Armenia in cerca di riparo. Dall’Azerbaijan giungevano invece notizie di bombardamenti contro Ganja, seconda città del paese. Baku chiedeva da parte armena il rispetto del diritto internazionale. Gli armeni dal canto loro dicevano di volere prima un cessate il fuoco e che solo in seguito si sarebbero resi disponibili a negoziare.

 

Secondo il premier armeno Pashinyan, causa scatenante del conflitto è stato il coinvolgimento della Turchia intervenuta in sostegno dell’Azerbaijan. Per Erevan l’intera faccenda si spiegherebbe con un disegno di Ankara per cancellare la nazione armena dalle carte geografiche. A motivare questo coinvolgimento della Turchia potrebbe essere la relativa calma che in questo momento abbraccia i suoi altri terreni di intervento quali la Libia, la Siria e le acque del Mediterraneo orientale: Erdogan potrebbe avere bisogno di un nuovo teatro nel quale operare.

 

Il presidente turco, pur insistendo sull’affinità del suo paese con l’Azerbaijan, tanto da definirli “due Paesi, un popolo”, non manca di pragmatismo. Aveva iniziato un avvicinamento con l’Armenia già dal 2008, giungendo persino ad organizzare partite di calcio tra le due nazioni. Il progetto fu poi interrotto sia per la contrarietà dell’Azerbaijan che per le pressioni della diaspora armena: memore del passato, aveva chiesto venisse affrontato l’argomento del genocidio del 1915 sempre negato da Ankara.

 

Costretto a far marcia indietro, Erdogan aveva comunque espresso le sue condoglianze, gesto che non era stato considerato sufficiente. E’ su questi due scogli che si è arenato il tentativo di riavvicinamento. Non di meno, il presidente turco si  vede come faro del mondo musulmano e protettore dei popoli turcofoni.

 

Si tratta per lui di rispondere al nazionalismo di casa e cercare di esercitare un controllo su alcuni dei territori limitrofi. Le sue motivazioni sono dunque dettate da questioni soprattutto interne, essendogli indispensabile il supporto dell’elemento nazionalista: mentre cerca di resuscitare visioni ottomane per estendere l’influenza del suo Paese nella regione, questi ultimi coltivano l’idea di creare uno spazio turco da allargarsi verso oriente.

 

Non mi stupirebbe se i più arrabbiati tra loro possano addirittura pensare di aprire un varco che dia accesso diretto all’Azerbaijan, sottraendo all’Armenia quel lembo di territorio meridionale che la collega all’Iran. Alla luce di questi fatti non vi è da sorprendersi se in questi anni Ankara abbia fornito agli azeri delle armi e vi abbia inviato adesso, a detta di qualcuno, droni, aerei da combattimento ed un certo numero di combattenti islamici fatti arrivare dalla Siria.

 

La Turchia è dunque parte attiva nel conflitto come alleata dell’Azerbaijan al quale concede il suo appoggio. Non combatte però né in territorio armeno, né in Nagorno-Karabakh e neppure in Azerbaijan: è sua opinione che Baku se la debba sbrigare da sola. Resta comunque la sola potenza a non chiedere subito un cessate il fuoco.

 

Il presidente Erdogan ha l’abitudine di afferrare le situazioni per mano e portarle fino a dove gli è consentito farlo. I suoi motivi per intervenire sono sempre diversi e dettati dalle situazioni sul terreno. Dopo le elezioni del 2007 si è potuto rendere conto che dal punto di vista elettorale appellarsi alla pace non gli è conveniente. Di conseguenza, appena possibile, gioca ad atteggiarsi a più di quello che è, al fine di far apparire la Turchia più forte di come sia in realtà. Qualunque cosa si voglia pensare, egli opera con maestria allo scopo di presentarsi di fronte al mondo, e soprattutto agli occhi dei suoi sostenitori, come un grande e rispettato leader regionale.

 

Ankara chiede all’Armenia di interrompere il suo sostegno alla regione secessionista del Nagorno-Karabakh. Dal suo punto di vista vi potrà essere pace solo quando Erevan si ritirerà dai territori azeri che sta occupando. Malgrado la sua retorica di mobilitazione all’interno di uno spazio pan-turco, il presidente Erdogan non è in cerca di screzi o complicazioni: se da un lato gli fa comodo giocare la parte dell’uomo forte, dall’altro è consapevole di non disporre dei mezzi necessari per proiettarsi in tutte le aree nelle quali agisce.

 

In quest’ambito sarebbe necessario realizzare che vi è più di un conflitto in corso: uno che oppone la Turchia all’Armenia; un secondo che riguarda la guerra al terrorismo, visto anche l’apporto sul campo di jihadisti siriani; infine un terzo, che riguarda le tensioni tra Israele ed Iran. Per concludere, non vedo Erdogan andare alla ricerca di uno scontro con la Russia, così come non vedo quest’ultima disposta a concedere spazi alla Turchia. Per Mosca il Caucaso è quasi come una terra propria, avendovi messo circa tre secoli per conquistarlo. Trattandosi dei suoi confini dunque, per il Cremlino la situazione nell’area non è paragonaile certo a quella libica o a quella siriana: guai dunque a tirare troppo la corda.

 

Fino a che era in piedi e comandava l’Unione Sovietica, la situazione tra queste due Repubbliche non era difficile da gestire. Appena proclamata la loro indipendenza, nel 1991, ne è nato il subito il primo conflitto. Vi sono poi stati altri episodi di tensione e oggi non si fa che assistere ad una ripresa di una fragile tregua.

 

Il capo di Stato armeno è salito al potere a seguito di una rivoluzione democratica. In Azerbaijan, invece, per 50 anni ha regnato quasi ininterrottamente la stessa famiglia, consolidando un regime dittatoriale: il suo Presidente Ilham Aliyev, poi, è caratterialmente ed ideologicamente più vicino a Putin, anche se quest’ultimo sostiene la causa armena.

 

L’origine di questo conflitto irrisolto è da attribuirsi a Stalin, che nel 1921 aveva deciso di estendere il controllo dell’Unione Sovietica su queste due regioni, l’una a grande maggioranza armena e l’altra popolata da azeri. Posto di fronte alla sorte del  Nagorno-Karabakh, popolato quasi esclusivamente da armeni, lo pose sotto l’autorità della repubblica dell’Azerbaijan.

 

Poco dopo l’indipendenza dell’Armenia, Mosca aveva sottoscritto un Trattato di sicurezza collettiva: nel caso Erevan fosse stata attaccata, la Russia non avrebbe potuto che intervenire in virtù di questo accordo, che però non la impegnava sul Nagorno-Karabakh. Gli azeri ne sono consapevoli, così come lo è la Turchia. Il Cremlino ha dunque un’alleanza con l’Armenia, accordi militari, delle basi e in più un’associazione per la difesa. Come visto in precedenza, vi esporta armi.

 

Anche se in questo conflitto l’Iran non gioca un ruolo da protagonista, va ricordato che mantiene buoni rapporti sia con l’Armenia che con Mosca. Riguardo l’Azerbaijan, questo faceva parte una volta della Persia ed i suoi musulmani sono in maggioranza sciiti. Per motivi storici anche Tehran considera il Caucaso come area di interesse vitale: non vi vuole confusione e ancor meno destabilizzazione. Non lascerà ad Erdogan la libertà di agire come più gli aggrada.

 

All’interno del Nagorno-Karabakh nessuno sembra protestare contro questo conflitto. L’impressione è che siano tutti intenzionati a battersi e che un accordo per il cessate il fuoco sarebbe piuttosto mal visto. Lo stesso può dirsi per azeri ed armeni. I primi si dicono disposti a trattare solo in caso di un ritiro dell’Armenia e sembra regnarvi un convinto sostegno per l’azione delle forze armate. l’impressione è che vi sia una decisa volontà di proseguire il conflitto.

 

Della stessa opinione i secondi, pronti in molti casi ad inviare volontari al fronte. In quanto alla diaspora armena in Occidente, anch’essa si mostra ben poco disposta a cedere di fronte alle azioni dell’Azerbaijan. Vi era dunque poco da stupirsi se le due parti continuavano ad ignorare le richieste per un cessate il fuoco.

 

Per via delle sue risorse naturali, l’Azerbaijan è più forte dell’Armenia in quanto le sue spese per la difesa corrispondono a circa dieci volte quelle armene. Viene rifornito dalla Turchia ed acquista armi anche dalla Russia e da Israele. Più di una fonte confermerebbe che dalla sua parte starebbero combattendo miliziani di provenienza siriana facenti parte di gruppi islamici radicali.

 

La tregua Il 9 Ottobre, dopo due settimane di conflitto, tra accuse e contro-accuse, ecco giungere finalmente l’annuncio di una tregua. Fino a quel momento, gli scontri avevano causato almeno 600 vittime tra i militari e un centinaio tra i civili. Intorno al migliaio i feriti anche se i dati sono tutt'ora incerti.

 

Come da aspettarsi, i Ministri degli Esteri dei due Paesi nemici sono stati convocati a Mosca e ricevuti dal loro omologo russo Lavrov. Sotto il suo occhio vigile, dopo quasi undici ore di dibattito, l’incontro si è concluso con un cessate il fuoco che dovrebbe spianare la strada ad un successivo negoziato per risolvere questa contesa in modo pacifico.

 

Questo cessate il fuoco ha fini umanitari ed è entrato in vigore alle 12 ora locale della giornata di Sabato. Include un scambio di prigionieri e la restituzione ai rispettivi paesi dei corpi delle vittime uccise in combattimento. Queste operazioni si devono svolgere sotto la supervisione  della Croce Rossa Internazionale.

 

Poco dopo l’annuncio della tregua i due contendenti sono tornati ad accusarsi a vicenda per presto infrangere il cessate il fuoco. Venivano subito denunciati attacchi su Stepanakert e Ganja, dove si sarebbero contate almeno nove vittime civili, oltre che numerosi feriti. Sarebbero stati colpiti anche due villaggi in territorio armeno. Ad oggi si può solo parlare di un cessate il fuoco che di fatto non ha nulla di tale.

 

Nel frattempo, dal Vaticano il Papa lamenta la fragilità della tregua e da Bruxelles l’Unione Europea esprime le sue preoccupazioni per la violazione del cessate il fuoco.

 

Possibili soluzioni:

 

Questi territori si trovano ai confini di quelli che erano in passato tre grandi Imperi e sono eloquente testimonianza dei lasciti che restano aperti ogni qual volta un Impero scompare e viene frazionato. Come in ogni trattativa, il problema risiede nel trovar modo di non scontentare le parti coinvolte.

 

Data la complessità tematica delle politiche regionali, è difficile fare previsioni sul futuro. Questo conflitto resta locale e non rappresenta una minaccia per la pace mondiale: lo scontro si svolge tra due piccole nazioni e due società diverse e in nessun modo coinvolge direttamente le grandi potenze nucleari. Se si vogliono vedere le cose con gli occhi della ragione, le soluzioni potrebbero essere le seguenti:

 

- Il Nagorno-Karabakh fa marcia indietro sull’indipendenza ed accetta di tornare a far parte dell’Azerbaijan. In cambio, una larga autonomia in campo linguistico, culturale e religiosa ed istituzioni in grado di realizzarla e renderla effettiva. A farla breve, questa maggioranza armena vivrebbe in Azerbaijan, ma conserverebbe pienamente la sua identità e le proprie caratteristiche.

 

- Considerando la posizione del Nagorno-Karabakh nel cuore del territorio azero, accordarsi per uno scambio di territorio e di popolazioni così da consentire agli armeni di entrare a far parte dell’Armenia. Si troverebbero riuniti tutti in una sola patria, resa più vasta da un’aggiunta territoriale. Il Nagorno-Karabakh dal canto suo diventerebbe così territorio azero abitato in maggioranza da cittadini dell’Azerbaijan.

 

Queste le due possibilità più razionali. Date però le caratteristiche dell’area e dei suoi abitanti, non è detto che alla fine a prevalere sia proprio quest’ultima. Penso che idealmente il Nagorno-Karabakh vorrebbe riconosciuta la sua indipendenza per poi congiungersi in futuro con l’Armenia. Dal canto suo l’Azerbaijan vedrebbe con piacere un corridoio territoriale che lo congiungesse alla Turchia. Quel che è certo è che alla fine Russia e Turchia giocheranno la carta della moderazione: l’instabilità non conviene a nessuno e non si dovrebbe andare molto oltre le parole, specialmente in un momento nel quale sia Putin che Erdogan si trovano indeboliti all'interno dei loro paesi e questo non può che riflettersi anche sul loro agire a livello internazionale.

 

Nota Anche se non direttamente connesse al conflitto, vi è tra i Paesi della regione anche un aspetto riguardante risorse e rifornimenti energetici. La questione non è semplice e cercherò di illustrarla in poche parole.

 

Da Baku, in Azerbaijan, si diramano cinque oleodotti che passano per la Georgia e la Turchia, aggirando l’Armenia. Questo segue la volontà di Ankara di isolare quest’ultima. Gli Stati Uniti invece non volevano che i rifornimenti passassero per la Russia: era loro intenzione isolarla dal Caucaso, così come volevano tagliar fuori l’Iran. Mosca, dal canto suo, fornisce gas all’Armenia tramite un gasdotto di sua costruzione. Ne favorisce anche i buoni rapporti con Tehran, che anch’essa approvvigiona gli armeni.

 

In quanto alla Turchia, essa riceve una consistente parte delle sue forniture petrolifere dall’Azerbaijan e intrattiene importanti rapporti energetici. L’Azerbaijan è un territorio ricco, cosa che fa sì che vi siano molti investitori azeri attivi in Turchia. A questo si aggiunge la questione del gasdotto Trans-anatolico che, via Georgia, passando per il suo territorio trasporta gas all’Europa. Di questo la Russisa non può dirsi contenta perché è oggi primo fornitore di gas della Turchia e anche riguardo il nucleare, per la costruzione della sua centrale Ankara riceve assistenza da Mosca.

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