A proposito di un delitto e di una moschea

La Turchia è un paese da prendere sul serio e non sottovalutare. Membro dell’Alleanza Atlantica, candidato all’ingresso nell’Unione Europea e situato in un’area politica delle più delicate, in tempi recenti si è spesso mosso in modo controverso: è entrato in polemica con gli Stati Uniti per l’acquisto di un sistema antimissile russo di carattere avanzato, si è avvicinato alla Russia e all’Iran e ha preso iniziative militari riguardanti la Siria, i Curdi e più di recente la Libia. E’ anche in corso una polemica, soprattutto con la Grecia, riguardo l’esplorazione e lo sfruttamento di giacimenti di gas presenti nel fondale marittimo del Mediterraneo orientale. Sta anche contemplando di portare avanti un programma nucleare che alcuni temono possa condurre a risvolti militari. Da noi di questo nessuno ne ha parlato.

 

Da un’amicizia alla rivalità: Praticamente unico tra i paesi della regione, si è mostrato favorevole alle Primavere arabe che nel 2011 hanno scosso numerosi paesi musulmani tra i quali l’Egitto, ove è salito alla ribalta il movimento dei Fratelli Musulmani. Il presidente turco Erdogan è di credo sunnita ed è sulla religione che ha costruito le basi della sua ascesa politica. Il suo partito, l’AKP (Giustizia e Sviluppo) si considera parte della famiglia di questa Fratellanza.

 

L’Arabia Saudita, così come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, sono invece ostili ai Fratelli Musulmani e a quei movimenti islamici a loro vicini, considerati sia un pericolo per la loro stabilità interna che una minaccia per gli equilibri dell’intera regione. L’elezione di Morsi, seguita alla caduta del presidente egiziano Mubarak, è stata accolta con favore sia dalla Turchia che dal piccolo Qatar che gli hanno subito offerto il loro appoggio. Il nuovo presidente egiziano era uno dei dirigenti della Fratellanza che non aveva mai nascosto le sue simpatie per il partito di Erdogan e più di una volta lo aveva descritto come fonte di ispirazione.

 

Di fronte a questo cambiamento, la monarchia saudita si è spaventata per la deriva che stava prendendo l’Egitto ed in comune accordo con gli Emirati si è subito attivata per contrastare il nuovo governo egiziano e sostenere il colpo di Stato militare che ha portato alla caduta di Morsi nel 2013. Fino a quel momento i rapporti tra i due Paesi erano cordiali, tanto che nel 2006 re Abdullah fu il primo monarca saudita in quarant’anni a recarsi in visita di Stato in Turchia.

 

Gli eventi che caratterizzarono le Primavere arabe costrinsero numerosi oppositori egiziani, siriani e yemeniti a cercare rifugio in Turchia. Ciò non piacque per nulla ai sauditi già seccati dall’eccessiva dipendenza di Ankara dall’Iran per le sue forniture petrolifere.

 

La situazione si fece più tesa quando Riyadh cercò di soffocare il Qatar nella morsa di un embargo ed Erdogan scelse di schierarsi con quest’ultimo, inviandovi addirittura un contingente militare in appoggio e prodotti alimentari per rifornire i supermercati. Tra i vari motivi di risentimento dei reali sauditi il fatto che il Qatar, oltre ad essere politicamente vicino ai Fratelli Musulmani, è anche proprietario del canale televisivo al Jazeera, visto come fumo negli occhi per le sue prese di posizione sugli eventi nella regione.

 

I rapporti tra le due nazioni peggiorarono bruscamente a seguito dell’uccisione del giornalista ed oppositore saudita Jamal Khashoggi, avvenuta all’interno del consolato dell’Arabia Saudita ad Istanbul. L’uomo, prossimo al matrimonio, si era recato negli uffici della sede consolare per compilare dei documenti necessari alle sue nozze con la ricercatrice Hatice Cengiz. Per la Turchia si era trattato di un vero e proprio schiaffo, oltre che una mancanza di riguardo e una violazione della sovranità nazionale.

 

Cronaca di un delitto ed inizio di un processo: Poco più di un mese fa, il 3 Luglio, iniziava ad Istanbul il processo in contumacia contro venti cittadini sauditi implicati nell’uccisione del giornalista che il 7 ottobre di due anni fa si era recato nel consolato saudita per svolgere alcune pratiche riguardanti il suo matrimonio. Secondo dichiarazioni delle autorità turche era atteso all’interno dell’edificio da una squadra di 15 persone giunte dall’Arabia Saudita a bordo di un aereo privato.

 

Gli eventi si sarebbero svolti nel modo seguente: appena i funzionari del consolato erano venuti a conoscenza che Khashoggi sarebbe passato a ritirare un documento, uno di loro volò subito a Riyadh, dove venne elaborato un piano per ucciderlo. Questa pianificazione è stata indubbiamente realizzata ai più alti livelli e fu così che quindici agenti sauditi volarono a Istanbul. Poco dopo il loro arrivo, il giornalista si recò al consolato per non uscirne più.

 

Oggi sappiamo che venne aggredito da una squadra di 15 persone fatta giungere apposta per ucciderlo. Dopo aver subìto percosse, fu strangolato e tagliato a pezzi con una sega chirurgica: chi eseguiva questa macabra operazione era un medico legale entrato nel paese con tanto di passaporto e di bagaglio diplomatico. All’interno della sua valigia si trovava lo strumento utilizzato per l’operazione.

 

Per svolgere la sua funzione il medico indossava degli auricolari, cosicché il sezionamento è stato eseguito a suon di musica. Concluso l’intervento, ciò che restava di Khashoggi è stato raccolto per essere poi disciolto nell’acido. Mentre avveniva tutto ciò, per sviare l’attenzione di eventuali curiosi, dalla palazzina del consolato era stato fatto uscire un sosia con addosso i suoi abiti.

 

Tra gli imputati troviamo un consigliere del re ed un agente dei servizi segreti. Un primo processo si era già svolto a Riyadh, concludendosi con cinque condanne a morte e tre ergastoli. Benché vi fossero prove evidenti del coinvolgimento del giovane principe saudita Mohammed bin Salman, né lui né quelli che gli erano più vicini sono mai stati indagati. Vista la posta in gioco, un’inchiesta imparziale da parte saudita non era facile da pretendere.

 

Il motivo del delitto è da ricercare nelle critiche indirizzate al regime per le sue riforme insufficienti. Il suo atteggiamento di opposizione e di sfida necessitava di una lezione: Khashoggi si era trasferito negli Stati Uniti, collaborava con il Washington Post ed era inoltre legato ad elementi della famiglia reale messi da parte dall’ascesa del giovane bin Salman.

 

Come nel caso di altri oppositori, Khashoggi era nel mirino di una campagna di intimidazione via internet condotta dai cosiddetti “Twitter trolls”, che seguivano un disegno ordito da Mohammed bin Salman e dai suoi consiglieri per intimidire i critici sia all’interno che all’esterno del regno. Dietro le quinte di queste operazioni si celava Saud al-Qahtani, stretto collaboratore del principe regnante e licenziato in fretta dopo la notizia della morte di Khashoggi. Egli era noto come lo “Steve Bannon saudita” e “Il signore delle mosche”, termine affibbiatogli dai suoi guerriglieri elettronici. I dirigenti di questi gruppi si rivolgevano ai loro subordinati passando attraverso Telegram e Whatsapp per fornire loro liste di dissidenti da intimidire o minacciare.

 

Prima della sua morte, Jamal Khashoggi aveva inviato 5.000 dollari ad un dissidente in Canada che stava allestendo un sistema informatico per combattere questi agenti del governo saudita sul fronte di Twitter. Insieme a lui operava un manipolo di volontari che amavano descriversi col nome di “Api elettroniche”. All’interno di Twitter la monarchia saudita aveva infiltrato un certo Alì Alzabaragh, il cui compito era quello di spiare nei conti dei dissidenti e nei loro profili personali. Scoperto e licenziato nel 2015, oggi è alle dipendenze del governo saudita.

 

Le conseguenze: Il delitto ha creato non poco imbarazzo agli Stati Uniti e soprattutto al presidente Trump, che aveva basato la sua politica nella regione su di un rapporto privilegiato con l’Arabia Saudita. Per Riyadh si è trattato di un grave danno di immagine i cui effetti negativi potrebbero avere riflessi in tutta la regione, dal corso della guerra in Yemen all’alleanza contro l’Iran fino ai più recenti avvenimenti libici.

 

E’indubbio che per la Turchia ad essere mandante del delitto sia stato il giovane principe ereditario. Egli viene anche visto come l’autore di una politica estera imprudente e pericolosamente aggressiva. L’orrenda esecuzione di Jamal Khashoggi offre ad Ankara l’opportunità di metterlo in imbarazzo, incrinarne l’immagine e mostrare all’Occidente il problema posto dal suo modo di fare. Il fine sarebbe anche quello di alterare il corso dell’azione politica di Riyadh nella regione.

 

A prendersi la sua rivincita è stato anche il Qatar, che grazie al suo canale satellitare al Jazeera non si è fatto scrupolo di trasmettere tutte le notizie, inclusi i più orrendi dettagli sulla morte del dissidente saudita. A rallegrarsi sono anche l’Iran ed i suoi alleati, che non possono non contemplare con piacere le difficoltà e l’indebolimento di quello che è il primo alleato di Washington nella regione.

 

Resta adesso da vedere cosa abbia in mente Erdogan in base all’andamento del processo. Vorrà ottenere qualche sorta di accordo con Washington e Riyadh? Chiedere aiuti finanziari ai sauditi in sostegno all’economia nazionale in difficoltà? Oppure qualche contropartita politica in paesi come la Libia? Provare ad allontanare gli Stati Uniti dall’Arabia Saudita? Fare uso dell’episodio per incoraggiare la parte più moderata della famiglia reale che potrebbe forse mettere in discussione l’idoneità del giovane principe a guidare il Paese e dare maggior rilievo al ruolo di re Salman?

 

Qualunque il motivo, e certamente ve ne è più di uno, ritengo probabile che Erdogan cercherà di rafforzare la sua mano nella regione e nel più vasto mondo musulmano ed indebolire il rivale saudita. Ad Ankara l’imprudenza del giovane principe è vista con preoccupazione, dato che rischia di colpirne i più vasti interessi. Finora il presidente turco non aveva fatto nulla per dissimulare l’idea che dietro al delitto si celasse Mohammed bin Salman. I sauditi dal canto loro hanno fatto sapere che fino a quando regneranno re Salman ed il principe ereditario, nessuno potrà usare questo incidente per dividere i due Paesi.

 

A risentirne intanto è stata la Future Investment Initiative, concepita dal principe ereditario come il palcoscenico del suo Paese nel mondo. A disertarla sono stati in molti e bin Salman stesso si è presentato nell’immensa sala conferenze dell’hotel Ritz-Carlton di Riyadh per passarvi solo quindici minuti prima di andarsene. Per lui si trattava di un progetto di grande importanza ed il luogo ove mostrare a tutti i suoi grandiosi progetti di riforma del regno. L’orizzonte economico saudita appariva difficile ed incerto ed era sua intenzione attrarre investimenti esteri. Nel mentre, il presidente turco Erdogan avvisava i parlamentari del suo partito che Khashoggi era da considerarsi vittima di un omicidio brutale e premeditato.

 

Erdogan essendo Erdogan, sicuramente vorrà alterare a suo vantaggio gli equilibri nell’area. Come già detto, a seguito delle Primavere arabe i due paesi si trovano infatti su fronti opposti rispetto alle dispute regionali. Visto come punta di lancia della politica aggressiva del suo regno, Mohammed bin Salman si trova ora accusato di omicidio e chissà che non possa venire messa in dubbio la sua idoneità a guidare il Paese. Sarà molto interessante vedere cosa potrà emergere da questo processo e fino a che punto potrebbe uscirne compromessa la monarchia saudita.

 

Un nuovo imperatore ed una nuova capitale: Per Roma ed il suo impero l’ascesa al trono di Costantino segnò una svolta di grande importanza. E’ infatti sotto di lui che il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’impero e vista la decrescente importanza di Roma, egli decise di fondare una nuova capitale sul sito dell’antica Bisanzio, città che ribattezzò Costantinopoli. Questa fondazione è oggi ancora visibile in un mosaico del X secolo che sovrasta l’ingresso meridionale di Santa Sofia: vi si vede l’imperatore nell’atto di offrire alla Vergine Maria un modello della nuova città.

 

Costantino aveva invaso l’Italia nel 312 d.C. e sconfitto Massenzio una prima volta a Torino, poi a Verona ed infine alle porte di Roma nella celebre battaglia di Ponte Milvio. Queste vittorie gli consegnarono l’Italia e le province dell’Africa del nord. Decise allora di condividere il potere con Licinio, al quale aveva affidato il controllo delle province orientali. Nel 316 Costantino si appropriò dei Balcani ed in un’ultima campagna sconfisse e fece prigioniero Licinio, riunendo l’impero sotto un unico sovrano.

 

Sin dai primi tempi Costantino non considerò più Roma come la capitale imperiale. Egli infatti sciolse la guardia pretoriana e negli ultimi vent’anni del suo regno vi si recò solo una volta per una breve visita. Roma, l’Italia, così come le province occidentali erano in declino e stavano perdendo di importanza. Il futuro ormai era altrove.

 

Agli inizi del suo governare come imperatore d’Occidente egli risiedette soprattutto a Treviri. Nel 316 trasferì il centro del suo potere nelle province balcaniche, facendo di Serdica prima e di Sirmium dopo i suoi principali centri di attività. L’8 Novembre del 324, a seguito della sua vittoria finale contro Licinio, egli fondò una capitale del tutto nuova sull’antico sito greco di Bisanzio. Ne seguì un vastissimo programma di costruzioni che nel giro di sei anni consentì alla città di essere ribattezzata col nuovo nome di Costantinopoli.

 

Il luogo si trovava in una posizione strategica sulla punta di un promontorio che si affacciava sul Bosforo, principale punto di passaggio tra l’Europa e l’Asia. Da un lato, nell’insenatura del Corno d’Oro, vi era un eccellente porto naturale che venne presto sviluppato ed ampliato.

 

Questa nuova capitale era grande quattro volte Bisanzio e se in più di un aspetto volle essere una copia di Roma, dall’altro fu anche qualcosa di nuovo e ben diverso: Costantinopoli venne concepita come una capitale cristiana e con impegno notevole l’imperatore edificò numerose chiese e basiliche. Di questa seconda Roma dopo secoli di successive ricostruzioni oggi non rimane più molto.

 

Il 22 Maggio del 337 d.C. l’imperatore Costantino chiuse gli occhi ad Ankyrona. Il suo corpo venne trasportato all’interno della chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, nella quale aveva fatto costruire il suo mausoleo. Quando la notizia delle esequie raggiunse Roma, la gente si offese nel sapere che aveva scelto come luogo di sepoltura la nuova capitale piuttosto che la propria città.

 

Sotto i successori di Teodosio, e a seguito di numerosi attacchi da parte di tribù germaniche, nella prima metà del V secolo d.C. Roma perse gradualmente il controllo di Bretagna, Gallia, Spagna e Nord Africa. Il potere era ormai nelle mani di mercenari germanici che dominavano le forze armate al punto che l’ultimo imperatore non controllava più neppure l’Italia. Nell’estate del 474 questi mercenari si ribellarono e pretesero un terzo del territorio italiano. Il comandante Oreste oppose loro un netto rifiuto: fu ucciso e suo figlio Romolo Augustolo deposto che aveva appena sedici anni. Il 4 Settembre del 476 d.C. abdicò per ritirarsi in Campania. Contava talmente poco che non si conosce neppure la data della sua morte.

 

Caduta Roma e tramontati i giorni dell’Occidente, sorse in Oriente una nuova entità politica di lingua greca che si rifaceva all’eredità imperiale: si trattava dell’impero Bizantino, di cui Costantinopoli divenne capitale. Fu lì che continuarono a comandare gli imperatori fino alla caduta della città per mano ottomana il 29 Maggio del 1453.

 

Vicende di una chiesa e di una moschea: Sul luogo ove oggi sorge Santa Sofia, sotto il regno dell’imperatore Costanzo II fu inaugurata nel Febbraio del 360 in prossimità del palazzo imperiale una chiesa dedicata a Gesù Cristo Salvatore. Un incendio la distrusse nel 404 d.C. Teodosio II la ricostruì ancora più bella, ma fu data alle fiamme nel corso della rivolta di Nika nel 532.

 

Sotto il regno dell’imperatore Giustiniano I fu eretta sul posto una nuova basilica ben più grande e maestosa della precedente. Inaugurata nel 537 e dedicata alla Sophia (la sapienza di Dio), fu immediatamente riconosciuta come la più grande basilica della cristianità. Vi trovò sede il Patriarca di Costantinopoli e vi si svolsero le più importanti cerimonie imperiali.

 

Nel corso della quarta crociata subì un saccheggio da parte dei Veneziani, che asportarono numerose reliquie. Dal 1204 al 1261, sotto l’Impero latino di Costantinopoli, divenne cattedrale cattolica di rito romano e al suo interno fu incoronato imperatore Baldovino I. Tornata in mano bizantina, si trovava in tali condizioni di degrado che l’imperatore Andronico II dovette farvi aggiungere quattro nuovi contrafforti. A causa di un terremoto venne poi chiusa fino al 1354, quando ebbero termine le riparazioni.

 

Il 29 Maggio del 1453, dopo circa due mesi di assedio da parte dell’esercito di Maometto II, Costantinopoli cadde nelle mani dei Turchi Ottomani. Attraversate le mura e nel corso del saccheggio, il sultano fece il suo ingresso a cavallo nella basilica. Ordinò che venisse subito convertita in moschea: un ulama che vi trovava salì sul pulpito e recitò la Shahada, segnando così il passaggio dell’edificio da chiesa a moschea.

 

Nel XVII secolo sotto Selim II furono necessari alcuni grandi restauri per i quali venne chiamato il celebre architetto Sinan. Rinforzò la struttura esternamente ed aggiunse i due grandi minareti alle estremità occidentali. Vi edificò anche il mausoleo del sultano e sulla sommità della cupola venne collocata una mezzaluna d’oro. La moschea subì un’altra serie di importanti restauri sotto Abdul Mejid I. Alle colonne interne furono appesi otto grandissimi tondi iscritti dal calligrafo Mustafà Izzed Effendi. Rimase una moschea fino al 1931, quando fu sconsacrata.

 

Salito al potere e instaurata la repubblica, Mustafa Kemal, primo presidente della Turchia, come gesto di apertura verso l’Occidente e la modernità ne fece dono al mondo nel 1934, trasformandola in un museo. Con questa decisione aveva voluto abbandonare l’eredità ottomana e allontanarsi da un passato di arretratezza. Egli comprese che la Turchia, a cavallo tra l’Europa e l’Asia, era un paese rimasto arcaico e che solo trasformandosi in repubblica avrebbe avuto la possibilità di diventare una potenza esclusivamente anatolica che potesse a sua volta diventare un fattore di progresso nell’Asia Centrale.

 

La sua Turchia doveva trasformarsi in un paese compatto, progredito, continentale, legato all’Occidente, in pace con i vicini e capace di proiettarsi nel futuro: suo interesse era scartare ogni pretesa di influenza al di fuori delle sue frontiere nazionali. Per lui, infatti, il mantenimento della dominazione turca sugli Arabi era stata una delle cause della rovina del paese. A Sforza, che al termine del primo conflitto mondiale era stato nominato Alto commissario italiano per l'attuazione dell'armistizio con l'Impero ottomano, fece sapere che non voleva più sentir parlare di Arabi.

 

Nel 2006, poco prima della visita di papa Benedetto XVI, un angusto spazio venne riservato a luogo di preghiera per tutte le religioni. Quattro anni dopo alcune associazioni islamiche, insieme a membri del governo turco, fecero un appello chiedendo di destinare nuovamente l’edificio al culto islamico ed è dal 2013 che un muezzim è tornato a cantare per due volte al giorno nel pomeriggio l’invito alla preghiera.

 

Superando tutti i divieti, il 31 Marzo 2018 il presidente Erdogan vi ha recitato il primo versetto del Corano, dedicandola a "coloro che hanno contribuito a costruirla, in modo particolare a chi l’ha conquistata". Passato un anno e aggiungendo che era stato un "errore molto grande" trasformarla in museo, egli annunciò che l’edificio sarebbe tornato alla sua originale funzione di moschea.

 

Il 10 Luglio 2020, con l’approvazione del Consiglio Costituzionale, massimo organo legislativo del paese, è passata la proposta del presidente Erdogan di restituire al culto musulmano quello che era il museo di Santa Sofia. Nel corso dello stesso giorno, tramite decreto presidenziale, Erdogan ha riaperto al culto islamico la Basilica: la prima preghiera pubblica del Venerdì ha avuto luogo nella giornata del 24 Luglio.

 

Il Venerdì dell’inaugurazione: Per Erdogan e una consistente parte del paese quel Venerdì non è stato come tutti gli altri. La grande preghiera ha avuto tutti i crismi di un evento eccezionale. All’interno della nuova moschea, in un’atmosfera raccolta, si sono riunite circa 800 persone tra le quali lo stesso presidente, insieme ad altre autorità nazionali quali i capi del partito AKP (Giustizia e Sviluppo) e quelli dei nazionalisti del MHP (Partito del Movimento Nazionalista), entrambi alleati nella coalizione di governo. Presenti anche numerose autorità estere, quali l’emiro del Qatar, il presidente dell’Azerbaijan ed il primo ministro del governo unitario libico, Fayez al Serraj.

 

Presenti anche moltissimi cittadini, ai quali si sono aggiunti turchi residenti all’estero ed un gran numero di musulmani provenienti da tutto il mondo. Già dalle prime luci dell’alba la gente si era riversata sulla spianata della moschea, tanto che al momento dell’inizio della cerimonia la folla poteva dirsi oceanica. A seguito della chiusura al traffico e alle attività cittadine di tutta l’area circostante erano stati allestiti all’esterno cinque grandi spazi di preghiera, tre dei quali riservati agli uomini e due alle donne.

 

All’interno l’antico pavimento marmoreo era rivestito da un immenso tappeto turchese, colore scelto dallo stesso Erdogan. Le impalcature erano state ricoperte da ampi sipari, sui quali in bella calligrafia spiccavano frasi del Corano. Nell’abside, per impedirne la vista, l’immagine della Vergine Maria era stata mascherata da vele di drappi bianchi.

 

I motivi della decisione: Per il presidente Erdogan questa giornata ha significato un evento importante che lo farà passare come il presidente turco che ha restituito Santa Sofia all’Islam. Si è trattato per lui di venire incontro ai desideri dell’elettorato conservatore e nazionalista, non solo al fine di rinsaldare la sua base, ma anche per distogliere gli sguardi dalle difficoltà economiche che sta attraversando il Paese. E’ stato anche uno schiaffo al sindaco di Istanbul che lo aveva sconfitto nel corso delle ultime elezioni e che non era stato invitato alla cerimonia.

 

Questa preghiera del Venerdì è stato un gesto di chiusura verso l’Occidente, servito a sottolineare il risorgere della Turchia sulla scena internazionale insieme all’orgoglio di ricongiungersi al suo passato imperiale. Un’affermazione della propria sovranità e simbolo eloquente del risveglio della nazione turca dopo una serie di successi politici e militari, quali gli interventi in Libia ed in Siria e nelle acque del Mediterraneo orientale.

 

Di vedute opposte a quelle di Mustafa Kemal, la sua missione ideale è quella di riportare la Turchia sulla scia delle tradizioni ottomane. Il trattato di Losanna l’aveva amputata di tutti i suoi territori imperiali ed Erdogan, a livello simbolico, sembra volerlo rivedere, ridisegnando uno spazio ed una dimensione di impronta ottomana. Questa conversione combacia sia con la sua politica interna che con la proiezione del paese verso l’esterno.

 

Il presidente ha voluto riprendere anche le idee dell’ex-premier Necmettin Erbakan, evocando una nostalgia conservatrice di un passato glorioso posto sotto le insegne dell’Islam. Non a caso è stata scelta la data del 24 Luglio, giorno che corrisponde alla data della firma del trattato di Losanna che ha delimitato le frontiere della Turchia odierna. Per i nostalgici ed i nazionalisti questi accordi sarebbero da rivedere e non è un caso che Erdogan abbia descritto la giornata come un primo passo verso la riconquista di al-Aqsa.

 

La Turchia si sente una potenza regionale e dà segnali di volersi emancipare dalle sue alleanze. Così facendo, il presidente ricostruisce una narrativa storica nella quale le frontiere del paese non sono più da considerarsi intangibili. Gioca la carta di un nazionalismo agguerrito di fronte ad una Nato in difficoltà ed a un Europa indebolita dalla Brexit e dal Coronavirus.

 

Il ritorno di Santa Sofia all’Islam è anche un colpo all’opposizione che non potrà scontrarsi con un’iniziativa che rende fiere ed orgogliose le masse popolari. Da abile e spregiudicato animale politico, il presidente turco tiene a mente sempre più di un’agenda, inviando messaggi politici diversi a seconda delle udienze. Il ritorno all’idea di un grande passato imperiale corre sulla scia di una volontà popolare ma è anche un ricollegarsi ai suoi successi diplomatici e alla risonanza internazionale che ne è seguita. In quanto ai laici, questi in Turchia sono solo una minoranza.

 

Non vi è da stupirsi se non erano presenti né Egitto, né Arabia Saudita, né le altre monarchie conservatrici del Golfo. Le porte di Santa Sofia erano state aperte a tutti, ma bisognava evidenziare anche il diritto della Turchia alla propria sovranità. Questa giornata memorabile combacia dunque sia con la politica interna di Erdogan che con i suoi piani di proiezione verso l’esterno da interpretare come una risposta ai parametri delle trasformazioni geo-strategiche della regione, dove si stanno configurando nuovi equilibri di potere.

 

Le reazioni: Benché in Turchia vi siano più di 80.000 moschee e questa decisione sia da considerarsi popolare soprattutto negli ambienti conservatori e tradizionalisti, la gioventù invece si è mostrata in gran parte indifferente. Considera infatti più importante la libertà di parola e di espressione e non è interessata al tipo di società indicata da Erdogan. Teme inoltre l’arrivo di una nuova legge che possa limitare l’utilizzo di internet e dei social network.

 

Dal presidente Putin l’evento è stato accolto quasi con indifferenza, anche se forte è stato il rammarico del mondo ortodosso. Contrari gli Stati Uniti, critico il Vaticano, furibondi i greci e lamentele da Cipro, soprattutto per le iniziative libiche di Erdogan. In polemica virulenta Parigi, che ha tenuto a sottolineare le ragioni politiche di questa decisione esprimendo il suo disappunto anche nei confronti dell’azione di Erdogan in Libia e sulla scena mediterranea. Questi interventi regionali di Ankara infatti non hanno precedenti dai giorni di Mustafa Kemal.

 

Non particolarmente severa la posizione di Washington che intende rafforzare la stabilità della Libia, paese che possiede le più ampie riserve petrolifere del continente africano. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto l’abitudine di seguire una diplomazia improntata al pragmatismo e la Turchia, nella regione, resta sempre una potenza di rilievo.

 

La domanda da porsi ora è: fino a che punto Erdogan ascolterà la voce dell’Europa e dei suoi alleati occidentali? Gli Stati Uniti danno l’impressione di volersi disimpegnare dalla regione, mentre gli europei pensano di cavarsela offrendo più scambi commerciali e altri benefici materiali in mancanza di una volontà di esercitare il loro potere politico.

 

Conclusione: In un futuro dominato dall’incertezza ed in una regione turbolenta che vede competere e scontrarsi varie potenze locali in un contesto di tensioni tra Fratelli Musulmani e salafiti e tra sunniti e sciiti, mi auguro che a seguito di queste poche pagine sia stato possibile scorgere il rapporto tra il processo in contumacia per la morte di Jamal Khashoggi e la riconversione in moschea del museo di Santa Sofia.

 

Per capire questi fatti bisogna tornare indietro al collasso dell’Unione Sovietica e alla fine della guerra fredda, eventi che hanno portato ad una ridefinizione degli interessi della Turchia nella regione. Ad infrangere i precedenti equilibri hanno anche contribuito gli eventi in Afghanistan ed il cambiamento di regime in Iraq.

 

Questo mutamento dei contorni strategici nell’area è sfociato in una rivalità geopolitica con l’Iran per la supremazia in Medio Oriente ed un rifiuto di accettare il primato saudita, rafforzato dall’Egitto nel mondo sunnita. Il disegno di Erdogan è quello di far leva su questi cambiamenti per ridefinire gli interessi geopolitici della Turchia nella regione, sviluppando una politica di attivismo in tutte le direzioni.

 

Ankara appoggia i Fratelli Musulmani, da sempre ostili alla visione salafita dell’Islam e nemici della setta wahabita. Quest’ultima è il pilastro della casa reale saudita, che oltre ad essere custode dei luoghi santi ambisce anche alla leadership della comunità islamica. Questa contrapposizione rende difficile unire la famiglia sunnita, dato che la Fratellanza è più inclusiva e meno rigorista dei salafiti e perciò meno ostile all’altro grande ramo dell’Islam, quello sciita.

 

Con questo processo di chiara matrice politica e la riconversione in moschea del museo di Santa Sofia, emergono un intreccio di rivalità ed ambizioni ed una lotta per la penetrazione economica e culturale nei paesi islamici del Medio Oriente. Oltre all’Iran, paese anch’esso impegnato ad alterare lo status quo per motivi di ambizioni imperiali e di affermazione locale, i protagonisti sono la Turchia di Erdogan e la monarchia saudita sostenuta dall’Egitto.

 

Tramite questi due eventi, Ankara cerca di mobilitare a suo favore l’opinione pubblica musulmana e araba, indebolire l’Arabia Saudita e restaurare quel prestigio e quella presenza che l’impero Ottomano aveva in seno a tutta la comunità islamica. Lo scontro è aperto, perché alle intenzioni di Erdogan corrisponde una riluttanza da parte delle élite arabe di accettare la leadership di Ankara, vista anche nel contesto di una diversa identità etnica.

 

Ponte tra l’Europa e l’Asia, la Turchia ha in sé sia una componente occidentale che una di impronta orientale. È parte di un mondo islamico in sommovimento dappertutto e sempre più consapevole della propria identità. Da scaltro uomo politico, il presidente turco cerca di cavalcare le varie tendenze presenti nel suo paese, resuscitandone anche le radici islamiche.

 

Se per Ataturk era impellente evitare avventure nella regione, rinunciando alla vocazione imperiale per non coinvolgere la nazione nel disordine e nell’instabilità locale, altrettanto lo era abbandonare la vocazione religiosa per una fede priva di connotati politici e giuridici. Non è infatti un caso che egli abbia abolito sia il Califfato che le Corti islamiche. Le crescenti tendenze autoritarie di Erdogan mirano invece a rivendicare l’eredità ottomana e rinverdire le glorie dell’impero: fare leva sul fervore religioso e affermare la preminenza del Paese con una lotta per la leadership del mondo sunnita e uno scontro di potere nella regione.

 

Per meglio capire questo punto di vista, bisogna ricordare che nel passato il Sultano vedeva la regione arabica del Hegiaz come fondamentale per l’integrità del suo impero, così come per la purezza della fede islamica: non a caso egli si considerava il protettore della Città Santa. Tra il 1515 e il 1516 allargò i suoi possedimenti occupando i territori della Siria e dell’Egitto. Mosul, oggi in Iraq, era un importantissimo governatorato del suo impero. Nel 1811, a seguito della ribellione wahabita, una Sublime Porta indebolita chiese l’intervento di Mohammed Alì, che mandò in terra d’Arabia suo figlio Tussum.

 

Oltre che in Medio Oriente, l’impero Ottomano si estendeva nella quasi totalità dell’area balcanica e dei territori nordafricani. I due grandi nemici storici erano l’impero russo e quello persiano, al quale tolse ampi territori. L’Asia Centrale, per via delle popolazioni turcofone o turchiche, rappresentava soprattutto una sfera di influenza culturale ed etnica.

 

Questo riassunto aiuterà a mettere meglio a fuoco la politica di Erdogan ed il suo tentativo di rafforzare la centralità turca in un’area che va dal Nord Africa ai Balcani, dal Medio Oriente all’Asia Centrale. Per avanzare questa visione sono certo egli saprà trarre abilmente vantaggio dalla carta di questo processo che vede coinvolti personaggi molto vicini al giovane principe ereditario saudita.

 

L’uomo è indubbiamente abile, ma come Putin più di tanto non potrà fare per via delle difficoltà economiche che sta attraversando il suo paese e che ne limiteranno inevitabilmente l’azione e le ambizioni in tutti i settori. Questo vale tanto per la sua spinta egemonica nella regione che per le sue altre azioni in politica estera, ma resta sempre viva la partita politica interna: è soprattutto in questo contesto che vanno lette buona parte delle sue affermazioni, assieme a molte decisioni da lui prese.

 

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