L’accordo di Israele con gli Emirati Arabi Uniti

 

 

 

In un Medio Oriente ove non sembrano diminuire le tensioni politiche e le rivalità geo-strategiche, è giunta a sorpresa una notizia da vedersi come risposta al timore della sfida iraniana e ulteriore tentativo di riequilibrare la configurazione politica della regione.

 

Preludio: La notizia è che è stato raggiunto un accordo tra lo Stato di Israele e gli Emirati Arabi Uniti. I motivi sono da trovarsi nei mutati equilibri regionali e nella paura degli Stati del Golfo per quello che considerano un tentativo iraniano di acquistare un ruolo egemonico nell’area. E’dunque la paura dell’Iran sciita a spingere le monarchie conservatrici sunnite del Golfo a cercare, apertamente o meno, più stretti rapporti con Israele.

 

Con l’avvicinarsi delle presidenziali americane e con un Trump che perde colpi sulla scena interna, il teatro sul quale il presidente potrebbe trovare spazio per maggiori sorprese è quello internazionale. Credo non sbagliarmi nel dire che l’accordo di cui sto per parlare sia avvenuto sotto l’egida degli Stati Uniti e sulla scia del piano Trump riguardo la pace tra Israele e i Palestinesi.

 

Washington dietro le quinte non ha impedito a Gerusalemme di parlare con questi Stati del Golfo: in fondo non può che servire quelli che sono gli interessi in Medio Oriente dell’attuale amministrazione. Non mi stupirebbe se entro breve questo nuovo trattato possa essere allargato ad altri.

 

Riguardo i tentativi di egemonia di Tehran, penso il pericolo sia esagerato. L’Iran non dispone di mezzi sufficienti per condurre un’azione estera da grande potenza e su vasta scala: la situazione economica non è florida, le sanzioni pesano, il potere di acquisto della valuta è intaccato da una crescente inflazione e la corruzione pubblica dilaga. Una parte consistente della popolazione è dell’avviso che queste avventure all’estero non siano qualcosa che il paese possa permettersi. I soldi sarebbero spesi meglio nello sviluppo del paese e nel migliorarne il tenore di vita.

 

L’Iran opera nel tentativo di avvantaggiarsi di quello che vede come un cambiamento negli equilibri di potere nella regione. Che non esiti a creare imbarazzo e mettere in difficoltà gli Stati Uniti ed i loro alleati arabi non dovrebbe sorprendere nessuno, ma è anche evidente che cerchi di spezzare il suo isolamento come potere sciita, mostrandosi nemico di Israele e schierandosi dalla parte del popolo palestinese. E’ un modo per accreditarsi presso le masse arabe, come lo è per mettere in imbarazzo le monarchie conservatrici del Golfo.

 

Il paradosso è che l’agire di tutti questi paesi deriva da un senso di insicurezza da loro condiviso, anche se per motivi diversi.

I protagonisti – Emirati Arabi Uniti: In precedenza noti come “Trucial States (Stati della Tregua)”, corrispondono oggi all’antica Costa dei Pirati. Ne facevano parte i Principati di Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ras al-Khaimah, Umm al-Qaiwain, Ajman and Fujairah. Beneficiavano di uno statuto di semi-indipendenza che consentiva alla Gran Bretagna di gestire la loro politica estera e di difesa, che per Londra significava controllare i tentativi espansionistici delle potenze coloniali rivali nell’area del Golfo.

 

Sconfitta la potente tribù degli Al-Qasimi, gli Inglesi firmarono nel 1820 una serie di accordi con gli sceicchi degli Emirati della Costa del Golfo. Nel 1892 un nuovo trattato fece di questi Stati un protettorato britannico, garantendo loro sicurezza da eventuali attacchi marittimi o via terra.

 

Nel 1968 Londra dichiarò voler porre fine a questo protettorato. In risposta, gli Stati della Tregua cercarono di creare una federazione con il Qatar e il Bahrain, ma il tentativo non ebbe successo. Il Regno Unito ammainò la bandiera il 1º Dicembre del 1971 e concesse loro l'indipendenza. Il giorno seguente, gli emirati di Abu Dhabi, Ajman, Dubai, Fujairah, Sharjah e Umm al-Qaiwain si unirono per formare una nuova entità che prese il nome di Emirati Arabi Uniti. L'emirato di Ras al-Khaimah si unì alla federazione l'11 Febbraio del 1972.

 

Si tratta di una federazione di emirati ricchi di risorse petrolifere che si trova sul lato orientale della Penisola Arabica. Il suo territorio ha una superficie di 83.600 kmq, dei quali solo lo 0,5% è terreno coltivabile. Le sue coste si estendono per circa 400 miglia e l’interno può descriversi fondamentalmente desertico ad eccezione di alcune oasi. Verso oriente si innalzano delle montagne, le cui vette superano i 2.400 metri. A seguire, una fertile fascia costiera coltivata soprattutto a datteri, grani e tabacco. Perle, pesca e pastorizia erano le occupazioni tradizionali.

 

La loro capitale è Abu Dhabi. Sono governati da un Consiglio Supremo nel quale siedono i sovrani di ognuno degli emirati e da un governo federale che ha sede nella capitale. Le principali lingue parlate sono l’arabo e l’inglese.

 

Buona parte della popolazione, il 77%, è di credo sunnita. Vi si trovano minoranze africane, iraniane, indiane, pakistane ed europee. In origine la popolazione, che oggi ammonta a 9,5 milioni di abitanti, era composta soprattutto da agricoltori e nomadi. Oggi intorno all’86% di questa popolazione vive nei centri urbani. L’aspettativa di vita è elevata ed il 93% degli adulti è da considerarsi alfabetizzato. La crescita demografica annua è del 1,4%, con solo l’1% degli adulti che supera i 65 anni. Praticamente chiunque ha accesso alla rete idrica.

 

Questi emirati fanno parte dell’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) e hanno un reddito pro-capite tra i più elevati al mondo. Il Pil ammonta a circa 350 miliardi di dollari, buona parte dei quali provengono dall’industria e dai servizi. I vicini Bahrain e Qatar hanno preferito costituirsi in singole entità statali.

 

I protagonisti – Israele: Questo Stato nasce nel 1948 a seguito di una risoluzione delle Nazioni Unite decisa l’anno precedente da un voto di partizione. Fino ad allora questo territorio si trovava sotto mandato britannico. Doveva in parallelo nascere anche uno Stato Palestinese, ma la cosa non ebbe seguito perché cinque nazioni Arabe si accordarono per invadere lo Stato Ebraico e troncarne sul nascere l’esistenza.

 

Le cose non andarono così e benché inferiore sotto tutti i punti di vista, Israele finì col prevalere. Seguirono alcune modifiche territoriali ed in quanto al sogno palestinese, ad infrangerlo furono gli stessi Arabi. L’Egitto si prese la Striscia di Gaza e la Giordania occupò l’intero territorio al di là del fiume Giordano insieme alla parte vecchia di Gerusalemme.

 

Figlio della partizione dell’antica Palestina, territorio ottomano che dopo i trattati seguiti al primo conflitto mondiale venne consegnato alla Gran Bretagna, Israele ebbe da combattere altre tre guerre con le vicine nazioni arabe: 1956, 1967 e 1973. Una prima pace venne firmata con l’Egitto nel 1979. Diversi anni dopo, nell’Ottobre del 1994, anche la Giordania firmò il suo trattato, risolvendo così i contenziosi territoriali e la questione delle risorse idriche.

 

A seguito della Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò alcune porzioni di territorio dei suoi vicini, quali la Riva Occidentale, le alture del Golan, la Striscia di Gaza e Gerusalemme est. In assenza di un solido trattato di pace ne avrebbe mantenuto il controllo. Gaza venne evacuata nel 1994. Resta aperta la questione di uno Stato palestinese.

 

Israele è uno Stato di piccole dimensioni che copre una superficie di circa 22.000 kmq. Si distingue per una lunga striscia costiera sul Mediterraneo, mentre a Sud tramite il porto di Eilat ha accesso alle acque del Mar Rosso. Al suo interno si evidenziano quattro aree principali: a Nord, la fertile Galilea con i suoi monti; ad Ovest, una pianura costiera dal territorio fecondo; ad Est, una depressione che include la valle del Haleh, il Mare di Galilea, il Mar Morto ed il fiume Giordano; a Sud, l’area desertica del Negev, ove sono presenti alcune risorse minerarie, quali fosfati e potassio.

 

Terra di immigrati, gran parte della sua popolazione viene dall’Est Europa, dal Medio Oriente, dal Nordafrica e, più di recente, dalla Russia. La sua capitale è Gerusalemme. Ha una popolazione che supera di poco gli 8 milioni, con una densità di quasi 372 abitanti per chilometro quadrato. Il 92% vive nei centri urbani. Circa il 36% ha un’età sotto i 20 anni, mentre poco più del 11% supera i 60. La speranza di vita per gli uomini è di 81 anni, per le donne invece è di 84. La lingua nazionale è l’ebraico, ma vi si parlano anche l’arabo, l’inglese, il francese, il tedesco e lo yiddish. Le città principali sono Tel Aviv, Jaffa, Haifa e Gerusalemme.

 

Le risorse naturali sono scarse, ma una sofisticata politica di irrigazione ha notevolmente incrementato la sua produzione agricola. Il turismo vi gioca un ruolo importante, così come l’alta tecnologia, l’elettronica, le attrezzature scientifiche ed il digitale. Consistenti spese militari e importazioni di petrolio ne frenano però l’economia, alla quale contribuisce un cospicuo aiuto proveniente dagli Stati Uniti. Recenti trivellazioni nelle sue acque territoriali e la scoperta di importanti giacimenti di gas stanno cambiando questo quadro energetico.

 

Il Pil ammonta a 318 miliardi di dollari, mentre quello pro-capite è di poco inferiore ai 39.000 dollari. L’81,6% degli israeliani è impiegato nei servizi, il 17,4% nell’industria e l’1% nelle attività agricole. L’80% della popolazione usa internet, gli abbonati alla banda larga sono quasi il 28%, mentre i cellulari sono 129 ogni 100 abitanti. Poco più dei ¾ degli abitanti è di religione ebraica, i musulmani sono quasi il 19%, i laici ammontano al 3% ed i cristiani al 2%. Il tasso di natalità è del 19,6%, quello di mortalità corrisponde al 5,3%.

 

Il nuovo trattato: Il presidente Trump nella giornata del 13 Agosto annunciava la normalizzazione dei rapporti tra lo Stato di Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Si è poi congratulato con se stesso e con loro, sottolineando la portata storia dell’accordo.

 

Data la delicata situazione con i palestinesi derivante dal recente progetto della Casa Bianca sull’aggiustamento della regione, è indubbio che questo sia il risultato di un lungo e discreto lavorio diplomatico: che in corso vi fosse qualche sorta di discussione tra le parti ne avevo avuto qualche eco, ma quanto avanzate le trattative e quali le possibilità di successo non mi era stato possibile saperlo. La firma ufficiale dell’accordo avrà luogo a Washington entro breve e implicherà una serie di accordi bilaterali riguardanti investimenti, cultura, idrocarburi, telecomunicazioni, sicurezza, tecnologia, turismo, collegamenti aerei e normalizzazione dei rapporti diplomatici. I due Paesi hanno fretta di raccogliere i frutti di questa intesa che certamente dovrà anche mettere fine a quella legge sul boicottaggio dei prodotti israeliani.

 

A seguito di quest’intesa gli Emirati Arabi Uniti sono così diventati la terza nazione araba a siglare un accordo di pace con lo Stato Ebraico. I primi sono stati gli egiziani nel 1979, cosa che li ha riavvicinati all’Occidente e soprattutto agli Stati Uniti. La Giordania ha seguito nell’Ottobre del 1994. Per via dell’irrisolta questione palestinese, gli Emirati non avevano finora mostrato grande voglia di sviluppare buoni rapporti con Israele.

 

Questo è adesso cambiato: l’accordo appena siglato farà storia, essendo il primo tra lo Stato Ebraico ed un paese Arabo ricco. Queste due nazioni non sono mai entrate in conflitto per via della recente fondazione degli Emirati, avvenuta nel 1971. Essi sono stati anche i soli ad approvare incondizionatamente il piano Trump. Significativo anche che l’intesa avvenga alla vigilia di nuove sanzioni contro l’Iran. Con questa decisione gli Emirati Arabi Uniti hanno giocato una partita solitaria, cosa che mostra la loro accresciuta importanza nella regione.

 

Come detto in precedenza, questo mutamento è figlio dei cambiamenti nella regione che hanno fatto seguito alla rivoluzione iraniana ed al collasso dell’Unione Sovietica. Vennero poi l’attacco americano all’Afghanistan, l’invasione dell’Iraq con la successiva morte di Saddam Hussein, le Primavere arabe, la minaccia terroristica e l’arrivo alla Casa Bianca del presidente Trump, che come primo viaggio all’estero aveva scelto di recarsi in Arabia Saudita.

 

Il collante che ha reso possibile quest’accordo è stato soprattutto la paura dell’espansionismo iraniano nella regione, nella quale gioca anche la differenza tra l’Iran sciita e la maggioranza sunnita. Resta adesso da vedere quali sviluppi potrebbero esservi con gli altri Stati del Golfo, che già da qualche tempo hanno fatto fronte comune con Washington e, molto più discretamente, con Israele.

 

Le reazioni: Sono generalmente positive. Per la Casa Bianca si è trattato di un evento di portata storica. L’entusiasmo è comprensibile, data la sua importanza che è anche servita a rimettere Trump in prima linea sul fronte internazionale. Questo era stato preceduto dalla notizia della liberazione degli ultimi 400 prigionieri talebani in mano al governo di Kabul. Non è stata una misura delle più facili, dato che questi ultimi rappresentavano per le autorità afghane gli elementi più radicali e di maggior pericolo.

 

Pure soddisfatto si è detto il Segretario di Stato Mike Pompeo, in quanto ritiene questo trattato come premessa per un passo successivo capace di condurre ad un’ulteriore consolidamento dell’area. In poche parole, un processo destinato ad allargarsi. Dello stesso parere il presidente egiziano al-Sisi: si rallegra della sospensione delle annessioni territoriali da parte di Israele e saluta l’accordo come tappa importante verso il raggiungimento di una pace in Medio Oriente.

 

Molto compiaciuti i due protagonisti della trattativa. Da Abu Dhabi, capitale degli Emirati, non si nasconde la soddisfazione per quest’accordo, visto come un trionfo diplomatico e occasione di orgoglio per gli Emirati stessi. Israele, infatti, ha dichiarato di voler mettere fine ai suoi progetti di annessioni territoriali in Cisgiordania.

 

Gerusalemme garantisce che manterrà questo impegno e l’accordo in proposito è stato chiaro. In precedenza, il premier israeliano aveva sempre sottolineato di voler portare a termine queste annessioni: era opinione condivisa che mai avrebbe fatto marcia indietro, dato che per ragioni di sopravvivenza politica non gli era possibile rinunciarvi.

 

Un sorridente Netanyahu si presentava solenne davanti ai microfoni per annunciare un’iniziativa di portata storica, che avrebbe inaugurato una nuova era nei rapporti tra Israele e il mondo arabo. A rendergli quest’accordo ancora più gradevole, il fatto che quest’avvicinamento ai dirigenti sunniti del Golfo contribuisca ad isolare l’Iran e i suoi amici di Hamas ed Hezbollah.

 

Insieme alla Casa Bianca, Israele ha annunciato la sospensione del progetto di annettere quel 30% di territori palestinesi in Cisgiordania, considerati come il pilastro del programma di Netanyahu. Il termine “sospensione” non ha però lo stesso significato di “interruzione”, cosa che non sembra coincidere con le dichiarazioni degli Emirati. Lo Stato Ebraico vi ha rinunciato o no? Tale ambiguità credo sia da considerarsi come un’importante concessione, forse sinonimo di una nuova era nei rapporti con il mondo arabo.

 

A Gerusalemme si sapeva che quest’iniziativa avrebbe sottratto lo Stato Ebraico dal suo isolamento nel mondo arabo. Già da qualche anno si era fatto un passo avanti in questa direzione, con il riconoscimento e l’accettazione poi di un ruolo dell’Egitto nel combattere il terrorismo islamico nel Sinai. I servizi dei due Paesi collaborano insieme ed Il Cairo si era preso la briga di calmierare la situazione a Gaza.

 

I coloni israeliani degli insediamenti in Cisgiordania non hanno accolto la notizia in modo unanime. Per molti di loro la questione del rinvio dell’annessione non potrà che riproporsi: dicono di attendere da duemila anni e sottolineano come Netanyahu abbia detto di averla solo rinviata, senza mai avervi rinunciato.

 

Dalla Giordania le reazioni sono state piuttosto contenute, così come misurata è stata la risposta. Di fronte all’accordo si è mostrata prudente, augurandosi di poter un giorno assistere ad un ritorno alle frontiere del 1967 e alla nascita di un tanto atteso Stato palestinese.

 

L’Oman, per via della sua posizione e dei suoi rapporti con Tehran, ha preferito mantenere un atteggiamento di neutralità. Il Sultano si è comunque dichiarato favorevole a questa normalizzazione nei rapporti tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e pensa che gli effetti che ne deriveranno non potranno che avere risultati positivi per la regione.

 

La Francia saluta positivamente l’iniziativa, con l’augurio possa trattarsi di una misura capace di risolvere la disputa ormai più che cinquantennale tra Israele e i suoi vicini palestinesi. Le stesse Nazioni Unite accolgono questa notizia con favore. Secondo l’organizzazione, l’obiettivo ultimo di quest’accordo dovrebbe essere il rilancio delle trattative tra lo Stato di Israele e i palestinesi. L’augurio è di giungere ad una pace definitiva che consenta ai due Stati di vivere in armonia l’uno accanto all’altro.

 

Se da un lato vi è chi si rallegra ed esprime soddisfazione, dall’altro vi è chi mostra scetticismo o addirittura digrigna i denti e si rattrista.

 

Innanzitutto i Palestinesi. Non a sorpresa, per la direzione dell’Autorità Nazionale la notizia di quest’accordo è giunta come un fulmine a ciel sereno ed è stata accolta piuttosto male. In passato la causa palestinese aveva sempre avuto il sostegno degli Emirati e questo avvenimento a sorpresa è stato visto come un “tradimento”, anzi “peggio di una pugnalata alla schiena”.

 

I dirigenti dell’ANP non credono più nel rilancio delle trattative e lamentano il fallimento della soluzione a due Stati. Di conseguenza, hanno ordinato l’immediato ritiro del loro ambasciatore da Abu Dhabi e chiesto una riunione d’urgenza della Lega Araba.

 

Per molti, sia a Gaza che a Ramallah, gli Emirati si sono venduti ad altri interessi e sono ormai da considerarsi in mano agli Stati Uniti. In una protesta si sono visti bruciare i ritratti del presidente Trump, insieme a quelli del premier Netanyahu e del principe ereditario di Abu Dhabi. L’impressione è che la causa dei palestinesi non sia più una priorità per nessuno e che i loro interessi siano stati sacrificati.

 

Da Tehran, il presidente Rohani di fronte ad una vasta platea ha parlato di un “grave errore strategico” da parte degli Emirati. Essi hanno semplicemente voltato le spalle all’Autorità Nazionale Palestinese e quindi l’accordo non trova e non merita alcuna giustificazione: non servirà a garantire la pace nella regione, non promuove la causa palestinese e segna un abbandono di tutti i musulmani.

 

Ovviamente negative le reazioni di Hamas, così come quelle dei vertici di Hezbollah, che in contemporanea ha subìto una sua dose di sanzioni. Come i loro alleati iraniani, anche i dirigenti di questo importante movimento sciita libanese temono la nascita di un fronte a loro ostile.

 

Dal canto suo, il presidente turco Erdogan avverte che potrebbe decidere di rompere i rapporti con Abu Dhabi: gli Emirati non hanno il diritto di trattare col nemico sionista e quest’intesa affossa la soluzione a due Stati.

 

Considerazioni finali – la parte politica: Come visto in precedenza, i rapporti di forza nella regione sono mutati ed in continua evoluzione. Ciò che oggi importa non è più tanto il futuro dei palestinesi, quanto altri problemi che non coinvolgono solo attori regionali ma anche potenze esterne. Questo spiega la conclusione a sorpresa dell’accordo, da vedersi anche nel contesto delle imminenti elezioni americane: non è adesso nell’interesse di nessuno vedere irrompere nell’accordo la questione delle annessioni territoriali da parte di Israele. A questo punto è probabile che un riavvicinamento di Israele con gli Arabi avvenga prima di una pace coi Palestinesi.

 

Risulta meno evidente dai sondaggi una vittoria di Trump ed egli ha urgente bisogno di rilanciare la sua campagna. Senza il sostegno della propria base elettorale, in gran parte formata da una destra cristiana e soprattutto dagli Evangelici, il presidente non ha possibilità di farcela: questa gli è indispensabile e ha da sempre sostenuto Israele incondizionatamente e con determinazione. Non è dunque un caso che questo trattato abbia da un lato contribuito a rafforzare lo Stato Ebraico e dall’altro a garantirgli la fedeltà di questa base elettorale. E’ probabile che egli adesso cercherà di convincere altri paesi arabi a seguire le orme di questo trattato.

 

Sul breve il significato di questo accordo è perfettamente chiaro. Per il domani, non ho il dono della profezia ma penso vada accolto favorevolmente: se è vero che la regione è ancora in subbuglio, è anche vero che prima o poi queste tensioni andranno risolte ed i problemi affrontati, trattandosi di conflitti che nessuno potrà mai vincere.

 

Anche se per il loro aspetto confessionale questi non hanno fatto che inasprirsi, presto ci si dovrà rendere conto che chi non può vincere la guerra è costretto a cercare la pace. Come si è visto dopo Westfalia, sarebbe doveroso adottare il principio dell’uguaglianza degli Stati e dei popoli ed assicurarsi che le diverse religioni possano coesistere. Ovvero, trovare un equilibrio tra le parti opposte e comporre le divergenze al fine di sfruttare la pace come si è fatto finora con la guerra.

 

Quello che in Medio Oriente fa difetto è l’assenza di istituzioni ben radicate e capaci di garantire sicurezza e stabilità sul modello dell’Unione Europea o dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), organizzazioni regionali consolidate alle quali potrebbe aggiungersi un’architettura multinazionale di difesa a garanzia della pace.

 

Quest’accordo renderà più sicuri sia Israele che gli Stati del Golfo. Se altri seguiranno, la sicurezza ne uscirà ulteriormente rafforzata. Si avrà allora una parte che non si sentirà più minacciata come in passato: non avrà più bisogno di accumulare armi e le sarà più conveniente dedicarsi allo sviluppo interno e al benessere dei propri cittadini.

 

L’altra parte, sapendo di non poter vincere, ma neppure di perdere e avendo altro da fare che dissipare risorse in armamenti nel timore dei vicini, finirebbe pure lei col sentirsi più tranquilla e concentrarsi maggiormente sulla propria crescita. Preso atto che non vi saranno vincitori, a questo punto si aprirà inevitabilmente il passo alle trattative.

 

L’Europa del secondo dopoguerra potrebbe servire da modello: per giungere finalmente ad una pace servirà negoziare la messa in funzione di quelle istituzioni e di quei programmi tali da avvicinare le nazioni della regione e creare quell’edificio istituzionale in grado di portare stabilità. Una volta accettata la legittimità del vicino, questi paesi non potranno che coesistere e progredire: i palestinesi non saranno più una minaccia per Israele, che potrà allora rinunciare a buona parte delle sue annessioni.

 

In tutto questo, sia quei paesi arabi dalle ingenti ricchezze petrolifere che Israele, con le sue grandi risorse tecnologiche e scientifiche, potranno formalizzare gli scambi bilaterali e collaborare a beneficio del vicini e di sé stessi. Lo stesso si potrà dire dell’Iran, paese nato per andare d’accordo con Israele e dalla popolazione giovane, capace e industriosa. In questo contesto di pace e ritrovata armonia, la questione palestinese non potrà che trovare facile soluzione: nessuno dei due popoli avrà più timore dell’altro e dei vicini, i palestinesi avranno finalmente il loro Stato e si giungerà ad un Medio Oriente più moderno ed equilibrato.

 

Considerazioni finali – la parte militare: Militarmente parlando, queste sono partite a somma zero. Data l’entità dei protagonisti, l’intervento di attori esterni, le caratteristiche dei vari paesi coinvolti, incluse quelle demografiche, mi è difficile pensare che qualcuno possa uscirne vincitore.

 

Dal punto di vista della difesa, Israele è di gran lunga il paese più forte avendo a disposizione anche l’arma nucleare. Questa è però solo un deterrente, in quanto serve a non venire attaccati. Resta comunque un paese molto piccolo, con circa 8 milioni di abitanti. Per le spese militari è al 15° posto a livello mondiale con 20,5 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita può certo considerarsi un paese militarmente ben dotato. Sia sufficiente sapere che nel 2018 di fronte ai 45 miliardi di dollari che la Russia ha dedicato alla difesa, Riyadh ne ha invece spesi quasi il doppio: 83 miliardi e 5° posto al mondo. Ben riforniti anche Bahrain, Kuwait e Oman, che spendono rispettivamente il 3,7%, 5,6% e l’8,8% del Pil.

 

La Turchia ha speso lo scorso anno in difesa 20,4 miliardi di dollari, 16° nella classifica mondiale. La sua popolazione si avvicina agli 80 milioni. L’Iran, con una spesa militare di 12,6 miliardi di dollari, è al 18° posto con circa 81 milioni di abitanti. Vediamo così che chi è più armato tende ad essere demograficamente più debole e territorialmente più piccolo, mentre chi ha una popolazione maggiore ed è più grande, è in proporzione meno armato. Se questi dati vengono inseriti nel contesto regionale, è difficile vedere quale paese abbia nelle partite in corso la reale possibilità di emergere vittorioso.

 

Per sottolinearlo, aggiungerò che con i suoi 96 milioni di abitanti l’Egitto ha in termini di soldati il decimo esercito al mondo ed è il terzo importatore di armi. Il primo è l’Arabia Saudita e decimi sono gli Emirati Arabi Uniti. Nel campo delle spese militari, in termine di percentuale del Pil, tre anni fa tra i primi dieci Paesi del mondo sette erano in Medio Oriente e l’Iran non era tra questi. Riguardo le spese pro capite per la difesa, sempre tra i primi dieci, cinque sono in Medio Oriente. In quanto alle importazione di armi, sui primi venti acquirenti, sette si trovano nella regione.

 

Un’ulteriore e generalmente sottovalutato evento è venuto a confermare questo sostanziale equilibrio. Si tratta del recente attacco condotto su due dei principali centri di produzione petrolifera dell’Arabia Saudita. Questo clamoroso risultato è stato ottenuto con meno di una ventina di droni e forse da una manciata di missili da crociera. Ad infliggere questo colpo durissimo, che ha gettato nel panico l’intero mercato petrolifero mondiale, sono stati i guerriglieri Houthi sotto direzione iraniana.

 

L’episodio ha rivelato la grande vulnerabilità di un paese che è tra i principali acquirenti di armi del mondo, sistemi modernissimi ed ultra sofisticati considerati tra i migliori di cui uno Stato possa disporre. Malgrado ciò, non si è potuta che constatare l’inutilità di armi costose come i missili antiaerei Patriot.

 

Questo attacco, condotto con precisione chirurgica, ha mostrato la vulnerabilità di tutte le infrastrutture vitali dell’Arabia Saudita e degli Emirati: impianti petrolchimici, centri informatici, telecomunicazioni e centrali energetiche. Non è un caso che poco dopo sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti abbiano congelato il loro intervento nello Yemen. L’evento ha certamente avuto un ruolo nel riavvicinamento a Israele degli Emirati.

 

Volando a bassa quota e pilotate a distanza, queste armi sono difficili da individuare. Paesi con limitate capacità militari e privi di mezzi sufficienti per acquistare e mantenere costosi arsenali, hanno così la capacità di condurre attacchi con effetti devastanti. Recentemente, l’impiego in Libia di droni da parte della Turchia ha costretto il generale Haftar a ritirarsi da quello che doveva essere il suo attacco inarrestabile su Tripoli. Putin e al-Sisi hanno dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

 

Alcune mie considerazioni finali: E’sempre stata mia convinzione che nulla in politica non possa cambiarsi. Alla base di ogni iniziativa è però necessaria una capacità di mettere in discussione l’esistente, di uscire dagli schemi e di cercare prospettive diverse: creatività, conoscenza, ampiezza di interessi e curiosità sono indispensabili, come altrettanto indispensabile è mostrare una buona dose di coraggio. Senza fantasia creativa, inutile fare politica estera. In alternativa non resta che la disperazione.

 

Negli ultimi tre secoli e mezzo, sono stati introdotti nella conduzione delle questioni internazionali elementi etici e giuridici dei quali sarebbe necessario tener conto, specialmente in un’area di crisi generalizzata come il Medio Oriente. Credo che col tempo assisteremo ad una riluttanza sempre maggiore da parte delle popolazioni di accettare l’attuale ordine politico. Arriverà inevitabilmente il momento in cui bisognerà saper tendere la mano e ascoltare le voci delle correnti di rinnovamento.

 

Partendo dall’assunto che nel corso della Storia ogni situazione porta in sé una forma che chiede di nascere, il conformismo più opprimente è quello dell’imperativo di accettare il proprio tempo e di considerare i suoi precetti, le idee ed i modi di essere come indiscutibili. Vi è un’intera regione da ricostruire e diventa perciò impellente andare alla ricerca di una qualche forma di integrazione, edificando strutture sovranazionali per assimilare i diversi paesi ed indirizzarli verso un processo di integrazione regionale.

 

Si potrebbe iniziare col creare organismi comuni che si occupino di questioni quali l’ambiente, l’energia, la demografia, l’agricoltura e le risorse idriche, la qualità della vita, l’economia ed il commercio. Una volta creata l’abitudine di consultarsi, prendere decisioni ed agire insieme, si potrà gradualmente passare ad una sorta di unione degli Stati del Medio Oriente. E’ bene rendersi conto che non è il cambiamento politico a fomentare l’instabilità, ma è la sua assenza che può portare a situazioni estreme.

 

Presto sarà sempre più difficile usare la scusa della sicurezza per bloccare il bisogno di cambiamento politico e sopprimere le opposizioni: i conflitti accelerano spesso i mutamenti ed è sempre la Storia ad insegnare che un ordine incapace di articolarne uno nuovo è destinato al tramonto. Senza compromessi sarà impossibile trovare una via di uscita ed il Libano di oggi ne è un perfetto esempio. A seguito dei recenti disastri e della catastrofica esplosione nel porto di Beirut, che può assurgere a simbolo dei mali della regione, i giovani rifiuteranno di considerare l’attuale ordine come immutabile e non abbandoneranno né la lotta né la speranza. Ora serve una strategia politica: a dirlo è lo stesso presidente francese Macron.

 

Diventa anche indispensabile ridar vita alla diplomazia come strumento più importante per navigare in una regione delle più complesse ed instabili e giungere ad un equilibrio ove non vi siano né vincitori né vinti e nel quale ognuno trova il suo posto ed il suo ruolo. La creazione di organismi sovranazionali e di un contesto multilaterale da veder crescere nel tempo sarebbero la soluzione ideale verso un processo di integrazione regionale: per ricostruire un ordine in Medio Oriente serviranno grandi sforzi, non solo politici ed economici, ma anche etici e culturali. In politica le ragioni ideali sono spesso le più importanti e rendono indispensabile una visione sufficientemente ampia da abbracciare tutte le realtà. Non dovrebbero esserci piccoli passi nelle grandi cose.

 

Questa evoluzione, se non dall’abilità e dalla preveggenza dei governanti, verrà resa necessaria dall’emergere di sfide così ampie da superare persino le dimensioni continentali. A doversi mobilitare saranno le risorse del mondo intero ed è per questo urgente accantonare i tasti del nazionalismo, del confessionalismo e della politica di cortile per promuovere e favorire la cooperazione internazionale in un contesto di equilibrio, buona volontà, giustizia e libertà.

 

Su tutto ciò si potrebbero versare fiumi di inchiostro, ma non rientra nell’ambito di questo scritto. Ho voluto semplicemente indicare una traccia, segnalare un possibile percorso e stimolare qualche riflessione.

 

Si tratta solo di sogni? Forse. Ma quali sono le alternative? Spero che gli altissimi costi pagati in questi ultimi dieci anni possano convincere il lettore che la soluzione di questi problemi non potrebbe che aprire in Medio Oriente la via ad una stagione di ragionevolezza, se non di un vero e proprio illuminismo.

 

 

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