Lettere Persiane

Si tratta di una corrispondenza con un alto esponente della diplomazia iraniana che si protrae nel tempo e abbraccia temi essenziali delle vicende politiche dei nostri due Paesi. 

Roma, 01.27.2020 - Lettera di Risposta a[...]
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Roma, lunedì 27 Gennaio 2020

 

 

Caro Ministro,

 

La ringrazio per i suoi ultimi scritti che mi ha mandato. Li ho trovati di grande interesse. Mi dispiace siano sempre un po’ brevi.

 

Come al solito non ho parole per scusarmi riguardo il ritardo nel risponderle. La mia vita in questo paese immondo si sta facendo sempre più difficile e a ciò vanno aggiunti i miei problemi di salute. Ho dovuto rifare la solita risonanza magnetica e Tac polmonare. All’ospedale hanno trovato qualcosa di nuovo e dovrò effettuare un’ecografia per capire di cosa si tratta. Aggiungerò che tra meno di quindici giorni sarò costretto ad un intervento chirurgico per rimuovere un piccolo tumore. Per qualche giorno temo sarò sfregiato e bruttissimo.

 

Passerò adesso alla nostra situazione interna. Benché il premier Conte avesse detto che il 2019 sarebbe stato un anno bellissimo, le cose non sono andate esattamente in questo modo.

 

Alcune considerazioni generali: Il Paese entra nell’anno nuovo in condizioni poco invidiabili e con tutti i grandi problemi ancora irrisolti. Parlo in particolare dei casi Ilva, Alitalia, Autostrade e prescrizione. Si continua a vivere alla giornata in un paese che non va e che non piace, nel quale i partiti e la stampa non insegnano nulla, la politica è soprattutto di disturbo e i giovani hanno scarsissimo ruolo nel rinnovare le cose. Si ristagna affogando nella cronaca e nel luogo comune. L’unica cosa che ancora sembra infiammare gli animi sono le partite di calcio. Per il resto, ognuno cerca di farsi i fatti suoi e la situazione si intristisce.

 

E’ passata intanto la manovra finanziaria che si distingue per assenza di ambizioni e prospettive. Si è trattato fondamentalmente di un gioco al rinvio, dato che dei trenta miliardi sui quali si fonda, quattordici sono a debito.

 

A farla breve, inauguriamo l’anno con un’Italia ferma, incapace di crescere ed in ritardo su tutto. Il panorama è quello di un paese lacerato e poco coeso ed una società che si distingue per disuguaglianze. Si è indietro nei campi dell’innovazione e della ricerca, complice un sistema educativo inadeguato e bisognoso di ampie riforme. Il quadro mondiale continua a cambiare e la nostra politica prosegue nell’offrire aria fritta, rumori di fondo e assenza di risposte.

 

Le banche, strozzate da crediti inesigibili, sono riluttanti a concedere prestiti, l’evasione fiscale è rampante, la popolazione invecchia, l’economia annaspa e la parte migliore della gioventù fa le valigie alla ricerca di un futuro più promettente all’estero. Quello che per quasi tutto il mondo è stato il più grande periodo di ripresa mai vista, da noi è stato sprecato. In politica estera si è perduta ogni voce. A Roma le cose sono giunte ad un punto tale che secondo la classifica della Global Destination Cities Index di Mastercard la Capitale non rientra neppure nelle prime venti posizioni per visite turistiche.

 

Sarebbe necessario un doveroso processo di ricostruzione democratica del quale però non si vede l’ombra, così come non vi è traccia di quell’indispensabile rinnovamento sociale e politico. Ci si dibatte in un’immonda fanghiglia, nella quale i partiti di tutto si occupano salvo che di insegnare al popolo la democrazia. Il sistema è ormai talmente ingessato e sclerotico che servirebbe una rivoluzione per rimetterlo in piedi. Certo nulla può cambiarsi fondando qualche nuovo partito, spostando un ministro o abbandonando la propria casacca. E’ il sistema che andrebbe cambiato e se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno.

 

Questo è dunque un Paese poco democratico nel quale naufraga regolarmente qualsiasi tentativo di spinta per un’Italia migliore e più moderna.

 

Le recenti elezioni: In un clima di perenne campagna elettorale, si sono finalmente affrontate due tornate elettorali di non poca importanza. Parlo del voto in Emilia Romagna ed in Calabria, intorno al quale si è fatto non poco rumore e innumerevoli considerazioni. Senza tirarla per le lunghe, resto sempre dell’idea che il governo dovrebbe durare fino alla fine della legislatura: non è abitudine per un esecutivo di recente nascita cercare lo scontro elettorale e gli equilibri parlamentari sono tali che a nessuno dei partiti della coalizione conviene sfidare la sorte per tornare alle urne.

 

Aggiungerò che una consistente parte degli eletti 5 Stelle prima di darsi alla politica non aveva un lavoro e ora – logicamente – non ha nessuna voglia di giocarsi il posto e lo stipendio. Per completare il quadro vi sarà poi la nomina del prossimo Presidente della Repubblica e quelle di oltre trecento dirigenti delle aziende partecipate pubbliche: si figuri se questi si lascerebbero sfuggire simili opportunità. Non c’è collante migliore!

 

La campagna è stata piuttosto animata, soprattutto quella in Emilia Romagna, che le sinistre hanno controllato per più di 70 anni. Salvini si è dato molto da fare, ha girato come una trottola e non è rifuggito a tattiche a volte discutibili, come suonare al citofono di uno sconosciuto che lui sosteneva spacciare sostanze stupefacenti. Questo suo modo di fare, insieme al timore che potesse vincere, hanno galvanizzato i suoi avversari: alle urne si sono così presentati il 67% degli elettori quando nel 2014 erano stati appena il 37%.

 

A vincere è stato Stefano Bonaccini, attuale presidente della Regione, con il 51,4%. La coalizione di centro-destra ha messo in campo il senatore leghista Lucia Borgonzoni, che ha raccolto il 43,7% dei suffragi. Nicola Zingaretti, segretario del PD, ha sottolineato come questi risultati fossero una sconfitta per Salvini. Ha poi ringraziato il movimento delle Sardine per l’impegno mostrato contro le destre. Il Movimento 5 Stelle, che già andava perdendo pezzi, ha subìto praticamente un tracollo raccogliendo appena il 3,4% dei voti.

 

Per concludere questa prima parte, si può dire che la Lega ha comunque progredito rispetto al passato. Ci troviamo oggi di fronte ad una regione divisa in due: la sua parte urbana, più prospera ed avanzata, si è schierata con il PD; le zone rurali e di montagna, meno ricche e sviluppate, hanno invece scelto il candidato di centro-destra. Zingaretti non si è praticamente visto e alla fine la vittoria è andata non tanto ai Democratici quanto allo stesso Bonaccini, la cui capacità amministrativa è stata valutata positivamente. Questa terra resta rossa, ma assai meno che in passato.

 

In Calabria, regione amministrata in modo pessimo ed in condizioni ben diverse da quelle dell’Emilia Romagna, la situazione si è capovolta in quanto a vincere è stata Iole Santelli, candidata della coalizione di centro-destra e favorita di Berlusconi. Ha ottenuto il 55,3% dei voti. L’industriale del tonno Filippo Callipo, spinto dal PD, ha raccolto poco più del 30%. Ajello dei 5 Stelle si è fermato appena più su del 7%.

 

L’affluenza è stata del 44%, con il PD risultato primo partito con il 15,19%, secondo Forza Italia con il 12,34, seguito dalla Lega con il 12,25%, poi Fratelli d’Italia al 10,85% ed infine il Movimento 5 Stelle con poco più del 6%.

 

Le conseguenze sui partiti: Per concludere, si è assistito ad una graduale rimonta di Fratelli d’Italia che, più a destra della Lega, sta dando segni di vitalità e cresce nei sondaggi. Bastonate dalla crisi, le classi medie sembrano allontanarsi dalla moderazione e vedono in questo partito ed in Salvini una possibile via d’uscita dalla crisi. Non è improbabile che adesso la Meloni riesca a ritagliarsi uno spazio maggiore nella coalizione di centro-destra ed in più di un punto mettersi in competizione con il segretario leghista. Quest’ultimo, che malgrado la battuta d’arresto non può dirsi sconfitto, dovrà comunque trovare modo di riposizionarsi: aveva optato per una radicalizzazione dello scontro politico ma la cosa non ha pagato.

 

In seno alla coalizione di governo il PD si è consolidato al punto di diventarne la forza preponderante. E’ infatti risultato il primo partito nelle due regioni. Dovrà adesso cercare qualche forma di compromesso con i 5 Stelle che finisca col non penalizzarli troppo e che possa conceder loro qualche tempo per riorganizzare i ranghi e mettere ordine nelle faccende interne. Come un disco rotto, Zingaretti continua a parlare di un salto in avanti e della necessità di un’azione di governo per garantire un miglior futuro al paese. E’ da trent’anni che sentiamo ripetere la stessa cosa ad ogni formazione di un nuovo governo. Purtroppo di balzi in avanti, azioni decise e radiosi futuri neppure l’ombra.

 

I 5 Stelle sono praticamente scomparsi da queste due regioni e si trovano oggi in una condizione di sofferenza: perdono consensi e parlamentari e sembrano disperdere il loro capitale politico. Incapaci di mettere a fuoco le tendenze di domani, si sono alleati con il PD, il nemico di sempre, rivelandosi inetti nel riformare il sistema. In Europa hanno concesso il loro appoggio alla Von der Leyen, mostrando anche in questo caso di allontanarsi dalla propria narrativa originale e sacrificando sull’altare del potere quello che era il loro progetto iniziale.

 

Il rapporto dei 5 Stelle con il paese si è spezzato ed è giunto il momento della resa dei conti: Di Maio si è dimesso dalla sua posizione di capo politico per essere temporaneamente sostituito da Vito Crimi. Le due anime del partito dovranno confrontarsi, quella più portata al compromesso e favorevole ad un ingresso in campo riformista e l’altra che si rifà al progetto originale, ossia movimento di contestazione.

 

Perduta la spinta ideale delle origini, mancano anche di una base culturale credibile e di un’organizzazione territoriale. Dovranno adesso rimboccarsi le maniche, riunire un congresso, ridefinirsi e darsi una nuova direzione. Malgrado ciò, restano ancora un alleato tutto sommato prezioso per il PD con una forte maggioranza nelle due Camere che questo voto non ha modificato.

 

Malgrado la rimonta in Calabria, non vedo un grande futuro per il partito di Berlusconi. Renzi sgomita per trovare spazio e ruolo mentre Calenda ha messo su un partitino personale che sembra non avere né capo né coda. C’è adesso chi parla di un ritorno al bipolarismo, ma la cosa è ancora da dimostrare. Uno spazio al centro ancora c’è, ma i pretendenti sono troppi e i programmi non si vedono.

 

I dati odierni danno approssimativamente i seguenti numeri: Lega 32%, PD 19,5%, M5S 14%, FdI 11%, Forza Italia 6%, Italia Viva (Renzi) 4%, Sinistre 3%, Azione (Calenda) 2,5%.

 

Appare un nuovo movimento: Ignoro se ne sia al corrente, ma di fronte allo spauracchio Salvini è improvvisamente sorto come un foruncolo un movimento di protesta battezzato “Le Sardine”, nome da spiegarsi con il fatto che si tratta di un pesce silenzioso abituato a viaggiare in folti gruppi. Si pensava anche che le piazze si sarebbero talmente riempite che le persone avrebbero finito col trovarsi strette, appunto, come sardine. Suo fondatore un giovane istruttore di frisbee di nome Mattia Santori, che ha poi coinvolto altri tre amici dei tempi dell’università.

 

Allarmato di fronte all’attivismo di Salvini, ha pensato di riunire in Piazza Maggiore a Bologna il maggior numero possibile di avversari della Lega. La cosa ha funzionato e le piazze si sono moltiplicate e riempite. Queste Sardine, a farla breve, sono riuscite a mettere a fuoco l’opposizione contro il leader leghista. Si sono mostrate come un movimento essenzialmente urbano, nel quale hanno trovato posto parecchi giovanotti, tutti armati di buone intenzioni ed alcuni anche decorativi. A mancare però sono contenuti, spessore e direzione politica. In loro soccorso, un uso sapiente delle opportunità offerte dai social media.

 

Di fronte ad una classe politica del tutto inadeguata ed incapace di progetti, hanno finito con esprimere non tanto delle proposte quanto dei bisogni. E’ piuttosto ironico notare che nel resto del mondo chi protesta lo fa contro i governi: qui invece si scende in piazza contro l’opposizione, concetto che a me appare piuttosto singolare. A parte pensare che è forse meglio che restino nelle scatolette, devo ammettere che un certo ruolo nel convogliare la gente contro Salvini lo hanno avuto, anche se in precedenza quest’ultimo non aveva mai vinto una campagna elettorale nella regione.

 

Penso che queste Sardine siano figlie della crisi di rappresentanza di una sinistra che ormai riesce ad esprimere soprattutto le istanze dei pensionati e degli impiegati statali, mostrandosi generalmente incapace di proporre una narrazione ed un progetto per il domani del Paese. Per il resto, il malessere generale che serpeggia dalle nostre parti trova espressione nell’eleggere degli ominidi.

 

Risultato: un sistema rigido che perde fiato, si chiude in se stesso e segna il tramonto del liberalismo. Tutti infatti sanno che le riforme più importanti non verranno mai fatte e che la democrazia è in crisi. Viviamo in un Paese svuotato, che si avvia verso una possibile crisi finanziaria, e forse anche istituzionale, nella totale inconsapevolezza di ciò che l’aspetta: al degrado del clima politico segue il degrado del paese.

 

Le nostre Sardine, come Lega e 5 Stelle, non sono spuntate dal nulla ma sono il risultato dell’impoverimento della politica e del disorientamento dell’elettorato. Malgrado tutto il loro entusiasmo, non sono che l’espressione di quella retorica che indica la società civile come migliore della politica: come avrà adesso capito, qui da cambiare non c’è solo l’Italia, ma la mentalità degli italiani.

 

La situazione economica: Come accennato in precedenza, si sono trascinati nell’anno nuovo tutti i vecchi problemi, quali Ilva, Alitalia, Whirlpool (che ogni mese perde 20 milioni di euro nel suo stabilimento campano), concessioni autostradali e altri. La situazione generale non cambia di tanto in rapporto all’ultima lettera e malgrado il recente accenno di accordo tra Stati Uniti e Cina il mondo continua a battere la fiacca. Si è aggiunta adesso anche l’incognita del Coronavirus, probabilmente sbocciato nel mercato centrale di Wuhan per via della promiscuità tra animali vivi da vendere ed esseri umani. Se dovesse inasprirsi c’è il rischio di una bella spallata alla crescita globale.

 

Tornando da queste parti, l’economia è andata ancora peggio di ciò che si prevedeva: nell’ultima parte dell’anno si è contratta dello 0,3% di fronte ad una previsione di crescita dello 0,1%. Si è trattato della più ampia caduta trimestrale dagli inizi del 2013.

 

Il Fondo Monetario Internazionale conferma la posizione di fanalino di coda dell’Italia all’interno della Comunità Europea. La crescita prevista per quest’anno se andrà bene si aggirerà intorno allo 0,5%, il che vuol dire nulla. Vengono chiesti dei correttivi e si continua a sottolineare che il debito pubblico resta troppo elevato: è previsto intorno al 137% del Pil. Il problema è comunque reso gestibile grazie alla politica dei tassi molto bassi che la BCE continua a seguire.

 

La disoccupazione resta sempre alta, diminuiscono le ore lavorative e peggiora la qualità del lavoro, con il part time che copre il 32% dei contratti. In un anno i depositi bancari sono aumentati di 83 miliardi. Si tratta di versamenti fatti da famiglie e soprattutto imprese. Questo sta a dimostrare che non vi sono certezze sul futuro e che perciò i soldi disponibili, piuttosto che venire investiti o spesi, vengono parcheggiati nei conti correnti. A risentire delle difficoltà è oggi anche il settore manifatturiero del Nord che continua ad essere uno dei pochi vanti nazionali.

 

Recenti statistiche sottolineano come il reddito medio delle famiglie italiane raggiunga i 32.000 euro l’anno, con un calo del 9% rispetto al 2008. Solo Grecia e Cipro fanno peggio. Fortuna che al Pil è possibile aggiungere un altro 12-15% regalato da lavoro nero e attività illecite. Si tratterebbe più o meno di 215 miliardi di euro. Non essendovi certezza su nulla e ancor meno sul diritto, gli imprenditori esitano ad investire.

 

La politica, tanto per cambiare, continua ad agire in modo negativo sul quadro economico dimostrando, con le sue menzogne, la sua propaganda e le sue dichiarazioni fuori posto, la totale impreparazione di gran parte della classe dirigente.

 

Il prezzo di non avere una politica estera: Se nell’ultima lettera le ho descritto un Salvini correre dietro a Putin, oggi vediamo un Grillo, che nessuno ha eletto, recarsi in missione presso l’Ambasciata Cinese. Il bravo Casaleggio, nel frattempo, non si lascia sfuggire l’occasione di organizzare un simposio con il direttore di Huawei Italia. Sul Venezuela resta tutt’ora da decifrare la posizione italiana: la Lega prende le parti di Guaidò, i 5 Stelle di Maduro, con alcuni che sussurrano di finanziamenti da parte di quest’ultimo.

 

Appena accoppato il vostro Suleimani, Salvini non ha perso un secondo per schierarsi con Trump. In quanto al Governo, credo non si sia ancora ripreso dallo stupore e a parte dire che fare la guerra è pericoloso, si mostra del tutto incapace di articolare una qualsiasi posizione: come d’abitudine ci si nasconde dietro i soliti luoghi comuni, invocando interventi dell’Europa e delle Nazioni Unite, un modo elegante per dire che non è in grado di fare nulla.

 

Vera cartina di tornasole della nostra politica estera è la crisi libica che dall’inizio dell’anno non fa che aggravarsi. Abbiamo in quel Paese rilevanti interessi di carattere politico, economico e finanziario. Già in passato sarebbe stato necessario qualche deciso intervento pubblico dei nostri Premier: nulla purtroppo è stato fatto, come nulla è stato detto sul gravissimo atteggiamento del governo egiziano e sulle interferenze di Russia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

 

Ora, insieme al Qatar, vediamo unirsi alla festa anche la Turchia. In mezzo a tutto ciò non si è detto nulla, salvo quelle profondissime dichiarazioni di Conte che, facendosi Pilato, si è definito non come amico di al-Serraj o del generale Haftar, ma della pace in Libia. Ha poi invitato a Palazzo Chigi i due leader, dando la precedenza all’avventuriero di Bengasi, il cui scopo è espugnare Tripoli, rispetto al suo rivale ufficialmente riconosciuto come capo legittimo da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvata all’unanimità nel Dicembre 2015. Inutile dire che Serraj si è seccato ed ha rinunciato all’incontro.

 

Sbigottiti, abbiamo potuto assistere da parte di Conte e di Di Maio ad una girandola di incontri: sono andati ovunque e non si capisce a far cosa. Se se ne stavano fermi forse sarebbe stato meglio. Tutti questi vortici di giri sono però serviti a far capire che nessuno dei nostri ha avuto l’acume di prendere le misure del rilevante protagonismo di Ankara. Né l’Italia, né l’Europa, né la Nato hanno una politica estera.

 

Se aggiungiamo la questione dei migranti, si vede come Erdogan stia prendendo in ostaggio sia l’Italia che l’Europa. Ora non resta che sperare che la conferenza di Berlino possa in qualche modo contribuire a risolvere il problema. Per ora ho i miei dubbi. La sola cosa certa è che per noi anche questa conferenza si è tradotta in uno schiaffo.

 

Chi aveva più da perdere siamo proprio noi e, a qualunque situazione si possa ormai arrivare, i nostri interessi nazionali sono compromessi. Ossessionato dal calcio e dal discorso domestico, il nostro paese si è mostrato incapace di capire cosa stava accadendo ed il problema libico è stato affrontato solo in termini di profughi e di migranti.

 

I nostri politici si sono mostrati incapaci di articolare una posizione e hanno scelto di barcamenarsi tra un attore e l’altro. Mostrando di non avere la più pallida idea di quelli che sono gli interessi nazionali, il premier Conte intanto si autocelebra dichiarando che siamo un Paese di facilitatori di pace che ha scelto di non avere un ruolo sul terreno perchè importante non è da che parte viene l’impegno ma quale sarà il risultato. Modo elegante di arrampicarsi sugli specchi per simulare di contare qualcosa.

 

Per l’Italia e l’Unione Europea queste sono giornate umilianti: noi non esistiamo perché deboli e in mano ad una classe politica priva di competenze e di esperienza. Bruxelles non esiste in quanto non ha un esercito e non può proiettarsi militarmente. Manca inoltre di una visione, il consenso non c’è e si presenta disarmata quando la diplomazia è forte solo se armata.

 

Si è di fronte ad un ruvido contrasto di potenze quando né noi né l’Europa lo siamo.A noi manca una politica estera e di difesa e lo stesso vale per Bruxelles, ove le cosiddette cooperazioni rafforzate sembrano essersi sbriciolate. Qui ancora si sogna e non si vuol capire che la politica estera è politica militare. I giochi, infatti, vengono condotti dagli attori armati e non a caso la vera partita sulla Libia si sta giocando tra Putin ed Erdogan.

 

Risultato: mentre vediamo intervenire sul suolo libico mercenari russi, bande armate sudanesi e consiglieri turchi, accompagnati da combattenti dell’Esercito di Liberazione Siriano, da noi si chiede invece, condizioni sul terreno permettendo, l’invio di forze di interposizione europee. L’embargo sulle armi è abbondantemente violato da tutti ed ogni parte in guerra riceve regolarmente le forniture militari necessarie.

 

Queste pagliacciate rendono la posizione dell’Italia talmente fragile che quando Conte si presenta per una foto di gruppo a Berlino, è costretto ad esibirsi in una strana

coreografia per trovare un angolo nel quale inserirsi. Finirà in alto, accanto all’ultimo personaggio sulla sinistra, ben distante da coloro che contano, schierati invece l’uno accanto all’altro in prima fila. Perfetta dimostrazione che diplomazia e politica estera sono due cose troppo importanti e complesse per questa manica di dilettanti che ancora deve abituarsi a portare i calzoni lunghi.

 

Non hanno ancora imparato la prima lezione: la politica estera definisce il ruolo che un governo e una classe dirigente assegnano al proprio paese nel mondo e che per raggiungere gli obbiettivi desiderati servono i mezzi necessari. Come Romani e Bizantini insegnavano, una pace o la si conquista o la si compra. Mi lasci dire che con questa classe dirigente l’Italia può avere un ruolo in politica estera solo se tace.

 

Concluderò facendo notare come stiamo entrando in un mondo caratterizzato da uno scenario di aperti contrasti tra le maggiori potenze che, appena possono, colgono l’occasione per inserirsi nelle partite sorte dalle ambizioni regionali delle nuove potenze medie emergenti. L’attività di altri attori, quali terroristi e criminalità organizzata, non fanno che rendere più confuso un quadro internazionale di per sé già instabile, precario e mutevole. Il Mediterraneo sta tornando al centro delle molte ambizioni di chi se ne disputa il controllo geopolitico.

 

Queste manovre segnano per l’Europa e per noi l’espropriazione di un’area strategica e stanno a mostrare una totale inadeguatezza nel rispondere alle sfide esterne. In una recente intervista all’Economist, il presidente francese Macron ha parlato di un’Europa senza finalità politiche, sull’orlo di un precipizio, a rischio di sparire geopoliticamente o almeno di perdere il controllo del proprio destino. Prima o poi ci si dovrà arrivare: in un mondo nucleare, un’Europa senza atomica non ha senso.

 

Il caso di Venezia: Prima di concludere questa mia lettera, affronterò adesso un tema che è emblematico della situazione nella quale versa il Paese: quello di Venezia.

 

Come se non bastassero tutti i problemi cui si deve far fronte, a poca distanza dalla fine dell’anno ci si è trovati di fronte ad una Venezia ferita al cuore da un’ondata di maltempo. La basilica di San Marco, con i suoi preziosi marmi antichi, è stata invasa dalle acque e la sua cripta dell’XI secolo, contenente le tombe dei Patriarchi, semisommersa. Sessanta chiese sono state danneggiate, con l’aggravante del sale che ha aumentato i danni strutturali.

L’ultimo episodio simile di acqua alta si è avuto nel 1966, il che vuol dire che in oltre mezzo secolo ben poco è stato fatto per porre rimedio a calamità di questo tipo. Negli scorsi 1200 anni il mare è penetrato in San Marco per sei volte e di queste, due si sono verificate in tempi recenti. Inutile dire che da parte della politica e del Governo vi è stato tutto un correre al capezzale della città per farsi fotografare, rilasciare interviste ed esprimere sconforto e dolore. Intanto nella Serenissima prevaleva l’esasperazione: piani bassi e cantine allagati, negozi e attività commerciali distrutti, con tutti i danni aggravati dall’acqua salsa. Chi può cerca di recuperare quello che gli è possibile salvare.

 

La Regione interviene chiedendo lo stato di emergenza per catastrofe naturale. Appare Salvini in Piazza San Marco con l’acqua che gli arriva alle mutande. Per non essere da meno, ecco venire di corsa anche Berlusconi. Conte era lì, in pullover scuro, che pareva la reincarnazione di Marchionne. Accorsi anche il ministro delle Infrastrutture, il presidente della Regione, prefetti vari e autorità locali, il tutto condito da rappresentanti delle Forze di sicurezza e da funzionari della Protezione Civile.

 

Tra conferenze stampa, un continuo di ispezioni nei luoghi più colpiti e nelle zone d’emergenza, si sono tutti precipitati a verificare lo stato dei soccorsi, esprimendo l’augurio che non piombino emergenze più gravi. In coro si sono dichiarati solidali e vicini ai cittadini sommersi e a questo “grande patrimonio storico che non riguarda solo l’Italia ma il mondo intero”.

 

Se fossi avvocato, da parte del mondo intero farei causa allo Stato per negligenza ed omesso intervento, nella speranza che quest’ennesimo e non imprevisto guaio convinca i nostri illuminati politici a dare quelle risposte che mai sono state date per un grande progetto di salvaguardia che abbracci l’intera città. Mentre nel Consiglio dei Ministri si alzano le voci per proclamare l’emergenza, l’acqua del mare continua a minare Venezia che nell’ultimo secolo è sprofondata di una trentina di centimetri.

 

Tale è oggi la situazione, che nel 1966 nella città della Laguna si potevano contare più o meno 150.000 abitanti. Adesso si è arrivati intorno ai 50.000, un terzo di cinquant’anni fa. La Serenissima intanto vacilla e si è andata trasformando in un parco giochi nel quale transitano, per venire ad ormeggiarsi ed offrire sfondi pittoreschi ad improvvisati fotografi, gigantesche navi da crociera dall’enorme potenziale per far danni.

 

Il MOSE: Per far fronte ai pericoli del mare, si è pensato di realizzare un vasto e costosissimo progetto al quale è stato dato il nome di MOSE. Se ne era parlato per anni e quando si è infine deciso di metterlo in cantiere, si è giunti al 2003. I lavori si sarebbero dovuti concludere nel 2012, per un costo previsto di due miliardi di euro. Sono poi slittati di un anno e, passato questo, si è parlato del 2016. Veniamo oggi informati che sarà necessario aspettare un altro paio di anni e che nel frattempo il costo è triplicato.

 

Non sono pochi gli esperti a sostenere che quest’opera faraonica non sarà in grado di offrire la necessaria protezione alla città. Intanto, tra politici, autorità, consorzi vari e Magistrati delle acque, si è assistito ad un’inaugurazione in gran fanfara che si è poi risolta nell’ennesima storia all’italiana: ritardi, sviste, ruberie, episodi di corruzione con tanto di appartamenti a Dubai. Si è parlato di cento indagati, trentacinque arresti e i protagonisti di maggior rilievo ai domiciliari. Altro che salvaguardare un territorio fragile! Pur non essendo ingegnere, posso dire di provenire da una famiglia di ingegneri, anche piuttosto bravi e specializzati in lavori marittimi. Tra l’altro, hanno anche lavorato al porto di Venezia.

 

Sono sempre stato dell’opinione che era tutto prevedibilissimo e che non servisse l’oracolo di Delfi o la Sibilla Cumana, quanto un minimo di responsabilità da parte di chi governa, o dice di farlo. Piuttosto che spendere tutto quel fiume di denaro che è stato speso, per evitare molti guai sarebbe bastato un attento e costante lavoro di manutenzione dei canali che consentono il controllo del flusso delle acque.

 

Non sono state poche le critiche sull’aspetto tecnico ed ambientalista del progetto e numerosi studi parlano di un qualcosa che non avrebbe funzionato a dovere. Si sarebbero potuti studiare progetti alternativi ben meno esosi in termine di tempo e di denaro. E’ da qualche anno che non si convoca il centro di comando delle imprese coinvolte nei lavori che, tra l’altro, pare non siano per niente in buone acque. Alcune malelingue insinuano che neppure dopo 8 miliardi di spesa l’idea possa funzionare. Mi è anche giunta voce che vi siano state delle indagini da parte della Corte dei Conti che chi di dovere ha presto messo a tacere. A questo punto credo non resti che augurarsi, buona o cattiva che sia, di giungere il più celermente possibile al completamento dell’opera.

 

Per concludere, resta l’amara constatazione che tra maree dilaganti di turisti e il passaggio di mastodontiche navi da crociera è stata del tutto disattesa una corretta gestione di quelle opere di manutenzione ordinaria che per secoli hanno garantito la tutela della città.

 

Breve accenno sullo stato del nostro ambiente: Mentre vi è stato un pellegrinaggio in massa a piangere al capezzale del moribondo, sarebbe bene ricordare alcuni elementi caratteristici della nostra politica: si parla, si chiacchiera, si dialoga, si litiga, si discute e si dibatte, ci si riunisce, si convoca, si affronta e ci si confronta, si esalta e si deplora mentre nulla avanza salvo le polemiche. Come un ammiraglio svizzero, i nostri amministratori si distinguono per mal di mare e navigazione a vista.

 

Incalza intanto il partito del cemento, mentre dal Piemonte alla Sicilia, per via del maltempo si allaga e frana il territorio nazionale. Non a caso l’80% di tutte le frane in Europa avvengono da queste parti. Ad essere colpiti soprattutto Liguria e meridione, mentre le risorse pubbliche per la Protezione Civile sono al minimo storico.

 

Questo è un Paese che geologicamente parlando cade a pezzi: frane, strade bloccate, stabilimenti chiusi, voragini, cedimenti e crolli da Torino all’area padana, dalla Calabria alla Sicilia e via per il resto della penisola. Si parla sempre di cantieri che devono partire e poi non partono mai. A causa degli intoppi burocratici non vengono dragati neppure i letti dei fiumi. Intanto tra disagi, danni e disastri la gente continua a morire. Meglio non parlare poi del controllo delle infrastrutture che, come si è visto con il crollo del ponte Morandi a Genova, lo Stato non controlla così come non lo fanno i privati, che non brillano per buona gestione e stra-guadagnano investendo poco.

 

Oltre che all’umana stoltezza, tutto ciò è da attribuirsi anche ad un caos di competenze, un numero spropositato di leggi e di centri di potere. Tutti sanno che l’intera rete stradale del paese è a rischio, ma nessuno fa nulla. Alla fine non è tanto un problema di clima o di ambiente, quanto di persone che poi sono sempre le stesse.

 

L’Italia resta il fanalino di coda per l’utilizzo dei fondi europei dato che spesso mancano le competenze per realizzare i progetti e svolgere le gare in tempo. I sindaci hanno paura della magistratura e della burocrazia e perciò non firmano i progetti, con il risultato che 750 milioni di euro destinati agli investimenti pubblici e alle spese di manutenzione non sono stati utilizzati. Ognuno scarica le colpe sull’altro e nessuno si prende le proprie responsabilità.

 

Questo stato di cose è ulteriore evidenza del declino politico che travolge il Paese e di un Parlamento incapace di assolvere i propri compiti. Come nel caso dei commissari di Alitalia, si nominano persone incapaci di gestire i problemi. Che siano debiti o che siano morti, intanto è il cittadino che deve accollarsi tutto.

 

Nota finale: Non perderò tempo sul dibattito scatenato intorno al Meccanismo Europeo di Stabilità, così come non mi soffermerò sulla questione della prescrizione, che sta generando un putiferio. Lascio anche perdere la sceneggiata intorno all’eventuale processo a Salvini per via della faccenda della nave Gregoretti. Sullo sfondo, ulteriori diatribe sulla riduzione del numero dei parlamentari e per una nuova legge elettorale. Ancora si pensa che simili trucchetti possano risolvere i nostri problemi, quando invece sarebbe necessaria un’azione politica intelligente ed efficace. Di calcio non sono in grado di parlare, salvo dire che in questo Paese dove si digerisce di tutto senza reagire vi sono persone capaci di uccidere per una partita di pallone.

 

Le sarei grato se mi potesse dare la sua opinione sulle manifestazioni in corso in Libano e in Iraq e le possibili conseguenze dell’uccisione di Suleimani. Tra pochi giorni avrete le elezioni per il Parlamento. Che aria tira? Mentre resto in attesa di sue notizie, mi congedo da lei con l’augurio che la sua schiena le dia meno fastidio.

 

I miei più cordiali saluti,

 

EA

Tehran, 2 Dicembre 2019


 

Caro dottor Almagià,

 

Mi scusi tanto per il ritardo nel risponderle, ma di nuovo non avevo più Internet: qui da noi la piattaforma globale ancora non funziona come si deve.

 

Riguardo le sue domande, inizierò col farle sapere che Libano ed Iraq stanno affrontando delle crisi molto serie.

 

1) Entrambi i paesi hanno governi corrotti e del tutto inadatti ad affrontare le esigenze dei loro popoli.

 

2) Nei due paesi sono visibili le manovre dell'Arabia Saudita, che fomenta parte della popolazione contro l'ingerenza dell'Iran.

 

3) Oltre a queste manovre, le nuove generazioni, spesso istruite, cercano stabilità e lavoro e sanno bene che alla radice della crisi vi è proprio l'Iran. Vogliono perciò che Tehran alzi le tende e la semtta di interferire nei faccende dei loro paesi.

 

4) Per via della sua dipendenza dall'Iran, vi sono oggi seri problemi di funzionamento nel governo di Baghdad. In questo gioca una sua parte anche l'azione di Hash-do-Shabi, gruppo paragonabile ai nostri Basij.

 

In Libano invece un problema simile lo causa Hezbollah, che già in passato aveva cercato ogni pretesto per arrivare allo scontro con Israele e ancora oggi segue le direttive politiche dell'Iran.

 

5) In Iraq, dove l'influenza iraniana è più forte, il popolo è stanco di vedere Tehran decidere delle sue sorti: questo è particolarmente vero per la politica estera perché in questo campo la pressione dell'Iran è rilevante. Il risultato è che il paese deve pagare per le scelte di Tehran. Intanto gli iracheni reclamano a viva voce che il Generale Soleymani si tenga lontano da quelle che sono le loro faccende.

 

6) Se i due popoli riusciranno a vincere la battaglia, si potrà dire che l'Iran avrà perso la sua e, di conseguenza, l'intera situazione regionale ne risulterà cambiata.

 

In questo momento tra il Libano e l'Iraq c'è una differenza di non poco conto: la figura dell'Ayatollah Alì Sistani.

 

L'Imam che ha molta influenza tra gli Sciiti, come si è potuto vedere, è stato il primo Grand Ayatollah ad emanare una direttiva religiosa (Fatwa) che condanna la violenza e la repressione con il sangue durante le manifestazioni di piazza.

 

Occorre notare come la sua presa di posizione abbia infine provocato le dimissioni del Primo Ministro Iracheno Adil Abdul-Mahdi. Sistani, va detto, con una sua missiva aveva invitato lo stesso parlamento iracheno a togliergli l'appoggio.

 

In Iraq, il nostro regime vede il Grand Ayatollah come un monolite, l'unico in grado di poter realizzare qualsiasi cosa in campo politico. Sistani, dal conto suo, cerca di tenersi lontano da questi giochi: sostiene un Iraq indipendente, ma con astuzia evita di chiamare direttamente in causa Tehran.

 

7) Oltre all'Arabia Saudita, l'Iran nella regione ha un altro nemico: i gruppi sciiti nazionalisti e contrari alla politica del nostro regime. Ad opporvisi troviamo anche le classi popolari sciite, che sono presenti sia in Libano che in Iraq. Questi, anche in prospettiva futura, vedono le ingerenze dell'Iran come un pericolo per gli interessi nazionali dei loro paesi.

 

Passo ora ad esprimerle il miopensiero sulla Turchia.

 

1) La grande preoccupazione di Ankara sono i Curdi ed il governo utilizza ogni strumento per reprimerli. In questo senso vanno viste le minacce di Erdogan di rimpatriare nel continente gli ex-combattenti dell'Isis e aprire le porte ad un'immigrazione dei profughi verso l'Unione Europea. Sia l'Iran che gli Stati Uniti non sono oggi in grado di convincere Erdogan ad interrompere le sue operazioni in Siria.

 

2) La Turchia intende anche avere un ruolo in Sira in quanto considera Assad come una minaccia. A suo avviso il dittatore siriano finirà col dare l'autonomia ai curdi siriani e questi potrebbero agire in favore dei fratelli turchi.

 

3) Fermare l'azione dei curdi in Turchia ed avere una zona sicura alla frontiera nord-orientale della Sira è attualmente la linea rossa di Erdogan.

 

Riguardo la situazione interna al mio paese, comincerò col dirle che alcuni giorni or sono anche io ho partecipato alle manifestazioni di protesta contro il regime.

 

Più di 200 persone in diverse città del Paese sono stati uccise e migliaia sono stati i feriti e gli arresti.

 

 

I Guardiani della Rivoluzione hanno aperto il fuoco soprattutto contro quelli che prendevano d'assalto banche e uffici governativi, indicandoli non come parte del popolo ma come rivoltosi. Alcuni di questi edifici sono stati incendiati.

 

I Basiji e i Guardiani hanno represso violentemente il popolo in quanto, secondo le parole di Khamenei e del Presidente Rouhani, questi altri non erano se non ribelli manovrati dall'estero. Le manifestazioni sono scoppiate in circa 100 centri urbani. In almeno la metà di questi la risposta del regime è stata durissima. A causa della brutalità della repressione, le proteste si sono adesso calmate perché la gente non ha né la forza né i mezzi per poter opporre qualsiasi resistenza e proseguire con le manifestazioni.

 

A ben vedere, penso che queste proteste non cambino le cose dato che il regime utilizza ogni mezzo per per assoggettare il popolo. L'aumento del prezzo del carburante è stato un ordine diretto dell'Ayatollah Khamenei e di Rohani e, secondo la dottrina del Velayat-e-Faqih, nessuno ha il diritto di opporsi alle decisioni della Guida Suprema. In poche parole, un sistema totalitario.

 

Quello che ho trovato piuttosto strano è che né l'Unione Europea né i singoli Paesi del vostro continente abbiano condannato il regime per questa repressione, eccezion fatta per la Germania. La stessa comunità internazionale non ha espresso solidarietà con i manifestanti né il proprio cordoglio verso quelli che sono stati uccisi.

 

Per un'intera settimana Internet è stato totalmente oscurato dal regime. Anche i cellulari sono stati bloccati e nessuno di noi era in grado di comunicare con gli altri.

 

Il regime ha chiuso tutte le porte e ha fatto quello che voleva contro il popolo. La repressione è stata terribile e violenta, molti innocenti sono stati uccisi.

 

In attesa di sue notizie spero lei sta bene e le invio i miei più cordiali saluti.

 

Mo.

 

 

 

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