Appunti sul vicino Oriente e altri scritti politici

Hong Kong: un'ulteriore sorpresa

 

La libertà non è soltanto un diritto universale e irrinunciabile, è l'unico veicolo per raggiungere la verità. Libertà politica e libertà economica sono indissolubilmente legate.(Domenico Ravaioli)

 

 

In un precedente testo avevamo menzionato come le manifestazioni che si stavano svolgendo in Algeria, in Sudan e a Hong Kong fossero una prova straordinaria di lotta per la democrazia e i diritti dell'uomo. Questa battaglia si è ora andata allargando.

 

In Libano e in Iraq assistiamo ad interi pezzi di società che si ribellano contro governo e classe politica e decidono di scendere in piazza. Episodi simili anche nell'altro emisfero: dopo Venezuela e Honduras, anche Cile, Bolivia e Colombia vedono oggi estendersi la protesta in un clima di esclusione sociale e sfiducia nelle istituzioni.

 

Credo a questo punto non sia difficile trovare un nesso fra queste manifestazioni. Tutto oggi appare collegato e ciò che avviene in un paese finisce per riflettersi su di un altro: nuove tecnologie e social media permettono alle idee di propagarsi rapidamente e alla protesta di avere un filo comune, superando le frontiere e passando da un continente all'altro.

 

Con le elezioni del 24 Novembre per i Consigli di Distretto ad Hong Kong abbiamo visto quanto esteso sia stato l'appoggio offerto dalla popolazione alla protesta e quanto i giovani abbiano ribadito la necessità di affermare, davanti agli occhi del mondo, il valore della libertà.

 

Un'elezione importantissima: A Pechino era opinione diffusa che il movimento di protesta non avrebbe riportato alcuna vittoria elettorale, ma che viceversa avrebbe subito una sconfitta devastante. Da parte nostra eravamo del parere opposto.

 

Sin dagli inizi ci era apparso chiaro che queste manifestazioni non erano altro se non l'espressione di una presa di coscienza ben più vasta. Quello che vediamo accadere potrebbe aprire la strada verso una nuova fase della storia del mondo.

 

Il voto, visto il suo carattere locale, rappresentava un passaggio minore. Si è trattato di rinnovare i Consigli Distrettuali che nell'ambito del Governo di Hong Kong hanno un ruolo secondario in seno all'amministrazione: il loro compito è offrire al Governo proposte sulla vita di quartiere come ad esempio la raccolta dei rifiuti, l'ubicazione delle fermate degli autobus, il traffico, l'approvvigionamento delle attrezzature e dei servizi.

 

Malgrado questa marginalità, l'affluenza si è rivelata sorprendente: alle urne si sono recati poco più di tre milioni di cittadini che, con il 71,2%, hanno rappresentato il doppio dei votanti del 2015 e la più alta partecipazione mai riscontrata. Gli esponenti delle forze per la democrazia hanno mandato all'amministrazione del Governatore Lam un messaggio fin troppo chiaro sulla sua politica e, di riflesso, sulle intenzioni di Pechino riguardo i Territori.

 

La protesta ha oggi 385 seggi su 452 e ottiene così 17 Consigli Distrettuali su 18. Gli indipendenti di seggi ne hanno 8 e la componente legata alla Repubblica Popolare 59. L'unico vincitore legato a Pechino dovrà ora occuparsi anche di un'invasione di maiali selvatici che vanno a zonzo per il distretto in cerca di cibo e, forse, anche di svago.

 

Si è trattato di una vittoria schiacciante, dall'altissimo valore simbolico, cosa che i silenzi del continente non hanno fatto che confermare. Fino al giorno precedente, infatti, il Partito Comunista e i suoi organi di comunicazione avevano parlato del movimento di protesta definendolo come composto da “gruppi emarginati” e “privi di sostegno da parte della popolazione”.

 

I media cinesi avevano capito che il voto era l'equivalente di un referendum sugli eventi degli ultimi mesi: pensavano tuttavia che queste elezioni avrebbero potuto offrire l'occasione per denunziare la piazza e gli episodi di violenza.

 

Dopo il risultato l'Agenzia Statale Xinhua ha scelto di non entrare nei particolari: ha reso noto solo il fatto che i voti erano stati contati e come i disordini sociali abbiano alterato il processo elettorale. Questo silenzio non è altro che la conferma dello smarrimento di Pechino e del fatto di non saper ancora quale risposta dare.

 

Le elezioni certo non segneranno la fine dei disordini sociali e della violenza, potrebbero però rappresentare l'inizio di qualcosa di nuovo che desta non poche preoccupazioni in seno al Partito Comunista e non a caso la stampa del continente ha evitato di far menzione dei risultati. Come accade da qualche tempo, i funzionari di partito non hanno mancato di lanciare strali contro l'azione di forze esterne: l'Occidente e soprattutto gli Stati Uniti, accusati entrambi di aver fomentato le folle di Hong Kong.

 

Si tratta di un modo di comunicare ben collaudato da ogni regime autoritario che ha lo scopo di accarezzare il sentimento nazionale, deflettere la propria assenza di comprensione e gettare il biasimo su agenti esterni, colpevoli oggi di aver interferito sull'andamento delle elezioni. In quanto alle forze democratiche, sono state descritte come in combutta con lo straniero per minare il governo del Partito.

 

Dal mese di Giugno tra manifestazioni, assemblee e cortei per le strade si sono avuti oltre 900 eventi. Si calcola che le persone arrestate siano state in tutto quasi 6mila.

 

Le conseguenze del voto: Viste le sue recenti dichiarazioni, chi gioca a non capire è il Governatore di Hong Kong, Carrie Lam, che riconosce la disfatta dei candidati filo-cinesi, ma resta inflessibile e rifiuta di prendere in considerazione le proposte dei manifestanti. Afferma che il problema nasce da come è stata gestita la faccenda della legge sull'estradizione, fattore che ha dato origine all'ondata di protesta. “In tutta apparenza vi è chi ritiene che la nostra amministrazione non abbia gestito correttamente l'attività legislativa e tutto ciò che ne è seguito”.

 

Il 26 Novembre, il Quotidiano del Popolo – organo principale del Partito Comunista Cinese – ha pubblicato un editoriale molto duro nel quale accusa gli Stati Uniti di nutrire “intenzioni malvagie” e di cercare in tutti i modi di “contenere l'ascesa della Cina” anche incoraggiando disordini e tumulti nei Territori.

 

Le autorità di Pechino hanno poi attaccato anche il Congresso, colpevole di aver votato un progetto di legge in sostegno della protesta: si tratta del “Hong Kong Rights and Democracy Act”, immediatamente approvato dalla Casa Bianca. Dopo aver criticato lo stesso Presidente Trump, hanno poi convocato l'Ambasciatore americano avvisandolo che gli Stati Uniti devono smettere di interferire nelle loro questioni interne. Hanno anche vietato alle navi militari americane di attraccare nel porto di Hong Kong. Per le strade della città, si sono viste bandiere a stelle e strisce e scene di giubilo.

 

Il primo Dicembre i militanti per la democrazia scendono nuovamente in piazza. Si tratta questa volta di rinnovare la domanda per l'apertura di una commissione di inchiesta sulle violenze della polizia governativa. Allo stesso tempo, manifestanti filo-cinesi sfilano in protesta contro la legge del Congresso e descrivono Trump come immaturo, imprevedibile, scarsamente affidabile e colpevole anche lui di ingerenza.

 

Pechino, dal canto suo, minaccia gli Stati Uniti di rappresaglie sottolineando come “Hong Kong è la Cina” e nessuno può arrogarsi il diritto di interferire nelle sue faccende interne, altrimenti dovrà pagarne le conseguenze.

 

La settimana dopo, circa 800mila persone sfilano per le vie del centro della città. Si è trattato della manifestazione più imponente dall'inizio dei disordini: le autorità avevano dato il loro permesso. Il corteo è stato sobrio e pacifico e si è andato snodando con lo slogan “battersi per la libertà, sostenere Hong Kong”. Le forze dell'ordine hanno stimato il numero dei partecipanti in meno di duecentomila. Nel corso della giornata non si sono avute azioni violente e atti vandalici, ma le richieste della piazza sono rimaste sempre le stesse.

 

Il Governatore ha reagito all'evento mostrandosi conciliante, dichiarando di aver “imparato la lezione” e che d'ora in poi “presterà l'orecchio con umiltà e accetterà le critiche”.

 

Meno accomodante sembra essere stata Pechino. Data la portata della manifestazione, troverà però difficile sostenere si sia trattato soltanto dell'azione di un piccolo gruppo di estremisti manipolati dal forze ostili di matrice esterna. È tuttavia indubbio che il governo cinese intenda escludere ogni azione militare e l'intervento delle truppe ammassate alla frontiera: resta sempre vivo il ricordo di Tienanmen e che, per via del rifiuto dell'esercito regolare di intervenire, si è dovuto ricorrere a truppe provenienti dalla Mongolia Interiore.

 

Il Partito Comunista Cinese dovrebbe consentire l'indagine sul comportamento delle forze dell'ordine che dovrà essere indipendente e presentare un progetto di suffragio universale così come previsto dalla Basic Law, la Costituzione che sin dal 1 Luglio 1997, giorno dell'ultimo ammainabandiera inglese, regola i rapporti tra Hong Kong e la Cina continentale.

 

Con il trasferimento della sovranità si è stabilito che la città avrebbe mantenuto le sue prerogative in tema di gestione economica e legislativa, sì da conservare il proprio stile di vita ereditato dalla amministrazione britannica per i successivi 50 anni. Questo è ciò che in Cina, riferito ad Hong Kong, chiamano “un Paese, due sistemi”.

 

Attualmente, dei sette milioni e mezzo di abitanti dei Territori, circa un milione sono immigrati provenienti dalla Cina comunista e molti di questi, non a caso, si sentono bersaglio della collera della piazza. In quanto al resto del miliardo e 400 milioni che vivono su continente, per loro questi moti risultano velleitari dato che nessuno è mai riuscito ad opporsi con successo al potere del Governo Centrale.

 

Conclusioni: Carrie Lam si è recata a Pechino per riferire su ciò che sta accadendo. Ha dichiarato la sua ostilità all'idea di cedere alle aspirazioni della piazza. Il Presidente Xi Jinping le ha garantito il suo appoggio, chiedendole allo stesso di far cessare i tumulti. Secondo gli elementi filo-cinesi dei Territori, il Governatore non si è mostrato sufficientemente duro.

 

Le migliaia di arresti hanno portato il movimento di protesta ad entrare in una fase più radicale. Il rischio ora è che un rafforzamento della frangia più estremista possa portare a nuove strategie, giustificate dal fatto che la moderazione non riesce ad ottenere risposte dal Governo.

 

Si tratta per Pechino di un contesto reso più complicato in vista delle elezioni legislative ad Hong Kong dell'anno prossimo. Il regime sa bene di dover tenere in buon conto il funzionamento di questo importante centro finanziario, cosa che le consente un'apertura sui mercati internazionali: vi sono circa 250mila persone che operano in questo settore e non sarà facile rimpiazzarle. Stesso discorso vale per l'impianto giuridico della ex-colonia e per le norme che ne regolano il sistema economico, entrambi considerati come più credibili rispetto a quelli cinesi.

 

L’anno nuovo e ulteriori sviluppi: Il 2020 si inaugura con una nuova imponente manifestazione per le vie di Hong Kong e chissà che non sia poi questo l’anno delle grandi sorprese. Dall’America Latina ad Algeri, da Khartoum a Beirut fino alle strade di Baghdad echeggia ovunque lo stesso grido: “la nostra pazienza si è esaurita”. Ne tengano ben conto coloro che controllano governi ed istituzioni e cercano di soffocare o comprimere le aspettative dei rispettivi popoli.

 

Come proconsole di Pechino a Hong Kong è stato di recente scelto Luo Huining, che viene a sostituire Wang Zhimin estromesso per il modo con il quale ha affrontato le manifestazioni di protesta e consentito il loro dilagare.

 

Benché sia forse troppo pensare che basti una persona a risolvere i problemi del territorio, il significato di questa nomina non sfugge a nessuno. Egli si era infatti distinto per un repulisti nello Shanxi e per la sua attività decennale di restrizioni alla comunità buddista del Tibet. Data la sua età non è certo alla ricerca di avanzamenti di carriera e non si farà troppi scrupoli nell’eseguire le direttive di Pechino.

 

Che il Partito Comunista Cinese non voglia concedere spazio alle richieste della popolazione è indicato dal divieto di accesso a Hong Kong al direttore generale della Human Rights Watch, associazione che si cura di monitorare lo stato dei diritti umani. Nella stessa direzione sono da leggere anche gli attacchi rivolti poco tempo fa contro Joshua Wang, etichettato da Pechino come mente del movimento di protesta. In un intervista egli aveva dichiarato che “il dono di Dio è quello di avere indipendenza di vedute e pensiero critico”.

 

Vorrei ricordare che il reddito medio pro capite di Hong Kong sfiora i 40.000 dollari, equivalente a 4 volte quello medio cinese. Non pochi manifestanti descrivono i cinesi come “uccelli ingabbiati, timorosi di lasciare le sbarre”. Appeso ad un ponte di Hong Kong sventolava uno striscione con la scritta “Quando la tirannia è un fatto, nostro dovere è la rivoluzione”. Gli eventi di questo territorio possono essere visti come linea del fronte di una nuova epoca.

 

Eloquenti sono anche i risultati delle recenti elezioni presidenziali a Taiwan, non poco influenzate dagli eventi di Hong Kong. Queste hanno visto trionfare il Partito Progressista Democratico e l’elezione per un secondo mandato del suo presidente, la signora Tsai Ing-wen. Convinta dell’impossibilità di applicare a Taiwan il concetto di “una nazione, due sistemi”, si era espressa per l’indipendenza dalla Cina e contro la mano pesante di Pechino: ha ottenuto il mandato più vasto mai registrato.

 

Per gli abitanti dell' isola, che Pechino reclama come territorio proprio, ad essere in gioco è soprattutto l’identità nazionale. Non è una coincidenza che numerosi esponenti della protesta di Hong Kong si siano recati a Taiwan per seguirne la campagna elettorale, mentre altri vi hanno trovato rifugio per evitare le rappresaglie delle autorità del Territorio.

 

Da Hong Kong a Taiwan c’è chi dice sia necessario un biglietto, mentre da Taiwan a Hong Kong basta un voto. Mostrando immagini video di scene di protesta, attacchi con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, sono in molti a gridare: “Oggi Hong Kong, domani Taiwan”.

In una sua dichiarazione, il presidente cinese Xi Jinping aveva definito il problema di Taiwan come una questione interna cinese che non consentiva di “tollerare alcuna interferenza straniera”. La Cina – proseguiva – “non lascerà spazio ad alcuna sorta di movimento indipendentista di Taiwan”. Per lui si tratta di una “provincia rinnegata” da incorporare al paese come “inevitabile obbligo per il grande ringiovanimento della nazione cinese”.

 

Ne va di mezzo l’identità stessa del Partito Comunista cinese in quanto il ritorno di quest’isola, che Pechino intende riprendersi entro il 2049, centesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare, consentirebbe di concludere la parte incompiuta della guerra civile e la Cina potrà ritenersi di nuovo grande. Per Xi Jinping, “obbedienza politica e integrità territoriale sono interessi permanenti e irrinunciabili del Partito”.

 

In questo momento sia gli eventi di Hong Kong che di Taiwan mettono a nudo i limiti del potere autocratico di Pechino. Schiacciare Hong Kong significherebbe la fine di quel centro finanziario, il terrore dei vicini e l’incoraggiamento ad armarsi e avvicinarsi agli Stati Uniti. Riguardo Taiwan, il domani dell’isola è il punto di frizione più pericoloso perché se in futuro dovesse esserci uno scontro militare con gli Stati Uniti è proprio lì che potrebbe verificarsi.

 

Un gigante dai piedi di argilla? Sviluppi recenti sembrano indicare come la Cina di Xi Jinping si stia avviando verso una via diversa da quella delle riforme e dell’apertura al mondo iniziata circa quarant’anni fa da un’altra dirigenza. Convinta oggi della superiorità del suo modello di governo, Pechino pensa che i valori dell’Occidente e della democrazia siano in declino e che quindi il suo regime rigido, centralizzato ed autoritario potrà far da esempio al resto del mondo.

 

Questi ideali possono oggi essere in crisi ma non vediamo ancora alternative migliori alla libertà, al rispetto dei diritti umani e al libero mercato. Se molti pensano che l’avvenire della democrazia sia incerto, noi pensiamo che lo stesso possa dirsi di regimi dittatoriali ed antidemocratici.

 

Non sfugge a molti che la Cina, malgrado il suo enorme sviluppo, sia in fondo un gigante dai piedi di argilla e che il più grande timore di Xi Jinping sia che il vento della protesta possa finire un giorno col soffiare anche per le vie e le piazze delle sue città. Che egli non sia tranquillo lo dimostra il fatto che quei cinesi che hanno pubblicamente dichiarato il loro appoggio alla protesta di Hong Kong siano stati incarcerati. Poche cose hanno più importanza per i dirigenti di Pechino di ciò che non possono controllare.

 

Una stretta illiberale: Mentre continua la repressione della minoranza Uighura nello Xinjiang, è bene ricordare gli attacchi rivolti al calciatore Mesut Ozil per aver criticato il trattamento riservato a questa popolazione che hanno portato al divieto di trasmettere l’incontro tra le squadre dell’Arsenal e del Manchester United.

Per essersi espresso in favore dei manifestanti di Hong Kong è stato preso di mira anche il manager della squadra di basket americana Houston Rockets. Significativi anche l’arresto di due diplomatici canadesi e la faccenda del cittadino svedese Gui Minhai. Voglio anche ricordare la denuncia nei confronti del Parlamento europeo per aver concesso un premio per la libertà di pensiero a Ilham Tohti, difensore della comunità musulmana degli Uighuri, condannato all’ergastolo con l’accusa di aver richiesto l’indipendenza della provincia dello Xinjiang.

 

Quello degli Uighuri è visto da Pechino come un serio problema: il loro credo musulmano è ritenuto sovversivo, in quanto non solo legato all’estero ma anche in competizione con l’ortodossia del Partito. Per questo motivo il regime si scaglia contro il dissenso, mentre il presidente Xi Jinping incoraggia il culto della sua personalità, che fa leva su una leadership di stampo paternalista. Gli Uighuri, nel frattempo, sono costretti a programmi di laicizzazione forzata mentre sono centinaia di migliaia quelli spediti in campi di rieducazione. La loro cultura viene combattuta ed il regime fa di tutto per assimilarli e trasformarli in autentici cinesi.

 

All’interno della stessa Cina si sta assistendo ad una manovra del Partito Comunista tesa ad impossessarsi di ogni aspetto della vita universitaria allo scopo di garantirsi la fedeltà delle élite intellettuali. Già dallo scorso anno, al fine di rafforzare il controllo del Partito sugli istituti superiori di ricerca, è stato chiesto ai loro membri di firmare un modulo di comportamento etico. Gli studiosi opposti a questo controllo ideologico sono stati licenziati, così come sono stati espulsi e arrestati quegli attivisti tra gli studenti che sfidavano i dettami del partito. Sistematicamente sotto attacco anche avvocati, giornalisti, social media e Ong. Si tratta di un comportamento molto rischioso.

 

Tra i numerosi istituti coinvolti in questa vicenda troviamo anche la prestigiosa università Renmin di Pechino e quella di Fudan a Shanghai. Anche in questi due casi è risultata evidente la volontà del partito di allargare la propria attività di controllo al mondo della ricerca e dell’insegnamento universitario. Ovunque si vedono rimosse le garanzie sulla libertà di pensiero e richiesti impegni di fedeltà al Partito Comunista.

 

Questo venir meno della volontà di Pechino di fare concessioni finirà inevitabilmente con l’incrinare i rapporti della Cina con il resto del mondo e ridurne l’attrattiva: a forza di intimorire e sopraffare il prossimo, il pericolo è quello di crearsi dei nemici e ottenere risultati opposti a quelli sperati. Nel 2018 il 47% degli americani aveva un’opinione negativa della Cina, oggi sono il 60%; nello stesso periodo in Corea del Sud e Giappone si è passati dal 63% all’85%. Si tratta dunque di un comportamento non privo di rischi.

 

Le ragioni di questa svolta: Voglio sia chiaro che chi scrive non è nemico della Cina ma persona convinta che si tratti di un grande paese, erede di una civiltà raffinatissima e millenaria che ci ha lasciato innumerevoli capolavori di arte, brillanti testimonianze di pensiero e grandi invenzioni. Aggiungerò che a casa mia ho una piccola collezione di bronzi cinesi arcaici, alcuni esempi di ceramiche Ming ed altri oggetti tra i quali una simpatica rappresentazione del poeta Li Po, vissuto all’epoca della dinastia Tang. Se potessi seguirei le orme di Percival David, non limitandomi però al solo studio delle ceramiche.

 

Negli ultimi quarant’anni la Cina ha compiuto enormi progressi, al punto di poter dire che il più grande evento politico dei nostri tempi sia proprio la crescita fenomenale di questo paese. Ha saputo affrontare con successo la sfida della globalizzazione per emergere come indiscusso protagonista sulla scena mondiale. Appena la Cina avrà raggiunto un prodotto interno lordo pro capite simile a quello dell’Italia, l’economia nazionale sarà più del doppio rispetto a quella americana: il paese è vasto, il suo popolo competente e salvo gravi errori di natura politica, questo ne farà la più grande economia del mondo.

 

In pochi decenni la Cina ha compiuto un percorso che altre nazioni hanno impiegato secoli per completare. Il risultato è che dal 1978 oltre 800 milioni di contadini sono usciti dalla povertà. L’aspettativa media di vita è passata dai 35 anni del 1949 ai 78 di oggi. Oltre duemila miliardi di investimenti esteri sono confluiti in Cina nel corso degli ultimi quarant’anni, con il risultato che il paese è diventato elemento essenziale della moderna macchina industriale: è il più grande stato manifatturiero del mondo, responsabile di un sesto della produzione economica globale ed infine ha un sistema ferroviario ed autostradale dei più estesi. Le sue industrie si stanno rivelando sempre più competitive ed i turisti cinesi in giro per il mondo spendono quasi il doppio degli americani.

 

Questi successi, che hanno visto la Cina emergere come una superpotenza economica, tecnologica e persino culturale, sono il risultato di una politica estera pragmatica e flessibile, oltre che di un’intelligente e realistico processo di riforme che ha aperto il paese agli investimenti stranieri. Il presidente Xi Jinping e coloro che lo hanno preceduto dai tempi della morte di Mao sono riusciti ad assicurare alla Cina un posto al vertice della scala economica e di potere globale.

 

Concentrare la propria attività di governo ad esaltare l’ortodossia, il leader unico e la disciplina di partito a scapito del libero pensiero, porterà inevitabilmente il Paese al soffocamento burocratico e al collasso. Un Partito Comunista di questo stampo non potrà durare per sempre e prima o poi sarà destinato a dissolversi: come e quando accadrà nessuno può dirlo, ma è inevitabile che l’idea che il partito sia tutto e che solo a lui spetti governare penso non potrà avere vita lunga. Perché dunque irrigidirsi, quando la causa di questi grandi successi è stata la capacità di essere flessibili: mostrarsi aperti e concilianti per assicurarsi un futuro di crescita e di accettazione non vuol dire essere deboli. Nulla potrà fermare il progresso cinese, salvo errori propri.

 

Una recente pubblicazione del governo spiegava che “per via della vastità del suo territorio e delle difficili condizioni nelle quali si trova la nazione, governare la Cina è un’impresa delle più difficili. Senza una leadership accentrata e rigida la nazione avrebbe virato verso un percorso di divisione e disintegrazione”. In questo annuncio vediamo che la risposta di Pechino è far leva sui tradizionali riflessi autoritari.

 

Per via del suo passato la Cina mostra un’ossessione per il controllo e la stabilità e una vera e propria avversione culturale verso il disordine e la mancanza di unità. Memori del destino dell’Unione Sovietica, i dirigenti di Pechino si sono mostrati terrorizzati dal suo improvviso collasso e determinati ad evitare un simile destino per la loro nazione. Mosca aveva deciso di ripudiare il suo passato comunista, cosa che la Cina ha evitato di fare: “se si perde Mao si rinuncia alla gloriosa storia del partito”. Si sta così resuscitando quel modello di controllo del partito unico e si sostiene la dilagante industria di Stato malgrado sprechi e sovrapproduzione.

 

In poche parole, sono stati resi accettabili elementi della cultura politica maoista come l’intensificazione del controllo del Partito, la sua onnipotenza e l’accentramento del potere personale. Come si è arrivati a questo punto?

 

In passato la Cina si considerava il centro del mondo, mentre gli europei erano visti come dei barbari con i quali era meglio non avere nulla a che fare. A partire dalla metà dell’Ottocento, la Cina ha subìto anni di umiliazione da parte di potenze straniere, una durissima invasione giapponese ed una sanguinosa guerra civile. Con la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese il 1 Ottobre 1949, molti si rallegrarono della rinnovata unità nazionale.

 

Il presidente Mao ed il Partito Comunista erano finalmente riusciti a portare ordine e unità e giustificare in questo modo la loro presa del potere. Il Partito è stato in seguito ammaestrato dal collasso del comunismo in Russia per via della politica di apertura, riforme e trasparenza voluta del presidente Gorbaciov.

 

Nel 1989, a seguito degli eventi di piazza Tienanmen, la dirigenza cinese decise di schiacciare chi chiedeva simili riforme. Fu così concluso un patto con le classi urbane colte che avrebbe consentito loro di arricchirsi, purché si astenessero dalle attività politiche. Il presidente Deng Xiaoping aveva deciso di seguire le orme di Singapore con il suo modo di coniugare capitalismo e governo forte.

 

Oggi Xi Jinping oltre che proclamarsi presidente a vita sembra anche deciso a resuscitare il pensiero di Confucio, visto non tanto come mirante alla coltivazione delle virtù e al rispetto delle regole della morale, quanto strumento di conservazione e sostegno di un sistema politico fondato sull’autoritarismo.

 

Già nel 1898 i riformisti spinsero per la chiusura dei santuari e la loro conversione in scuole. Con il nuovo secolo, il confucianesimo, insieme ai valori tradizionali della Cina, venne messo da parte dalla generazione del Movimento 4 Maggio del 1916 perché considerato arcaico e causa di declino. In alternativa molti si avvicinarono al pensiero marxista, visto come moderno e scientifico, capace di dare ampie spiegazioni della realtà e dotato anche di una forte componente morale.

Dopo la morte di Mao, sia il suo pensiero che quello marxista finirono col perdere attrattiva ed essere sostituiti dal nazionalismo e da una forma rivisitata di confucianesimo. A farla breve, per allargare il suo consenso il regime cerca oggi di ammantarsi anche nelle tradizioni del passato oltre che resuscitare una variante comunista del potere imperiale dopo un periodo di governo da parte di un insieme di tecnocrati descritti come insipidi.

 

Quest’attuale versione di governo, più rigido e duro di quello di Singapore, ha la possibilità di durare parecchio in quanto giustifica il suo potere facendo leva sull’ordine, lo spirito di grandezza nazionale e una forma di socialismo a tinte cinesi, uniti a elementi di cultura maoista, il tutto mentre una parte del Paese continua ad arricchirsi. Finché al Partito riuscirà di stare al potere ed estendere il controllo sullo Stato, sarà difficile trovare alternative.

 

L’insegnamento delle Primavere Arabe: Negando libertà e diritti ai cittadini, i sistemi dispotici prima o poi non potranno che alimentare rabbia, risentimento, radicalismo e desiderio di rivolta che alla fine gli si rivolgeranno contro: è quando si calpesta la società civile che prima o poi scoppiano le rivolte. Questo è ciò che insegnano le Primavere Arabe ed è ciò di cui dovrebbe preoccuparsi il regime.

 

Questi moti di protesta non sono stati un’aberrazione né sono venuti per caso: la loro lezione è che alla fine le fondamenta di uno Stato repressivo ed autoritario sono meno solide di ciò che appaiono. Posso solo dire che lo scontro tra libertà e dispotismo ha radici profonde e continuerà per anni a venire sotto spoglie e forme diverse, così come è evidente che i governi che aumentano e allargano i diritti sono quelli dei paesi che crescono di più, stanno meglio economicamente e migliore è la qualità della vita.

 

La Storia insegna che a vincere non è tanto l’esempio della forza, quanto la forza dell’esempio.

 

L’eredità del passato: Guardando al passato della Cina, alla storia dei suoi 422 imperatori e di molti dei suoi regni, è facile comprendere l’aspetto quasi atavico della paura di divisioni e disintegrazione da parte delle sue classi dirigenti. Si è sempre trattato di un vasto territorio con situazioni interne e rapporti con i vicini sovente complicati che però si è sempre considerato come il paese di mezzo, a metà strada tra il cielo e la terra.

 

La sua storia, insieme all’idea dell’imperatore buono e quello cattivo, insegnano che un potere che si prolunga nel tempo tende a rendere le correzioni più difficili. Chi sta al potere infatti prende l’abitudine di circondarsi di servi e valletti di vario genere che inevitabilmente finiscono col suggerirgli solo ciò che vuole sentire. A forza di sentire verità costruite, un Paese perde la capacità di ragionare e di giudizio. Più menzogne vengono fatte circolare, meno ognuna finisce con l’avere importanza: il rischio è quello di prendere decisioni sbagliate e commettere gravi errori. Alla fine ne risulterà una società avvelenata e a rimetterci è la fiducia nel governo.

La visione politica del “Grande balzo in avanti” voluta da Mao ne è un esempio e non a caso è stata seguita da una delle più grandi carestie. Lo stesso può dirsi della “Rivoluzione Culturale”, che ha portato la Cina in una situazione prossima alla disintegrazione: zittire chi ha idee diverse non può che impoverire un Paese.

 

Figlie di questa rivoluzione sono le Guardie Rosse, che diventeranno strumenti nelle mani di Mao. Loro guida è il Libretto Rosso. Il Partito Comunista viene descritto come pieno di traditori da smascherare: migliaia saranno gli arrestati, i picchiati e quelli sottoposti a tortura. Liu Shaoqi morirà ed il suo amico Deng Xiaoping verrà esiliato e messo ad aggiustare trattori. Tra convulsioni e disastri che Mao incoraggia, il Paese precipita nel caos.

 

Il limite dei due mandati presidenziali, stabilito nel 1982 da Deng Xiaoping, è stato di recente abolito da Xi Jinping che si è imposto come leader a vita. Ora deve dimostrare che il regime da lui proposto è in grado di funzionare. Non pochi intellettuali temono che per via di questa decisione la Cina sia prossima ad un irrimediabile regressione politica. Simili timori serpeggiano anche tra i ranghi dei cosiddetti neo-autoritari, che si dilettano a far emergere la figura di Cai Qi, segretario del Partito Comunista, noto per le sue “tre idee stupide”.

 

Questo personaggio fornisce una sponda relativamente sicura per criticare il presidente Xi Jinping, la sua volontà di estendere sempre più il proprio controllo su partito, società civile e forze armate. A differenza di Mao, che aveva combinato immensi guai soprattutto a suo vantaggio, il progetto di Xi è quello di consolidare il regime e le istituzioni purché sottomesse al controllo del partito.

 

Alcuni elementi di riflessione: Non è nostra intenzione voler dare lezioni a nessuno, ma vorremmo proporre alcune considerazioni sulle quali sarebbe forse utile soffermarsi.

 

  • Il potere è spesso più grande della capacità di farne uso.

 

  • Un’autocrazia durevole non si è mai vista.

 

  • Proclamare la sovranità assoluta dello Stato e divinizzare una nazione diventa facile mezzo di oppressioni poliziesche.

 

  • E’ un errore accrescere il proprio potere chiudendo lo spazio alla società civile e ai diritti del cittadino.

 

  • Non vi è forza che nel lungo periodo possa comprimere le idee di libertà e di uguaglianza.

 

  • Il mantenimento di un potere esautorato e disonorato non può che aprire le porte a nuove serie di disordini.

 

  • Tolleranza, inclusione, rispetto per il prossimo e ciò che è diverso sono le regole della civiltà.

 

  • Bisogna gridare quando un regime calpesta i diritti del cittadino e chi comanda reprime la sua gente.

 

  • Accade molto spesso che i conservatori siano in realtà dei distruttori. Forse senza i loro egoismi non vi sarebbero rivoluzioni.

 

  • Le insurrezioni popolari non si fanno con il contagocce. Quando un popolo oppresso si solleva, spazza i tiranni e i loro complici.

 

  • Certi princìpi ideali, una volta posti, non sono più eliminabili con qualche azione repressiva. La quiete non si vince che con delle idee.

 

  • L’educazione politica si fa con un lunghissimo esercizio delle pubbliche libertà.

 

  • E’ tempo di riconoscere la libertà come suprema condizione del progresso della società umana.

 

  • Se vi è una figura necessaria, è quella del cittadino che protesta.

 

  • Un malcontento che vota e si afferma può presto cessare di essere un malcontento.

 

  • Il nazionalismo è il più mostruoso degli ideali.

 

  • Il vero nemico di una visione ideologica di far politica è la realtà.

 

  • In politica estera, errori e delitti impongono sempre nuovi errori e delitti.

 

  • Per quanto forti, se si vuol pesare nel mondo si ha bisogno di alleati.

 

  • Dietro l’esasperata ricerca di ogni forma di potere si cela un paura: quella della morte.

 

Qualche considerazione finale: Come il lettore avrà potuto capire, la posta in gioco oggi è molto più grande che la sola situazione interna di Hong Kong e sappia Pechino che la libertà non è divisibile e che alla lunga non potrà esservi libertà economica senza quella politica. In un regime autoritario il consenso è difficile da valutare e può avere un carattere ondulatorio: le comunità nella Storia non seguono un percorso ideale e che siano democrazie o regimi autoritari non possono che degenerare se chi governa non è capace.

 

Questo è un momento che gli storici vedranno come determinante non solo per il futuro di Hong Kong ma anche per quello della stessa Cina. La Cina è già un grande Paese e continui pure a proiettare la sua presenza in giro. Che non abbia fretta a promuovere la sua leadership che già è una grande potenza globale. Si comporti con saggezza e renda il suo modello di governo e di società più attrattivo: non ne ricaverà che riconoscenza e buona immagine e potrà con tutto il talento del suo popolo, la sua etica del lavoro e la competenza della sua classe dirigente dare un contributo originale alla costruzione di un mondo migliore.

 

Prenda la pena di ascoltare chi scrive ed insieme a Stati Uniti e Russia cerchi un accordo per far rinascere i due grandi trattati nucleati riguardanti le forze nucleari intermedie (INF) e la riduzione delle armi strategiche (START). Andrebbe a tutto beneficio dell’ordine internazionale e si libererebbero risorse per combattere ben altri tipi di guerre: fame, malattie, povertà, ingiustizie, problemi di rifornimento idrico, inquinamento atmosferico e riscaldamento globale.

 

I trent’anni a venire saranno cruciali per i destini del Mondo ed è indispensabile che le grandi potenze trovino modo di cooperare. Si affermerà così la vittoria di quell’arma formidabile in tutte le politiche: la moderazione. Si potrà allora guidare l’umanità verso una situazione sostenibile di pace che non privi del loro futuro le generazioni a venire.

 

In un momento di grandi mutamenti diventa importante conoscere la Storia e al buon osservatore il suo cammino apparirà come un movimento di emancipazione dell’uomo dalla schiavitù e dalla sottomissione verso la libertà e il progresso. Benché la storia abbia delle sue leggi, questa non è mai lineare.

 

La libertà dà quella forza per resistere a tutto quel potere che sin dal primo giorno il mondo cerca di esercitare su di noi. Questo stesso mondo dovrebbe aver capito che non si avrà pace e collaborazione internazionale se si crea il pericolo di futuri nuclei di popoli imbevuti di odio e di rancore. Oltre al bello ed il buono, il meglio che c’è in questo nostro mondo sono l’uguaglianza e la libertà.

 

Diamo dunque il benvenuto alla Cina sulla scena mondiale del XXI secolo. A secondo di come sceglierà di comportarsi potrebbe risultarne un bene per tutti, dato che non è scritto da nessuna parte che per primeggiare si debba sopprimere le libertà altrui. Le sfide che dovrà affrontare l’umanità saranno enormi e tra queste quella di assicurare un futuro migliore alla democrazia. Presto non si discuteranno più problemi cinesi come tali, ma i lati cinesi di problemi mondiali.

 

Oggi per Pechino l’orizzonte non è privo di nubi: rallentamento dell’economia, isolamento internazionale, debiti eccessivi, calo dei consumi interni, aumento della disoccupazione, corruzione, cattivi investimenti, fuga di capitali e conflitto commerciale con gli Stati Uniti.

 

Alcuni studiosi hanno calcolato che le dittature riescono a durare intorno ai settant’anni e che, passati gli iniziali entusiasmi, seguono inevitabilmente dubbi e scontento. Pechino teme che introdurre elementi di democrazia possa risultare fatale al regime, ma ad oggi però non si è mai vista un’autocrazia capace di sviluppare una grande economia per diventare poi ricca, durare e avere successo.

 

Siamo giunti alla fine di un ciclo, iniziato verso la fine del XVI secolo, che ha visto il sorgere preponderante dell’Occidente ed il graduale declino dell’Oriente. Oggi assistiamo alla fine di questo assoluto predominio economico e politico che abbiamo visto accentuarsi a partire dagli anni 90 del secolo scorso.

 

In questi ultimi anni il rivolgimento è stato enorme: come si è globalizzata l’economia e si sono moltiplicati i viaggi e i contatti tra le persone, si è visto un emergere di nuove tecnologie che ha unito il mondo rendendo più facili e veloci le comunicazioni. Allo stesso tempo, con l’aumento della popolazione e dello sviluppo si sono anche ingigantite le sfide e si sono estesi i problemi: inevitabilmente le nazioni saranno costrette a cooperare e trovare una diversa organizzazione politica. Di mezzo altrimenti ci andrà il futuro del nostro pianeta.

 

A seguito delle celebrazioni del settantesimo anniversario del Partito Comunista cinese sono sfilati i missili Dongfeng 41, capaci di lanciare dieci testate nucleari su ogni angolo del territorio americano. A molti non sfuggirà la domanda se con la Cina di oggi ci si trova di fronte ad una nuova superpotenza o ad un regime fragile costruito sul sospetto e la diffidenza? Un’alternativa di fronte ad un Occidente in difficoltà o qualcosa da combattere? Al domani la risposta, ma è bene ricordarsi che per tutti noi la posta in gioco è altissima: in questo è la grande importanza della Cina e del percorso che sceglierà di seguire.

 

 

 

Hong Kong: un'ulteriore sorpresa
2020 - 01.01.20 - Hong Kong - un'ulterio[...]
Documento Microsoft Word [96.0 KB]
Iran: perché è necessario andare oltre il JCPOA
2019 - 12.01.19 - Iran perché è necessar[...]
Documento Microsoft Word [88.0 KB]
Hong Kong, Algeria e Sudan: un nuovo vento di libertà.
2019 - 10.22.19 - Hong Kong, Algeria e S[...]
Documento Microsoft Word [156.0 KB]
Conflitto con la modernità: Iran,Turchia e storia di una rivoluzione islamica
Testo della Conferenza del 22 Ottobre 2019
2019 - 10.22.19 - Conflitto con la mode[...]
Documento Microsoft Word [121.5 KB]
Storia dell'Islam - I parte
Storia dell'Islam.doc
Documento Microsoft Word [885.0 KB]
Un’autonomia negata: il caso India – Kashmir
2019 - 09.01.19 - Jammu-Kashmir - Un' au[...]
Documento Microsoft Word [61.0 KB]
Una strana transazione immobiliare: il caso della Groenlandia
2019.09.03 - Groenlandia - Una strana tr[...]
Documento Microsoft Word [40.0 KB]
Stati Uniti e Iran: obblighi religiosi, ragion di Stato e nucleare
2019 - 07.15.19 - Stati Uniti e Iran obb[...]
Documento Microsoft Word [48.5 KB]
Incidenti nel Golfo di Oman e abbattimento di un drone americano
2019 - 06.24.19 - Incidenti nel Golfo di[...]
Documento Microsoft Word [56.0 KB]
Può l’Islam considerarsi un pericolo per l’Occidente?
(Nota: Questo testo è alla base di una conferenza tenuta il 10 Aprile 2019 presso la Casa dell'Aviatore)
2019 -04.11.19 Può l’Islam considerarsi [...]
Documento Microsoft Word [104.5 KB]
La decisione del ritiro di Trump e gli ultimi eventi in Siria
2019 - 01.10.19 - La decisione del ritir[...]
Documento Microsoft Word [66.5 KB]
I rapporti tesi tra Russia e Ucraina
2019. 01.07.19 - I rapporti tesi tra Rus[...]
Documento Microsoft Word [55.0 KB]
Stoccolma: un primo passo verso la pace nello Yemen
2019 - 01.01.19 - Stoccolma - un primo p[...]
Documento Microsoft Word [33.0 KB]
2018 - 12.01.18 Una breve storia dell'Afghanistan
(Nota: Parte di questo testo è stato pubblicato nel numero 187 - Inverno 2018 - della Rivista Affari Esteri)
2018 - 12.10.18 - Una breve storia dell'[...]
Documento Microsoft Word [259.5 KB]
2018 - 11.01.18 Due risoluzioni da non dimenticare
2018 - 11.01.18 - Due risoluzioni da non[...]
Documento Microsoft Word [103.0 KB]
La scommessa di Mohamed Bin Salman
(Nota: Pubblicato nel numero 186 - Autunno 2018 - della Rivista Affari Esteri)
2018 - 09.01.18 - La scommessa di Mohame[...]
Documento Microsoft Word [83.5 KB]
2018 - 06.10.18 - Il viaggio in Europa di Netanyahu ed il suo incontro con Macron
2018 - 06.10.18 - Il viaggio in Europa d[...]
Documento Microsoft Word [29.5 KB]
Alcune considerazioni sulla Primavera Araba
(Nota: Pubblicato nel numero 184 - Primavera 2018 - della Rivista Affari Esteri)
2018 - 03.14.18 - Alcune considerazioni [...]
Documento Microsoft Word [94.0 KB]
Uno sguardo sull'attivita' dei mercenari russi in Siria e sul caso dell'avvelenamento di un ex-spia di Mosca in Gran Bretagna
2018 - 03.12.18 - Uno sguardo sull'attiv[...]
Documento Microsoft Word [39.0 KB]
Il caso Hariri e la conferenza di Parigi sul LIbano
2017 - 12.14.17 - Il caso Hariri e la co[...]
Documento Microsoft Word [70.5 KB]
Lo strano viaggio di Erdogan in Grecia
2017 - 12.10.17 - Lo strano viaggio di E[...]
Documento Adobe Acrobat [68.9 KB]
Sul problema nucleare iraniano e della Corea del Nord
(Nota: pubblicato nel numero 183 -Inverno 2018 - della Rivista Affari Esteri)
2017 - 10.18.17 - Sul problema nucleare [...]
Documento Microsoft Word [20.9 KB]
Distruzione della Moschea di Al-Nusri
(Nota: pubblicato nel numero 182 - Autunno 2017 - della Rivista Affari Esteri)
2017 - 06.25.17 - Distruzione della Mosc[...]
Documento Adobe Acrobat [90.2 KB]
Le elezioni iraniane
(Nota: Pubblicato nel numero 181 - Estate 2017 - della Rivista Affari Esteri)
2017 - 05.23.17 - Le elezioni iraniane.p[...]
Documento Adobe Acrobat [103.0 KB]
Verso una nuova Turchia?
(Nota: Pubblicato nel numero 181 - Estate 2017 - della Rivista Affari Esteri)
2017 - 04.28.17 - Verso una nuova Turchi[...]
Documento Adobe Acrobat [100.9 KB]
Tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord
2017 - 04.24.17 - Tensioni tra Stati Uni[...]
Documento Adobe Acrobat [110.5 KB]
La madre di tutte le bombe sganciata su Nangarhar
2017 - 04.15.17 - La madre di tutte le b[...]
Documento Adobe Acrobat [78.6 KB]
I missili di Trump colpiscono la Siria
2017 - 04.10.17 - I missili di Trump col[...]
Documento Adobe Acrobat [111.5 KB]
La gioventù russa scende in piazza
2017 - 04.08.17 - La gioventu' russa sce[...]
Documento Adobe Acrobat [80.4 KB]
L'ultimo attacco aereo di Israele in Siria
2017 - 03.31.17 - L'ultimo attacco aereo[...]
Documento Adobe Acrobat [68.2 KB]
Un commento sui 60 anni del Trattato di Roma
2017 - 03.26.17 - Un commento sui 60 ann[...]
Documento Adobe Acrobat [96.9 KB]
Distruzioni di Palmira e l'attentato al santuario di Lal Shahbaz Qalandar
(Nota: Pubblicato nel numero 182 - Autunno 2017 - della Rivista Affari Esteri)
2017 - 03.12.17 - Distruzioni di Palmir[...]
Documento Adobe Acrobat [102.5 KB]
Ipotesi di un futuro per il Medio Oriente tra democrazia e tradizione nell'ambito di un accordo tra Stati Uniti e Russia
2017 - 02.23.17 - Ipotesi di un futuro p[...]
Documento Adobe Acrobat [94.3 KB]
Due dichiarazioni su Putin, la Russia e la Crimea
2015 - 12.24.15 - Due dichiarazioni su P[...]
Documento Microsoft Word [14.0 KB]
Sulla nomina di un nuovo Ambasciatore, su un'astensione alle Nazioni Unite e su una tregua in Siria
2016 - 12.31.16 - Sulla nomina di un nuo[...]
Documento Microsoft Word [36.0 KB]
Requiem per Aleppo
2016 - 12.14.16 - Requiem per Aleppo.doc[...]
Documento Microsoft Word [38.2 KB]
A proposito del Referendum Costituzionale del 4 Dicembre 2016
2016 - 12.06.16 - A proposito del Refere[...]
Documento Microsoft Word [30.0 KB]
I simpatizzanti di Trump in Medio Oriente
2016 - 12.05.16 - I simpatizzanti di Tru[...]
Documento Microsoft Word [26.9 KB]
Elezioni americane: la guerra informatica di Putin
2016 - 12.03.16 - Elezioni americane - L[...]
Documento Microsoft Word [37.5 KB]
Conflitto con la modernità: Iran, Turchia e storia di una Rivoluzione Islamica
(Nota: Pubblicato nel numero 179 - Inverno 2017 - della Rivista Affari Esteri)
2016 - 12.01.16 - Conflitto con la mode[...]
Documento Microsoft Word [122.5 KB]
Parigi conclude l'operazione Sengaris
2016 - 11.11.16 - Parigi conclude l'oper[...]
Documento Microsoft Word [14.0 KB]
Le elezioni americane a seguito del voto in Indiana
2016 - 05.15.16 - Le elezioni in America[...]
Documento Microsoft Word [46.5 KB]
Le elezioni americane a seguito del Super Tuesday
2016 - 03.07.16 - Le elezioni in America[...]
Documento Microsoft Word [43.5 KB]
2016 - 02.08.2016 - Lo sviluppo politic[...]
Documento Microsoft Word [22.0 KB]
Le nuove tensioni in Palestina
2016 - 02.04.16 - Le nuove tensioni in P[...]
Documento Microsoft Word [19.0 KB]
L'Egitto a cinque anni da Piazza Tahrir
2016 - 01.30.16 - L' Egitto a cinque an[...]
Documento Microsoft Word [18.0 KB]
Il ritorno del Califfato - Uno sguardo ai tempi delle Crociate
(Nota: pubblicato nel numero 177 - Estate 2016 - della Rivista Affari Esteri)
2016 - 01.28.16 - Il ritorno del Califfa[...]
Documento Microsoft Word [42.0 KB]
Il vessillo nero dell'Isis: storia e significato
(Nota: si tratta di una nuova versione di Brevi considerazioni sull'Isis, modificata e aggiornata per il numero di Gennaio della Rivista Affari Esteri - Anno 2016)
2015 - 11.30.15 - Il vessillo nero dell'[...]
Documento Microsoft Word [31.0 KB]
(Nota: il testo è stato pubblicato senza la nota sulla "Voce Repubblicana" di Giovedì 3 Dicembre 2015)
2015 - 11.30.15 - Il vessillo nero dell'[...]
Documento Microsoft Word [31.0 KB]
(Nota: pubblicato sulla "Voce Repubblicana")
2015 - 08.26.15 - Brevi Considerazioni s[...]
Documento Microsoft Word [46.0 KB]
(Nota: pubblicato sulla "Voce Repubblicana"
2015 - 08.16.15 - Impressioni sul viaggi[...]
Documento Microsoft Word [28.5 KB]
(Si è deciso di pubblicare questa lettera in quanto testimonianza del punto di vista di una persona di cultura riguardo l'Islam ed il problema islamico. E' un documento di notevole interesse che permette di intravvedere la complessità dell'argomento e le difficoltà nell'affrontare politicamente e dal punto di vista storico questi temi)
2015 - 03. 27.15 - Riflessioni sul testo[...]
Documento Microsoft Word [17.5 KB]
(Nota interna per il Partito Repubblicano - Prima Versione pubblicata in quattro parti sulla Voce Repubblicana del Settembre 2015. Ripresa e ampliata per il tavolo di politica estera)
2015 - 11.17.15 - E poi verrà il Califf[...]
Documento Microsoft Word [127.0 KB]
Appunti sul Medio Oriente dal Primo Conflitto Mondiale all'Inizio della Guerra Fredda
(Nota interna per il Partito Repubblicano e spunti di riflessione per il tavolo di politica estera)
2014 - Appunti sul Medio Oriente dal Pr[...]
Documento Microsoft Word [57.0 KB]
Appunti sulla Storia di Israele e sulla Questione Palestinese
(Nota interna per il Partito Repubblicano e spunti di riflessione per il tavolo di politica estera)
2014 - Appunti sul Medio Oriente dal Pr[...]
Documento Microsoft Word [57.0 KB]
Il ruolo dell'Unione Sovietica nella nascita dello Stato di Israele
2014 - Il ruolo dell'URSS nella nascita [...]
Documento Microsoft Word [28.0 KB]
(Utilizzato anche come nota per il Partito Repubblicano e tema di discussione al tavolo di politica estera)
2011 - 09.29.11 - Articolo per rivista A[...]
Documento Microsoft Word [73.0 KB]
Stampa Stampa | Mappa del sito
© Esteri- P.R.I.