Ambasciata Ucraina

PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO

UFFICIO AFFARI ESTERI

Sede Nazionale : Via Euclide Turba 38 – Roma 00195


 


 

Ambasciata Ucraina

Roma, Mercoledì 4 Aprile 2018 15:00PM – 16:30PM


 

Anche se ancora piuttosto malandato, ho chiamato l’Ambasciata per fare il punto sulla situazione e discutere di che cosa volevano dicessi a Berlusconi nel caso fossi riuscito ad ottenere un appuntamento con lui.

 

Entrato in Ambasciata con il mio vecchio collaboratore Ivan, veniamo fatti accomodare nella piccola sala di attesa situata alle spalle della postazione del guardiano. Appesa la mia giacca, lancio un’occhiata in giro e vi noto alcuni piccoli cambiamenti nell’arredo. Dopo alcuni minuti, scendendo le scale di corsa, ci viene a prendere il nostro ospite e tutti insieme entriamo nella grande sala riunioni.

 

Una volta seduti, veniamo subito interrogati sui risultati delle elezioni. Sia Ivan che io esprimiamo il nostro disappunto su come si sono svolte le cose e ci siamo anche trovati d’accordo che non sarà cosa facile trovare un’intesa per formare il nuovo governo. L’onda di scontento verso la politica ha portato al collasso del Partito Democratico e all’azzoppamento di Berlusconi, tanto che il risultato combinato di Forza Italia e PD ha a stento raggiunto la percentuale di voti ottenuta dal Movimento 5 Stelle. Riguardo la coalizione di centrodestra, la Lega di Salvini con circa il 17% ha superato il partito di Berlusconi.

 

Lega e grillini, entrambi partiti in fondo illiberali, hanno raccolto la rabbia, le delusioni e le paure dell’elettorato. In comune hanno anche una forte dose di incompetenza. Il M5S è fondamentalmente una piattaforma informatica, il cui compito sarebbe quello di offrire al Paese una democrazia diretta. Simpatizza per Putin e non si capisce esattamente che cosa rappresenti Di Maio. Buona parte dei consensi gli vengono dal Mezzogiorno, uno degli angoli più arretrati d’Europa.

 

La Lega, molto vicina al Front National di Marine Le Pen, condivide l’amicizia con Putin. Salvini ha raccolto buona parte dei suoi consensi nel nord del Paese conducendo la sua battaglia elettorale facendo soprattutto leva sul problema dell’immigrazione. Ambedue i partiti hanno raccolto una domanda fortissima di cambiamento, ma non sono evidenti quali siano le loro ricette per affrontarla. Sono contrari al libero mercato, alla vaccinazione obbligatoria e si mostrano ostili sia all’Euro che alle regole dell’Unione. Nessuno dei due ha i numeri per governare.

 

Se da un lato Di Maio fa leva sul suo essere a capo della prima forza politica del Paese, Salvini da parte sua reclama il vantaggio di dirigere la coalizione più forte. In questa situazione formare un governo sarà un’impresa. A cercare di sbrogliare la matassa sarà il presidente Mattarella, che ha oggi iniziato il giro di consultazioni per mediare tra le forze al fine di risolvere una crisi politica che sta già preoccupando il resto dell’Europa. E’ probabile che questi colloqui vadano avanti a lungo anche per il carattere dei vari protagonisti che a tutto contribuirà fuorché rendere semplici le cose.

Mattarella sceglierà la strada dell’imparzialità ed inizierà a raccogliere informazioni in attesa che la situazione decanti. Così passeranno con tutta probabilità le due prime settimane di consultazioni. Bisognerà in seguito capire quali siano le sue preferenze e vedere se sarà possibile trovare un’intesa che porti al nuovo governo. Se queste consultazioni finiranno con l’entrare in un vicolo cieco, non resterà che tornare al voto.

 

Queste in breve le considerazioni che abbiamo offerto al nostro ospite. La differenza tra Ivan e me è che lui riguardo Putin era dell’opinione che Salvini giocasse un po’ a scherzare, mentre da parte mia ritenevo facesse sul serio.

 

Per l’Ucraina i risultati di queste elezioni non erano dei più favorevoli: sia il Movimento 5 Stelle che la coalizione trainata dalla Lega erano filorussi e ostili alle sanzioni imposte dall’Occidente. Riguardo i grillini, il nostro ospite ci ha detto averli incontrati in Parlamento. Ha trovato Manlio di Stefano piuttosto aggressivo verso il suo paese, contrario alle sanzioni e decisamente favorevole a Mosca. Di Maio invece lo ha trovato più simpatico e disponibile: non ha parlato di nulla e ha dato l’impressione di non avere convinzioni riguardo le vicende ucraine e i rapporti con Mosca, forse perché non molto competente in materia. E’ stato però cortese e ha contribuito a creare un’atmosfera rilassante, ordinando dei panini ed offrendo del caffè: a detta del nostro interlocutore si è comportato da perfetto napoletano. Di Battista ai colloqui non si è mai presentato, ma secondo qualcuno avrebbe detto che con tutto quello che hanno fatto per i russi, si sarebbe potuto coinvolgere il loro Ambasciatore.

 

Piuttosto curioso di saperne di più, ho chiesto al mio ospite in che cosa consisteva tutto quello che avrebbero fatto coi russi. Mi ha risposto che lui stesso non ne sapeva niente.

 

Si è poi parlato del caso Skripal, l’ex-spia russa residente in Inghilterra e recentemente sottoposta ad una dose di Novichok, sostanza nervina che si sa essere stata prodotta in Russia. Ho raccontato dell’articolo che avevo scritto in proposito, menzionando anche l’agire della società Wagner, l’esistenza di una filiera cosacca di reclutamento, l’ufficio di Ekaterinburg e la morte di 218 dei suoi mercenari nel corso di un’operazione nella zona di Deir Ezzor contro le forze siriane libere capeggiate dagli Stati Uniti.

 

E’ intervenuta l’aviazione americana che con i suoi attacchi ha bloccato il tentativo di attraversare l’Eufrate. A Molokino, base della Wagner, erano stati raccolti e depositati in celle frigorifere quel che rimaneva di 150 di questi combattenti i cui resti sarebbero stati consegnati alle famiglie dopo la rielezione di Putin.

 

L’articolo mi era stato chiesto da un’amica che collabora con una rivista inaugurata da pochi mesi. Visti i risultati delle elezioni, l’editore ha fatto marcia indietro e ha rifiutato di pubblicarlo, dicendo che i contenuti erano troppo scottanti e che era meglio lasciar perdere per non creare problemi ed imbarazzo ad alcuno. Ho informato il mio ospite di averle risposto che senza libertà non si può giungere alla verità e che mai più offrirò un mio scritto alla rivista. Questo è un Paese vile e spregevole, ancora permeato di fascismo, nel quale troppo spesso chi non dovrebbe farlo si distingue per cupidigia di servilismo.

 

Trattandosi secondo lui di un articolo non privo di importanza, il mio ospite ha chiesto se intendessi farlo pubblicare su qualche altro giornale o rivista. Gli ho risposto che mi è bastata questa esperienza e che francamente non avevo tempo da perdere. Gliene avrei comunque fatto avere una copia in ricordo. Mi ha ringraziato aggiungendo che però un articolo di questo tipo andrebbe fatto circolare.

 

Da lì, il nostro interlocutore ci ha fatto sapere che riguardo l’affare Skripal il governo di Kiev aveva deciso di espellere quattordici diplomatici russi. Da soli gli ucraini probabilmente questo passo non l’avrebbero compiuto. Seguendo il progredire della faccenda, si è deciso di aderire a questi provvedimenti di espulsione, mostrando con l’occasione che il Paese era dalla parte dell’unità transatlantica. Che Mosca non abbia fiatato li ha lasciati sorpresi.

 

Mentre si andava avanti con la conversazione, vedevo il nostro interlocutore costantemente preso dallo spingere i tasti del telefonino. La cosa cominciava a darmi fastidio e gli ho chiesto che diavolo stesse succedendo.

 

Scusandosi, mi ha risposto che dall’Ucraina lo stanno bombardando di domande riguardo le nostre elezioni. Ha aggiunto che da loro vige un sistema terribilmente burocratico nel quale ognuno vuole immettersi e sgomitare per dire la sua o cercare di fare bella figura accaparrandosi per primo le notizie. È così che lui quasi ogni minuto viene tempestato con richieste di informazioni. Ha comunque voluto aggiungere che questo sistema di comunicazioni immediate ed accessibili ha i suoi vantaggi: può difatti lavorare dove vuole e in alcune occasioni anche esimersi dal venire in ufficio.

 

Ho risposto che questo modo di fare era per me perverso. Con la scusa che tutti sono facilmente a portata di mano e con la rapidità delle comunicazioni, la gente non si rende più conto di quanto tempo perde e fa perdere occupandosi di sciocchezze o facendosi coinvolgere da problemi di nessuna utilità.

 

Gli ho consigliato di avvisare tutti questi alacri burocrati di starsene tranquilli: le consultazioni al Quirinale sono appena iniziate e certamente, almeno fino alla fine della settimana prossima, non si avranno notizie degne di nota. Per via dei veti incrociati tra le parti, è anche possibile che le trattative possano durare più a lungo: se ne stiano pure tranquilli ed aspettino il momento giusto per tempestarlo di domande.

L’ospite ha risposto che forse non avevo torto. Oggi è tutto terribilmente lungo e burocratico ed ogni cosa deve sempre passare attraverso una lunga trafila di uffici al punto che alla fine è l’autonomia stessa dell’Ambasciatore a risentirne: per ogni virgola tocca infatti avere l’approvazione di qualcuno.

 

Per fargli capire che il servizio diplomatico dovrebbe avere una propria sfera di autonomia e che non si poteva restare sempre appiccicati ad un cellulare, schiavi dei tweet e dei messaggi su Whatsapp, gli ho raccontato la storia di quando Sforza, dopo la fine del Primo Conflitto Mondiale, era stato nominato Commissario in Turchia insieme agli Ammiragli Calthorpe e Amet.

 

Sbarcato ad Istanbul, aveva deciso di rivendicare all’Italia l’antico palazzo degli Ambasciatori Veneti presso la Porta che, a seguito del trattato di Campoformio, era passato a Vienna per divenire poi sede dell’ambasciata austro-ungarica. Appena l’anziano ambasciatore marchese Pallavicini era rientrato nella sua Ungheria, ne ordinò subito l’occupazione e fece issare il tricolore sulla facciata del palazzo. A Parigi, Sonnino dovette vedersela per settimane con i rimproveri dei consiglieri del presidente Wilson. Ogni volta che riceveva un suo telegramma angosciato, Sforza gli rispondeva di “sorridere e lasciar dire”. Altro che ore passate al telefonino!

 

Passati a discutere di cose ucraine e visto che dall’ultimo incontro non c’erano grosse novità, ho chiesto al nostro interlocutore cosa vi fosse dietro la faccenda di Nadia Savchenko, arrestata pochi giorni fa con l’accusa di aver complottato per far saltare il Parlamento di Kiev con armi contrabbandate dalla Repubblica Popolare di Donetsk.

 

Secondo il nostro ospite, si tratterebbe soprattutto di un caso clinico. La Savchenko dava spesso segni di squilibrio mentale mostrando essere psichicamente instabile e a dir poco strana. In più di un’occasione aveva fornito delle dichiarazioni, spesso una più bizzarra dell’altra. I russi, che se ne dovevano essere accorti, hanno deciso di approfittare della situazione. La donna era pilota militare di elicotteri ed aveva anche la licenza di volare sui jet militari come copilota.

 

Durante il conflitto tra Russia ed Ucraina, seguito all’annessione della Crimea e alla ribellione dei territori filo-russi del Donbass, la Savchenko nel Giugno 2014 era stata catturata da militanti separatisti, consegnata a Mosca e condannata a 22 anni di carcere per complicità nella morte di due giornalisti russi avvenuta nel corso di un attacco. Si trattava di un’accusa per crimini di guerra che si pensava fosse stata fabbricata ad arte.

 

La giovane pilota volontaria venne subito considerata un’eroina nazionale e durante il suo processo si guadagnò il soprannome di “Giovanna d’Arco” ucraina. Venne liberata nel Maggio del 2016 a seguito di uno scambio con due soldati russi catturati nell’oriente ucraino. Tornata in patria, è stata eletta in parlamento. Oggi è considerata una traditrice, pronta a preparare un attentato contro il presidente Poroshenko. L’accusa che questa volta l’ha condotta in carcere è quella di avere organizzato un complotto terroristico a danno delle istituzioni del Paese.

 

I suoi colleghi in parlamento, a seguito di un incontro col procuratore Yuri Lutsenko e di una presentazione durata circa un’ora, con tanto di proiezioni di materiale video, ne hanno consentito l’arresto. Il permesso è stato anche dato dai suoi stessi compagni di partito.

 

Con il beneplacito di Alexandr Zakarchenko, capo filo-russo della Repubblica Popolare di Donetsk, la Savchenko importava armi dalle zone ribelli dell’oriente del paese. Si trattava essenzialmente di piccoli carichi. Quando infatti è stato fermato un pulmino, nascoste in un carico di mobili vi erano armi leggere. Suo complice era Vladimir Ruban, attivista e faccendiere, a suo modo altro tipo bizzarro. Amava passare per generale e si vantava di essere in grado di far liberare i prigionieri di guerra, cosa che gli dava molto potere presso le loro madri. Queste infatti erano sempre disposte a sostenerlo, scendere in piazza e manifestare a suo favore.

 

Il fatto di far parte di un sottogruppo della Commissione Trilaterale sugli accordi di Minsk che si occupava di questioni umanitarie gli dava autorevolezza e gli ha consentito di innalzarsi nella vita politica. Era controllato dall’oligarca ucraino Viktor Medvedchuk, capo di un’organizzazione politica vicina a Mosca e contrario all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Passa per buon amico di Putin, che è addirittura stato padrino di sua figlia. Il suo ruolo era quello di intermediario.

 

Insieme a questa attività, il gruppo cercava anche di reclutare soldati dell’esercito di Kiev. Insospettiti, alcuni di questi si sono presto messi in contatto con i servizi segreti e hanno fatto il doppio gioco, si che ad ogni loro incontro venivano installate delle telecamere pronte a registrare ogni gesto ed ogni parola. Presto fu chiaro che scopo di questo gruppo era quello di mobilitare personale dell’esercito per organizzare un colpo di Stato.

 

Colta in flagrante, la Savchenko dichiarava che sapeva di essere registrata, che i soldati volevano violentarla e gli uomini dei servizi segreti portarla a letto. Tra le sue frasi, quella di voler lanciare granate ed iniziare a sparare, che sapeva l’avrebbero ammazzata ma che l’importante era ribellarsi. Ha poi detto che stava scherzando, che l’idea di assaltare il Parlamento era solo un gioco e che le prove erano state fabbricate per incastrarla.

 

Si dichiarava vittima di una trappola ordita da gruppi speciali dell’esercito e che gli acquisti di armi dai separatisti servivano a raccogliere prove sulla loro origine e sulle forniture di Mosca. Ha anche sostenuto che le accuse mosse contro di lei fossero surreali e che il suo intento era quello di creare ad arte una provocazione politica per smascherare la corruzione in seno all’amministrazione del presidente Poroshenko. Ha pure detto di essere stata al gioco perché voleva evidenziare l’ipocrisia della classe dirigente: non era dunque un atto di terrorismo quanto piuttosto una provocazione politica atta a dimostrare che anche i capi sono mortali.

 

Secondo il procuratore Lutsenko, tutta questa storia non è che il risultato di un’azione di Mosca il cui scopo è diffondere il caos nel Paese. Non è però arrivato al punto di sostenere che la Savchenko fosse in collusione con il Cremlino, decidendo piuttosto di farla sottoporre ad un esame psichiatrico. Secondo il nostro interlocutore non era da escludere che la Savchenko fosse già stata reclutata dai russi quando si trovava in galera. Qualunque la verità, è certo che Zakarchenko senza l’assenso di Mosca non avrebbe potuto fare nulla. Data la provenienza delle armi, inoltre, queste non potevano non essere state controllate dai russi.

 

Terminata la storia, ho raccontato come fosse finita l’avventura elettorale del Partito Repubblicano e di come fosse emerso un insieme di brogli riguardo il voto estero. Il mio amico avvocato ha redatto una denuncia che ha poi inviato al Ministero degli Interni. La conta delle schede, almeno fino ad una settimana, fa non era stata ancora portata a termine.

 

Riguardo i Repubblicani, sembrerebbe che Verdini abbia cambiato idea e voglia rientrare nei ranghi di Forza Italia. Spero essere in grado di poterlo presto incontrare per capire cosa esattamente pensa di fare. I rapporti con lui e Naccarato sono rimasti cordiali, così che spero tramite loro di poter arrivare ad un incontro con Berlusconi. Aggiungo vi sarebbe anche la possibilità di ottenerlo attraverso Sgarbi. Che ci possa riuscire o meno, lo ignoro ma è mio dovere comportarmi come se quest’appuntamento fosse certo. Pur non garantendo l’esito, metterò comunque tutto il mio impegno per farcela. A questo punto cosa vorrebbe dicessi a Berlusconi nel caso lo incontrassi?

 

Mi risponde di cercare di capire fino a che punto egli sia disposto ad agire con Putin. In poche parole, vedere se possa in qualche modo impegnarsi a discutere con il presidente russo per capire quali fossero le disponibilità di Mosca riguardo un suo disimpegno nell’oriente ucraino e cosa fosse possibile fare con la Crimea. Da queste parole ho capito che in fondo mi lasciava una certa discrezionalità nel procedere con Berlusconi. Non poco sarebbe dipeso dalla mia sensibilità e dal modo di presentargli la situazione. Riguardo eventuali possibilità da parte russa, già ho in mente alcune idee da sottoporgli.

 

Con questo ci siamo lasciati, restando d’accordo che mi sarei fatto vivo appena avessi qualche notizia al riguardo.

 

Con Ivan sono poi passato nella stanzetta del guardiano per ritirare i documenti consegnati al momento del nostro ingresso. Dopo averlo salutato e ringraziato, siamo usciti ed abbiamo inforcato il motorino. Ho lasciato Ivan a viale Liegi per poi dirigermi a fare un po’ di spesa al Tigre e in seguito ad un altro appuntamento.


 

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