Premessa: Chiedo al lettore di volermi seguire nel mettere a confronto due fenomeni politici apparentemente distanti, ma accomunati da una dinamica fondamentale della democrazia contemporanea: il tentativo di un leader di trasformare un partito storico, dotato di una propria identità e di una tradizione autonoma, nello strumento privilegiato della propria concezione del potere. Da una parte Benjamin Netanyahu, che ha progressivamente plasmato il Likud fino a farne il perno della propria strategia politica e della propria permanenza al governo; dall’altra Donald Trump, che ha sottoposto il Partito repubblicano americano a una trasformazione altrettanto profonda, cercando di ridefinirne il linguaggio, la base sociale, i riferimenti culturali e il rapporto con le istituzioni.
La somiglianza è evidente, ma non deve indurre a trascurare differenze decisive. Netanyahu non è il fondatore del Likud, né Trump ha creato dal nulla il Partito repubblicano che oggi porta il segno della sua influenza. Entrambi, piuttosto, hanno operato dall’interno di organizzazioni preesistenti, sfruttandone le contraddizioni, intercettandone le trasformazioni sociali e culturali e, infine, modificandone gli equilibri fino a rendere sempre più difficile distinguere l'identità del partito da quella del suo leader. È qui che si trova il nucleo della questione: non semplicemente la conquista di un'organizzazione politica, ma la personalizzazione di una tradizione collettiva, il passaggio da un partito che esprime un leader a un partito che rischia di identificarsi quasi interamente con lui.
Per comprendere la portata di questa trasformazione bisogna, tuttavia, guardare oltre le biografie dei due protagonisti. Occorre ricostruire le storie dei rispettivi partiti, le fratture delle società che li hanno portati al successo e il significato simbolico di una leadership che, in entrambi i casi, ha promesso di restituire alla propria comunità nazionale una grandezza, una sicurezza e un'identità che sarebbero state compromesse dalle élite tradizionali. Il confronto fra Netanyahu e Trump diventa allora qualcosa di più di una semplice analogia politica: è una chiave di lettura di una stagione nella quale i partiti tradizionali, anziché scomparire, vengono trasformati dall'interno in organizzazioni sempre più dipendenti dalla volontà, dalla narrazione e dal destino del proprio capo.
Il Likud prima di Netanyahu - una tradizione politica che precede il suo leader: Per capire che cosa Netanyahu abbia fatto del Likud, bisogna anzitutto ricordare che il partito israeliano della destra non nacque come una formazione personale. Le sue radici affondano nella lunga vicenda del sionismo revisionista, nella tradizione nazionalista di Ze'ev Jabotinsky e nell'organizzazione politica che, dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, prese forma attorno al movimento Herut, guidato da Menachem Begin.
Per decenni, la politica israeliana fu dominata dal movimento laburista, erede dell'azione di David Ben-Gurion e delle forze che avevano costruito le principali istituzioni del nuovo Stato. La destra nazionalista rimase a lungo ai margini del potere, portando con sé un'identità politica segnata dall'opposizione al socialismo sionista, dalla centralità della sicurezza nazionale, dall'attaccamento alla terra d'Israele e da una visione più individualistica dell'economia.
La fondazione del Likud nel 1973, come coalizione di forze nazionaliste e liberali, rappresentò il tentativo di riunire queste componenti in un'alternativa credibile alla sinistra. La svolta arrivò nel 1977, quando Begin vinse le elezioni e pose fine a quasi tre decenni di predominio laburista. Quella vittoria, passata alla storia come mahapakh, ovvero il ribaltamento, non fu soltanto un'alternanza di governo: segnò l'ingresso definitivo nel centro della politica israeliana di gruppi sociali che si erano sentiti trascurati o discriminati dall'establishment dominante, in particolare una parte consistente degli ebrei mizrahi, provenienti dai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.
Il Likud, dunque, nacque e si consolidò come un partito nel quale convivevano correnti diverse: il nazionalismo revisionista, il liberalismo economico, il conservatorismo sociale, una concezione più rigorosa della sicurezza e una diffidenza verso le élite progressiste. Begin possedeva un'autorità personale straordinaria, ma non coincideva interamente con il partito. La sua leadership si inseriva in una tradizione, e quella tradizione aveva una propria storia, un proprio linguaggio e una propria legittimità.
La distinzione è importante. Un leader può dominare un partito senza averlo trasformato in una propria proprietà politica. Può rappresentarne l'identità, persino incarnarla simbolicamente, senza rendere impossibile la sua sopravvivenza dopo la propria uscita di scena.
Begin, del resto, dimostrò che una leadership fortemente carismatica poteva anche compiere scelte difficili per la propria base. La pace con l'Egitto, sancita dagli accordi di Camp David del 1978 e dal trattato del 1979, comportò la restituzione del Sinai e lo smantellamento degli insediamenti israeliani nella penisola. Fu una decisione storica, che mostrò come il nazionalismo del Likud potesse convivere con il pragmatismo diplomatico e con la rinuncia territoriale in nome della sicurezza.
Dopo Begin, Yitzhak Shamir e Ariel Sharon avrebbero interpretato diversamente quella medesima tradizione. Il secondo, in particolare, finì per rompere con una parte del suo stesso partito quando promosse il disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza nel 2005, arrivando a fondare Kadima insieme ad altri fuoriusciti dal Likud.
Questa vicenda dimostra che, prima della lunga stagione di Netanyahu, il partito era attraversato da conflitti reali e disponeva ancora di una pluralità di leadership possibili. Era un'organizzazione politica, non soltanto il veicolo di una singola persona.
Netanyahu e la trasformazione del partito in un'organizzazione personale: Benjamin Netanyahu arrivò alla guida del Likud nel 1993, in una fase di profonda trasformazione della società israeliana. La fine della Guerra fredda, il processo di pace di Oslo, l'emergere di nuove fratture culturali e il mutamento degli equilibri regionali stavano ridefinendo il campo politico. Netanyahu seppe presentarsi come il rappresentante di una destra moderna, capace di parlare il linguaggio della sicurezza, della globalizzazione e dell'economia di mercato, senza rinunciare a una forte identità nazionale.
La sua formazione americana, la padronanza della comunicazione televisiva e l'abilità nel costruire messaggi politici semplici e riconoscibili lo distinguevano da molti dei suoi predecessori. Netanyahu comprese prima di altri che la politica israeliana stava diventando sempre più una competizione fra leader capaci di occupare stabilmente lo spazio mediatico, di personalizzare il confronto e di presentarsi come garanti ultimi della sicurezza collettiva.
La sua prima esperienza da premier, dal 1996 al 1999, fu seguita da una lunga parentesi fuori dal governo. Ma il suo ritorno nel 2009 inaugurò una fase completamente diversa. Per dodici anni consecutivi, fino al 2021, Netanyahu fu al centro della politica israeliana. Tornò al potere nel dicembre 2022, dopo una fase di governi alternativi e di instabilità parlamentare, confermando la propria straordinaria capacità di sopravvivere alle crisi e di ricostruire maggioranze.
In questo lungo percorso, Netanyahu non si limitò a guidare il Likud: ne modificò progressivamente il funzionamento interno, il rapporto con gli eletti e il modo stesso di intendere la leadership.
Uno studio accademico pubblicato nel 2024 sulla rivista Social Science Quarterly descrive precisamente questa evoluzione. Secondo gli autori, il Likud si è trasformato, durante l'era Netanyahu, da partito fortemente istituzionalizzato in un partito personale. Le competizioni interne si sono progressivamente indebolite, gli organismi del partito hanno perso autonomia e i parlamentari sono diventati sempre più dipendenti dal leader. In questa interpretazione, la personalizzazione non è soltanto un fenomeno di immagine pubblica: investe le procedure, le carriere politiche e la capacità stessa dell'organizzazione di esprimere decisioni indipendenti.
Il punto decisivo è che Netanyahu non ha dovuto cancellare il patrimonio storico del Likud. Gli è bastato reinterpretarlo, selezionandone gli elementi più funzionali alla propria leadership e subordinando progressivamente gli altri.
La sicurezza, la diffidenza verso le concessioni territoriali, la critica alle élite progressiste e la difesa di una concezione nazionalista dello Stato erano già presenti nella tradizione del partito. Netanyahu li ha ricomposti attorno a un messaggio più fortemente personalizzato: la sicurezza di Israele dipende dalla sua esperienza, dalla sua capacità di trattare con i leader mondiali, dalla sua conoscenza dei nemici e dalla sua determinazione a non cedere alle pressioni internazionali.
Si è così prodotto un passaggio sottile ma fondamentale: dalla convinzione che il Likud abbia bisogno di Netanyahu all'idea che Israele abbia bisogno di Netanyahu e che, di conseguenza, il Likud non possa permettersi di fare a meno di lui.
Questa identificazione crea un vantaggio elettorale, ma introduce anche una fragilità strutturale. Se il leader diventa il principale garante dell'identità del partito, ogni critica nei suoi confronti rischia di essere interpretata come un attacco alla comunità politica che egli rappresenta. E ogni eventuale successione si trasforma in un problema non soltanto organizzativo, ma esistenziale.
Trump, il Partito repubblicano e la conquista di una tradizione dall'interno: La vicenda di Donald Trump presenta sorprendenti analogie, ma anche una differenza iniziale fondamentale: Trump non proveniva dalla storia interna del Partito repubblicano. Era un imprenditore e un personaggio televisivo che aveva costruito la propria notorietà attraverso il mondo degli affari e dell'intrattenimento. Non rappresentava la continuità naturale dell'establishment conservatore americano; ne era, almeno inizialmente, un estraneo.
Il Partito repubblicano possiede una storia assai più lunga del Likud. Fondato nel 1854, fu il partito di Abraham Lincoln e nacque dall'opposizione all'espansione della schiavitù nei territori occidentali. Nel corso del Novecento divenne progressivamente la principale casa politica del conservatorismo americano, fino a raccogliere, sotto Ronald Reagan, una vasta coalizione di imprenditori, evangelici, conservatori fiscali, anticomunisti e settori della classe media.
Quella coalizione, tuttavia, non era mai stata perfettamente omogenea. Le differenze fra il conservatorismo economico di Wall Street, il nazionalismo culturale delle aree interne, il cristianesimo evangelico e l'interventismo della politica estera si erano spesso ricomposte grazie alla capacità del partito di offrire un denominatore comune: meno tasse, meno regolazione economica, una forte difesa nazionale, opposizione all'espansione del governo federale e una visione conservatrice della società.
La crisi finanziaria del 2008, l'elezione di Barack Obama, le trasformazioni demografiche degli Stati Uniti e la crescita del movimento Tea Party avevano però già incrinato quell'equilibrio. Una parte crescente dell'elettorato repubblicano percepiva la globalizzazione come una minaccia, considerava Washington un sistema autoreferenziale e riteneva che i dirigenti del partito fossero incapaci di difendere gli interessi dei ceti popolari e della maggioranza culturale bianca.
Trump non creò queste fratture. Le trasformò in una forza politica.
Quando annunciò la propria candidatura nel Giugno 2015, l'establishment repubblicano era convinto che la sua presenza fosse temporanea e che il partito avrebbe infine scelto un candidato più tradizionale. La sua vittoria nelle primarie del 2016 dimostrò invece che la base elettorale poteva rovesciare gli equilibri stabiliti dai dirigenti, dai finanziatori e dagli apparati.
La candidatura Trump fu, sotto questo profilo, una rivolta contro il partito condotta attraverso gli strumenti del partito stesso. L'imprenditore che denunciava le élite politiche conquistò l’investitura grazie alle primarie, cioè attraverso un sistema che aveva progressivamente trasferito il potere di selezione dei candidati dalle organizzazioni dirigenti agli elettori.
Il suo messaggio, Make America Great Again, possedeva una forza simbolica che andava ben oltre un programma elettorale. La grandezza da recuperare era economica, industriale, geopolitica e culturale. L'America veniva rappresentata come una nazione derubata della propria prosperità, umiliata dagli avversari stranieri, tradita dai suoi dirigenti e privata del controllo sui propri confini.
In questa narrazione, la globalizzazione non era più soltanto un fenomeno economico da governare, ma il risultato di una scelta politica compiuta da élite che avevano abbandonato il proprio popolo. L'immigrazione diventava il simbolo della perdita di controllo, il commercio internazionale quello della subordinazione economica, mentre il linguaggio aggressivo contro i media e le istituzioni contribuiva a delineare un conflitto fra il popolo autentico e un sistema ritenuto corrotto.
L'operazione riuscì perché Trump non si limitò a spostare il partito verso destra. Ne cambiò il centro di gravità.
La destra repubblicana tradizionale aveva spesso presentato il mercato libero, la responsabilità individuale e la riduzione dell'intervento pubblico come principi universali. Trump subordinò invece parte di quel patrimonio a una concezione nazionalista e transazionale dell'economia: i dazi, la protezione dell'industria americana e la pressione sui partner commerciali divennero strumenti legittimi, anche quando contraddicevano il libero scambio sostenuto da generazioni di conservatori.
Analogamente, la tradizionale vocazione internazionalista di una parte del Partito repubblicano, fondata sulla centralità delle alleanze e sulla leadership americana nell'ordine occidentale, fu messa in discussione da una politica estera più scettica nei confronti degli impegni internazionali e più incline a valutare i rapporti fra Stati in termini immediati di costo e beneficio.
Non tutto, naturalmente, rappresentava una rottura. Trump mantenne elementi centrali dell'agenda conservatrice: tagli fiscali, deregolamentazione e nomine giudiziarie gradite alla destra religiosa. Ma la gerarchia delle priorità era cambiata. Il libero mercato non era più un fine indiscutibile; diventava uno strumento da utilizzare quando utile agli interessi americani. L'internazionalismo non era più necessariamente un valore; diventava un impegno da rinegoziare.
Uno studio pubblicato nel 2024 ha definito questo processo Trumpization of the Grand Old Party. Gli autori documentano una trasformazione che ha coinvolto non soltanto le posizioni programmatiche, ma anche le procedure interne, la selezione dei candidati e il comportamento degli organismi nazionali e locali del partito. La personalità del leader ha progressivamente sostituito l'organizzazione come principale riferimento di lealtà.
La prova più evidente di questa trasformazione si è manifestata nella sorte dei repubblicani che hanno contestato Trump. Molti hanno perso le primarie, sono stati isolati o hanno lasciato la politica. Il criterio decisivo per una parte crescente dell'elettorato non è diventato soltanto quanto un candidato fosse conservatore, ma quanto fosse fedele al presidente e al movimento MAGA.
Dopo la sconfitta del 2020, il partito avrebbe potuto prendere le distanze da Trump e tornare a una forma di conservatorismo tradizionale. È accaduto il contrario: la contestazione dell'esito elettorale, culminata nell'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, ha aperto una crisi profonda, ma non ha spezzato il legame fra Trump e la maggioranza della sua base politica.
Il suo ritorno alla presidenza nel 2025 ha confermato che la trasformazione non era una parentesi. Trump non aveva semplicemente occupato il vertice del Partito repubblicano: aveva ridefinito i criteri attraverso i quali una parte decisiva del partito e della sua base riconosceva sé stessa.
Il suo peso abbia ridotto lo spazio politico dei repubblicani critici, rafforzando la convinzione che per vincere le primarie e conservare il consenso della base sia necessario aderire alla sua visione.
Ecco perché parlare di un Partito repubblicano trasformato in «partito di Trump» non è soltanto una formula giornalistica. È la descrizione di un cambiamento nei rapporti fra elettori, dirigenti, candidati e istituzioni.
Due leader, due partiti, una stessa ambizione - trasformare la fedeltà politica in fedeltà personale: A questo punto, il confronto fra Netanyahu e Trump consente di individuare una dinamica comune, che va oltre le differenze fra il sistema parlamentare israeliano e quello presidenziale americano.
Entrambi hanno compreso che, nelle società contemporanee, il controllo di un partito non dipende più soltanto dalla capacità di imporre un programma o di costruire una maggioranza parlamentare. Dipende anche dalla possibilità di stabilire un rapporto diretto fra il leader e una comunità di elettori, un rapporto che gli apparati tradizionali non siano più in grado di mediare e che nessun dirigente alternativo possa facilmente rivendicare.
È una trasformazione che si può definire personalizzazione del potere, ma che, nei casi più avanzati, assume i contorni di una vera e propria appropriazione politica del partito.
La differenza fra le due condizioni è sostanziale. La personalizzazione significa che il leader diventa il principale volto dell'organizzazione, il suo interprete più riconoscibile e il suo candidato naturale. L'appropriazione politica si verifica quando la sopravvivenza della leadership diventa il criterio attraverso cui vengono valutati gli interessi del partito, le carriere dei suoi rappresentanti e persino la validità delle sue regole interne.
Nel primo caso, il partito utilizza il leader per raggiungere i propri obiettivi. Nel secondo, il partito rischia di utilizzare ogni propria risorsa per conservare il leader al potere.
È proprio questa seconda dinamica che rende il confronto particolarmente interessante.
Netanyahu ha costruito la propria legittimità intorno alla sicurezza di Israele, alla capacità di affrontare le minacce regionali e alla convinzione che la sua esperienza internazionale sia difficilmente sostituibile. Trump ha fatto leva sulla promessa di restituire agli Stati Uniti il controllo della propria economia, dei propri confini e del proprio destino geopolitico. In entrambi i casi, il messaggio contiene un'implicita identificazione fra la sorte della nazione e quella del leader.
Non si tratta necessariamente di sostenere che ogni elettore condivida questa identificazione in modo assoluto. Le motivazioni del voto sono più complesse. Un israeliano può sostenere il Likud per ragioni ideologiche, per la sua posizione sul conflitto israelo-palestinese o per sfiducia nei confronti della sinistra; un americano può votare repubblicano per convinzioni religiose, per ragioni economiche o per opposizione ai democratici, senza essere un sostenitore personale di Trump.
Il punto è diverso: quando il leader controlla il processo di selezione dei candidati, condiziona le carriere dei parlamentari e domina la comunicazione politica, anche chi non condivide interamente la sua visione è incentivato ad adattarsi. La fedeltà diventa così una risorsa organizzativa, mentre il dissenso si trasforma in un rischio professionale.
Il fenomeno non richiede necessariamente una disciplina imposta dall'alto. Può svilupparsi attraverso un meccanismo più sottile: gli eletti comprendono che il proprio successo dipende dalla capacità di mantenere il favore del leader e della sua base elettorale. Finiscono quindi per anticiparne le aspettative, evitando di assumere posizioni che potrebbero provocare una reazione negativa.
La conseguenza è che la disciplina del partito tende a essere sostituita dalla disciplina personale. Il leader non deve più convincere ogni volta l'organizzazione della bontà delle proprie scelte: l'organizzazione impara a considerare le sue scelte come il riferimento primario della propria azione.
Il confronto fra Netanyahu e Trump suggerisce inoltre che questa trasformazione non sia soltanto il prodotto del loro temperamento individuale. È anche una risposta alle debolezze delle organizzazioni politiche contemporanee, alla crisi della fiducia nei partiti tradizionali, alla frammentazione dei mezzi di comunicazione e alla crescente difficoltà di mantenere coalizioni ideologicamente eterogenee.
Il leader personale offre una soluzione immediata a un problema collettivo: unifica ciò che il partito fatica a tenere insieme.
Ma questa soluzione presenta un costo. Più il partito si identifica con il proprio capo, più diventa difficile correggerne gli errori senza mettere in discussione l'intera identità del movimento.
Quando un partito diventa troppo simile al suo leader: È proprio a questo livello che emergono le contraddizioni più profonde delle due esperienze.
Il Likud e il Partito repubblicano non sono organizzazioni perfettamente omogenee. Entrambi raccolgono interessi diversi, talvolta incompatibili, e hanno una storia che precede i loro attuali leader. La personalizzazione del potere non elimina queste differenze: le rende meno visibili, le comprime temporaneamente oppure le trasferisce all'interno della cerchia dirigente.
Quando il leader domina il partito, il conflitto politico non scompare. Cambia forma.
Il Likud: il problema della destra che deve tutto al proprio capo
Nel caso israeliano, Netanyahu ha dovuto conciliare almeno tre esigenze: conservare la propria autorità sul Likud, mantenere una maggioranza parlamentare e soddisfare le richieste degli alleati della destra religiosa e nazionalista più radicale.
Questi obiettivi non coincidono necessariamente.
Il Likud rimane una formazione politica con una propria tradizione nazional-liberale, ma la sopravvivenza dei governi Netanyahu ha richiesto anche l'appoggio di forze più radicali, portatrici di agende religiose, territoriali e identitarie che non sempre corrispondono alle priorità di tutti gli elettori del partito.
Si crea così un paradosso: il leader che domina la propria organizzazione può diventare, contemporaneamente, dipendente da alleati esterni che dispongono di un potere decisivo sulla sua permanenza al governo.
La vicenda della riforma giudiziaria proposta nel 2023 rappresenta un esempio particolarmente significativo. Il progetto di modificare gli equilibri fra governo, Parlamento e magistratura provocò proteste di massa e un confronto profondo sulla natura delle istituzioni israeliane. La controversia investì non soltanto la maggioranza e l'opposizione, ma anche il mondo economico, le forze armate e settori della società tradizionalmente vicini alla destra. Le successive iniziative sulla nomina dei giudici e i conflitti relativi all'indipendenza degli organi di controllo hanno mantenuto aperta la questione dei limiti del potere esecutivo.
Per una parte dei critici, il problema non riguardava semplicemente il contenuto di singole riforme, ma la possibilità che una maggioranza parlamentare, costruita intorno a un leader fortemente personalizzato, potesse ridurre l'autonomia delle istituzioni chiamate a controllarla.
Per i sostenitori del governo, invece, la riforma rispondeva all'esigenza di riequilibrare poteri che ritenevano eccessivamente concentrati nella magistratura e negli apparati giuridici non eletti.
Queste due interpretazioni devono essere distinte: non ogni riforma giudiziaria costituisce un attacco alla democrazia, così come non ogni difesa della magistratura implica che l'assetto istituzionale esistente sia perfetto. La questione decisiva riguarda il modo in cui si modificano gli equilibri costituzionali, l'ampiezza del consenso e la tutela dei contrappesi istituzionali.
Nel caso di Netanyahu, tuttavia, il contesto personale ha reso la controversia ancora più delicata. Il primo ministro è stato coinvolto in procedimenti giudiziari per accuse di corruzione, che ha respinto. La sua posizione ha quindi alimentato il sospetto, fra gli oppositori, che alcuni cambiamenti istituzionali potessero intrecciarsi con il suo interesse a conservare il potere e a limitare i vincoli che lo circondano. È importante non confondere un sospetto politico con una prova giudiziaria: il dato rilevante, ai fini di questa analisi, è che la sovrapposizione fra interessi istituzionali, interessi personali e strategie di coalizione ha contribuito a polarizzare ulteriormente il Paese.
La guerra e le conseguenze degli attacchi del 7 Ottobre 2023 hanno poi esasperato la questione della responsabilità politica. In una democrazia, una crisi della sicurezza nazionale può rafforzare temporaneamente il leader che promette protezione; ma può anche trasformarsi in una contestazione della sua competenza e della sua capacità di assumersi le responsabilità dei fallimenti.
La sicurezza, dunque, è stata insieme una delle principali risorse della leadership di Netanyahu e uno dei terreni sui quali essa è stata maggiormente contestata.
Il paradosso del Likud è che un partito diventato sempre più dipendente da Netanyahu rischia di non essere in grado di emanciparsene proprio quando una parte del Paese domanda un cambiamento.
E questa contraddizione non riguarda soltanto il passato. Nelle elezioni parlamentari israeliane del 27 Ottobre 2026, il blocco di Netanyahu non ha raggiunto la maggioranza necessaria a governare, secondo i risultati riportati dalle cronache del giorno successivo. Il Likud è rimasto una forza centrale, ma la sua centralità non si è tradotta automaticamente nella capacità di assicurare al leader una maggioranza parlamentare. Il risultato ha riproposto, con particolare evidenza, la differenza fra il controllo di un partito e il controllo del sistema politico nel suo complesso.
Questo passaggio merita attenzione: la personalizzazione può consolidare il potere all'interno di un'organizzazione senza garantire che l'organizzazione riesca a costruire una maggioranza sociale sufficientemente ampia. Il leader può dominare il proprio partito e, al tempo stesso, incontrare difficoltà crescenti nel governare una società frammentata.
Il Partito repubblicano, la fedeltà a Trump e la crisi del conservatorismo tradizionale: Negli Stati Uniti, le tensioni assumono una forma differente, perché il Partito repubblicano non è semplicemente una componente di una coalizione parlamentare: è una delle due grandi organizzazioni attraverso le quali si struttura l'intero sistema politico nazionale.
La trasformazione trumpiana ha costretto il partito a ridefinire il rapporto fra conservatorismo economico, nazionalismo, religione, immigrazione e politica estera.
Per decenni, i repubblicani avevano difeso il libero scambio e un ordine internazionale nel quale gli Stati Uniti esercitavano la propria influenza attraverso alleanze, istituzioni multilaterali e una presenza militare globale. Il trumpismo ha messo in discussione questo equilibrio, privilegiando il protezionismo, la pressione commerciale e una concezione più transazionale delle relazioni internazionali.
Non tutti i repubblicani hanno accolto queste trasformazioni con lo stesso entusiasmo. Una parte del mondo imprenditoriale continua a guardare con preoccupazione ai dazi e all'incertezza commerciale; alcuni conservatori tradizionali considerano rischioso l'indebolimento delle alleanze; altri temono che la centralità della figura di Trump abbia ridotto lo spazio per una discussione autonoma sui programmi e sulle strategie di lungo periodo.
La coalizione trumpiana è quindi più composita di quanto suggerisca l'apparente uniformità del consenso. Comprende imprenditori e lavoratori, conservatori religiosi e nazionalisti laici, sostenitori di una politica estera interventista e fautori dell'isolazionismo, difensori del libero mercato e sostenitori del protezionismo.
Questi gruppi possono convergere sulla figura del leader senza concordare su tutti gli obiettivi politici.
Un'analisi pubblicata dal Washington Post nell'Agosto 2025 ha individuato diverse componenti della coalizione di Trump, evidenziando come la fedeltà personale al presidente possa tenere insieme gruppi divisi su questioni fondamentali, fra cui i dazi, l'immigrazione e l'aborto.
Il problema emerge quando il leader assume decisioni che contraddicono le aspettative di una parte della sua base. Se il movimento si fonda soprattutto sull'identificazione personale, le contraddizioni programmatiche possono essere tollerate più a lungo di quanto accadrebbe in un partito organizzato attorno a una dottrina coerente. Ma non scompaiono.
Gli sviluppi del 2026 offrono un esempio di questa tensione sfociata in una crescente distanza fra i repubblicani che si identificano pienamente con il movimento MAGA e quelli che continuano a considerarsi repubblicani senza riconoscersi altrettanto nel trumpismo. La quota di repubblicani che si definivano MAGA era salita dal 38% del Settembre 2022 al 62% del Maggio 2026. Permanevano tuttavia divergenze significative su temi quali i dazi, la politica economica e la guerra con l'Iran.
Il dato è politicamente rilevante. Indica che la conquista del partito da parte del leader può essere accompagnata dalla formazione di una minoranza interna sempre più distante dalla sua visione, anche quando questa minoranza non dispone della forza necessaria per sfidarlo efficacemente nelle primarie.
Si tratta di un problema che riguarda il futuro stesso del Partito repubblicano. Finché Trump rimane il principale punto di riferimento elettorale e simbolico, i potenziali successori hanno un incentivo a imitarlo, a dimostrarsi più fedeli di lui o a evitare qualsiasi confronto diretto. Ma questa strategia rende più difficile costruire una leadership autonoma, capace di sopravvivere al fondatore del movimento.
Il rischio è che il partito vinca la battaglia per il controllo della propria organizzazione e perda, nel lungo periodo, la capacità di rinnovarsi.
Il significato simbolico del leader come incarnazione della nazione: Fin qui il confronto ha riguardato soprattutto le strutture politiche, le ideologie e le dinamiche organizzative. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo livello. La forza di Netanyahu e Trump dipende anche da una dimensione culturale e simbolica, nella quale la leadership personale assume un significato che supera la semplice competizione elettorale.
Entrambi si presentano come interpreti di una comunità nazionale minacciata, circondata da avversari e tradita, almeno in parte, dalle proprie élite. Meriterebbe a questo punto anche un’analisi della questione dei finanziamenti e della loro importanza. Ma non credo sia questa la sede.
Le minacce, naturalmente, sono diverse. Per Israele, la questione della sicurezza possiede una concretezza storica particolare, legata alla nascita dello Stato, alle guerre arabo-israeliane, al terrorismo, al conflitto con i palestinesi e alla percezione di una vulnerabilità permanente, come confermato dagli eventi del 7 Ottobre 2023. Per gli Stati Uniti, la narrazione trumpiana della minaccia si è concentrata soprattutto sulla perdita di centralità economica, sulla crisi del controllo dei confini, sulle trasformazioni culturali e sulla presunta incapacità delle élite di difendere gli interessi nazionali.
Non bisogna dunque equiparare le due situazioni storiche. La memoria della persecuzione degli ebrei e della Shoah, la condizione geopolitica di Israele e il rapporto fra sicurezza e sopravvivenza nazionale non sono assimilabili alle ansie identitarie che attraversano la società americana. Analogamente, il ruolo degli Stati Uniti nell'ordine mondiale è incomparabile con quello di Israele.
Eppure, sul piano della comunicazione politica, si può riconoscere una struttura narrativa comune: la comunità nazionale viene descritta come esposta a pericoli che le élite tradizionali non sarebbero state in grado di affrontare, mentre il leader si propone come l'uomo capace di vedere ciò che gli altri non vedono e di compiere ciò che gli altri non osano fare.
Questa narrazione attribuisce al capo una funzione quasi salvifica. Non gli si chiede soltanto di governare, ma di proteggere l'identità collettiva, di ristabilire l'ordine e di restituire alla nazione la consapevolezza della propria forza.
Il linguaggio simbolico contribuisce a rafforzare questa identificazione. In Trump, lo slogan Make America Great Again evoca un passato idealizzato, una grandezza da recuperare e una comunità che deve ritrovare il controllo del proprio destino. Il cappellino rosso con la sigla MAGA è diventato un segno di appartenenza che va oltre il sostegno a un candidato: esprime l'adesione a una particolare interpretazione dell'America.
Nel caso di Netanyahu, il rapporto fra leader e identità nazionale si costruisce soprattutto attorno alla sicurezza, alla continuità dello Stato e alla capacità di affrontare un ambiente regionale percepito come ostile. La sua immagine pubblica, anche grazie alla lunga esperienza internazionale, si è consolidata attorno alla figura del dirigente che conosce i rischi, diffida delle illusioni diplomatiche e rivendica una particolare competenza strategica.
In entrambi i casi, il leader cerca di presentarsi non come il rappresentante di una parte della nazione, ma come il difensore più affidabile della sua integrità.
È qui che si manifesta il significato politico più profondo della personalizzazione: il dissenso nei confronti del leader rischia di essere rappresentato come un dissenso nei confronti della comunità che egli afferma di difendere.
Il meccanismo può assumere forme diverse e non riguarda necessariamente tutti i sostenitori. Ma quando si radica nella cultura politica, rende più difficile riconoscere la legittimità dell'avversario e accettare che la competizione democratica possa produrre un'alternanza senza mettere in pericolo l'identità nazionale.
La democrazia liberale si fonda invece su una distinzione essenziale: la nazione sopravvive ai governi, le istituzioni sopravvivono ai leader e nessun partito può rivendicare il monopolio della rappresentanza del popolo.
Quando questa distinzione si indebolisce, la competizione politica tende a trasformarsi in un conflitto esistenziale. Non si discute più soltanto di quali politiche siano migliori, ma di chi abbia il diritto di rappresentare la comunità e di definirne l'identità.
La differenza decisiva - Netanyahu ha plasmato il Likud, Trump ha trasformato il GOP: Le analogie sono significative, ma il confronto richiede anche una precisazione. Netanyahu e Trump non hanno esercitato lo stesso tipo di controllo, né hanno operato nello stesso sistema istituzionale.
Netanyahu è un dirigente politico di lungo corso, formatosi all'interno della tradizione della destra israeliana. La sua presa sul Likud è il risultato di decenni di leadership, di competizioni interne, di costruzione di alleanze e di progressiva subordinazione degli equilibri organizzativi alla propria permanenza al vertice.
Trump, invece, è entrato nel Partito repubblicano come un outsider, sfruttando la crisi della sua classe dirigente e la trasformazione delle primarie. La sua ascesa ha mostrato come un movimento elettorale costruito intorno a una personalità possa conquistare un'organizzazione storica anche senza provenire dalla sua tradizione interna.
La differenza è importante perché rivela due modalità diverse di appropriazione del partito.
Netanyahu ha progressivamente ristretto lo spazio dell'autonomia interna del Likud, consolidando una leadership personale all'interno di una struttura che conosceva e della quale aveva fatto parte a lungo.
Trump ha invece modificato il significato stesso dell'identità repubblicana, imponendo al partito una nuova gerarchia di valori e di priorità e trasformando la fedeltà al movimento MAGA in un criterio fondamentale di appartenenza.
In termini schematici, si potrebbe dire che Netanyahu ha personalizzato un partito della destra israeliana, mentre Trump ha trasformato il principale partito della destra americana in una formazione sempre più identificata con il proprio movimento personale.
La distinzione, naturalmente, non è assoluta. Anche Netanyahu ha modificato la cultura politica del Likud, così come Trump ha dovuto fare i conti con istituzioni, dirigenti e interessi che non controllava interamente.
Ma il risultato presenta un tratto comune: la riduzione della distanza fra il leader e il partito, fino al punto in cui la sorte dell'uno sembra coincidere con quella dell'altro.
C'è inoltre una differenza istituzionale decisiva. Israele è una democrazia parlamentare caratterizzata da un sistema elettorale proporzionale e da una forte frammentazione partitica. Per governare, Netanyahu ha dovuto costruire e mantenere coalizioni, negoziando con forze che possono esercitare un potere determinante anche quando dispongono di un consenso elettorale relativamente limitato.
Gli Stati Uniti sono invece una repubblica presidenziale nella quale il potere esecutivo è separato da quello legislativo. Trump può dominare il Partito repubblicano senza controllare automaticamente il Congresso, i governi dei singoli Stati, la magistratura o tutte le istituzioni federali. La sua influenza sulle candidature e sull'elettorato repubblicano non equivale, pertanto, a un controllo assoluto del sistema politico americano.
Questa differenza spiega perché la personalizzazione assuma forme diverse nei due Paesi. In Israele, essa si intreccia con la necessità di costruire maggioranze parlamentari e con la dipendenza dagli alleati di coalizione. Negli Stati Uniti, si manifesta soprattutto nella selezione dei candidati, nella disciplina del partito al Congresso, nella competizione per le primarie e nel rapporto fra il presidente e la propria base elettorale.
In entrambi i casi, tuttavia, la questione fondamentale rimane la stessa: fino a che punto un'organizzazione politica può essere trasformata dal proprio leader senza perdere la capacità di esistere autonomamente?
Che cosa succede quando il leader non basta più?: La domanda più importante non riguarda soltanto quanto Netanyahu e Trump siano riusciti a conquistare i rispettivi partiti. Riguarda ciò che accadrà quando la loro capacità di vincere le elezioni, mantenere il consenso o garantire l'unità interna dovesse indebolirsi.
Un partito tradizionale possiede, almeno in linea di principio, risorse che gli consentono di sopravvivere ai propri leader: un'identità ideologica, una classe dirigente, procedure di selezione, una base sociale e una memoria storica. Può perdere le elezioni, attraversare una crisi e rinnovarsi, perché la sua esistenza non dipende da una singola persona.
Un partito fortemente personalizzato dispone di risorse diverse. La sua forza deriva in misura maggiore dalla capacità del leader di mobilitare gli elettori, di mantenere unita la coalizione e di presentarsi come il riferimento indispensabile del movimento. Ma proprio questa forza può trasformarsi in una vulnerabilità quando il leader non è più in grado di garantire risultati, quando le sue scelte dividono la base o quando si apre una competizione per la successione.
Nel caso del Likud, il problema è già evidente nella difficoltà di immaginare un futuro politico nel quale Netanyahu non sia il centro dell'organizzazione. Il partito possiede una storia che precede il premier e una base elettorale che non può essere ridotta alla sua persona. Tuttavia, dopo decenni di leadership, il rapporto fra identità del partito e identità del leader è diventato particolarmente stretto.
La difficoltà consiste nel ritrovare una leadership capace di unire le diverse componenti della destra senza riprodurre necessariamente lo stesso modello di personalizzazione. Una successione non è mai soltanto un cambio di nome: comporta una ridefinizione delle priorità, dei rapporti con gli alleati e della relazione fra il partito e la società.
Per il Partito repubblicano, la questione assume una portata ancora maggiore. Trump ha costruito un movimento che non coincide interamente con il conservatorismo tradizionale e che comprende componenti diverse, unite in misura significativa dal rapporto personale con il presidente.
Il successore dovrà decidere se mantenere questa coalizione, se tentare di ricomporre le differenze interne oppure se tornare a una forma di conservatorismo più vicina alla tradizione repubblicana precedente al 2016.
Nessuna di queste strade è priva di rischi. Un candidato che cerchi di imitare Trump potrebbe non possederne il carisma o la capacità di mobilitazione. Un candidato che se ne distacchi potrebbe alienarsi una parte decisiva dell'elettorato. Un candidato che tenti di conciliare entrambe le esigenze potrebbe trovarsi esposto alle contraddizioni di una coalizione che la leadership personale ha tenuto insieme senza necessariamente risolverle.
Il problema della successione è dunque il prezzo potenziale della personalizzazione: il leader può diventare così centrale da rendere più difficile la costruzione di un'alternativa credibile persino all'interno del proprio campo politico.
C'è, infine, un elemento democratico che accomuna entrambe le vicende. La solidità di un sistema politico non si misura soltanto dalla capacità di un leader di vincere le elezioni, ma anche dalla capacità del partito di accettare regole che non dipendano dalla volontà del capo, di riconoscere la legittimità del dissenso e di consentire una successione ordinata.
Il problema non è che un leader sia forte, né che goda di un consenso popolare autentico. Il problema nasce quando la forza personale riduce progressivamente l'autonomia delle organizzazioni e rende sempre più difficile distinguere la volontà del leader dagli interessi del partito e della comunità nazionale.
È questo il punto nel quale la personalizzazione del potere può trasformarsi in un problema per la qualità della democrazia.
Conclusione: Sì, si può sostenere che Trump abbia tentato, e in misura considerevole sia riuscito, a fare del Partito repubblicano americano ciò che Netanyahu ha fatto del Likud: uno strumento politico sempre più strettamente identificato con la propria persona, con la propria narrazione della nazione e con il proprio progetto di potere.
Ma la formula più precisa non è che entrambi abbiano semplicemente «preso» i rispettivi partiti. È che hanno trasformato organizzazioni storiche, dotate di una propria identità, in movimenti sempre più dipendenti dalla loro leadership personale.
Netanyahu ha operato dall'interno della tradizione della destra israeliana, consolidando nel corso di decenni un controllo che ha ridotto l'autonomia delle strutture del Likud. Trump è arrivato dall'esterno, ha sfruttato la crisi del conservatorismo tradizionale e ha imposto al Partito repubblicano un'identità nella quale il movimento MAGA e la sua persona sono diventati elementi difficilmente separabili.
Le differenze fra i due restano fondamentali. Il Likud opera in una democrazia parlamentare frammentata, nella quale la sopravvivenza del governo dipende dalle coalizioni. Il Partito repubblicano è una delle due grandi forze di un sistema presidenziale, nel quale il controllo del partito non garantisce il controllo di tutte le istituzioni. Netanyahu ha costruito la propria leadership attraverso una lunga carriera politica; Trump ha conquistato la propria organizzazione grazie a una mobilitazione elettorale che ha rovesciato gli equilibri dell'establishment.
Eppure, entrambi hanno mostrato quanto possa essere efficace, nelle democrazie contemporanee, una leadership che si presenta come l'incarnazione di una comunità nazionale minacciata e che trasforma la fedeltà personale in un criterio essenziale di appartenenza politica.
Le tensioni interne non sono un incidente secondario di questo processo. Ne rappresentano, piuttosto, la conseguenza più prevedibile. Quando un leader concentra su di sé l'identità di un partito, le differenze ideologiche non scompaiono: diventano più difficili da esprimere. Quando la fedeltà al capo diventa decisiva per la carriera politica, il dissenso tende a essere penalizzato. Quando la sopravvivenza del leader coincide con la sopravvivenza dell'organizzazione, il partito può perdere parte della propria capacità di valutare autonomamente i propri interessi.
La contraddizione finale è che la personalizzazione può rendere un partito più forte nel breve periodo e più fragile nel lungo. Più compatto nelle campagne elettorali, ma meno capace di affrontare le proprie divisioni. Più riconoscibile nell'immaginario collettivo, ma meno autonomo nella definizione della propria identità. Più efficace nel mobilitare i sostenitori, ma più esposto alle conseguenze di una sconfitta, di una crisi di leadership o di una successione difficile.
È per questo che il confronto fra Netanyahu e Trump non riguarda soltanto due personalità politiche, né soltanto Israele e Stati Uniti. Riguarda una trasformazione più ampia della democrazia rappresentativa: il passaggio da organizzazioni che cercano nei leader gli interpreti di una tradizione collettiva a organizzazioni che rischiano di identificare quella tradizione con una singola persona.
La questione decisiva, in ultima analisi, non è quanto un leader riesca a fare del proprio partito. È se il partito, dopo essere stato trasformato dal suo leader, conservi ancora la capacità di sopravvivergli politicamente, di correggerne gli errori e di rappresentare una comunità che è inevitabilmente più ampia della sua persona.
Perché un partito può avere un fondatore, un capo carismatico e persino una figura storica nella quale si riconosce per una generazione. Ma quando non riesce più a immaginare il proprio futuro senza quella figura, la forza della leadership rivela anche la debolezza dell'organizzazione.
Netanyahu e Trump hanno dimostrato che si può conquistare un partito senza fondarlo, trasformarlo senza cancellarne il nome e dominarlo senza eliminare formalmente le sue strutture. La vera prova della loro eredità politica sarà capire se quelle strutture sapranno tornare a essere qualcosa di più del riflesso della volontà del loro leader.
2 Novembre 2026