Il viaggio di Trump in Cina come visto dai miei occhi
Preambolo
Nessuno degli affezionati lettori credo lo sappia, ma tempo fa ho subito due interventi alla testa. Il primo, esplorativo. Il secondo, definitivo. Tra i benefici che ne ho ricavato vi è l’essermi sbarazzato di un tumore tanto da poter continuare ad annoiare qualcuno con i miei scritti.
Tra gli inconvenienti, quello di trovarmi con una narice completamente ostruita e la privazione totale del senso dell’olfatto. A non uscirne bene sono stati anche i miei occhi con i quali già non andavo molto d’accordo. Avrei potuto perdere la vista. Il lamentarmi oggi avrebbe perciò poco senso.
Sono entrambi debolucci ed ognuno tende ad andarsene per conto suo, tanto che oggi vedo doppio. Cosa piacevole, devo dire, se di fronte ad un gelato od a una bella fanciulla. Un po’ più complicato quando invece si tratta di guardare al mondo e scrivere.
Nella speranza di fare qualcosa di diverso, di fronte all’importanza del viaggio del presidente Trump a Pechino, ho deciso di metterli entrambi in libera uscita lasciando loro la possibilità di osservare l’evento come lo vedevano per darmi poi la loro opinione. Ne sono risultati due testi, diversi tra loro, ma non per questo meno interessanti. Ognuno dei miei occhi, infatti, ha voluto dirmi la sua. In quanto a me, non ho fatto che trascrivere ciò che mi hanno raccontato e per non creare gelosie o rivalità (mi farebbero girare la testa) ho omesso di dire quale dei testi sia quello suggerito dall’occhio destro e quello dall’occhio sinistro.
Trump a Pechino: la Città Proibita non è un campo da golf.
Tratto dagli appunti di un osservatore semiserio tra panda diplomatici, dazi ballerini, Boeing in saldo e sorrisi molto strategici.
A seguito di un interminabile stretta di mano, che qualcuno che non aveva di meglio da fare ha calcolato essere durata 17 secondi, ne è seguito un summit diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping somigliante ad un incrocio tra un vertice nucleare, una finale di The Apprentice, un’opera di propaganda imperiale Ming e una televendita globale di soia, aerei e semiconduttori.
Il recente viaggio di Trump in Cina, che si è concluso a Pechino, era stato annunciato come il momento decisivo della “grande riapertura” dei rapporti tra le due superpotenze. Trump era partito per l’Asia con l’aria di Cristoforo Colombo che va a scoprire il Pacifico e il tono di un venditore di casinò persuaso di poter convincere Xi Jinping a comprare metà del Midwest americano dopo una partita di golf.
Il risultato finale? Una montagna di cerimonie, fiumi di retorica, qualche accordo commerciale, moltissime fotografie studiate al millimetro, un discreto numero di sorrisi e circa lo stesso livello di fiducia reciproca che si riscontra tra due scorpioni chiusi in un barattolo. Cosa da far rimpiangere la visita dei navigatori portoghesi cui fu aperto nel 1557 il porto di Macao.
Eppure, proprio per questo, il viaggio è stato importantissimo. Perché dietro le pacche sulle spalle e i brindisi coreografati si nasconde la vera domanda geopolitica del XXI secolo: Stati Uniti e Cina possono convivere senza strangolarsi economicamente o accidentalmente trasformare Taiwan nel luogo più pericoloso del pianeta?
Il ritorno di Trump nella terra dei draghi
Trump non visitava la Cina dal 2017, quando durante il suo primo mandato era stato accolto da Xi con uno sfarzo degno di un imperatore tributario. All’epoca il presidente americano sembrava sinceramente affascinato dalla capacità cinese di costruire aeroporti, treni ad alta velocità e grattacieli nel tempo necessario agli Stati Uniti per approvare uno studio preliminare sull’impatto ambientale di una rotatoria in Ohio.
Poi arrivò la guerra commerciale che, grazie al cielo, non ha nulla a che vedere con la guerra dell’oppio di 186 anni fa.
Dazi. Controdazi. Restrizioni tecnologiche. Guerre sui microchip. Huawei trattata come una centrale sovietica camuffata da produttore di telefoni. La Cina che limita l’export di terre rare. Gli Stati Uniti che cercano di bloccare l’ascesa tecnologica cinese. Entrambi che si accusano reciprocamente di rubare brevetti, manipolare mercati e complottare contro l’umanità.
Una relazione sentimentale, insomma.
Quando Trump è tornato a Pechino la settimana scorsa, il contesto era completamente diverso. Gli americani temono la crescita industriale cinese come gli inglesi dell’Ottocento temevano Napoleone. I cinesi considerano gli Stati Uniti una potenza ancora enorme ma progressivamente più isterica, indebitata e convinta che qualsiasi fabbrica asiatica sia un atto personale di aggressione.
In mezzo ci sono i mercati globali, che ogni volta che Trump apre bocca oscillano come un tavolo da campeggio.
La scenografia cinese: quando la diplomazia incontra Broadway
Bisogna riconoscerlo: nessuno al mondo organizza una visita di Stato come i cinesi, soprattutto quando non sono più alla mercé delle grandi potenze e hanno messo in soffitta il libretto di Mao.
Gli americani fanno le conferenze stampa, i francesi i banchetti ed i britannici con gran pompa tirano fuori le carrozze. La Cina invece mette in scena la continuità di cinquemila anni di civiltà con l’efficienza di un algoritmo militare.
Trump è stato accolto con tappeti rossi infiniti, auto nere lucidissime, bambini sorridenti che salutavano in perfetta sincronia, soldati immobili come statue e coreografie talmente perfette da far sembrare improvvisata la parata del 14 luglio a Parigi. Ogni inquadratura televisiva era studiata per trasmettere un messaggio preciso: la Cina è stabile, ordinata, disciplinata ed antichissima. L’America, invece, cambia umore ogni quattro ore a seconda di Truth Social.
Xi Jinping ha trattato Trump con enorme cortesia, non perché Pechino si sia improvvisamente innamorata del MAGA, ma perché la leadership cinese ha da tempo capito una cosa fondamentale: Trump ama sopra ogni altra cosa sentirsi al centro della scena, il che vuol dire se stesso. Così Xi ha fatto quello che farebbe un abilissimo maestro di tai chi geopolitico: ha lasciato che Trump si sentisse protagonista e vincitore senza concedergli quasi nulla di veramente strategico. Una tecnica antica. Sun Tzu approverebbe con un lieve cenno del capo.
Tra un Trump che vende ottimismo ed un Xi che vende stabilità il copione poteva dirsi quasi perfetto. Trump ha dichiarato che il summit è stato “fantastico”, “storico”, “enorme”, “forse il migliore mai visto”. A un certo punto mancava soltanto che definisse Xi “un ragazzo incredibile con un magnifico senso degli affari”.
Xi, invece, ha parlato di “stabilità strategica”, “cooperazione reciproca” e “destino condiviso dell’umanità”, cioè il tipico linguaggio cinese che sembra uscito contemporaneamente da un testo confuciano e da un manuale ONU scritto da un monaco buddhista.
Ma dietro i sorrisi c’erano dossier pesantissimi.
Taiwan, il convitato armato
Il tema centrale del viaggio non erano i Boeing, né la soia, né i chip Nvidia, né il petrolio. Il vero tema era Taiwan, il convitato armato.
Xi Jinping ha ricordato con estrema fermezza che per Pechino la questione taiwanese è “la linea rossa assoluta”. Traduzione diplomatica: “Potete discutere di tutto, ma se sostenete apertamente l’indipendenza di Taiwan rischiamo di finire a spararci addosso nel Pacifico”.
Trump, da parte sua, è stato insolitamente prudente. Nessuna dichiarazione incendiaria. Nessuna frase improvvisata del tipo “forse Taiwan dovrebbe pagare l’affitto agli Stati Uniti”. Un autocontrollo quasi mistico. La ragione è semplice: tutti sanno che un conflitto su Taiwan manderebbe l’economia mondiale direttamente dentro un tritacarne industriale e Trump, il cui interesse è attratto soprattutto dai listini di borsa, troverebbe la cosa del tutto indigesta.
Taiwan produce una quota enorme dei semiconduttori avanzati del pianeta. Se salta Taiwan, salta mezzo capitalismo globale e con quest’ultimo la possibilità di Trump e della sua famiglia di far soldi come mai prima. Automobili, smartphone, intelligenza artificiale, server, missili, frigoriferi: improvvisamente il mondo intero scoprirebbe che senza chip moderni anche tostare il pane diventa geopolitica.
Così il summit è servito soprattutto a una cosa: evitare che le tensioni degenerassero ulteriormente: non una pace, non un’amicizia, quanto piuttosto una gestione controllata di una reciproca paranoia.
Gli accordi commerciali: “compreremo molti aerei, forse”
Sul fronte economico Trump sperava di tornare a Washington con una valanga di contratti miliardari da esibire agli elettori americani come trofei di caccia grossa. Un Theodore Roosevelt in versione commesso viaggiatore. Qualcosa ha ottenuto, ma meno del previsto e sicuramente di ciò che sperava.
L’annuncio più spettacolare riguarda l’acquisto cinese di circa 200 aerei Boeing, con possibilità teorica di arrivare addirittura a 750 velivoli. Ora, bisogna capire una cosa fondamentale: ogni volta che un presidente americano annuncia un mega-accordo industriale con la Cina, Wall Street reagisce come una zia meridionale davanti a un fidanzamento: “Sì, bello, ma quando fissiamo la data?”.
Molti di questi accordi vengono infatti diluiti, rinegoziati, reinterpretati o parcheggiati in qualche ministero cinese fino alla fine dei tempi. Trump però aveva bisogno di un simbolo. Boeing è perfetto: fabbriche americane, posti di lavoro, ingegneria patriottica, fotografia davanti agli aerei. Il sogno americano con le ali.
Molto meno successo invece sul fronte dei semiconduttori e delle tecnologie avanzate. Nessun grande accordo sui chip Nvidia, nessuna svolta decisiva sulle restrizioni tecnologiche, nessuna rivoluzione sull’export di terre rare.
Ed è qui che si vede la vera natura della relazione USA-Cina nel 2026: i due Paesi commerciano come soci obbligati ma si preparano strategicamente come rivali sistemici. È come vedere due uomini giocare a poker sorridendo cordialmente mentre sotto il tavolo si prendono a calci negli stinchi.
Il grande equivoco occidentale: pensare che la Cina voglia “vincere subito”.
Molti commentatori occidentali continuano a interpretare la Cina usando categorie americane: vittoria rapida, confronto diretto, leadership muscolare. Ma Xi ragiona in modo completamente diverso.
Trump vive nel ciclo delle news. Xi ragiona in termini di cicli dinastici. Trump vuole risultati immediati, titoli di giornale e numeri da annunciare ai comizi. Xi vuole tempo, stabilità e accumulazione graduale di potere industriale e tecnologico e, più tardi nel tempo, anche militare. Durante il summit questa differenza culturale è stata visibilissima.
Trump parlava da imprenditore immobiliare newyorkese convinto che ogni problema possa essere risolto stringendo una mano molto forte e per molto tempo, promettendo “un accordo incredibile”. Xi parlava invece come un mandarino imperiale che considera gli Stati Uniti un fenomeno geopolitico importante ma transitorio rispetto ai cinquemila anni della civiltà cinese. Il che, bisogna ammetterlo, è psicologicamente devastante per qualsiasi presidente americano.
Alla fine del viaggio, probabilmente, Xi ha ottenuto il risultato principale che desiderava: apparire indispensabile. Non tanto concessioni economiche immediate e non tanto la fine delle tensioni, piuttosto una rappresentazione simbolica potentissima: il presidente degli Stati Uniti costretto ad andare a Pechino per stabilizzare il rapporto con la Cina.
Per la narrativa interna cinese questo è oro puro. La propaganda di Pechino presenterà il summit come la conferma che la Cina è ormai una potenza pari agli Stati Uniti, capace di trattare da eguale a eguale con Washington.
E in effetti, al di là delle propagande, il mondo sembra andare proprio in quella direzione.
Trump torna a casa con poche vittorie ma una missione compiuta
Dire che Trump sia tornato sconfitto sarebbe sbagliato: non potrà certo vantare grandi successi, ma potrà sempre dire di aver portato a termine la sua missione. Il suo obiettivo reale probabilmente non era rivoluzionare i rapporti sino-americani in tre giorni. Nessuno può farlo. Nemmeno un uomo convinto di poter negoziare contemporaneamente con Xi, Putin, Netanyahu, gli Ayatollah e probabilmente anche con Marte.
L’obiettivo era più modesto ma cruciale: abbassare temporaneamente la temperatura dello scontro. E da questo punto di vista il summit ha funzionato.
Le due potenze hanno mostrato al mondo di essere ancora capaci di parlarsi senza minacciare immediatamente l’apocalisse commerciale o militare il che, nella geopolitica di oggi, è già un successo quasi romantico.
La scena finale: Air Force One decolla, il mondo sospira
Quando Trump è salito sull’Air Force One lasciandosi alle spalle Pechino, il clima era quello dei grandi film in cui nessuno ha davvero vinto ma almeno il pianeta non è esploso. L’aereo decolla per allontanarsi verso l’orizzonte ed il mondo può tirare un sospiro di sollievo. Non siamo ancora per fortuna alla scena finale di Casablanca.
Xi resta convinto che il secolo asiatico sia appena iniziato. Trump resta convinto di poter ancora ottenere “the greatest deal ever made”, i mercati restano convinti che entrambi siano in grado di distruggere trilioni di dollari con una conferenza stampa sbagliata ed il resto del mondo osserva questa gigantesca danza strategica con lo stesso stato d’animo di un passeggero seduto tra due litiganti nel corso di una turbolenza.
La verità finale del viaggio è forse questa: Stati Uniti e Cina non possono davvero più separarsi, ma non riescono nemmeno più a fidarsi l’uno dell’altra: sono economicamente inseparabili, tecnologicamente rivali, militarmente diffidenti e diplomaticamente obbligati a sorridere. Una specie di matrimonio geopolitico tossico da cui dipende il destino del pianeta.
E in mezzo a tutto questo, Donald Trump continua a fare The Donald: metà presidente, metà showman, metà bulldozer mediatico. Tre metà, esattamente come ogni sua conferenza stampa.
Questo viaggio è stato in fondo una delle combinazioni di eventi possibili. Se per Euripide il potere era un’ingiustizia felice, per il Nostro è unicamente fine a se stesso: una soddisfazione per il suo ego di cui non ve n’è altra più grande.
Trump a Pechino, ovvero: quando il drago incontra il venditore di grattacieli
Cronaca semiseria di un viaggio che doveva cambiare il mondo e che, per ora, ha soprattutto prodotto sorrisi, tè verde e molte fotografie.
Ci sono incontri diplomatici che sembrano ideati da Talleyrand. E poi ci sono quelli che ricordano un congresso notarile in provincia o una assemblea di condominio ideati da Netflix dopo tre caffè corretti al baijiu. Il viaggio in Cina del presidente americano Donald Trump appartiene con decisione alla seconda categoria.
Da giorni il mondo osservava la visita come si guarda una finale di wrestling fra due campioni che si detestano cordialmente ma sanno benissimo di avere bisogno l’uno dell’altro. Da una parte Trump: abbronzatura radioattiva, ciuffo dorato, ego immobiliare formato Manhattan, linguaggio da televendita e l’innata capacità di trasformare ogni vertice internazionale in una puntata speciale di arti marziali diplomatiche. Dall’altra Xi Jinping: volto impassibile, disciplina confuciana, sorriso calibrato al millimetro e il talento quasi sovrannaturale di sembrare contemporaneamente gentile e minaccioso. E’ anche forse anche per questo che lascia trasparire qualche venatura di grigio nei suoi capelli, tinti come si conviene a qualsiasi politico cinese meritevole di rispetto.
Il risultato è stato uno spettacolo geopolitico irresistibile: tre giorni di banchetti con cucina cinese in salsa americana per renderla più riconoscibile e gradita al palato di Trump, dichiarazioni solenni, allusioni su Taiwan, ciclopiche promesse commerciali, discussioni sull’Iran, passeggiate in giardini imperiali e una quantità di complimenti reciproci tale da far sospettare per qualche ora che Washington e Pechino stessero per fondersi in una gigantesca catena internazionale di casinò patriottici.
Il ritorno dell’imperatore immobiliare
Per Trump questa visita aveva un valore quasi personale. Nel suo immaginario politico, la Cina occupa da anni uno spazio mitologico: contemporaneamente rivale, cliente, minaccia, partner economico e gigantesco centro commerciale da convincere a comprare soia americana e qualche Boeing in più.
Per quasi un decennio Trump ha parlato della Cina come un tassista romano parla del traffico sul raccordo anulare: con indignazione, fascinazione e la convinzione che nessuno, tranne lui, abbia capito davvero il problema.
Il viaggio dunque doveva rappresentare il grande momento della riconciliazione pragmatica. Basta ideologia, basta sermoni democratici, basta diplomazia dei valori e dei diritti: sediamoci, firmiamo contratti, vendiamo gas naturale liquefatto, discutiamo di intelligenza artificiale e magari evitiamo pure una guerra nucleare nel Pacifico. Una specie di “facciamo affari e non facciamo esplodere il pianeta”, che nel linguaggio trumpiano equivale più o meno a una raffinata teoria geopolitica.
La Cina, dal canto suo, ha accolto Trump con l’entusiasmo prudentissimo di chi invita a cena un vicino ricchissimo che potrebbe, in qualsiasi momento, rovesciare del vino su un prezioso tappeto Ming.
Pechino mette in scena la Cina eterna
Bisogna riconoscere una cosa al Partito comunista cinese: quando decide di organizzare una visita di Stato, nessuno al mondo sa costruire la scenografia meglio di loro.
Mentre gli americani trasformano la diplomazia in conferenza stampa permanente, i cinesi la trattano come opera lirica imperiale mettendo in scena auto nere lucidissime, militari immobili come statue, sale immense dove persino i lampadari sembrano progettati per intimidire gli ospiti stranieri, bambini che salutano perfettamente sincronizzati ed infine tavoli lunghi quanto una pista d’atterraggio.
Di particolare rilievo il gesto simbolico più sorprendente della visita: Xi ha accompagnato Trump all’interno di Zhongnanhai, il cuore blindato del potere cinese, una sorta di Vaticano comunista circondato da laghi, giardini e segreti di Stato. Un privilegio rarissimo per un leader straniero, presto guastato quando alla domanda se vi avesse avuto accesso anche Putin, la risposta è stata: si.
Secondo le cronache, Trump si sarebbe mostrato sinceramente colpito dagli alberi millenari del complesso. La scena è già entrata nella piccola storia diplomatica contemporanea: Xi che parla della profondità storica della civiltà cinese e Trump che, davanti a piante di mille anni, sembra realizzare improvvisamente che gli Stati Uniti sono nati praticamente l’altro ieri.
Non a caso, e certamente per dispetto, Xi gli ha consentito di toccare una pianta vecchia di 270 anni. Un’allusione tutto sommato birichina alla grande cerimonia che Trump intende organizzare nella giornata del 4 Luglio per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. Come a dire: vedi caro Donald, la foglia che hai appena toccato è più vecchia del foglio sul quale i vostri Padri Fondatori hanno stampato il loro testo.
Per qualche minuto il vertice USA-Cina è sembrato trasformarsi in un documentario di Alberto Angela.
Il grande tema: fare soldi senza farsi la guerra
Il cuore della visita era naturalmente economico, visto che è caratteristica di Trump scambiare il far soldi con il fare politica estera.
Negli ultimi anni Stati Uniti e Cina hanno attraversato una relazione degna di una coppia divorziata che continua però a possedere insieme un centro commerciale. Tariffe, guerre commerciali, restrizioni tecnologiche, chip, terre rare, export controls, accuse reciproche, sanzioni, minacce e una quantità di negoziati tale da far prosperare eserciti di consulenti.
Trump si è presentato a Pechino con il suo approccio classico: trasformare la geopolitica in trattativa immobiliare. “Voi comprate più cose americane, noi abbassiamo la temperatura, tutti diventano ricchi e nessuno invade Taiwan.”
Sintesi brutale, ma non troppo distante dalla realtà.
Durante il vertice si è parlato di agricoltura, energia, aviazione civile, tecnologia e soprattutto intelligenza artificiale. Trump ha annunciato “fantastici accordi commerciali”, formula che nel suo lessico significa più o meno qualsiasi cosa compresa tra “abbiamo firmato trenta pagine importantissime” e “Xi mi ha detto che gli piace il ketchup americano”.
I mercati però speravano in qualcosa di più concreto. Nessuna svolta clamorosa sui dazi, nessun accordo rivoluzionario sui semiconduttori, nessuna pace definitiva nella guerra tecnologica. Più che altro una tregua armata con catering di lusso. Ed è qui che emerge la vera natura del viaggio: non un vertice risolutivo, ma una gigantesca operazione di stabilizzazione psicologica ed un’occasione per un pugno di magnati dell’industria, della tecnologia e della finanza per passare qualche tempo in compagnia del loro presidente sotto lo sguardo vigile di un impeccabile cicerone.
In pratica: “Non ci amiamo, continuiamo a diffidare l’uno dell’altro, ma cerchiamo almeno di evitare di distruggere l’economia mondiale prima di Natale.”
Taiwan: il convitato di pietra
Naturalmente il tema più delicato era Taiwan, piccola isola corazzata a poche miglia della costa cinese.
Xi Jinping è stato molto chiaro, ricordando con estrema fermezza che la questione taiwanese resta per Pechino il punto più esplosivo dell’intera relazione bilaterale, se non dell’universo. Secondo le ricostruzioni emerse dal summit, il presidente cinese avrebbe avvertito Trump che una gestione sbagliata del dossier potrebbe portare addirittura a “conflitti”, modo ellittico ed elegante per schivare l’uso della parola “guerra”.
Traduzione diplomatica: “Possiamo discutere di soia, petrolio, microchip, panda e perfino di chi prepara meglio il pollo fritto, ma se toccate Taiwan diventiamo improvvisamente molto meno zen.”
Trump, sorprendentemente, ha mantenuto toni relativamente prudenti. Nessuna provocazione plateale. Nessuna uscita teatrale da campagna elettorale. Una moderazione che ha lasciato interdetti molti osservatori abituati a un Trump capace di trasformare qualsiasi dossier internazionale in una rissa da social network.
Probabilmente la Casa Bianca ha compreso una cosa molto semplice: il rischio di un incidente militare nel Pacifico oggi non è più fantapolitica ma possibilità concreta e questo malgrado la sua imponente raccolta di 11 portaerei nucleari. Così il presidente americano ha fatto ciò che gli riesce meno naturale: misurare le parole.
Un evento che gli storici probabilmente studieranno a lungo.
L’Iran e la strana coppia anti-caos
Altro tema centrale: il Medio Oriente.
Washington sperava che Pechino esercitasse pressioni sull’Iran, partner strategico della Cina e suo grande fornitore energetico. Trump ha cercato di coinvolgere Xi nella gestione della crisi regionale e soprattutto nella protezione dello Stretto di Hormuz, fondamentale per il commercio mondiale del petrolio. La Cina ha risposto con la sua tradizionale diplomazia da maestro di tai chi: movimenti lentissimi, tono pacato, nessun impegno troppo preciso.
Xi ha parlato di stabilità, dialogo, cooperazione e pace. Tutte parole molto belle che, tradotte nel linguaggio reale delle relazioni internazionali, significano spesso: “Vedremo con calma, intanto non rompete troppo.”
Trump invece avrebbe voluto qualcosa di più netto. Ma alla fine si è accontentato di dichiarare che lui e Xi “vedono le cose in modo simile”. Che è un po’ come dire che un texano amante dei rodei e un monaco tibetano “condividono l’interesse per il bestiame”.
Trump e Xi si piacciono davvero?
Uno degli aspetti più affascinanti del vertice è stato il tono personale fra i due leader.
Trump ha riempito Xi di complimenti. Xi ha risposto con sorrisi controllati e formule di grande rispetto. Entrambi hanno insistito sulla necessità di una relazione “stabile” e “costruttiva”.
Ora bisogna capire una cosa fondamentale della diplomazia contemporanea: quando due superpotenze parlano continuamente di “stabilità”, significa quasi sempre che temono sinceramente il contrario.
Dietro i sorrisi infatti resta una rivalità gigantesca. Gli Stati Uniti vedono la Cina come il primo vero concorrente globale capace di sfidarne contemporaneamente economia, tecnologia, influenza diplomatica e capacità industriale. La Cina considera invece gli Stati Uniti una potenza ancora dominante ma nervosa, convinta di dover rallentare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Da qui un richiamo a Tucidide, che al presidente americano sarà quasi certamente sfuggito.
È una relazione piena di diffidenza reciproca, ma anche di interdipendenza patologica. I due Paesi litigano continuamente e nel frattempo continuano a commerciare per centinaia di miliardi.
Una sorta di matrimonio tossico globale.
L’effetto collaterale: l’Europa osserva in silenzio
Mentre Trump e Xi passeggiavano fra i giardini imperiali, in Europa molti governi seguivano il vertice con l’ansia di chi teme di essere escluso da una riunione importantissima. Il timore europeo era semplice: e se americani e cinesi decidessero improvvisamente di spartirsi le grandi questioni economiche globali lasciando Bruxelles a discutere di tappi biodegradabili?
Alla fine però il summit non ha prodotto rivoluzioni tali da marginalizzare l’Europa. Gli analisti hanno parlato soprattutto di “stabilizzazione” e non di nuovo ordine mondiale. Per Bruxelles, in fondo, quasi una buona notizia. Quando due giganti litigano troppo, il mondo trema. Ma quando improvvisamente vanno troppo d’accordo, spesso gli altri iniziano a preoccuparsi ancora di più.
Il linguaggio del corpo geopolitico
C’è poi un aspetto irresistibile di questi vertici: la semiotica delle immagini.
Trump che applaude energicamente, Xi che applaude con la sobrietà di un bibliotecario zen.
Trump che indica qualcosa ridendo, Xi che sorride come se avesse già previsto quell’esatto gesto sei
mesi prima.
Trump che sembra sempre sul punto di dire: “Sapete una cosa? Costruiamo un hotel gigantesco anche qui.”
Xi che invece comunica l’energia emotiva di un ghiacciaio himalayano.
A un certo punto il summit è sembrato quasi un esperimento antropologico sul confronto fra civiltà. Da una parte l’America trumpiana: spettacolo, improvvisazione, iperbole permanente. Dall’altra la Cina di Xi: pazienza strategica, controllo assoluto del messaggio, ritualità quasi imperiale.
Ed è proprio questa differenza a rendere il rapporto tanto esplosivo quanto affascinante. Chi ha vinto dunque? Domanda inevitabile. E risposta complicata.
Trump può dire di aver ottenuto ciò che desiderava davvero nell’immediato: riaprire il dialogo, mostrarsi come leader capace di trattare direttamente con Xi e rassicurare almeno parzialmente i mercati sull’assenza di una nuova guerra commerciale totale.
Il presidente cinese, dal canto suo, ha ottenuto forse qualcosa di ancor più importante: mostrare al mondo una Cina sicura di sé, centrale, trattata dagli Stati Uniti come pari strategico e non più come semplice fabbrica del pianeta.
In pratica entrambi stanno vendendo il summit come un successo, che è esattamente ciò che accade quando nessuno ottiene abbastanza da poter dichiarare apertamente vittoria.
Il risultato reale: una gigantesca pausa di respirazione
La verità è che il viaggio di Trump in Cina non ha risolto quasi nulla.
Taiwan resta una bomba geopolitica.
La guerra tecnologica continua.
Le tensioni commerciali non sono finite.
La sfiducia reciproca rimane enorme.
L’Iran continua a dividere Washington e Pechino.
Ma il vertice ha prodotto una cosa molto concreta: ha rallentato temporaneamente la spirale di tensioni. Nel mondo attuale, già questo non è poco perché la relazione tra le due potenze è ormai il centro gravitazionale della politica mondiale. Tutto dipende da lì: commercio, chip, intelligenza artificiale, energia, sicurezza marittima, catene produttive, stabilità finanziaria.
Quando Washington e Pechino smettono di parlarsi, il pianeta intero inizia a sudare freddo.
E adesso?
Il prossimo capitolo probabilmente sarà ancora più importante.
Xi dovrebbe visitare gli Stati Uniti nei prossimi mesi e sia Washington che Pechino stanno cercando di costruire un rapporto meno isterico e più prevedibile, ma nessuno si illude davvero che le due superpotenze diventino amiche.
Gli americani temono la potenza industriale cinese, i cinesi temono l’accerchiamento strategico americano ed entrambi competono sull’intelligenza artificiale come due miliardari che litigano per comprare l’ultimo yacht disponibile. Eppure esiste una consapevolezza comune: un conflitto aperto sarebbe catastrofico per tutti.
Per questo il summit di Pechino, dietro i sorrisi e le cerimonie, aveva un obiettivo molto semplice e molto umano: evitare che la rivalità sfugga di mano.
Il paradosso finale
Ed eccoci al paradosso più divertente dell’intera vicenda.
Per anni Trump ha costruito parte della sua identità politica presentandosi come l’uomo che avrebbe “sfidato la Cina”.
Ora però si ritrova a fare esattamente ciò che fanno tutti i presidenti americani quando arrivano a Pechino: sorridere molto, parlare di cooperazione, elogiare la saggezza millenaria cinese e cercare disperatamente di mantenere stabile la relazione più importante del pianeta.
La geopolitica, in fondo, ha questo di ironico: anche i leader più rumorosi, davanti alla complessità del mondo reale, finiscono spesso per assomigliarsi.
E così il viaggio di Trump in Cina si conclude non con una rivoluzione diplomatica, ma con qualcosa di molto più realistico: due superpotenze che continuano a diffidare l’una dell’altra mentre tentano, con grande fatica, di evitare il caos globale. Il tutto naturalmente fra banchetti spettacolari, alberi millenari, dichiarazioni solenni e una quantità industriale di fotografie ufficiali nelle quali Xi Jinping sembra sempre un imperatore confuciano e Trump un magnate immobiliare accidentalmente precipitato dentro “L’Ultimo Imperatore”. Tutto questo mentre stava per avere inizio la 79° edizione del Festival del Cinema di Cannes.
Che sia questa la descrizione geopolitica più accurata dell’intero vertice?