Sánchez, la partita del potere: Ceuta, la frontiera, Maricarmen e il ricorso alle urne come strumenti di una strategia politica

 

 

La chiave per comprendere la strategia di Pedro Sánchez è leggere le crisi non soltanto come emergenze da governare, ma come momenti nei quali ridefinire i rapporti di forza, spostare il terreno del confronto e costringere gli avversari a misurarsi con un'agenda che non hanno scelto. Nella politica spagnola, dove la questione territoriale, l'immigrazione, la memoria storica e la fragilità delle maggioranze parlamentari si intrecciano da anni, il controllo del calendario politico può valere quasi quanto il controllo dei voti.

Ceuta, avamposto spagnolo sulla costa africana e confine esterno dell'Unione europea, è in questo senso molto più di una città: è una frontiera geografica, ma anche un simbolo della sovranità, delle contraddizioni europee e della tensione permanente fra umanità, sicurezza e interesse nazionale. Le decisioni assunte intorno a una frontiera come quella di Ceuta possono diventare strumenti di legittimazione per il governo, occasioni di mobilitazione per la destra nazionalista e prove di credibilità per un esecutivo che deve tenere insieme sensibilità politiche diverse.

Per Sánchez, la questione decisiva è dunque capire quando una crisi debba essere amministrata e quando, invece, possa essere trasformata in un passaggio capace di modificare l'intero quadro politico. È una logica che richiama una costante della storia parlamentare europea: chi riesce a stabilire il tema dominante del dibattito pubblico, spesso, costringe gli altri a giocare in difesa.

La prima mossa: interrompere una crisi prima che diventi una sentenza: la sequenza degli avvenimenti dell'autunno 2026 suggerisce, tuttavia, un'interpretazione più precisa e meno scontata di quella secondo cui Sánchez avrebbe semplicemente deciso di giocare d'anticipo per salvare il proprio potere. Il 5 ottobre il presidente del governo ha annunciato elezioni generali anticipate per il 29 novembre, dopo la bocciatura parlamentare di due provvedimenti sulla casa e una fase di riflessione politica. La morte di María del Carmen Abascal, detta Maricarmen, l'anziana di 87 anni diventata il volto della crisi abitativa dopo essere stata sfrattata dall'appartamento nel quale aveva vissuto per gran parte della sua esistenza, è avvenuta il 7 ottobre: dunque, la sua morte non ha provocato la convocazione elettorale, ma ne ha radicalmente accresciuto il significato politico e morale.

Questa distinzione cronologica è fondamentale. La politica non consiste soltanto nel reagire agli eventi: consiste anche nel comprendere come un evento possa trasformare retroattivamente il significato di una decisione già presa. Sánchez aveva convocato gli elettori per uscire da una situazione parlamentare divenuta sempre più difficile; la morte di Maricarmen ha poi conferito alla crisi della casa una forza simbolica che nessun dibattito parlamentare, nessuna statistica sugli affitti e nessun comunicato ministeriale avrebbe potuto produrre da solo.

Una vicenda individuale, dolorosa e concreta, è diventata così la rappresentazione di una questione collettiva: che cosa significa vivere in una società nella quale il diritto a un'abitazione stabile rischia di essere subordinato alla capacità di sostenere prezzi crescenti? E quale credibilità può rivendicare la politica quando il conflitto fra proprietà, rendita e protezione sociale si traduce in una vicenda umana percepita come intollerabile?

È qui che si apre la partita di Sánchez. Non si tratta soltanto di difendere il bilancio della propria legislatura, ma di tentare di trasferire il giudizio sul governo dal terreno sul quale l'opposizione vorrebbe condurlo — quello della sicurezza, dell'immigrazione, della corruzione e della presunta perdita di controllo dello Stato — a un terreno sul quale la sinistra può tornare a parlare il proprio linguaggio storico: la protezione sociale, la dignità del lavoro, l'accessibilità dei beni essenziali e la responsabilità pubblica nei confronti dei più vulnerabili.

Ma questa operazione contiene un paradosso. Sánchez governa dal 2018, ha guidato maggioranze composite e ha fatto della capacità di sopravvivere alle crisi una delle caratteristiche distintive della propria leadership. Non può dunque presentarsi credibilmente come un osservatore estraneo alle contraddizioni che denuncia. Se la casa è diventata una questione nazionale, la domanda degli elettori non sarà soltanto che cosa proponga il Partito socialista, ma perché non sia riuscito a risolvere prima un problema che era già evidente.

La morte di Maricarmen, in altri termini, offre al governo un potente argomento politico, ma contemporaneamente gli impone un esame di coscienza pubblico. La sofferenza di una persona non è una risorsa elettorale che possa essere impiegata senza conseguenze: può trasformarsi in un'accusa contro gli avversari, ma anche in un giudizio sulla distanza fra le promesse e i risultati di chi ha governato.

La cronaca di quei giorni rende il passaggio ancora più delicato: l'accordo che avrebbe dovuto consentire alla donna di tornare nell'appartamento era stato raggiunto, ma lei è morta prima di poter rientrare nella propria casa. Nel frattempo, i decreti sulla casa erano stati respinti in Parlamento. Il dramma individuale e l'impasse istituzionale si sono così sovrapposti, producendo un'immagine di impotenza della politica che ha oltrepassato le appartenenze partitiche.

Ceuta ed il confine come teatro della sovranità:    se la casa rappresenta il lato sociale della contesa, Ceuta ne rappresenta quello nazionale. Ed è proprio l'intreccio fra queste due questioni a rendere la strategia di Sánchez particolarmente rischiosa.

La crisi migratoria di Ceuta, culminata nell'estate del 2026 in un attraversamento di massa dalla frontiera marocchina, ha aperto una frattura sulla capacità dello Stato di controllare il proprio territorio. La risposta del governo è stata contestata dall'opposizione, che ha accusato l'esecutivo di aver lasciato la Spagna esposta alle pressioni del Marocco. Sánchez ha difeso la propria gestione richiamando l'unità istituzionale e la sicurezza nazionale, mentre il Partito popolare di Alberto Núñez Feijóo e Vox hanno trasformato la vicenda in una contestazione della sua credibilità come capo del governo.

Per comprendere la forza di questa controversia bisogna ricordare che Ceuta non è una frontiera qualsiasi. È una città spagnola sulla costa settentrionale dell'Africa, insieme a Melilla, e costituisce un punto nel quale la storia imperiale europea, la geografia mediterranea e la politica contemporanea dell'immigrazione si sovrappongono. La sua collocazione richiama una contraddizione strutturale dell'Europa: proclamarsi spazio di libertà e diritti, ma dover decidere quotidianamente come governare l'accesso al proprio territorio.

La questione non è nuova. Le crisi migratorie del 2015, la pressione sulla frontiera greco-turca, le traversate nel Mediterraneo centrale e le tensioni fra Spagna e Marocco hanno mostrato ripetutamente che il controllo delle frontiere è anche una forma di potere diplomatico. Il paese che si trova sulla linea di ingresso può essere chiamato a sostenere un costo politico e materiale che riguarda l'intera Unione europea. Il Marocco, dal canto suo, è un interlocutore strategico per Madrid, tanto per la cooperazione migratoria quanto per la sicurezza e gli interessi economici.

In questa prospettiva, Ceuta diventa il luogo nel quale Sánchez deve dimostrare contemporaneamente tre cose: che la Spagna conserva la propria sovranità, che il governo è capace di gestire una crisi senza trasformarla in una guerra permanente con Rabat e che la tutela dei confini non deve necessariamente coincidere con l'abbandono dei principi umanitari.

Il problema è che questi tre obiettivi possono entrare in conflitto nella percezione pubblica. Un governo che privilegia la cooperazione diplomatica può essere accusato di debolezza; un governo che risponde con misure drastiche può essere accusato di sacrificare i diritti fondamentali; un governo che cerca una posizione intermedia rischia di apparire indeciso a entrambi gli schieramenti.

È precisamente in questa zona d'incertezza che prospera la destra nazionalista. Per Vox, guidato da Santiago Abascal, Ceuta non è soltanto una questione amministrativa o diplomatica: è il simbolo di una Spagna che, secondo la narrazione del partito, avrebbe smarrito la propria capacità di difendersi. Abascal ha utilizzato la crisi per chiedere una linea molto più dura sull'immigrazione, mentre il PP ha insistito sulle responsabilità dell'esecutivo e sulla necessità di un cambio di governo.

La scelta di portare Ceuta al centro della campagna, anche attraverso la presenza di Abascal e di esponenti della destra europea, rivela una precisa ambizione: sottrarre la questione migratoria alla dimensione della gestione concreta e trasformarla in un referendum simbolico sull'identità nazionale. Il confine diventa così una linea immaginaria che separa non soltanto chi è dentro da chi è fuori, ma chi viene considerato capace di proteggere la comunità da chi viene accusato di averla esposta al pericolo.

Sánchez deve impedire che questo simbolismo si consolidi come un giudizio definitivo sulla sua leadership. Ma non può farlo semplicemente inseguendo Vox sul terreno della retorica securitaria, perché così facendo rischierebbe di riconoscere all'avversario il potere di stabilire le categorie stesse del dibattito.

La sua alternativa è riportare Ceuta entro una concezione più ampia della sovranità: non soltanto capacità di impedire un ingresso, ma anche capacità diplomatica, organizzazione amministrativa, coordinamento europeo e tutela dell'ordine costituzionale. È una risposta politicamente più complessa, ma non per questo automaticamente vincente. Richiede risultati visibili, e soprattutto la capacità di dimostrare che il linguaggio dei diritti non costituisce un alibi per l'inefficienza.

Quando una vicenda privata diventa una questione di Stato:    la morte di María del Carmen Abascal ha introdotto nella contesa elettorale un elemento che la crisi di Ceuta, per quanto drammatica, non poteva offrire nello stesso modo: la possibilità di parlare direttamente dell'esperienza quotidiana dei cittadini, senza passare attraverso il filtro dell'identità nazionale o della contrapposizione fra sicurezza e immigrazione.

La differenza è politicamente decisiva. Ceuta consente alla destra di evocare una comunità nazionale minacciata dall'esterno; Maricarmen richiama invece una vulnerabilità che si manifesta all'interno della società, nella vita di una persona anziana che perde la propria casa e nella condizione di una generazione più giovane che fatica a trovare un alloggio accessibile. Da una parte, dunque, il confine dello Stato; dall'altra, il confine economico oltre il quale una parte della popolazione rischia di essere espulsa dalla propria città, dal proprio quartiere e, simbolicamente, dalla promessa di sicurezza che dovrebbe accompagnare una vita dignitosa.

Non è un caso che la vicenda abbia suscitato manifestazioni e occupazioni simboliche degli spazi pubblici, soprattutto nella Puerta del Sol di Madrid, luogo che possiede una lunga tradizione di mobilitazione politica. La piazza, che nel 2011 fu uno dei centri del movimento degli Indignados, torna a essere il teatro di una protesta che mette in discussione la capacità delle istituzioni di rispondere alle trasformazioni economiche della società. Allora il bersaglio era soprattutto la rappresentanza politica, insieme alla disoccupazione e alle conseguenze della crisi finanziaria; oggi il tema della casa concentra una parte di quelle medesime inquietudini in una forma più concreta e immediatamente comprensibile.

La casa, in fondo, è una delle istituzioni invisibili sulle quali si regge la democrazia sociale europea. Non è soltanto un bene immobiliare, né esclusivamente un investimento: è il luogo della continuità familiare, della sicurezza personale, della costruzione di un progetto di vita. Quando il mercato rende questo bene inaccessibile a una parte crescente della popolazione, il conflitto non riguarda più soltanto il livello dei prezzi, ma la distribuzione delle opportunità e il significato stesso dell'appartenenza alla comunità.

Qui la strategia di Sánchez incontra la tradizione più autentica della socialdemocrazia europea. Dalla stagione del welfare state del secondo dopoguerra fino alle politiche abitative delle democrazie nordiche, la sinistra ha costruito una parte della propria legittimità sulla promessa che il mercato, pur essendo uno strumento essenziale dell'economia, non debba diventare l'unico arbitro delle condizioni materiali dell'esistenza.

Ma il richiamo a quella tradizione non basta. La Spagna contemporanea presenta una contraddizione strutturale: una parte significativa della popolazione possiede un'abitazione, mentre molti giovani e nuovi nuclei familiari si confrontano con affitti e prezzi d'acquisto sempre più difficili da sostenere. L'insufficienza dell'offerta nelle aree più richieste, la diffusione degli affitti turistici, le difficoltà burocratiche e la scarsità di edilizia sociale concorrono a rendere il problema particolarmente complesso. Le misure proposte dal governo, fra cui maggiori protezioni contro gli sfratti e interventi sul mercato degli affitti, sono state respinte in Parlamento, con il voto contrario del PP, di Vox e di Junts.

Il punto debole di Sánchez è dunque evidente: può presentarsi come il leader che intende affrontare la crisi abitativa, ma deve fare i conti con il fatto di aver governato per otto anni senza averla risolta. Il punto debole dell'opposizione, specularmente, consiste nel rischio di apparire capace di denunciare il problema ma meno disposta ad accettare gli strumenti necessari per affrontarlo.

È una contraddizione che le elezioni potrebbero rendere più visibile, ma che non garantisce affatto la vittoria socialista. Il voto non è un tribunale morale nel quale il partito che difende la causa apparentemente più giusta ottiene automaticamente la maggioranza. È un confronto fra aspettative, interessi, paure e giudizi sull'affidabilità dei candidati. Un elettore può condividere la necessità di proteggere gli inquilini e, contemporaneamente, ritenere che Sánchez abbia avuto troppo tempo per intervenire; può giudicare insufficiente la risposta della destra e tuttavia non essere disposto a votare per la sinistra.

La morte di Maricarmen, pertanto, non rappresenta un capitale elettorale già acquisito dal premier. È piuttosto una frattura attraverso la quale il conflitto politico può essere riorganizzato.

Il calcolo delle elezioni anticipate, una scommessa, non una fuga:    la convocazione anticipata delle elezioni costituisce il vero centro della strategia di Sánchez. Il presidente ha fissato il voto per il 29 novembre 2026, interrompendo una legislatura che avrebbe potuto proseguire ancora per mesi. La decisione è arrivata dopo la bocciatura dei provvedimenti sulla casa e il progressivo logoramento della maggioranza parlamentare, già resa fragile dalla necessità di negoziare con forze politiche differenti per orientamento e interessi territoriali.

La scelta può essere letta attraverso una regola classica del parlamentarismo: quando un governo non riesce più a trasformare le proprie priorità in decisioni legislative, la permanenza al potere rischia di convertirsi in una lenta erosione della propria autorità. Ogni provvedimento respinto diventa la dimostrazione della debolezza dell'esecutivo; ogni negoziato fallito alimenta l'impressione di una maggioranza tenuta insieme più dalla necessità di sopravvivere che dalla capacità di governare.

In queste condizioni, anticipare le elezioni significa tentare di trasformare una crisi di governabilità in una scelta politica più semplice: continuare con un governo progressista, oppure affidare il Paese a una maggioranza conservatrice che potrebbe dipendere da Vox.

Sánchez conosce bene il valore di questa trasformazione. La sua carriera politica è stata segnata dalla capacità di recuperare posizioni che sembravano perdute. Nel 2016 perse la guida del Partito socialista dopo essersi opposto alla linea che avrebbe consentito al conservatore Mariano Rajoy di governare; nel 2017 riconquistò la leadership attraverso il voto degli iscritti; nel 2018 arrivò alla presidenza del governo con una mozione di sfiducia che pose fine all'esecutivo Rajoy. Nel 2023, pur arrivando secondo rispetto al Partito popolare nelle elezioni generali, riuscì nuovamente a formare un governo grazie a una complessa combinazione di alleanze parlamentari.

Questa biografia suggerisce un tratto caratteristico: Sánchez tende a considerare la sopravvivenza politica non come una pausa fra due fasi di governo, ma come una componente essenziale dell'esercizio stesso del potere.

La sua prima scommessa, dunque, è che il tempo lavori contro gli avversari più di quanto lavori contro di lui. Invece di lasciare che la legislatura continui a consumarsi fra sconfitte parlamentari, scandali e polemiche sulla gestione delle crisi, il premier prova a interrompere il processo e a imporre una nuova decisione collettiva.

La seconda scommessa è più sofisticata: trasformare la campagna da un giudizio retrospettivo sull'operato del governo in un confronto prospettico sul futuro della Spagna. Non più soltanto «che cosa non ha fatto Sánchez?», ma «quale Spagna si vuole costruire?». È un passaggio tipico delle elezioni anticipate, attraverso le quali un leader tenta di modificare il criterio con cui sarà giudicato.

La terza scommessa riguarda l'avversario. Il Partito popolare di Feijóo può aspirare a diventare la prima forza parlamentare, ma, se non dispone da solo di una maggioranza sufficiente, deve fare i conti con Vox. Quest'ultimo, secondo le analisi pubblicate all'inizio della campagna, attraversa una fase favorevole e punta a ottenere un peso determinante nell'eventuale governo conservatore.

Sánchez ha interesse a rendere questa dipendenza il tema centrale della campagna. Non gli basta contestare Feijóo: deve convincere gli elettori che votare per il PP significa aprire la porta a un governo nel quale Vox possa influenzare le politiche migratorie, i diritti sociali e l'orientamento generale del Paese.

È una strategia che presenta evidenti analogie con altre campagne europee nelle quali i partiti di governo hanno cercato di mobilitare un elettorato moderato attraverso il timore di una radicalizzazione dell'avversario. Ma è anche una strategia che può ritorcersi contro chi la impiega: se la destra riesce a presentarsi come un'alternativa unitaria e credibile, l'avvertimento sul ruolo dell'estrema destra potrebbe non essere sufficiente a impedire il cambiamento.

Il premier, in sostanza, non sta scegliendo una strada sicura. Sta cercando di sostituire una situazione nella quale rischia di perdere lentamente il controllo della legislatura con un confronto nel quale ritiene di poter ancora cambiare il risultato.

La lezione della storia spagnola dalla Transizione alla polarizzazione:  per cogliere pienamente la posta in gioco, occorre guardare oltre l'immediata cronaca elettorale e collocare la crisi nella storia politica della Spagna democratica.

La transizione dalla dittatura franchista alla democrazia, dopo la morte di Francisco Franco nel 1975, fu costruita attraverso un delicato compromesso fra forze politiche, istituzioni e territori. La Costituzione del 1978 riconobbe un sistema di autonomie regionali, fondato sul tentativo di conciliare l'unità dello Stato con la pluralità delle identità territoriali. La Spagna democratica si è sviluppata proprio attraverso questo equilibrio, che ha consentito una profonda trasformazione economica e sociale, ma che ha lasciato aperte tensioni ricorrenti sul rapporto fra centro e periferia.

La crisi catalana del 2017, le difficoltà nel formare maggioranze nazionali e la crescente frammentazione del sistema dei partiti hanno mostrato quanto quell'equilibrio possa diventare fragile quando viene meno la fiducia reciproca fra gli attori politici. Il governo Sánchez, sostenuto anche da forze regionaliste e indipendentiste, ha rappresentato una delle espressioni più evidenti di questa nuova fase: una politica nella quale la maggioranza non coincide necessariamente con una singola famiglia ideologica, ma nasce da negoziati che possono essere decisivi e al tempo stesso instabili.

Ceuta richiama il tema dell'unità territoriale e della sovranità; la crisi della casa richiama quello della coesione sociale. Le due questioni sembrano appartenere a mondi differenti, ma in realtà convergono su una domanda fondamentale: quale comunità politica è la Spagna e quali responsabilità assume nei confronti di chi ne fa parte?

La destra nazionalista tende a rispondere privilegiando la continuità della nazione, il controllo dei confini e la distinzione fra cittadini e non cittadini. La sinistra di Sánchez cerca invece di porre al centro la protezione sociale, i diritti e la capacità delle istituzioni di correggere gli squilibri del mercato. Naturalmente, si tratta di orientamenti generali: né il conservatorismo è riducibile alla sola questione migratoria, né la sinistra può rivendicare il monopolio della protezione sociale.

Il conflitto elettorale nasce proprio dal fatto che queste visioni competono per definire il significato della sicurezza. Per la destra, la sicurezza è anzitutto protezione del territorio e dell'identità nazionale; per la sinistra, deve comprendere anche la sicurezza materiale dell'esistenza, dalla casa al lavoro, dalla sanità alla stabilità economica.

La vera partita di Sánchez consiste nel dimostrare che queste due dimensioni non sono necessariamente incompatibili, ma che una politica esclusivamente concentrata sulla frontiera non può risolvere le fragilità sociali interne, così come una politica sociale priva di capacità amministrativa non può rispondere efficacemente alle crisi territoriali.

In questo senso, la Spagna del 2026 si trova davanti a una scelta che riguarda anche l'intero continente. La crescita delle destre nazionaliste, la difficoltà dei partiti tradizionali di mantenere maggioranze stabili e l'insoddisfazione prodotta dalla crisi abitativa non sono fenomeni isolati. In molti Paesi europei, il costo della vita e la questione migratoria competono per definire le priorità degli elettori. Il risultato spagnolo potrebbe quindi influenzare il dibattito europeo sulla capacità delle democrazie di conciliare controllo dei confini, crescita economica e protezione sociale.

Il rischio è che la campagna si trasformi in una guerra di simboli:  c'è tuttavia un elemento che merita particolare attenzione. Tanto la crisi di Ceuta quanto la morte di Maricarmen sono diventate simboli, e i simboli possiedono una forza politica che spesso supera quella dei programmi.

Ceuta può essere rappresentata come il simbolo di una Spagna esposta e incapace di proteggersi. Maricarmen può diventare il simbolo di una società che lascia una persona anziana senza la sicurezza della propria casa. In entrambi i casi, la vicenda concreta rischia di essere assorbita da una narrazione più ampia, nella quale ogni partito seleziona gli elementi che rafforzano la propria identità e indeboliscono quella dell'avversario.

È il meccanismo attraverso cui la politica contemporanea trasforma la cronaca in un conflitto morale permanente. Gli eventi non vengono soltanto spiegati: vengono incorporati in una storia che deve convincere gli elettori a schierarsi. La sofferenza di una persona diventa una denuncia contro il sistema; la crisi di una frontiera diventa la prova di una minaccia nazionale; la sconfitta parlamentare diventa la dimostrazione che un governo non è più in grado di governare.

Sarebbe però sbagliato concludere che ogni uso politico dei simboli sia necessariamente cinico. Le democrazie hanno bisogno di immagini capaci di rendere visibili problemi che altrimenti rimarrebbero confinati nelle statistiche. Il punto non è impedire che Maricarmen diventi un simbolo della crisi abitativa, ma evitare che la sua storia venga utilizzata come sostituto di un programma concreto. Non è impedire che Ceuta rappresenti una questione di sovranità, ma evitare che la difesa della frontiera diventi una formula retorica incapace di affrontare le cause e le conseguenze delle crisi migratorie.

Per Sánchez, il pericolo è duplice. Se trasforma la vicenda di Maricarmen in una semplice arma contro la destra, rischia di apparire opportunista. Se insiste soltanto sulla crisi di Ceuta, rischia di lasciare all'opposizione il monopolio del discorso sulla sicurezza. Se, infine, cerca di rispondere a ogni contestazione con una contrapposizione ideologica, può finire per alimentare quella polarizzazione che rende sempre più difficile trovare maggioranze parlamentari stabili.

La strategia più efficace, se vuole davvero consolidare il proprio consenso, dovrebbe quindi consistere nel tenere insieme il simbolo e la soluzione: dimostrare che la tutela della casa non è soltanto una dichiarazione di principio, ma una politica sostenibile; che la gestione delle frontiere non è soltanto una prova di fermezza, ma un esercizio di responsabilità; che la democrazia non si esaurisce nella capacità di vincere una campagna elettorale, ma richiede la capacità di governare dopo il voto.

Chi rischia di più: Sánchez, Feijóo o Abascal?:  la convocazione del 29 novembre apre una partita nella quale ciascun protagonista ha qualcosa da guadagnare e qualcosa da perdere.

Sánchez rischia di perdere il governo, ma ha la possibilità di ridefinire la campagna attorno alla crisi abitativa e al pericolo di una maggioranza dipendente da Vox. Per riuscirci deve convincere gli elettori che il suo governo non è soltanto un esecutivo in difficoltà, ma una forza politica ancora capace di intervenire sui problemi sociali. La sua credibilità dipenderà meno dall'intensità della denuncia che dalla plausibilità delle soluzioni.

Feijóo ha l'opportunità di presentarsi come l'alternativa naturale a un governo logorato da conflitti parlamentari e contestazioni sulla gestione delle crisi. Ma deve dimostrare di poter guidare una maggioranza senza essere subordinato alle priorità di Vox. Se non riuscirà a mantenere questa autonomia, Sánchez potrà trasformare il voto per il PP in una scelta percepita come più radicale di quanto molti elettori conservatori desiderino.

Abascal, invece, può trarre vantaggio da entrambi i fronti della crisi: Ceuta gli offre il terreno dell'identità nazionale e del controllo migratorio; la crisi abitativa gli consente di attaccare il governo anche sul piano della gestione economica e sociale. Il suo obiettivo non deve necessariamente essere quello di diventare il primo partito, ma quello di rendere politicamente indispensabile la propria presenza in un eventuale governo di destra. Le sue richieste programmatiche, in materia di immigrazione e di cosiddetta «remigrazione», mostrano quanto Vox intenda sfruttare il momento per spostare l'intero asse politico verso posizioni più radicali.

La partita, pertanto, non riguarda soltanto chi arriverà primo. Riguarda anche chi stabilirà le condizioni della futura maggioranza e, soprattutto, quale forza riuscirà a imporre il proprio linguaggio al governo che uscirà dalle urne.

È questa la ragione per cui Sánchez può considerare le elezioni anticipate una mossa razionale pur in presenza di rischi considerevoli. Un governo minoritario che continua a perdere votazioni può conservare formalmente il potere, ma perdere progressivamente la capacità di orientare il Paese. Un'elezione anticipata, al contrario, consente di tentare una ricomposizione del consenso, anche se il risultato può rivelarsi peggiore della situazione che si voleva superare.

Non esiste, insomma, alcuna certezza che il premier abbia calcolato tutto o che possa controllare gli effetti delle crisi che hanno condotto al voto. La politica è anche il luogo in cui le strategie si scontrano con conseguenze impreviste, emozioni collettive e giudizi che nessun leader può interamente governare.

Conclusione: la posta in gioco sarà non soltanto sopravvivere, ma ridefinire il significato del potere. A mio giudizio, la vera partita di Sánchez è questa: trasformare una crisi di governabilità in un conflitto sul modello di società che la Spagna vuole diventare, facendo della casa il terreno della contesa sociale e di Vox il possibile simbolo di una svolta nazionalista e restrittiva.

La mossa è intelligente perché cerca di spezzare il vantaggio che la destra aveva costruito intorno a Ceuta. Per settimane, l'immigrazione e la sicurezza hanno offerto all'opposizione un terreno favorevole, sul quale il governo era costretto a giustificare le proprie decisioni. La crisi abitativa ha però introdotto una questione capace di attraversare le divisioni tradizionali: interessa i giovani che non riescono a lasciare la casa dei genitori, le famiglie che vedono aumentare l'affitto, gli anziani esposti alla perdita dell'abitazione e persino i proprietari preoccupati per il futuro dei propri figli.

Sánchez tenta dunque di spostare il confronto dalla paura di ciò che arriva da fuori all'insicurezza di chi vive già dentro la società. È una scelta che richiama una tradizione consolidata della sinistra europea: quando la competizione politica viene dominata dall'identità nazionale, il terreno sociale può diventare il luogo attraverso il quale recuperare una maggioranza più ampia.

Ma questa strategia può funzionare soltanto a una condizione: che la proposta sociale appaia credibile. Se gli elettori percepiscono la convocazione anticipata come un espediente per sottrarsi al giudizio sul passato, il tentativo di cambiare agenda potrebbe trasformarsi in una prova ulteriore di opportunismo. E se il governo non saprà spiegare in modo convincente come intende affrontare la crisi abitativa, il simbolo di Maricarmen rischierà di diventare non il punto di ripartenza della sinistra, ma la testimonianza più dolorosa delle sue insufficienze.

La morte di una donna di 87 anni, in questa prospettiva, non determina automaticamente il destino di un governo. Ma può obbligare un Paese a guardare una contraddizione che la competizione politica aveva lasciato sullo sfondo. È questo il significato più profondo della sua vicenda: non la prova definitiva contro un partito, ma la domanda rivolta a tutte le forze politiche su quale responsabilità debba assumersi lo Stato quando il funzionamento ordinario dell'economia produce situazioni che la società giudica intollerabili.

E Ceuta, parallelamente, ricorda che nessun governo può rinunciare alla responsabilità di proteggere il territorio, mantenere relazioni diplomatiche efficaci e governare i flussi migratori. La sovranità non può essere ridotta a uno slogan, così come la giustizia sociale non può essere ridotta a una promessa elettorale.

La sfida di Sánchez consiste nel dimostrare che la sicurezza di un Paese non si misura soltanto dalla capacità di difendere i suoi confini, ma anche dalla possibilità per i suoi cittadini di vivere senza essere travolti dall'insicurezza economica. La sfida della destra consiste nel dimostrare che la difesa della nazione può tradursi in una proposta di governo capace di risolvere i problemi materiali, senza limitarsi a identificarne i responsabili.

Il 29 novembre, quindi, gli spagnoli non saranno chiamati soltanto a scegliere fra Sánchez e Feijóo, fra il PSOE e il PP, o fra la sinistra e la destra. Saranno chiamati a decidere quale forma debba assumere la sicurezza nella Spagna del prossimo decennio: se debba essere concepita soprattutto come protezione dei confini e riaffermazione dell'identità nazionale, oppure come un equilibrio fra sovranità, diritti sociali e capacità delle istituzioni di garantire condizioni di vita dignitose.

Sánchez vuole trasformare questa scelta in un referendum politico sulla possibilità di fermare l'avanzata della destra radicale senza rinunciare all'ambizione di una società più protettiva. Non sappiamo se riuscirà nel suo intento. Sappiamo, però, che la convocazione anticipata gli permette di sottrarsi alla lenta agonia parlamentare soltanto per sottoporsi a un giudizio più netto, e potenzialmente più severo.

La sua è, in definitiva, una scommessa sulla capacità della politica di tornare a parlare delle condizioni concrete dell'esistenza. Può essere una mossa di sopravvivenza, ma anche un tentativo di ridefinire il terreno sul quale la sinistra europea cerca oggi di mantenere la propria legittimità.

E forse il contrasto più eloquente di questa campagna è proprio quello fra Ceuta e la casa di Maricarmen: da una parte la frontiera esterna, dove lo Stato rivendica il diritto di stabilire chi può entrare; dall'altra la soglia domestica, dove una cittadina anziana ha scoperto quanto possa essere fragile il diritto di restare. Fra queste due soglie si gioca una parte essenziale del futuro politico spagnolo.

Perché uno Stato può difendere con fermezza il proprio territorio e, nondimeno, fallire nel proteggere una parte della propria popolazione. E un governo può invocare con sincerità la giustizia sociale, ma perdere credibilità se non riesce a trasformarla in risultati.

La vera partita di Sánchez è dimostrare che la Spagna può essere, nello stesso tempo, una nazione capace di proteggere i propri confini e una società capace di non abbandonare i propri cittadini. Se riuscirà a rendere credibile questa sintesi, le elezioni anticipate potranno diventare l'occasione per una ripartenza. Se fallirà, la decisione di anticipare il voto potrebbe essere ricordata come l'ultima grande scommessa di un leader che, per anni, ha saputo sopravvivere alle crisi, ma non è riuscito a trasformare la propria capacità di resistere in una nuova e duratura capacità di governare.

 

                                                                                                         10 ottobre 2026

 

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