Israele al bivio: senza gli arabi non c'è una democrazia compiuta
La politica e l’arte di rendere possibile ciò che è necessario - Richelieu
Premessa: Il risultato di queste ultime elezioni apre una possibilità storica: riconoscere ai partiti arabi non soltanto il diritto di rappresentare una parte della società israeliana, ma anche quello di concorrere, su basi democratiche, alla formazione di un governo. La sfida per Gadi Eisenkot e per le opposizioni è trasformare questa possibilità in un progetto politico credibile, senza ignorare le profonde divergenze che attraversano il Paese.
Il nodo è uno dei più delicati e, al tempo stesso, più importanti per il futuro della democrazia israeliana: se una parte consistente dei cittadini arabi di Israele partecipa alle elezioni, conquista una rappresentanza parlamentare significativa e contribuisce a determinare gli equilibri politici del Paese, è legittimo riconoscerle il diritto di voto e, nello stesso tempo, considerare la sua partecipazione al governo un fatto quasi inammissibile? Oppure è proprio questa contraddizione a dover essere affrontata, se Israele intende consolidare la propria democrazia e superare una concezione della cittadinanza nella quale l'uguaglianza formale dei diritti non sempre si traduce in un'uguale capacità di incidere sulle decisioni pubbliche?
La questione diventa ancora più significativa quando il risultato elettorale impedisce a entrambi i principali schieramenti di raggiungere autonomamente la maggioranza parlamentare. In una situazione del genere, la rappresentanza araba non è più soltanto una presenza minoritaria da tollerare o un interlocutore da consultare occasionalmente: può diventare una componente determinante della soluzione politica. Ed è precisamente in questo passaggio che si misura la maturità di una democrazia, perché il riconoscimento dell'avversario come interlocutore legittimo è relativamente facile quando non mette in discussione gli equilibri del potere; diventa assai più impegnativo quando la sua collaborazione può decidere chi governerà il Paese.
La tua tesi merita quindi di essere sviluppata nella sua forma più ambiziosa: la partecipazione politica dei cittadini arabi non dovrebbe essere considerata una concessione della maggioranza ebraica, ma una conseguenza naturale della cittadinanza israeliana. Se questi cittadini rispettano le regole democratiche, partecipano alle elezioni, eleggono i propri rappresentanti e accettano la responsabilità delle decisioni pubbliche, non esiste una ragione democratica sufficiente per escluderli a priori dalla possibilità di concorrere alla formazione di un governo. Esistono, naturalmente, questioni di sicurezza, divergenze ideologiche, conflitti nazionali e incompatibilità programmatiche che non possono essere ignorati. Ma una democrazia dovrebbe affrontarli attraverso il confronto politico e la verifica dei comportamenti concreti, non trasformandoli in un'esclusione preventiva di un'intera componente della cittadinanza.
Per comprendere la portata di questo ragionamento, occorre tuttavia distinguere con precisione il significato dei numeri elettorali, la storia dei rapporti fra cittadini ebrei e arabi, l'evoluzione della rappresentanza politica araba e il problema, più generale, della natura dello Stato Ebraico. Soltanto tenendo insieme queste dimensioni è possibile capire perché un eventuale accordo fra le opposizioni e i partiti arabi potrebbe rappresentare non soltanto una soluzione parlamentare, ma anche un passaggio simbolico e istituzionale di notevole importanza.
Israele al bivio - la democrazia non può fermarsi davanti ai cittadini arabi: Certe elezioni producono un vincitore, altre consegnano alla politica una domanda alla quale non è più possibile sottrarsi. Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 appartengono, almeno per il momento, alla seconda categoria. Con lo scrutinio ormai completato, il blocco guidato da Benjamin Netanyahu dispone di 53 seggi nella Knesset, il Parlamento israeliano, mentre le forze di opposizione raccolte intorno a Gadi Eisenkot ne hanno ottenuti 48. I due partiti arabi, la Lista Unita e Ra'am, ne hanno conquistati complessivamente 19, un risultato senza precedenti. Nessuno dei due schieramenti principali dispone dunque, da solo, dei 61 seggi necessari per raggiungere la maggioranza assoluta dei 120 deputati. La certificazione formale dei risultati resta attesa per il 4 novembre, ma il dato politico è già sufficientemente chiaro: il futuro governo di Israele potrebbe dipendere dalla capacità delle opposizioni di riconoscere nella rappresentanza araba un interlocutore legittimo, anziché considerarla un ostacolo da aggirare.
È difficile sopravvalutare il significato di questa situazione. Perché, al di là della contabilità parlamentare, ciò che si trova in gioco è una questione fondamentale per la natura stessa della democrazia israeliana: se i cittadini arabi, che rappresentano circa un quinto della popolazione del Paese, sono cittadini a pieno titolo, possono essere considerati interlocutori politici legittimi soltanto quando il loro voto non è determinante, oppure devono poter partecipare anche alla costruzione delle maggioranze e, quando le condizioni lo consentono, alla responsabilità del governo?
La risposta dovrebbe apparire scontata in qualsiasi democrazia rappresentativa. Eppure, nel caso israeliano, è tutt'altro che semplice, perché il conflitto israelo-palestinese, la questione della sicurezza, la memoria delle guerre, le diverse concezioni dell'identità nazionale e le profonde divergenze sulla natura dello Stato hanno trasformato la partecipazione politica dei cittadini arabi in un terreno di controversia permanente.
Proprio per questo, il risultato elettorale può rappresentare un'occasione di svolta. Non perché abbia improvvisamente cancellato le divisioni della società israeliana, né perché abbia reso automaticamente compatibili programmi politici che restano profondamente differenti, ma perché ha reso evidente una verità che la politica israeliana ha spesso preferito lasciare sullo sfondo: non è possibile governare stabilmente una società pluralistica ignorando una componente significativa dei suoi cittadini.
Il primo errore da evitare sarebbe quello di interpretare il risultato come una semplice sconfitta personale di Netanyahu. Certamente, il premier e i suoi alleati hanno perduto la maggioranza di cui disponevano nella legislatura precedente. Ma il dato più importante è un altro: la loro sconfitta potenziale non si traduce automaticamente in una vittoria dell'opposizione. Per governare, Eisenkot deve riuscire a costruire una maggioranza che oggi non esiste ancora come soggetto politico unitario. E per farlo deve affrontare una contraddizione che attraversa da tempo il campo contrario a Netanyahu: la volontà di porre fine alla sua leadership si accompagna, in una parte consistente dell'opposizione, alla riluttanza a riconoscere ai partiti arabi un ruolo politico pienamente legittimo.
È qui che si misura la differenza fra una semplice coalizione elettorale e un progetto di governo. Battere Netanyahu può essere un obiettivo condiviso da forze politiche molto diverse; costruire un governo capace di durare, invece, richiede una visione comune delle istituzioni, della cittadinanza e delle priorità nazionali.
La vera prova per l'opposizione israeliana non consiste soltanto nel trovare i numeri per governare, ma nel dimostrare che esiste un'idea di Israele nella quale i cittadini arabi non siano considerati una presenza tollerata, bensì una componente legittima della comunità politica.
La cittadinanza non può essere soltanto un diritto sulla carta: Per comprendere la portata di questa sfida occorre tornare alla storia dello Stato di Israele e alla particolare condizione della sua minoranza araba.
I cittadini arabi di Israele non sono semplicemente una minoranza immigrata, né possono essere confusi con i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, che vivono sotto regimi giuridici e politici differenti. Sono cittadini israeliani, con diritto di voto e di rappresentanza parlamentare, ma appartengono in larga misura a una popolazione legata, per storia, lingua, cultura e identità nazionale, al cosidetto mondo palestinese.
La loro posizione è stata segnata fin dall'inizio da una contraddizione fondamentale. Israele è nato come Stato nazionale del popolo ebraico, in un contesto storico segnato dalla persecuzione degli ebrei, dalla Shoah e dalla necessità di garantire loro un luogo di autodeterminazione e sicurezza. Al tempo stesso, la Dichiarazione d'indipendenza del 1948 proclamò l'uguaglianza dei diritti sociali e politici per tutti gli abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso.
Questi due principi, l'autodeterminazione nazionale e l'uguaglianza civica, non sono necessariamente incompatibili. Ma il loro rapporto ha costituito una delle tensioni strutturali della storia israeliana, soprattutto quando si è trattato di definire il posto della minoranza araba nella vita pubblica.
La Commissione Speciale delle Nazioni Unite per la Palestina decise all’unanimità di porre fine al Mandato Britannico e di dividere il territorio in due Stati, l’uno ebraico e l’altro arabo. Israele, che già di fatto esisteva, accettò la decisione. La diplomazia araba rispose invece con un no: niente partizione, niente immigrazione e nessuno Stato Ebraico.
Nel Gennaio del 1948 i primi distaccamenti arabi entrarono dalla Siria e dalla Giordania per attaccare gli insediamenti ebraici. Avevano lasciato intendere chiaramente che sarebbe stata una guerra di massacro e di sterminio. Di conseguenza Israele perse quasi l’1% della sua popolazione ma riuscì a respingere i cinque eserciti arabi invasori e vincere la guerra.
La guerra del 1948, la nascita del nuovo Stato, che con un certo malcontento aveva comunque accettato il progetto della partizione della Palestina, l'esodo e l'espulsione di centinaia di migliaia di arabi palestinesi, accompagnato da un esodo ancora maggiore di Ebrei da tutti i paesi arabi e la trasformazione demografica del territorio hanno lasciato una ferita storica che continua a condizionare i rapporti fra le due comunità. Per gli ebrei israeliani, la fondazione dello Stato rappresenta la realizzazione di un progetto nazionale e una risposta a secoli di persecuzioni. Per i palestinesi, la stessa vicenda è inseparabile dalla Nakba, la catastrofe che accompagnò la perdita della patria e lo sfollamento di gran parte della popolazione araba palestinese.
Le due memorie storiche non devono essere considerate equivalenti in ogni loro aspetto, ma non possono neppure essere ignorate se si vuole comprendere perché la cittadinanza araba israeliana si trovi spesso sospesa fra appartenenza civile allo Stato e solidarietà nazionale con il popolo palestinese.
Nei primi decenni dello Stato, i cittadini arabi israeliani vissero sotto un regime di amministrazione militare, abolito soltanto nel 1966. Le loro condizioni materiali, l'accesso alle risorse, lo sviluppo dei centri abitati e la possibilità di incidere sulle decisioni pubbliche furono a lungo segnati da forti disuguaglianze. La partecipazione politica esisteva, ma si svolgeva entro limiti che rendevano difficile trasformare la rappresentanza parlamentare in una piena capacità di determinare le politiche nazionali.
Da allora la società araba israeliana è cambiata profondamente. Si è sviluppata una classe media, sono cresciuti i livelli di istruzione, si sono ampliate le aspirazioni professionali e si è rafforzata la consapevolezza dei propri diritti. Persistono, tuttavia, problemi rilevanti: disparità economiche, carenze infrastrutturali in numerose località arabe, difficoltà nell'accesso alla casa e alla pianificazione urbanistica, criminalità organizzata e violenza, oltre alle controversie sulla discriminazione e sul riconoscimento della loro identità collettiva.
Questa evoluzione ha prodotto una trasformazione politica decisiva. Per molti cittadini arabi, la partecipazione elettorale non rappresenta più soltanto il modo per segnalare il proprio dissenso o per difendere una particolare identità nazionale. È diventata anche uno strumento per incidere sulle politiche pubbliche, ottenere risorse, migliorare i servizi e contribuire alle decisioni che riguardano la vita quotidiana.
Una parte crescente della società araba israeliana ha compreso che la partecipazione democratica non può limitarsi alla denuncia delle ingiustizie e che, se vuole modificare concretamente le condizioni della propria esistenza, deve essere in grado di esercitare un potere politico effettivo.
Non significa che tutti i cittadini arabi condividano la stessa strategia, né che la partecipazione alle istituzioni sia diventata l'unica forma di espressione delle loro aspirazioni. Le differenze ideologiche, religiose e nazionali restano profonde. Ma il risultato elettorale dimostra che la rappresentanza araba può diventare un fattore centrale negli equilibri del Paese.
E qui emerge un principio che dovrebbe essere elementare: il diritto di voto non è pienamente valorizzato se chi lo esercita può eleggere i propri rappresentanti, ma viene sistematicamente escluso dalla possibilità di concorrere alla formazione delle maggioranze di governo.
Naturalmente, nessuna democrazia garantisce a ogni partito l'ingresso nell'esecutivo. Le coalizioni si formano sulla base di programmi, accordi e convergenze politiche. Ma un conto è escludere una formazione perché il suo programma è incompatibile con quello degli altri alleati; un altro è escluderla a priori perché rappresenta cittadini appartenenti a una minoranza nazionale.
La differenza è sostanziale. Nel primo caso, il dissenso riguarda le scelte politiche. Nel secondo, rischia di diventare una barriera identitaria.
Il precedente del 2021 - quando la politica israeliana superò una soglia: non sarebbe corretto sostenere che la partecipazione dei partiti arabi a una maggioranza di governo sia un'ipotesi mai sperimentata. Esiste già un precedente importante, che può offrire indicazioni utili per la situazione attuale.
Nel 2021, il partito arabo Ra'am, guidato da Mansour Abbas, entrò nella coalizione che sostenne il governo di Naftali Bennett e Yair Lapid, contribuendo alla fine della lunga fase di governo ininterrotto di Netanyahu. Fu un passaggio storico: per la prima volta un partito arabo indipendente entrò formalmente nella coalizione governativa israeliana, rendendo evidente che la partecipazione araba poteva tradursi in un accordo politico concreto e non soltanto in un sostegno esterno occasionale.
L'esperienza fu breve e contraddittoria, ma ebbe un significato che andava oltre la sua durata. Ra'am scelse di privilegiare un approccio pragmatico, concentrandosi su questioni quali gli investimenti nelle comunità arabe, la lotta alla criminalità, le infrastrutture, la pianificazione urbanistica e il miglioramento dei servizi pubblici.
La scelta di Abbas si fondava su una considerazione realistica: un partito che rappresenta una minoranza significativa può ottenere risultati concreti entrando nel sistema delle decisioni, anziché limitarsi a denunciare dall'esterno le sue contraddizioni.
Questa strategia suscitò discussioni anche all'interno della società araba. Per alcuni, la partecipazione al governo rischiava di attenuare la capacità di denunciare le discriminazioni e di compromettere la solidarietà con i palestinesi dei territori occupati. Per altri, rappresentava invece un modo per trasformare la rappresentanza politica in miglioramenti tangibili, senza rinunciare alle proprie posizioni nazionali.
Il precedente del 2021 dimostra che la cooperazione è possibile, ma anche che non può essere improvvisata. Richiede negoziati, obiettivi verificabili, fiducia reciproca e la disponibilità di entrambe le parti a riconoscere le proprie differenze senza pretendere di cancellarle.
L'attuale situazione presenta, per certi aspetti, condizioni ancora più favorevoli. I partiti arabi hanno ottenuto complessivamente 19 seggi, mentre le forze contrarie a Netanyahu ne hanno conquistati 48. Se tutti questi partiti decidessero di sostenere un progetto comune, i numeri sarebbero sufficienti per superare e non di poco la soglia dei 61 seggi.
Ma questa somma aritmetica non equivale ancora a una maggioranza politica. La Lista Unita e Ra'am sono formazioni distinte, con orientamenti e priorità differenti. Anche le forze sioniste dell'opposizione presentano divergenze importanti, soprattutto sulla questione palestinese, sulla definizione dello Stato, sulla sicurezza e sul rapporto fra religione e politica. Alcuni dirigenti dell'opposizione hanno escluso forme di collaborazione con i partiti arabi, mentre altri hanno lasciato aperta la possibilità di un accordo.
È dunque necessario evitare due errori opposti: considerare la collaborazione impossibile per principio oppure ritenerla automaticamente realizzabile sulla base dei soli numeri parlamentari.
La prima posizione trasforma le differenze in una condanna permanente alla separazione. La seconda sottovaluta la complessità delle divergenze e rischia di produrre un governo fragile, incapace di affrontare le crisi che inevitabilmente si presenteranno.
La strada da percorrere è più difficile, ma anche più interessante: riconoscere che l'accordo non deve nascere da una presunta identità di vedute, bensì dalla capacità di individuare un terreno comune sufficientemente solido per governare.
La sfida di Eisenkot: Gadi Eisenkot si trova oggi davanti a una responsabilità che supera la normale competizione fra partiti. Il suo compito non consiste soltanto nel cercare i numeri necessari per sostituire Netanyahu, ma nel dimostrare che un'alternativa di governo può fondarsi su una concezione più inclusiva della cittadinanza israeliana.
La difficoltà è evidente. Il suo schieramento raccoglie forze che condividono l'obiettivo di porre fine all'attuale leadership, ma non necessariamente una visione comune del conflitto israelo-palestinese, della politica economica, del ruolo della religione o del rapporto con i cittadini arabi.
Alcuni settori dell'opposizione potrebbero essere disposti a collaborare con Ra'am, ma rifiutare un accordo con la Lista Unita, considerata troppo distante dalle proprie posizioni sulla questione nazionale palestinese. Altri potrebbero accettare un sostegno parlamentare esterno, ma opporsi all'ingresso di rappresentanti arabi nel governo. Altri ancora potrebbero considerare la collaborazione necessaria per superare l'impasse, senza però voler assumere un impegno duraturo.
Queste distinzioni non sono irrilevanti. In una democrazia parlamentare, il sostegno a un governo può assumere forme diverse: partecipazione diretta alla coalizione, accordo esterno sulla fiducia e sul bilancio, oppure cooperazione su singoli provvedimenti. Non è necessario che ogni forza politica condivida l'intero programma dell'esecutivo; è però indispensabile che esista un'intesa sufficientemente chiara sui suoi obiettivi essenziali e sulle condizioni che ne regolano la sopravvivenza.
Eisenkot dovrebbe quindi abbandonare l'idea che la questione araba sia un problema da risolvere alla fine delle trattative. Dovrebbe, al contrario, collocarla al centro del progetto di governo fin dall'inizio.
Ciò significherebbe avviare un confronto pubblico e trasparente con la Lista Unita e Ra'am, riconoscendo a entrambe le formazioni il diritto di presentare le proprie richieste e di negoziare condizioni precise. Non si tratterebbe di concedere loro un potere illimitato, ma di accettare che il loro sostegno abbia un valore politico reale, proporzionato alla rappresentanza parlamentare conquistata dagli elettori.
Un accordo credibile dovrebbe concentrarsi su alcuni obiettivi concreti: la lotta alla criminalità organizzata nelle comunità arabe, il rafforzamento delle forze di polizia e dei servizi pubblici, la riduzione delle disuguaglianze infrastrutturali, il miglioramento dell'accesso alla casa, l'occupazione, l'istruzione e lo sviluppo economico delle località arabe.
Sono temi che riguardano direttamente la qualità della cittadinanza. Non richiedono necessariamente un accordo complessivo sulla questione palestinese, pur senza eliminare la necessità di affrontarla sul piano politico e diplomatico.
Al tempo stesso, un'intesa non dovrebbe ridursi a una distribuzione di risorse in cambio di voti parlamentari. La partecipazione araba deve poter incidere anche sulle priorità legislative, sulle modalità di attuazione delle politiche pubbliche e sul controllo dei risultati.
La differenza fra un accordo democratico e un semplice patto opportunistico sta proprio qui: nel primo caso, i partner partecipano alla definizione delle decisioni; nel secondo, vengono utilizzati come strumenti temporanei per raggiungere un obiettivo che resta interamente nelle mani degli altri.
Eisenkot dovrebbe inoltre riconoscere che l'inclusione dei partiti arabi non può essere ottenuta chiedendo loro di rinunciare preventivamente alla propria identità nazionale. La democrazia non richiede uniformità ideologica. Richiede il rispetto delle regole comuni, la disponibilità a negoziare e la capacità di assumersi responsabilità compatibili con la legge e con l'ordinamento costituzionale.
Naturalmente, ogni partito che aspiri a partecipare al governo deve essere giudicato sulla base delle proprie posizioni e dei propri comportamenti concreti. Le questioni relative alla sicurezza, al riconoscimento dello Stato e alla legittimità della violenza non possono essere ignorate. Ma lo stesso criterio deve valere per tutti i partner di una coalizione, indipendentemente dalla loro identità nazionale o religiosa.
Se si pretende dai partiti arabi un livello di affidabilità democratica che non viene richiesto agli altri, si rischia di trasformare la sicurezza in un criterio di esclusione selettiva. Se invece si applicano criteri trasparenti e uniformi, il confronto diventa più difficile, ma anche più legittimo.
Il compito di Eisenkot sarebbe dunque quello di dimostrare che l'inclusione non è un gesto simbolico, bensì una scelta politica responsabile, capace di rafforzare la coesione sociale e di migliorare il funzionamento delle istituzioni.
L'obiezione dell'incompatibilità come un problema reale, ma non come una risposta definitiva: gli oppositori di un accordo con i partiti arabi sollevano obiezioni che non possono essere liquidate come semplice pregiudizio. In Israele, il rapporto fra identità nazionale, sicurezza e conflitto palestinese è una questione esistenziale per una parte significativa della popolazione. Le differenze sulla definizione dello Stato, sul futuro dei territori occupati, sul rapporto con Hamas e sulla guerra hanno conseguenze concrete, non soltanto simboliche.
Per molti cittadini ebrei israeliani, un partito che sostiene la creazione di uno Stato palestinese, critica l'occupazione o difende i diritti nazionali palestinesi può apparire un interlocutore difficile proprio quando il Paese si trova ad affrontare minacce alla sicurezza.
Ma è necessario distinguere le divergenze politiche, anche profonde, dall'incompatibilità democratica. Non sono la stessa cosa.
Un partito può contestare l'occupazione dei territori palestinesi, sostenere una soluzione a due Stati, chiedere il riconoscimento dei diritti nazionali palestinesi o denunciare le disuguaglianze all'interno di Israele senza per questo essere automaticamente incompatibile con la partecipazione a un governo israeliano. Analogamente, una forza politica che sostiene una linea nazionalista o religiosa non dovrebbe essere esclusa soltanto perché le sue posizioni sono lontane da quelle della maggioranza.
Il criterio decisivo deve essere la compatibilità con le regole democratiche, il rispetto della legge e la possibilità di raggiungere un accordo politico concreto. Le divergenze su questioni specifiche possono rendere impossibile una coalizione, ma non giustificano l'esclusione preventiva di un'intera categoria di cittadini.
La stessa storia israeliana offre numerosi esempi di coalizioni formate da partiti con visioni differenti, accomunati da un obiettivo limitato o da una convergenza su alcune priorità fondamentali. La democrazia parlamentare non richiede che tutti i partner abbiano la stessa concezione del mondo. Richiede che siano capaci di governare insieme entro limiti concordati.
Il punto, pertanto, non è sostenere che le differenze fra i partiti arabi e quelli sionisti siano marginali. È riconoscere che nessuna democrazia può risolvere le proprie contraddizioni semplicemente escludendo dal processo decisionale coloro che le rendono visibili.
Inoltre, l'idea che i cittadini arabi israeliani debbano essere considerati politicamente sospetti in quanto tali rischia di alimentare proprio quella distanza che si vorrebbe ridurre. Se una minoranza comprende che la propria partecipazione viene accettata soltanto quando non incide realmente sulle decisioni, può maturare la convinzione che le istituzioni non siano in grado di rappresentarla pienamente.
Al contrario, quando la partecipazione produce risultati concreti, la fiducia nelle istituzioni può rafforzarsi. Non è una garanzia automatica di integrazione, ma è una condizione che rende più plausibile una cittadinanza condivisa.
La collaborazione con i partiti arabi, quindi, non dovrebbe essere presentata come una concessione morale della maggioranza ebraica. Dovrebbe essere considerata una possibilità democratica da valutare alla luce dei programmi, degli accordi e delle responsabilità che comporta.
Un governo con gli arabi, non semplicemente grazie agli arabi: la distinzione più importante, forse, riguarda il modo stesso in cui si immagina l'accordo.
Un governo sostenuto dai partiti arabi soltanto per impedire il ritorno di Netanyahu potrebbe nascere, ma sarebbe esposto a una fragilità strutturale. Se il suo unico elemento unificante fosse l'opposizione a un leader, ogni crisi politica rischierebbe di riaprire le divisioni che la campagna elettorale aveva temporaneamente nascosto.
Una maggioranza più solida dovrebbe invece fondarsi su un programma di governo condiviso, nel quale la partecipazione araba venga riconosciuta come parte integrante del progetto e non come un espediente parlamentare.
Ciò non significa che i partiti arabi debbano necessariamente occupare ministeri o entrare tutti nell'esecutivo. La forma concreta dell'accordo dipenderà dalle trattative e dalle compatibilità politiche. Significa, però, che non si può pretendere il loro sostegno senza riconoscere loro una voce effettiva nella definizione delle politiche.
Un simile accordo dovrebbe prevedere impegni verificabili, tempi di attuazione, strumenti di controllo e procedure per affrontare le divergenze. Dovrebbe inoltre distinguere chiaramente le questioni sulle quali esiste una convergenza da quelle sulle quali il dissenso rimane aperto.
In questo modo, la collaborazione non cancellerebbe le differenze, ma le renderebbe politicamente governabili.
È un punto essenziale anche per la società araba. I suoi rappresentanti non possono limitarsi a offrire i propri voti in cambio di promesse generiche. Devono dimostrare ai propri elettori che la partecipazione al processo decisionale produce risultati, migliora le condizioni di vita e non richiede di abbandonare le questioni fondamentali della propria identità.
Allo stesso tempo, le forze sioniste dell'opposizione devono spiegare ai propri elettori perché un accordo con i partiti arabi non rappresenta un tradimento dell'identità israeliana, ma una scelta coerente con il principio della cittadinanza democratica.
Questo passaggio richiede coraggio politico. Non basta condurre trattative riservate, sperando che il risultato venga accettato a posteriori. Occorre assumersi pubblicamente la responsabilità di sostenere che la democrazia israeliana è abbastanza forte da includere cittadini che hanno una diversa identità nazionale, purché il rapporto fra i partner sia regolato da impegni democratici e istituzionali chiari.
Il risultato elettorale offre dunque a Eisenkot un'opportunità che non si limita alla formazione di una maggioranza. Gli consente di proporre una diversa concezione della vita politica israeliana, nella quale la competizione fra le forze ebraiche non esaurisca l'intero spazio della rappresentanza nazionale.
Il significato simbolico di una svolta possibile: C'è infine un aspetto simbolico che merita di essere sottolineato.
La storia delle democrazie dimostra che il riconoscimento di una minoranza come interlocutore legittimo non avviene necessariamente attraverso una dichiarazione solenne. Spesso si realizza mediante una decisione concreta: l'ingresso in una coalizione, la partecipazione a un governo, l'assunzione di una responsabilità istituzionale.
Questi momenti hanno un significato che supera le circostanze nelle quali si verificano. Cambiano ciò che una società considera politicamente possibile.
Nel caso israeliano, un accordo fra le opposizioni e i partiti arabi potrebbe contribuire a modificare la percezione della cittadinanza araba, dimostrando che la sua partecipazione non costituisce una minaccia per definizione, ma una componente ordinaria della competizione democratica.
Non sarebbe la soluzione del conflitto israelo-palestinese, né la fine delle discriminazioni o delle tensioni nazionali. Sarebbe, tuttavia, un passo importante verso una concezione della cittadinanza nella quale l'appartenenza allo Stato non richieda l'abbandono della propria identità culturale o nazionale.
Il simbolismo di un simile passaggio sarebbe tanto più significativo perché si verificherebbe in un Paese la cui identità politica è profondamente intrecciata con la storia del popolo ebraico e con la ricerca della sua autodeterminazione. Riconoscere pienamente la cittadinanza araba non significa negare questa storia, né mettere in discussione il diritto del popolo ebraico alla propria sicurezza e alla propria autodeterminazione. Significa affermare che la protezione di un'identità nazionale non richiede necessariamente l'esclusione politica di chi appartiene a un'altra comunità nazionale.
La sfida consiste proprio nel rendere compatibili due esigenze che troppo spesso vengono presentate come inconciliabili: il carattere ebraico dello Stato e l'uguaglianza dei cittadini davanti alle istituzioni.
È una questione complessa, che non può essere risolta soltanto attraverso un accordo parlamentare. Ma un accordo potrebbe contribuire a spostare il dibattito dal terreno dell'esclusione identitaria a quello della responsabilità democratica.
La vera svolta, in altre parole, non consisterebbe semplicemente nell'avere ministri arabi o nel vedere un partito arabo sostenere un governo. Consisterebbe nel riconoscere che la legittimità politica dei cittadini arabi non dipende dalla benevolenza dei partiti ebraici, ma dai diritti che la cittadinanza conferisce loro.
La democrazia come prova di maturità: Le elezioni israeliane hanno consegnato al Paese un Parlamento frammentato e una situazione nella quale nessuno dei due schieramenti principali può governare da solo. Ma questa difficoltà potrebbe trasformarsi in un'occasione per ripensare i confini della rappresentanza politica.
Il blocco di Netanyahu dispone di 53 seggi, quello guidato da Eisenkot di 48, mentre la Lista Unita e Ra'am ne hanno conquistati complessivamente 19. La somma dei seggi dell'opposizione e dei partiti arabi supera la maggioranza assoluta, ma la sua traduzione in un governo richiede accordi che oggi non possono essere dati per scontati. Le divergenze sono profonde, le resistenze significative e la stabilità di un'eventuale coalizione rimane incerta.
Tuttavia, proprio questa incertezza rende il momento politicamente importante. La democrazia non consiste soltanto nel contare i voti, ma nel riconoscere che i voti degli altri hanno lo stesso valore politico e che le maggioranze devono essere costruite attraverso il confronto, non mediante l'esclusione preventiva di una parte della cittadinanza.
Se Eisenkot e le forze dell'opposizione intendessero davvero proporre un'alternativa a Netanyahu, dovrebbero avere il coraggio di affrontare apertamente questa questione. Non dovrebbero chiedere ai partiti arabi di rinunciare alle proprie identità per essere accettati, né dovrebbero ignorare le divergenze che rendono difficile la collaborazione. Dovrebbero, piuttosto, verificare se esistano le condizioni per un accordo fondato su obiettivi comuni, responsabilità condivise e rispetto delle regole democratiche.
I partiti arabi, da parte loro, dovrebbero essere pronti ad assumere le responsabilità che derivano da un'eventuale partecipazione al governo, dimostrando che la rappresentanza non è soltanto uno strumento di protesta, ma anche una capacità di contribuire alle decisioni collettive. Questo comporta inevitabilmente compromessi, senza i quali nessuna coalizione può funzionare, ma non deve comportare la rinuncia ai diritti fondamentali o alla propria identità.
Il punto d'arrivo non è una democrazia nella quale tutti la pensano allo stesso modo. È una democrazia nella quale le differenze possono essere espresse, negoziate e, quando possibile, trasformate in accordi politici.
In fondo, la questione posta da queste elezioni è più semplice e più radicale di quanto possa apparire: se i cittadini arabi sono israeliani quando si tratta di pagare le tasse, rispettare le leggi, contribuire all'economia e votare, devono poter essere israeliani anche quando si tratta di concorrere alla formazione di un governo.
La risposta non può essere subordinata al fatto che il loro voto sia utile o scomodo per una determinata maggioranza.
Un accordo fra Eisenkot e i partiti arabi non sarebbe necessariamente facile, né garantirebbe da solo un governo stabile. Ma potrebbe rappresentare un passaggio significativo nella costruzione di una democrazia più inclusiva, capace di riconoscere che la pluralità della società israeliana non è un incidente da correggere, bensì una realtà con la quale le istituzioni devono imparare a convivere.
La democrazia si dimostra forte non quando riesce a escludere il dissenso, ma quando è in grado di trasformarlo in confronto politico. E si dimostra matura quando riconosce che i diritti di una minoranza non dipendono dalla sua utilità per la maggioranza.
Se Israele vuole davvero consolidare la propria democrazia, deve accettare che i cittadini arabi non siano soltanto elettori da contare, ma interlocutori con cui governare. Non perché ogni loro posizione sia necessariamente condivisibile, ma perché nessuna democrazia può dirsi pienamente inclusiva se riconosce il diritto di voto e, nello stesso tempo, considera illegittima in partenza la possibilità che quel voto contribuisca a determinare il potere.
È questa la sfida che le elezioni hanno consegnato a Gadi Eisenkot e alle opposizioni. Non soltanto trovare una maggioranza alternativa a Netanyahu, ma dimostrare che un'altra idea di Israele è possibile: uno Stato nel quale la sicurezza non sia contrapposta alla cittadinanza, l'identità nazionale non cancelli l'uguaglianza dei diritti e la partecipazione politica non venga concessa come un favore, ma riconosciuta come una componente essenziale della democrazia.
Un'ultima considerazione: il punto più forte di queste riflessioni è proprio la distinzione fra un accordo opportunistico per mandare a casa Netanyahu e un accordo politico capace di riconoscere ai cittadini arabi una legittima partecipazione al governo. È su questa differenza che si giocherà il significato storico dell'attuale impasse parlamentare.
27 Ottobre 2026